“Mitologie private” di Daniela RAIMONDI

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Mitologie private

Ah questi uomini con le mani grandi come isole!
Questi giganti di pietra
con nidi che trasudano di fragole e di terra.
Sono solidi come le statue.
Gli orbitiamo intorno, colombe di schiuma
che reclamano una coda di fuoco,
la corona, il coltello.
Ci arrampichiamo lungo le loro ombre altissime
per succhiare le dita alveari,
entrare affamate nelle bocche colme di spore.
Ah questi uomini miracolo!
Uomini totem con la lingua pungente
e i corpi di piume;
corpi magici che domandano preghiere
e ci regalano sogni e bambini.
Dio ha posto fra le loro mani
il delicato ingranaggio di una bambola
ma sono cacciatori di frodo. Azzannano la cerva,
le succhiano il sangue dalla gola.
Sono bambini che giocano, giocano, giocano.
Cavalcano giostre,
sparano a salve dentro i luna-park.
Ti mettono in moto come un orologio;
sei giri,
la testa infilata in un sacco
e pam, un colpo preciso
nella lampadina del cuore.

Fabula

Vieni come viene l’amore
così, semplicemente,
umido e bianco come un morso di pane.
Sei la fame che ci prende la sera
con i negozi chiusi, le saracinesche abbassate.
Ma tu vieni e mi porti cose buone:
pane, frutta, le tue labbra sulla nuca,
qualcosa che fiorisce dentro il sangue.

Ho un nervo che mi scava,
rosso e splendente come una rinuncia.
Un pesce che si agita nel ventre,
che batte e batte sulla radice del mondo.
Ma tu vieni, e sconfiggi
il selvatico che ho nella saliva
baci l’invalida,
la donna inchiodata da sempre alla nudità dei faggi.
Doni un coraggio nuovo
per la sete del ventre
per il mio seno che lievita nella tua bocca
per la mia anima di spuma
i miei occhi bucati dal gelo
la favola che mi semini sul corpo.
Per il mio cuore bianco come un osso
per la tua lingua che scava nel purgatorio della carne
per le tue mani che dici troppo piccole.
Per la sola dolcezza delle tue piccole mani.

Invernale

Dormi.
La mano sul mio ventre e un silenzio intorno
come un campo d’acqua.
La luce del lampione è un’ostia nel cielo,
la notte più nera della bocca di un leone.

I nostri velieri non sono ancora tornati
e abbiamo terminato l’acqua,
la legna per il fuoco, il grano.
Ma dormi adesso.
Fuori respira una notte lunghissima.
Gli stivali dei bambini
sono in fila davanti alle porte,
il rastrello e il badile
riposano in fondo al giardino.

Non uccideremo l’unicorno,
né la strega che ha rubato tre denari
e vola ridendo sopra i tetti delle case.
La brina splende sul buio dei prati,
un vociare di passeri fiorisce il silenzio.

Il pellegrinaggio della neve

Sono la purezza del metallo,
il fuoco asettico degli inceneritori.
Ho nel cuore materiale radioattivo,
un’anarchia di sangue
più spaventosa di ogni calma.

Dio grida da in fondo al mio polmone.
È la cantina senza occhio,
una macchina che crea e che uccide.
Dorme dentro il bianco delle ossa,
ascolta il canto di tutte le mie morti.

Ho un corpo monacale,
il dono della solitudine.
Sono la fredda calla
l’inizio di una fioritura,
tre petali che succhiano il buio della notte.

La donna dai due cuori

Ho sempre saputo che un bel profilo
conta molto più dell’anima di un sognatore.
E a volte la mia anima è piccola e secca
come il gheriglio appassito nella noce.

Nascondo due cuori:
uno fatto di carne, l’altro di rame.
Uno nutre il cervello, ogni cellula e pensiero;
l’altro resta straordinariamente immobile
nel silenzio della carne.

Negli anni ho imparato
che la violenza cambia la gente
molto più di quanto possa farlo l’amore.
Sto invecchiando, sto diventando mia madre.
Il mio secondo cuore ha cessato di battere.

Ora ho un paio di cose che potrei insegnare alla gente:
come diventare una creatura segnata dalle abitudini,
come far nascere una canzone da un flauto di legno,
o farsi commuovere dal buio, da tutto ciò che è sterile:
la forza di un temporale notturno,
un campo nudo beccato da uccelli misteriosi.
Posso insegnare alla gente
come attraversare la vita con un solo, piccolo cuore.
L’altro fermo,
ossidato, blu-verde
immobile nella sua gabbia di ossa.

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Daniela RAIMONDI
Mitologie private
Edizioni clandestine, 2007
Prefazione di Giovanni Nuscis

Daniela Raimondi è nata in provincia di Mantova e dal 1980 vive in Inghilterra dove si è laureata in lingue moderne all’Università di Londra. Ha pubblicato racconti e poesie in diverse riviste letterarie, fra queste: Poeti e Poesie di Roma, La Luna di Traverso, Origini, Poesia, Il Foglio Letterario, Le Voci della Luna e Gradiva – The International Journal of Italian Poetry della Stony Brook University di New York.
Ha pubblicato:
Nove donne e una zebra metropolitana (Ed. Fonopoli, 2004)
Ellissi (Raffaelli Rimini, 2005)
Inanna (Mobydick Faenza, 2006)

Prefazione


Mitologie private è la terza raccolta poetica di Daniela Raimondi, dopo Ellissi (Raffaelli, 2005) e Inanna (Mobydick, 2006). Un’opera, questa sua ultima, che sembra confermare una via possibile di riconciliazione tra la poesia e il suo auspicato pubblico, transfuga verso altri generi e altre arti.
Il titolo del libro richiama il mithos, e dunque i procedimenti pre-razionali, emotivi, simbolici che racchiudono verità sull’uomo e sul mondo, che l’aggettivo private lega, certo, al fuoco inverante e perpetuante di un vissuto e di un’identità precisa – quella dell’autrice – ma che però assurge a paradigma della storia, del gusto e del sentimento di una comunità più o meno ampia.
La raccolta è strutturata in tre sezioni (Mitologie private, Pike e Fabula). È l’amore il tema che pervade o percorre l’intera opera, ma da diverse prospettive che per nulla indulgono ai buoni sentimenti. Un acuto e doloroso disincanto, infatti, delinea un quadro mitografico – sull’amore e sul rapporto uomo/donna – convincente e alternativo allo stereotipo consunto. Qui una voce potente sembra farsi corifea di una sensibilità e di uno sguardo peculiare di donna sulla condizione delle donne, e non soltanto.
Per capire subito l’approccio al tema, e la sua forza, basta leggere il testo eponimo della raccolta e della sezione. Parole nette e coraggiose non per reiterare il lamento, o la rabbia, per la sopraffazione storica di un sesso sull’altro, ma, più in generale, per lacerare la buccia, spessa, dell’apparenza, dell’ipocrisia, dell’ottimismo ottundente che teme, o non coglie, la complessità delle relazioni umane, il gioco funambolico ma imperdibile dell’amore, le false deità (“Ah questi uomini miracolo!/Uomini totem con la lingua pungente/e i corpi di piume;/corpi magici che domandano preghiere” (Mitologie private) che l’ironia mette ancor più in risalto. Un richiamo alla chiarezza equilibrato e mai animoso, per il ripristino di una verità che ad ogni gesto e sentimento veda attribuito il giusto nome.
Il testo che apre la prima sezione, Primitive (Be)longing, ci ricorda l’armonia infranta (“We were/one./ Together./Before the hand of God/separated the earth from the sea/woman from man.”), vale a dire, l’origine del dolore per la scissione da un unico corpo; e la condanna alla ricerca continua, inesausta di sé nell’altro o nell’altra – attratti per desiderio (longing) primitivo di riappartenenza (belonging), per “Ri-fondersi./Tras-fondersi a ciò che era nostro.” Armonia resa ancora più difficile dalla naturale compresenza, in ognuno di noi, di più identità interagenti, come è dato trarre dalla poesia Vita di Lazzaro Colloredo(1617 – 1645), attraverso la metafora – tratta da una vicenda reale – di due fratelli l’uno che trascinava appresso l’altro: “Era nato così. Gli spuntava dal ventre/col corpo attaccato al suo ombelico,/un torso che ondeggiava nell’aria/con la bocca sempre aperta, gli occhi socchiusi/come stesse sognando./ Tanta era la sua bellezza, che si sposò, ebbe dei figli./La notte, Lazzaro spostava la gamba di Giovanni Battista/e faceva l’amore mentre il fratello fluttuava,/gli occhi socchiusi, sulle labbra/qualcosa come un sorriso,/l’intatta coscienza di un feto.”
Plastic love, nella medesima sezione, sancisce invece una forma di resa – paradossale e multiforme – dall’istinto di ricongiunzione all’altro sesso: per incapacità, per trauma, per sfiducia irredimibile nel rapporto tra sessi. Ripiegandosi così in un più comodo surrogato della relazione fisica: Non brontola./Una coccabella che non rimane mai delusa/né reclama il suo piacere./È morbida, elastica,/oleata in ogni ingranaggio.
La seconda sezione, Pike, è un poemetto dedicato ad Assia Wevill, la donna che il destino mise in concorrenza amorosa con Silvia Plath, e che Ted Hughes frequentò per anni anche dopo la morte della moglie, generando con lei una figlia, Alexandra Tatiana Eloise soprannominata Shura. La Wevill visse nell’ombra il suo amore tormentato con Hughes, divenuto, dopo il suicidio di Silvia, talmente ossessivo da indurla ad imitarne il drammatico gesto. Pike significa luccio (“Era un luccio gigante”, riferito ad Assia), ma pure lancia: reale e simbolica, quella menata nella carne e vibrata nel cuore delle due donne, uccidendole. Daniela Raimondi entra con sorprendente empatia in questa tragedia, nelle ragioni dei protagonisti ridando loro voce e lamento quasi in contraddittorio: Assia (“Sua moglie è la lupa di Romolo e Remo/il volo nuziale dell’ape regina./Depone bambini grassi sulle rive dei fiumi;/è la grande madre terra – sempre pregna, pregna.”), Ted (“Un uomo ha in bocca la fame mai sazia dei lupi./Ha sempre bisogno di mordere,/di succhiare il sapore selvatico./E il mio sperma impazziva nei lombi,/la nutrivo ogni notte con le gocce dei miei sogni.”), ancora Assia (“Due pastiglie, perfette come una comunione/e orbito fuori dal mondo./Ultimo volo sullo Zeppelin/contro l’irriducibile flusso delle maree.”)
Per quanto detto, si è tentati di dare alla parola Fabula, titolo della terza ed ultima parte della raccolta, il significato non tanto di genere letterario, ma di fandonia, ciancia. Non si colgonointendimenti didattici o morali propri della favola in questi componimenti, ma la più blanda espressione del disincanto per il transito e la combustione naturale dei giorni, e dei sogni, e dellacenere e del fuoco che restano, di ogni umana esperienza. L’amore che qui si descrive ha la patina del tempo, l’alone arancio e nero della finitezza ineludibile, del lutto stemperato in nostalgia per l’assenza di ciò che è stato e non è più, repertato, ora, dai versi in un’invocazione immarcescibile: “Vieni come viene l’amore/così, semplicemente,/umido e bianco come un morso di pane./ Sei la fame che ci prende la sera/con i negozi chiusi, le saracinesche abbassate”. (Fabula); “Stiamo ancora qui,/qualche minuto ancora/dove il respiro è un’ombra./Toccami come se fossi una bambina/come se fossi di luce e di farina./Con occhi tranquilli,/con le dita intinte nel silenzio.” (Qui)

Un amore variegato pervade, dunque, Mitologie private: da quello devastante e mortale a quello già vissuto e che rivive, nei giorni; e quello percorso da un eros incontenibile ed implacabile, originante una tragedia espiatoria (Pike), o da quello in cui la pena è il ricordo insistito, che consuma (“Amore mio, amore mio/rubarti vita, rubare tempo al tempo./Trentamila giorni da vivere/e solo una manciata di ricordi./Ma ogni festa finisce/ogni grido del sangue/vuole la sua canzone a lutto./Vieni, facciamo un grande inchino/dimmi “grazie, mia signora”/e ancora poserò i miei denti sulle tue labbra da lupo.” (Trentamila giorni da vivere). E c’è da ultimo la rinuncia all’amore: “…Un bel profilo/conta infinitamente di più dell’anima d’un sognatore./E a volte la mia anima è piccola e secca/come il gheriglio appassito nella noce/ la violenza cambia la gente/molto più di quanto possa farlo l’amore.” (La donna dai due cuori).
Come detto all’inizio, la scrittura di Daniela Raimondi sembra aver fatto propria l’istanza per una ritrovata esponenzialità sociale della poesia, restando tale – nei suoi connotati di genere – eppure accessibile alla generalità dei lettori. Efficacia stilistica e comunicativa da attribuirsi, crediamo, alla denotazione del segno, alla sua suscettibilità di caricarsi – più che di valenza polisemica – di suggestioni metaforiche o per similitudini, e simboliche, evocative (“Sua moglie è la lupa di Romolo e Remo,/il volo nuziale dell’ape regina.”; “La bocca del forno è un animale buono,/lo sbadiglio di un cane sdentato./La cucina è igienica come un crematorio./Il gas è una sciarpa di seta nell’aria,/ha l’odore pungente delle ascelle di Ted”.).
La poesia di Daniela Raimondi genera ed è generata, spesso, da storie reali o inventate, o da quadri descrittivi di eventi e di sentimenti in equilibri di forma che, come già accennato, non sono né prosa né epigramma; una poesia che s’imprime però nel lettore, saltando non di rado la linea del disegno per sconfinare nel mistero, nell’ambiguità naturale delle cose.

Giovanni Nuscis

7 pensieri su ““Mitologie private” di Daniela RAIMONDI

  1. La fonte mutevole rende più belle e sorprendenti le poesie di Daniela Raimondi. I protagonisti e le storie vengono dai sogni, dalle favole, dalle biografie altrui, dalla cronaca di cento anni fa, ma prima di uscire sul palcoscenico del testo, vengono studiati dal poeta, rivestiti, istruiti. Il risultato sono queste rigogliose Mitologie private, una lettura in grado di arricchire anche l’autore affermato e i palati più fini.
    Grazie a Giovanni e a Daniela (che, ricordo, è stata tra i 7 vincitori del Premio Montale Europa 2004 per la silloge inedita)
    Antonio

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  2. raramente ho letto delle poesie d’amore più intense e incalzanti di queste, non si riesce a fermarsi durante la lettura. Grazie a Giovanni che fa conoscere a me ignorante Daniela che scrive di queste delizie.

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  3. Concordo con i commenti precedenti: parola che dà voce ai sensi, determinatezza dello sguardo, aderenza della scrittura; ma anche il leggero distacco della consapevolezza.

    Grazie a Daniela e a Giovanni (anche per la bella Prefazione)

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  4. Conoscevo i versi di Daniela.
    Qui presentati in maniera superba dal grande Giovanni…
    tutte noi vorremmo nella vita essere presentate da te(e tu lo hai fatto con me il 2 di settembre, compivo gli anni! con generose parole accanto)
    Daniela è molto brava, è limpidamente pronta.
    La purezza del cuore che traspare trasferisce, si fa in poesia.Vera poiein del cuore, femminile.

    Maria Pia Q.

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  5. Riprovo a mandare un mio ringraziamento a Gianni per lo spazio che mi ha dedicato, e agli autori che mi hanno gentilmente letto e commentato. Grazie dunque Antonio Fiori, e Grazie ad Antonio Sparzani, a Giorgio e infine a Mariapia per le sue belle parole: la stima e’ reciproca e si’, hai ragione: Gianni e’ un superbo recensore e sono molto fortunata 🙂
    E’ bello stare un po’ fra di voi.
    saluti a tutti
    Daniela

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  6. Care Maria Pia e Daniela, mi onora la vostra stima, che è ampiamente ricambiata.

    L’augurio di cuore, a Daniela, affinché il suo libro abbia l’ascolto e il successo che merita.

    Giovanni

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