Alessandra Paganardi, “Ospite che verrai”

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Ospite che verrai

Ospite che verrai
non rubare quel volto,
la polvere del vento
non spostarla lontano –
quando sarò sospesa nel silenzio
e i fiori alla finestra
vivranno d’altro sogno.

Ospite che resterai
siedi ed aspetta –
c’è sempre un canto in festa
quando hai raccolto il grano.

(Ospite che verrai, Joker 2005)

* * *

Estate metropolitana

Quando in fondo alla stanza
le stringhe delle scarpe
intrecciano i saluti, il ramo lento
del platano si intrufola nel vetro
per abbracciarmi fino al terzo piano

e il porto degli sguardi si fa amaro,
giostra volante il volto
lanciato sulle spalle

quando l’asfalto impazzisce
sotto i piedi nervosi dei ragazzi
nell’aria che sorregge i palloni
e il sogno è una scaglia che si stacca
dalla lucertola murata nel solco

allora sono stame senza fiore
cruna di un ago che più non si vede
allora sono in te
ti riconosco
città.

(Ospite che verrai, Joker 2005)

* * *

Silenzio

Se troppo ci fu chiesto
– se poco ci fu dato –
non chiederci perché. Rovista
la frase che non ha significato,
non quell’ultima limpida pace
che non c’è. Cercalo già sapendo
che non lo troverai – come nel verso
di un animale che non ha paura.
Cercalo nella frase seppellita
in gola, nella terra pingue
che nasconde e non ruba,
carcerata dimora delle foglie.

Abita nel silenzio di una madre
che voleva capire – non poteva.

(Ospite che verrai, Joker 2005)

* * *

Chalet

Non aspettano niente queste case
che sanno ancora di un abete scuro –
non il lembo di luce strappata
troppo in alto per loro,
non il sonno caduto sulle dita.

Essere questi comignoli invisibili
fatti solo di fumo,
generosi del fuoco che una mano
ha acceso nelle stanze.

Essere sguardo che non chiede,
nebbia sul vetro d’inverno
quando lo velano baci e parole.

Da questi tetti appesi alla notte
imparare il resistere di un fiore.

(Ospite che verrai, Joker 2005)

* * *

Il sibilo del clinamen in Ospite che verrai di Alessandra Paganardi
di Adam Vaccaro

In questo libro di Alessandra Paganardi – Ospite che verrai, Ed. Joker, Novi L. 2005 – ricorrono estate, sole, vento, fiori e altre immagini di energia gioiosa, protese al “tempo lento dell’anima, tempo raro”, che “improvviso verrai, maturato/ al lavoro di ieri/ all’istante di adesso/ come sfera di pronto melograno.” (p. 35). È forse questo l’ospite più atteso: rossa pienezza interiore che si apre verso l’esterno e “accoglie il mondo”, come dice Gabriela Fantato nella prefazione. Non è cosa da poco tra i tanti salici piangenti e chiusi in sé, o globi di bellezza distante e parmenidea, della poesia italiana contemporanea. Risulta evidente che qui “anima” e “tempo” non hanno il senso (etico-estetico) di approdi azzurrati e mistici, ma di tempo mentale, di ripresa di sé e del resto, qui e ora; frutto di un “lavoro” precedente, non dono improvviso piovuto dal cielo.

Emerge già una visione eraclitea e biologica, tesa a cogliere l’attimo nel flusso della vita, alla ricerca della “difficile misura tra qui e l’altrove” (p. 35). Questo implica una “concezione del soggetto, o del rapporto tra unità e totalità”, che (nella Parte introduttiva del mio libro di saggi Ricerche e forme di Adiacenza, Asefi, Milano 2001) mi ha fatto collegare il modello quantistico “della rivoluzione avviata… da Walter H. Nernst, Max K. Planck e Albert Einstein” a “l’intuizione di Epicuro di 2.300 anni prima, sulla capacità di movimento spontaneo dei corpi (clinamen)”: in entrambi, i corpi non sono “soggetti passivi, subordinati all’azione di un motore esterno”, ma capaci di “impreviste variazioni dei loro movimenti, pur all’interno di interazioni che escludono sia la totale autonomia che la completa dipendenza”; per cui “Già a livello microscopico appaiono paradossi che ricordano quelli dell’etica o della costruzione di un testo, della libertà del singolo in un aggregato sociale o delle leggi del piacere e del potere.”

In altri termini, nulla esiste o resiste, particella o entità socioculturale, “senza un contenitore o un limite”; e “il grado di energia spontanea del singolo è fondamentale per la determinazione…del campo di forza costituito…da miliardi di forzieri diversi; l’uno e gli altri sono aperti e chiusi al tempo stesso: aperti come capacità interattiva, chiusi quanto a autonomia.”. Nel libro della Paganardi c’è una costante ricerca di misura tra possibile e impossibile, entro un atteggiamento generale che sa di non poter controllare tutta la vita, ma può decidere di esaltare la propria energia, cercando di interagire col Resto: ambiente, materie, persone.

Come nel titolo, la tensione prevalente va dal presente al futuro: “ricominceremo, rifaremo/ i confini per un’attesa nuova” (p. 34) “quando il corpo si farà parola” e scatterà “l’improvviso/ con i cartocci confusi/ intorno all’allegria” (p. 45). L’attesa può apparire in striature adolescenti (“resto sospesa sul bacio/ che ancora non chiama”), ma prevalgono secchi avvisi e bilanci dell’adulto: “È andata persa la misura,/ la razione paziente dell’amore” (p. 60), “La città cambierà ancora/ e ce ne accorgeremo a cose fatte.”, “Si capisce sempre tutto dopo/ e non si piange mai –/ se non quando nessuno/ ormai ci aspetta più” (ibidem).

Sono i versi finali dell’ultima poesia (Dismisura), spia importante per capire la radice profonda dell’atteggiamento sopra detto. Il terrore estremo è la solitudine e il vuoto. Da qui la forte tensione a interazioni vitali, che trovano nella scrittura materia, luogo e “Tempo lento” di ripresa di passato, presente e futuro, facendo “Vivere con l’amore che non c’è” (p. 59), dando corpo a “la voce del bambino che non c’è.” (p. 55), al “silenzio di una madre/ che voleva capire – non poteva.” (p. 44). Ma non interessano tanto funzioni vicarie o consolatorie, quanto quella di medium che ricrea la magia e l’appagamento veri, gli attimi di “Piccola morte” (p. 23) nel circuito vitale. In cui il soggetto rinasce perché si perde nell’altro, anche se poi “ritorna il confine”. Quegli attimi, precari come tutto, sono fonti preziose di rigenerazione della propria energia, che “deve morire di sole/ per farsi vera” (p. 31).

La saggezza possibile sta – “mentre tutto corre in fretta” (p. 30) – nella loro attesa paziente e attiva: in/con la città (“allora sono stame senza fiore/ cruna di un ago che più non si vede/ allora sono in te/ ti riconosco/ città”, p.15), con la memoria ormai “terra di mattoni fradici” che “ci sprofonda nel solco” (p. 24), con chi viviamo i ritmi dell’amore: “È qui la pelle…/…il respiro/ che danza insieme ad un altro respiro/…/ il pendolo perfetto…/ aurora inaspettata contro il cielo” (p. 54). È questo insieme di ricerche, misure, paure, gioie e tensioni che viene messo in comune, in una veste materica che rende sensibile il tessuto testuale anche quando le esperienze specifiche e la loro collocazione storica rimangono labili o definite solo da un “lembo di pace” (p. 20) o un “lembo di luce strappata” (p. 23). Non è facile ottenerlo. Questo testo ci riesce perché incarna e sa mettere in comune, con lucidità e fresco candore, la tensione alla gioia e al futuro – oggi l’inaspettato, l’anomalia e la mancanza – contagiosa quanto più è diventato arduo cogliere “la difficile felicità” (p. 57), “imparare il resistere di un fiore” (p. 23).

* * *

“Nella disposizione all’accoglienza del mondo che caratterizza la poesia di Paganardi trovo alcune consonanze col pensiero di Maria Zambrano, soprattutto nella sua ipotesi che la poesia sia «pratica erotica del mondo» e che il poeta sappia «patire il mondo nella carne», in quanto è esposto alla vita, in un contatto ‘carnale’ con essa. Solo da ciò, per la filosofa, scaturisce la parola poetica che è «conoscenza amorosa del mondo» e l’Ospite che verrai accetta, a mio avviso, questa sfida nel dirci la concretezza del mondo, avendolo accolto, e nel saper mantenere sempre vivo un tèlos conoscitivo che attraversa i testi. La poesia di Alessandra vuole farsi adesione al ritmo del reale, tendendo a riavvicinare poesia e sapienza antica: senza retorica. Per questo convince”.
(Gabriela Fantato, Prefazione a Ospite che verrai, Joker 2005)

“C’è la descrizione di confini nella poesia di Alessandra Paganardi, di separazioni. Qualcosa di sfuocato, fuori luogo, pur osservando tutto dal terzo piano di un appartamento di città. (…) In questa attesa, viene accolto – o forse s’insinua – l’ospite; immagine bifronte, che ci dice di una gentilezza, di una propensione ad aprire le porte della casa; ma anche il timore dell’intrusione e della ferita. Così il libro è attraversato tutto dalla dimensione del desco, del calore della mater da una parte, e del mondo dall’altra, feroce e rigoglioso, in tutto il suo mostrarsi nell’offerta dei frutti. E’ una natura nel limitare, nel confine, nello spartiacque come, appunto, una divinità suscettibile, imprevedibile”.
(Sebastiano Aglieco, Radici delle isole, novembre 2006)

“Difficile trovare ascendenze certe a questa poesia. Qualche accenno è stato fatto: Penna, echi montaliani, qualcosa che può ricordare certi testi brevi di Patrizia Cavalli. In alcune poesie prevale un tono elegiaco e assorto; in altre l’inquietudine e la rapidità di sintesi. Si avverte un retroterra di letture ampio, dettato da un amore generoso per il testo poetico, la curiosità del nuovo e la capacità di metabolizzare e fare proprie, trasformandole, sollecitazioni che provengono da avventure poetiche diverse e lontane fra loro. Il background di cultura classica e la formazione filosofica dell’autrice si fanno sentire, senza mai prevaricare la poesia”.
(Franco Romanò, Polimnia n. 5, gennaio-marzo 2006)

* * *

Alessandra Paganardi, nata a Milano nel 1963, vive, insegna e scrive a Milano. L’ultima raccolta di poesia edita, Ospite che verrai, Joker edizioni, Novi Ligure 2005, è stata recentemente ristampata. Sono in corso di pubblicazione la raccolta Tempo reale, Novi Ligure, e la plaquette Vedute, Empoli. Ha ottenuto riconoscimenti in vari concorsi letterari, fra cui i primi premi “San Domenichino Città di Massa” 2007 per la poesia, “Gozzano” 2007 per la narrativa, e numerose segnalazioni di merito. Ha pubblicato la raccolta di saggi critici Lo sguardo dello stupore: lettura di cinque poeti contemporanei, Viennepierre edizioni, 2005. Ha al suo attivo la pubblicazione di singoli testi poetici ed interventi critici su varie riviste e siti web. È redattrice della rivista di poesia, arte e filosofia «La mosca di Milano».

16 pensieri su “Alessandra Paganardi, “Ospite che verrai”

  1. Cara Alessandra, e caro Giorgio,
    è un piacere ritrovare questi versi. Rileggere da chi conosciamo è come una reimpatriata.
    Il fuori luogo, di cui si parla è forse la scelta di una pronuncia “alta”, su cui mi sentirei meno a mio agio, (provoco volutamente risposte in Ale), o altra?

    Maria Pia

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  2. Per me “fuori luogo” è semplicemente un modo più concreto per dire “fuori tempo”. Le occasioni che non aspetti, o che non ti aspettano, ad esempio. O le parole. Quanto allo stile, io credo in un linguaggio semplice ma denso, che si rivela nel dialogo con il lettore e finisce con il raccontare qualcosa che non viene mai completamente affermato, ma neppure resta artificiosamente nel mistero: viene parzialmente dis-velato (a-letheia) . Qualcuno può preferire altre modalità, magari più vistose o più diffuse o più “sperimentali”: io credo che la poesia non DEBBA piacere a tutti, né convincere tutti allo stesso modo. Anzi, questo può essere un segnale confortante che, valido o meno, si tratta di un linguaggio frutto d’esperienza e non di “poetese”.

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  3. Grazie mille a Giorgio per questo splendido dono di compleanno. Grazie ancora a chi ha scritto le note che Giorgio ha generosamente riportato, e ai tanti altri. Grazie alle vostre risposte qui in rete, perchè non ho una così grande confidenza con essa e se non fosse per questi interventi credo proprio che navigherei ben poco……E’ stata inoltre una grande gioia per me veder ristampato un mese fa “Ospite che verrai”, a meno di tre anni dall’ uscita. A presto,

    ale

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  4. Cara Alessandra, grazie a te dei tuoi versi, dei racconti e dei saggi… Sono lieto della ristampa di “Ospite che verrai”, ma spero che presto possano essere pubblicati gli altri versi ancora inediti che ho potuto ascoltare in alcune letture milanesi, testi sempre più aperti al tempo e ai tempi, in un intreccio sempre più fitto di lirismo quotidiano, pensiero e storia.

    Un abbraccio autunnale (oggi a Milano c’è la giornata più grigia e piovosa dall’inizio dell’autunno)

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  5. Mi piacciono molto questi testi, il loro fluire apparentemente lieve.
    E mi è piaciuto l’intervento di Alessandra sulla poesia, affermazioni che condivido completamente.
    Alessandra, ci siamo trovate per pochissimi momenti in quel di Massa, ricordi? L’estate scorsa,
    e tu avevi vinto un primo premio:)
    Un affettuoso saluto
    Liliana

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  6. Alessandra la tua assenza nelle Marche si è fatta sentire, avevamo bisogno anche dei tuoi versi per essere felici e completi. Sarà per la prossima volta. Auguri e complimenti

    Alessandro

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  7. Sì, Liliana, mi ricordo di te e dei tuoi versi. Un approccio concreto e forte, vorrei dire terrestre, alla poesia; che pienamente condivido e che ho ritrovato nell’antologia che mi donasti. Grazie ancora. Massa è stata un’esperienza bellissima e mi sono così permessa di chiedere il tuo numero, con tutto il rispetto della privacy, al comune amico Ivan. E ho anche rivisto il tuo nome, credo, nell’albo d’oro del Gozzano, dove sono passata due settimane fa….per un racconto. Ma non ho ancora avuto il tempo di contattarti con calma. Lo farò presto, se non ti dispiace. Meno male che anche la rete serve a ritrovarsi. Grazie Liliana, grazie ancora Giorgio, Ale, e tutti! vostra ale

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  8. Anche l’incontro con Licenze poetiche, Ale, è stato importante per me. Quella sera a Civitanova sono stata benissimo, e ormai soprattutto questo chiedo alla poesia: a me stessa rigore nello scrivere, alle persone che incontro amicizia, dialogo e gioia. Spero davvero noi si possa rimanere in contatto. Ancora grazie per aver apprezzato la mia poesia e un saluto a Sara, a Marco e agli altri. Vi penserò di nuovo quando riceverò il materiale a casa. A presto, ale.

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  9. Splendide poesie. Mi è piaciuta in particolare l’ultima, Chalet, per l’intensità del discorso, l’evocatività delle immagini.
    Complimenti, Alessandra, ti rileggerò.

    Grazie, Giorgio, per questa proposta.

    Giovanni

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  10. Gentili Roberto Corso e Giovanni Nuscis, che aprite e chiudete – per ora – questa serie di graditissime note: grazie! Non vi conosco di persona (almeno non credo) e questo rende la vostra lettura ancor più “speciale”, almeno ai miei occhi. Però sarebbe bello scriversi personalmente. Non riporto direttamente qui la mia mail per ovvie ragioni di sicurezza: sappiate comunque che se vorrete chiedere il mio indirizzo mail a Giorgio Morale, o ad Alessandro Seri, o a Sebastiano Aglieco, o ai molti altri che già lo conoscono, sarò felicissima che venga comunicato anche a voi. A presto e grazie per il vostro ascolto. In attesa di rileggerci, di riascoltarci. ale

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  11. Gentilissima,

    grazie per la risposta. Purtroppo è vero non ci conosciamo personalmente, e ci è mancato poco giacché d’estate il mio buen retiro è sito proprio nella sua “terra di recenti trionfi”, vale a dire Massa e la Versilia.
    A proposito complimenti perché conosco da tempo la altissima qualità del riconoscimento apuano, ove credo tenterò le mie scarsissime chances l’anno prossimo.
    Arrivare alla mia mail è piuttosto semplice, è nella sezione “Per contattarmi” del mio sito. Se lei non si connette spesso, la presente valga come nulla osta per i colleghi da Lei citati ad inoltrarmela.
    Per quanto mi riguarda mi procurerò il Suo testo e sarò ben lieto, al termine della lettura, di parteciparLe un parere più approfondito.

    All the best
    RRC

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  12. Sorprendente come il tempo ci modelli, e levighi, ho riletto “Chalet”, dopo Giovanni, e vi ho sentito un’aria e una morbidezza nuova, ma sì, che fuori tempo e fuori spazio coincidono, sono l’attesa, non soltanto dell’ospite, ma pure l’ex stasi,che ci prendeono (l’anima, il cuore).
    perché mai dovrebbe curarsi del vistoso o del poetese, la poesia, Alessandra?
    E perché la levitas non procederebbe dalla gravitas, etc. etc.?

    Maria Pia

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  13. Mah, Mariapia cara…..so anch’io, comer te – per lunga esperienza di lettrici – che esistono, in poesia come altrove….porte larghe, larghissime e porte strette, difficili. Credo che la porta più stretta in poesia sia proprio la semplicità (quella larga, il poetese, quella larghissima la sua componente barocca, che ho chiamato “vistosità”). Attorno a me non vedo molto di frequente praticare questa porta stretta…..e ultimamente, per tema di non riuscire a conquistarla, ho sempre più paura di scrivere versi. Non ne scrivo da prima dell’estate, e credo che questo lungo silenzio sia fecondo. Non lo farò, prima di aver trovato una semplicità nuova, ancor più semplice e più mia di quella che ho finora coltivato. Scrivo altro: saggi, recensioni, che sono un’altra forma d’arte, ma sotto l’ombrello rassicurante dei grandi versi altrui, e dello studio; e racconti. Una scoperta nuova, che mi fa sentire la vita…e dove la paura di non riuscire ad essere semplice come vorrei mi fa un po’ meno paura….ale

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