Tra sindrome yè yè e tribù dei cesolingui (1)

yellow-books.jpg Della presentazione dei libri in generale e dell’incontro Il giallo, il nero e tutti gli altri colori della scrittura a Scrittorincittà, Cuneo.

Mi è capitato di assistere a incontri con scrittori, presentazioni di libri ed eventi più o meno promozionali dove l’autore è sottoposto a una delle esperienze più crudeli: la rappresentazione di sé tramite il proprio libro. Ogni volta ho pensato che non vorrei essere al posto del poveretto, stretto tra la necessità di sottostare ai meccanismi della mise en place della propria opera e la voglia di liberarsi il più velocemente possibile dalle grinfie dell’uditorio.
Intervistando Fabio Geda, per Bottega di lettura, ho posto la fatidica domanda:
E’ più difficile scrivere un libro o parlare di fronte a un pubblico di quel libro?

Senza alcun dubbio parlarne- è stata la sua risposta -e non sono le eventuali critiche a spaventarmi, ma le richieste di approfondimento su personaggi o situazioni che ho sviluppato con poca consapevolezza e che invece, a chi ha letto il libro, hanno trasmesso molto più di quanto io volessi, o pensassi.-
Vi assicuro che ho sentito altri autori, anche non esordienti, porsi più o meno negli stessi termini di Fabio.
C’è questo horror lectoris che ha descritto molto bene Matteo B. Bianchi nel suo romanzo Esperimenti di felicità provvisoria. “Dopo tante presentazioni in pubblico (la protagonista) ancora non riesce a capire se sia più imbarazzante parlare davanti a una folla di persone o in una stanza con quasi nessuno che la ascolti. La folla la spaventa di più, perché le appare sempre sproporzionata rispetto a ciò che può offrire la sua timidezza amplificata da un microfono…”
Io però non credo che si tratti di timidezza. A mio parere, e salvo felici eccezioni, sono due le più frequenti allucinazioni comportamentali su cui finisce per scivolare l’autore che presenta in pubblico il suo libro.

La prima consiste nel cadere nella così detta sindrome yè yè.
Si tratta di un termine escogitato dai critici musicali negli anni ’60 per indicare la moda dei cantanti di allora di copiare gli atteggiamenti e i gridolini del primo Morandi (andavo a cento all’ora, ye ye ye yeyeeee), sindrome poi ripresa negli anni ottanta con l’ondata del trash pop italico degnamente rappresentata dai Fratelli Righeira. Parimenti ci sono autori che si presentano al pubblico sparando battute a raffica, tenendo un tono costantemente sopra le righe, quasi secondo clichè mutuati dal mezzo televisivo. Hanno il terrore di far calare l’attenzione, si sentono in dovere di bucare lo schermo, anche quando lo schermo non c’è.
La seconda allucinazione comportamentale è quella di sembrare ostaggi della tribù dei cesolingui.
Tale tribù, sconosciuta ai più ma invero molto nota tra gli antropologi, vive in villaggi nascosti nel cuore dell’Amazzonia ed è balzata all’attenzione del mondo scientifico in quanto pratica un’usanza molto barbara, almeno per noi uomini civilizzati.
Ovvero, le femmine della tribù sono sottoposte al cesoiamento della parte terminale della lingua. Questo, pare, per non disturbare i maschi con il loro eloquio, finendo per essere di intralcio alle attività del villaggio. Sicchè sono tristemente costrette a esprimersi con balbettii e mugolii. In effetti, più di una volta ho visto scrittori presentarsi al pubblico come se fossero passati per questa barbara usanza, come se fossero stati sequestrati dai cesolingui. In tal caso l’autore si esprime per borbottii, fatica a concludere un discorso di senso logico, e se interrogato sul proprio libro dichiara con un’alzata di spalle che lui non sa perché l’ha scritto, che insomma lo lasciassero in pace.

Ora, è chiaro che le suddette sono due categorie assolutizzanti, in grado di non resistere al primo alito di critica. Qualcuno ha definito gli esseri umani come gorghi, spirali e caos, in grado di produrre continui mescolamenti con le loro azioni, dove le semplificazioni possono apparire sempre indebite. Così è per l’autore, per come appare in pubblico.
Eppure, possono essere due categorie utili per capire chi ci troviamo di fronte. Come è successo in alcuni incontri di Scrittorincittà, a cui ho assistito di recente. E, tanto per smentirmi, inizio con l’incontro dove, a mio parere, queste due tendenze sono emerse di meno, ma che peraltro ha mosso un mare di questioni e di scenette esilaranti.
Il titolo del dibattito di sabato 17 novembre era ll giallo, il nero e tutti gli altri colori della scrittura. Autori presenti: Gianni Biondillo, Massimo Carlotto, Omar Di Monopoli, Marco Vichi. Moderatore: Andrea Cortellessa.

Cortellessa inizia come un caterpillar, inquadra subito la questione, chiede agli autori di esprimersi sulla confusione anche terminologica che c’è sulla questione del genere (v. dichiarazioni tipo “La narrativa di genere è la nuova frontiera della letteratura nazionale”. “La narrativa di genere non è letteratura”. “Il genere giallo-noir è l’unico a sapere intercettare il senso del nostro presente”.)
Ma ecco che Biondillo inizia subito a fargli la fronda, parlotta alle sue spalle con Carlotto, sfodera dietro gli occhialoni uno sguardo diabolico. Cortellessa finge di ignorare la manovra dietro la sua poltrona, cede la parola al più giovane, Omar Di Monopoli, che (forse veramente per timidezza) si impappina velocemente, in effetti pare proprio preda dei cesolingui, così che interviene pronto Carlotto a ribadire la nobiltà del genere giallo o poliziesco, esprimendo un concetto direi importantissimo. “Il giallo” è attualmente l’unico genere narrativo a consentire una denuncia forte dei mali, dei cancri che devastano la nostra società. Il reportage è moribondo, il genere del saggio è morto morto, sui media nessuno può affondare un colpo senza venire esposto a una causa per diffamazione, così l’unico modo rimasto è quello del romanzo, che consente di parlare del presente con la tutela che tanto è una fiction. E qui non si può non tirare in ballo il Saviano prezzemolato, citando un episodio in cui lo scrittore a Napoli sarebbe stato avvicinato da un paio di guaglioni che gli avrebbero detto, uè, complimenti, hai scritto proprio nu bello romanzo, come a dirgli tanto produci solo cazzate.
Biondillo però non ci sta, scalpita, rumoreggia, interrompe, Cortellessa lo argina a stento, chiama in causa Mirco Vichi, confinato all’ala destra del palco.

Lo scrittore fiorentino mi pare prodursi in un’onesta difesa del genere poliziesco, dico MI PARE, perché in realtà devo confessare che ho avuto un grosso problema a seguire le parole di Vichi. La verità è che mi sono distratto con la sua faccia. Perché Vichi ha una faccia proprio originale. Una di quelle che una volta incrociate non te le scordi più. Una di quelle che l’avesse visto Sergio Leone lo scritturava al volo. Una di quelle che avrebbe fatto la fortuna nei film western anni ’50. Perché Marco Vichi ha esattamente la stessa faccia che da piccolo immaginavo dovesse avere l’indiano cattivo, quello che assaltava la carovana dei bianchi buoni che poi tanto arrivava il settimo cavalleggeri a salvare tutti, insomma prima che il mondo si capovolgesse e gli indiani diventassero i buoni, e quindi capite che non mi ricordo un granchè di quello cha ha detto Marco Vichi, distratto com’ero a fantasticare sulla sua faccia, ma intanto c’è Biondillo che ormai sta tracimando, Vichi gli cede la parola e lo scrittore ultraricciuto si lancia nel suo affondo.
Sono le 16 e 27.

Alle 16 e 47 l’intero anfiteatro della sala ormai pende dai suoi riccioli, dopo venti minuti grondanti invettive sul fatto che basta con questi confini di genere, sul fatto che certe delimitazioni sembrano essere sempre più pretestuose e fuori luogo, che è tempo di parlare soltanto di scrittura, di scritture e di scrittori, che ditemi voi se uno che scrive di una sveglia che si suicida e di un furgone che decide lui quando fermarsi è uno che può essere confinato nel giallo ( e c’è questa sveglia che si suicida che aleggerà sul resto del dibattito come un fantasma narrativo), che lui che fa l’architetto mica si sogna di paragonare il progetto di un palazzo a quello di una chiesa, diavolo, un architetto è un architetto sia che progetti un supermercato che una casa e perché non dovrebbe essere così anche per gli scrittori?
che lui ha descritto Milano da una prospettiva diversa da quella delle solite fighe della moda, che poi lui c’è rimasto piuttosto male quando è uscito il suo primo romanzo e l’hanno intervistato per il corrierone e lui ha detto alla mamma di comprare il giornale che c’era la sua intervista e poi hanno scoperto che prima era citato uno definito come scrittore e poi era citato lui, definito solo “giallista”,
Cortellessa prova a interloquire ma è sommerso dall’eloquenza biondillesca, che si premura di precisare che non gliene frega un cazzo della gloria futura e imperitura perché a lui interessa solo vendere i suoi libri, datosi che lui scrive perché ha bisogno di soldi, terribilmente bisogno di soldi, e quindi gli sta più che bene vendere tanti libri, non come quegli autori che piacciono a Cortellessa che non vendono più di 40 copie e Cortellessa pare una caffettiera in ebollizione ma erutta vapori di risposte che non scalfiscono il Biondillo sempre più lanciato nella distruzione di ogni margine di credibilità del ruolo del critico, arruffa i ricci e rintuzza una flebile polemica del Cortellessa che lo accusa di lodare da un lato i grandi giallisti e dall’altro di rifiutare il genere, ma Biondillo cala l’asso nella manica, cita la similitudine della narrativa come una papera che nuota nello stagno, vista di sopra sembra muoversi placida ma sotto l’acqua è tutto un roteare di zampe palmate, il pubblico è definitivamente conquistato dall’immagine della papera, Cortellessa accusa il colpo, tenta di chiamare in causa ancora Vichi, il quale con nonchalance degna di un apache dichiara:
-Non ho niente da dire, stavo dormendo.- (augh!)
Il pubblico si gela, ma ci pensa ancora Biondillo a scaldare l’atmosfera rivelando com’è che lui ha iniziato a scrivere che glielo ha chiesto un suo amico sceneggiatore che aveva bisogno di una storia e lui allora gliel’ha scritta in una notte, il Cortellessa sempre più inerme cerca ancora una sponda in Carlotto con la faccenda della denuncia sociale ma Biondillo è incontenibile, interrompe ancora, Cortellessa in un attimo di disperazione giunge perfino ad accusarlo di essere come un politico di A.N. che non ti lascia parlare, ma ormai è tempo delle domande del pubblico.

Primo intervento: Leonardo Colombati si alza in piccionaia e cita Dostoevskij per dire che in realtà c’è sempre stata una commistione di generi, ma non riesce nemmeno a terminare la domanda che viene zittito da Carlotto il quale gli rivolge un lei sprezzante e lo accusa di essere arrivato solo a metà incontro e quindi di parlare senza cognizione di causa. Mi sono perso la faccia di Colombati.

Secondo intervento: quella che i miei vicini dicono essere una giovanissima scritttrice romana chiede cioè, io, cioè, a me pare che non sia chiaro, voglio dire, non ho capito, il tema dell’incontro era il genere, cioè, poi però scusate cioè non mi pare di avere capito cos’è questo genere, cioè voglio dire non mi pare che ci sia stata una definizione di questo genere cioè quindi vorrei chiedere, insomma se qualcuno la può dare questa definizione del genere. Silenzio dal palco. Poi Biondillo chiede se ci sono altre domande.

Terzo intervento: quello che ho poi scoperto essere Sergio Garufi (in quanto moderatore dell’incontro successivo) espone una breve ma compiutissima disquisizione sui generi letterari, usando più volte i termini tassonomia e tassonomico. Silenzio dal palco. Poi Biondillo chiede ancora se ci sono altre domande.

Ultimo intervento. Un ascoltatore non di rango si alza e dichiara che lui non ha mai letto alcun libro di Biondillo ma che adesso correrà subito a comprarne uno. Urlo liberatorio di Biondillo che leva le braccia in alto, come a sancire la propria vittoria per KO su Cortellessa e tutti gli altri.
Una signora dai capelli rossi che assomiglia moltissimo a Helena Janeczek prova ancora a prendere la parola, ma la sua domanda si perde nel baillamme finale.

[tanto lo so che Biondillo e Cortellessa hanno fatto solo finta di litigare che poi me li immagino uscire a braccetto dal salone comprarsi un cartoccio di caldarroste e sedersi su una panchina del parco a sgranocchiarle lagnandosi dei rimborsi spesa che tardano]

14 pensieri su “Tra sindrome yè yè e tribù dei cesolingui (1)

  1. Bel resoconto, anche, e per fortuna, ironico che almeno mi solleva dpo aver letto il reportage di Sergio Garufi, ch’è una brava persona, però l’ha buttata troppo sul grottesco/ridicolo.
    Almeno un resoconto e qualche contenuto qui lo vediamo.
    Poi avrei due cose da dire, na adesso non ho tempo.
    Bravo Paolo!!

    Mi piace

  2. Quando posso (perchè non dipende solo da me) sostituisco la presentazione dei miei libri con un reading. Di un libro non si parla, meglio farlo assaggiare, così la penso io.
    E convegni come quello, di cui ho letto anche il resoconto di Garufi, non è che mi facciano cambiare idea.

    Mi piace

  3. Yum yum. Tra le più *gaudenti* presentazioni cui ho assistito – e ne parlerò: l’ho anche anticipato nella recensione che compare qui sopra – sono state di sicuro quelle fatte al festival di letteratura noir dal Choukha ai romanzi di Valter e di Franz. Uno spettacolo nello spettacolo: lì sì che ti vien voglia di comprare i libri! Unforgettable. Te le ricordi, Valter?;-))

    Mi piace

  4. Come darti torto, Valter?;-)) Da far venir giù l’eventuale teatro dalle risate, o in alternativa, dallo stupore misto ad ammirazione. E non hai assistito a quella della sera prima, durante la cena! Una cosa *da urlo*!
    Però, dai, anche voi due siete stati fantastici!! bacio!

    Mi piace

  5. @Mario: grazie! Quali sono le due cose?

    @Valter: condivido, dovrebbero essere privilegiati i reading, ma spesso non è così.

    @Gaja: aspetto il tuo post sulla presentazione del trio.

    Mi piace

  6. cosa una:
    sono dell’opinione di Biondillo, non esistono i generi, in sè e per sè, sono etichette di comodo, ad usum divulgationis, per qualificare il prodotto, e l’uso comune di queste etichette involgarisce il testo, il racconto, il romanzo. Per dire: anche il Pasticciaccio de Gadda, è un giallo, (sottogenere poliziesco), però, se viene così definito, si svilisce.
    Il termine “giallo”, usato in Italia e nato dalle copertine di detti romanzi ( in gran parte polizieschi)suonò per moltissimi anni, qui, come sminutivo, svalutativo del narrato.
    Roba di consumo, intrattenimento leggero.
    Credo colpa di certi critici a buon mercato.

    Si parlò anche di genere “narrativa per ragazzi”, qui in Italia, e si qualificarono autori come Jack London e R.L.Stevenson ( una autore che amo alla follia) come esponenti di detta corrente, tout court, per cui sovente succedeva che certi professorini ignoranti così li bollavano e manco li leggevano.
    Poi ancora.

    Mi piace

  7. i fratelli righeira. mai esistiti. erano i righeira. e basta.

    ottima e abbondante descrizione. soprattutto di biondillo e cortellessa (gli abbondanti per antonomasia).

    saluti,

    rs

    Mi piace

  8. Francesco, grazie. Ruggero, a onor del vero sono tutti quanti piuttosto abbondanti, a parte Vichi che recita benissimo la parte dell’apache secco e smunto.

    Mi permetto di riportare un commento che Omar Di Monopoli ha lasciato sul mio blog:
    “più che timidezza, Paolo, ero abbastanza a disagio in mezzo a quel gruppo decisamente eterogeneo (e magari un po’ in competizione). Comunque credo che il problema consistesse ancor di più nel paradosso che conferenze di quel tipo finiscono per alimentare: quello cioè di ritrovarsi a «parlare al posto della propria opera» (Colombati che mi chiede della tragedia! Si legga il mio romanzo, se ne ha voglia, ché io di tragedia francamente non ho voglia di parlarne).
    Comunque grazie, a presto

    OMAR DI MONOPOLI
    (ps: ah, era Veronica Raimo, quella?)”

    Mi piace

  9. Letto con piacere questo originale e brillante reportage lettario. Bravo Paolo.

    Un piccolo P.S. sulla storia delle presentazioni: l’autore (alcuni autori, odio generalizzare) si sentono in forte imbarazzo percé spesso non sanno – in maniera cosciente – perché hanno tracciato in quel modo un personaggio o un luogo. Non lo sanno, eppure devono parlarne, rispondere a domande. Tempi duri per chi, come Baudelaire, è un pessimo conferenziere…

    Mi piace

  10. Né yé yé né cesolingui, naturalmente.

    Le presentazioni più riuscite mi sono sembrate quelle più sobrie: poche parole per presentare l’autore e il libro, e poi la lettura di un brano da parte dell’autore – non teatrale, ma partecipata, aderente al proprio intimo sentire.

    Grazie, Paolo

    Giovanni

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.