La Storia si ripete

Nel “Tramonto degli oracoli”, un dialogo piuttosto noiosetto composto intorno all’anno 100 d.C., Plutarco racconta una leggenda metropolitana. La riporto anche se è ben nota, perché illustra bene gli sbandamenti della coscienza collettiva quando le certezze che per secoli e secoli erano apparse indubitabili perdono il loro appeal.
Il dialogo si svolge a Delfi, fra parecchi interlocutori. Quando prende la parola un certo Filippo, qualificato come storico, ma del quale non viene specificata neanche la città di provenienza, il dialogo si tinge dei colori di un crepuscolo cosmico.

“Alcuni di voi hanno ascoltato il retore Emiliano, figlio di Epiterse mio concittadino e maestro di grammatica. Proprio lui mi raccontò che una volta si era imbarcato per l’Italia su un mercantile con molti passeggeri a bordo: alla sera, quando già si trovavano presso le Echinadi, il vento cadde di colpo e la nave fu trasportata dalla corrente fino a Paxos. (si tratta di isole ioniche a sud di Corfù) Quasi tutti i passeggeri erano svegli e molti, terminata la cena, stavano ancora bevendo.
All’improvviso si sentì una voce dall’isola di Paxos come di uno che gridasse il nome di Tamo. Tutti ne furono stupiti. Questo Tamo era un pilota egiziano ma quasi nessuno dei passeggeri lo conosceva per nome. Due volte la voce dell’uomo lo chiamò, e lui stava zitto. Alla terza rispose e allora quello, con tono più alto, disse: “Quando sarai a Palode (un porto dell’Epiro), annuncia che il grande Pan è morto.”
A queste parole, diceva Epiterse, tutti restarono sbalorditi e si domandavano se fosse meglio eseguire l’ordine oppure non darsene cura. Allora Tamo decise che, se ci fosse stato vento, avrebbero costeggiato la riva in silenzio; se invece giunti là avessero trovato bonaccia, avrebbe riferito la notizia. Quando infine arrivarono a Palode, non un soffio di vento, non un’onda. Allora Tamo, in piedi sulla poppa, guardò verso terra e gridò: “Il grande Pan è morto”. Non aveva quasi finito di dirlo che subito si levò un gran gemito, non di una persona sola, ma di molte, pieno di stupore.
In tanti avevano assistito al fatto e ben presto la sua fama si sparse per Roma. L’imperatore Tiberio mandò a chiamare Tamo e trovò credibile il racconto del marinaio al punto che volle informarsi e fare indagini su questo Pan: i filologi di corte congetturarono che fosse il figlio di Ermes e di Penelope.”
Molti dei presenti confermarono il racconto di Filippo, che avevano già sentito narrare dal vecchio Emiliano.

Ai tempi di Plutarco l’affievolirsi della fede negli dei dell’Olimpo fece sì che a Roma diventasse di moda il culto di Iside. Oggi il cristianesimo subisce la concorrenza di buddismo e induismo, folle assetate di mistero passano la notte del 21 giugno a Stonehenge e milioni di delusi dalle religioni tradizionali nuotano nel mare magnum della new age.
Il paganesimo fu messo in crisi dallo svilupparsi dei commerci. Finchè i viaggi in oriente erano rari, i resoconti di fatti meravigliosi erano accettati e rubricati come stranezze. Ma la pace imperiale, basata sull’afflusso del grano egiziano, metteva quotidianamente greci e romani a contatto con le credenze magiche egiziane, siriane, caldee, e per tutto l’impero era un continuo rincorrersi di racconti esotici, resoconti di prodigi, portenti e profezie. Era la globalizzazione delle bufale. Un romanzo come l’Asino d’oro di Apuleio non sarebbe stato neanche pensabile ai tempi di Platone o di Quinto Fabio Massimo, ma quando Pompeo liberò le rotte mediterranee dai pirati tutto il ciarpame della superstizione orientale si riversò sulla Grecia e su Roma.
Torniamo al racconto di Plutarco: niente vieta che fosse tutto vero. La voce nella notte potrebbe non aver detto “Pan il grande” (Pan o mégas) ma il nome di un uomo originario di Palode che per caso era morto a Paxos. Un nome come Panurgos, Panfilos, o simili. Era buio, la voce veniva dalla costa e non era certo chiara e distinta. A bordo tutti si domandavano: “Cos’ha detto? Chi è morto?”. Qualcuno aveva interpretato le parole come “Pan il grande” e la suggestione collettiva aveva persuaso tutti.
Quanto al resto, nessuno a bordo conosceva Tamo? Ma la voce che veniva da terra era probabilmente di un pescatore di Paxos, che poteva benissimo conoscere Tamo e la nave su cui prestava servizio. Infatti dava per scontato che andasse a Palode. E la bonaccia davanti a Palode, un fatto del tutto casuale che si era già verificato appunto davanti a Paxos, viene presentata come un segno del Fato. Non c’è niente di straordinario. Tutto è normale, logico, pedestre. Ma quando si apre la porta al meraviglioso, le spiegazioni razionali lasciano sempre insoddisfatti.
Se la cultura greco-romana avesse trovato una risposta globale contro l’arrembaggio della superstizione forse si sarebbe salvata. Ma avrebbe dovuto rivoluzionarsi e presentare nuove dottrine teologiche, nuovi orizzonti sociali, nuove promesse escatologiche. Il cristianesimo impiegò un paio di secoli per elaborarle. Il paganesimo cercò di metabolizzare il bombardamento di tante novità esotiche e non ci riuscì. Gliene mancò il tempo.
Oggi, la rivoluzione mediatica ha ottenuto un effetto simile a quello dei commerci in epoca imperiale: le notizie si diffondono con impressionante rapidità ma con scarso approfondimento. In Peru, per fini politici, si inventa una festa del sole e la si gabella come una restaurazione degli antichi riti precolombiani? Immediatamente le immagini rimbalzano in Europa. Davanti alle immagini di un attore addobbato con quel che ci si immagina che fossero i paramenti di un sacerdote inca, la parrucchiera di Pizzighettone si domanda: “E se poi avesse ragione lui?”. Angosciosa domanda, che rivolge anche alla comare che fa le carte, che torna a inquietarla quando in tv passa un documentario sui monaci tibetani o sui fachiri indù, e quando sul giornale compare la notizia del suicidio collettivo degli svizzero-canadesi convinti, non di morire, ma di trasferirsi su un altro pianeta (dove, naturalmente, si sta cento volte meglio di quaggiù). Eccetera eccetera.
Qualunque cosa risulta più affascinante di una cultura che ci incombe sulla testa da secoli e secoli, e della quale la parrucchiera di Pizzighettone (ma anche il più raffinato pensatore) ha fatto indigestione. Perché da questo punto di vista (dal punto di vista della sazietà per le certezze troppo proclamate e troppo poco vissute) il racconto di Plutarco equivale alla sconvolgente battuta che Nietzsche mette in bocca al suo Zarathustra diciotto secoli più tardi: “Ma come? Questo vecchio non sa che dio è morto?”
La gente non vuole più credere per paura delle fiamme dell’inferno. Vorrebbe capire. Non è diventata atea e forse nemmeno agnostica, ma ha smesso di partecipare. Non chiederebbe di meglio che essere convinta ma, nello stato d’animo in cui si trova, le sirene dell’irrazionalismo suonano più suggestive della cultura e del buon senso. Da un lato, l’ateismo militante toglie ogni speranza di un futuro oltre la morte. Dall’altro, Sillabo, Catechismo e Dogmi, con la loro marmorea rigidità, hanno ingessato il sentimento religioso in una meccanica ripetizione di gesti e parole. Quella che doveva essere la vittoria in una lotta personale che dura tutta la vita si è cristallizzata in superstizione. E dopo secoli di prevalenza delle liturgie sulla sostanza, tanto la parrucchiera che il raffinato intellettuale, quando vengono a contatto con altre superstizioni, si domandano che differenza c’è. Perché non provarci? Magari funziona.
La società affonda nel pensiero debole perché i pensieri forti sono diventati troppo forti, anzi: prepotenti. Dalle loro posizioni di monopolio hanno preteso di plasmare l’opinione pubblica secondo modelli rigidi e astratti. Hanno avuto paura di incoraggiare percorsi anche faticosi ma gratificanti e personalizzati, ai quali ciascuno potesse aderire esaltando il suo specifico contributo senza essere costretto a rinnegare se stesso. Invece di concentrarsi sui principi fondamentali, hanno legiferato su tutto, anche sulle inezie. Hanno minacciato pene apocalittiche per chi disobbediva a disposizioni assurde, che prima o poi venivano abrogate. In questo modo, oltre a dimostrare una sconcertante miopia, hanno sperperato gran parte della loro legittimazione.
Così non si può andare avanti. Urgono risposte che non siano semplici riaffermazioni, ma ripensamenti profondi.

3 pensieri su “La Storia si ripete

  1. “Quella che doveva essere la vittoria in una lotta personale (?)
    …percorsi anche faticosi ma gratificanti e personalizzati (?)
    Così non si può andare avanti.”
    31 10 1517
    (sulla ruota di Bologna)
    Ebe Pizzighettone
    raffinata parrucchiera

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  2. Interessantissimo, Riccardo e ben scritto.
    E vale davvero la pena di risentire, ogni tanto, il nome di Plutarco.

    A me dispiace che siano morti gli oracoli.
    Io, però, non credo siano morti del tutto, proprio defunti, penso che dormano,
    gli mancano gli interpreti, credo.
    Quelli che sentono oltre, tipo Tamo.
    Poi neanche Pan era morto davvero: si sarà rifugiato in qualche bosco selvaticissimo, perché non aveva più sponsors a sostenerlo, non gli regalavano neanche più una pecorella, povero dio Pan,
    che poi lui, è vero, si dice fosse figlio di Hermes e di Panelope, la quale ( la fedelissima…) consolava la sua solitudine pluriennale con questo bravuomo, pardòn, bravo dio, un po ‘selvatico, però.
    E aveva ragione, poverina, che quello là, il marito, era sempre in giro “per virtute e conoscenza” e intanto se ne faceva di cotte di crude.

    A proposito, ho letto che in Grecia è rinato il Paganesimo, il neoPaganesimo, con migliaia di adepti, che hanno chiesto al governo presente il riconoscimento dell’antico culto,
    e pure sovvenzioni, ti dico, io.

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  3. Una visione che condivido in pieno. Un’analisi lucida e puntuale della questione.
    La religione è diventata un prodotto commerciale, esposto su di uno scaffale: si può scegliere quella che si vuole, quella più colorata o più pubblicizzata, la più economica o quella più di moda. Ergo: si adora tutti quanti ancora una volta un unico dio: il padrone del supermercato.

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