Rameria. di Andrea B. Nardi

Non avevo più molta scelta quando sono venuto a stare quassù, dove si cammina sul bordo, e, pure se c’è questo continuo rumore arrossato che potrebbe frullare i pensieri, non abbiamo certo motivo di preoccuparcene. Si ha parecchio da fare, sempre che uno voglia, con tutto il sali e scendi dal fondo del burrone fin sulla cima, e poi lo schianto dell’acqua che tampona di vetro le orecchie.
Prima di capitare qui, ero arrivato al punto che per continuare mi sarebbe servito un buco nella fronte. Proprio nel mezzo, un foro al centro della fronte, appena un po’ bruciacchiato sull’alone, coi margini leggermente rientranti e rotondi, pulito, preciso, non più grande di una qualcosa di piccolo. Allora sì che lo spiffero d’aria sarebbe soffiato dentro lavando via tutto, la sporcizia trapanata uscire a fiotti, come quella volta la sinusite ma diverso, meglio, una tramontanata di vento di sole ad asciugarmi la testa. Eppure mi dicevano tutti che non si poteva. Come se poi non lo sapessi. Ero rimasto ormai solo, abbandonato persino dalle mie migliori illusioni.
Invece questo posto trovato è quasi perfetto, esistenza incredibile – me ne rendo conto –, ma è così. Oh: scoperto per caso, ovviamente, in un giorno qualsiasi, forse un po’ più triste del solito ma nemmeno tanto, e comunque non ricordo che stessi facendo, dove fossi diretto. Forse dormivo.
Stiamo su delle specie di palafitte; solo non sull’acqua, ma appese nel precipizio. La montagna è colossale, e questa parete voltata a occidente è spaccata diritta dal cielo fin dentro il fiume, una coltellata di pietra e terra verticale dove è impossibile stare. Noi ci viviamo. Io e altra gente senza nome. Addosso ad alberi preistorici dai tronchi monumentali grandi trenta, cinquanta volte un albero gigante, che chissà in quale epoca decisero di fuggire la pianura e vennero a riprodursi sul fianco della rupe, contorcendosi nell’aria sospesa sopra il salto, centinaia di metri, costretti a cercare la luce nebbiosa incurvandosi piano verso il cielo. Da anni, studi complicatissimi di tiranti e piattaforme di legno a sbalzo legano le nostre baracche alle radici che sbucano e si rituffano fra il granito e l’argilla, confondendosi mostruose con rami e liane e altre cose sconosciute. Un’intera famiglia può dormire su uno di questi rami. Il vuoto sotto i piedi non fa più nessun effetto, e nemmeno il fracassarsi della cascata qualche chilometro laggiù.
Nel tempo qualcuno ha costruito, o si è formato da solo – non si sa –, un camminamento minimo di passerelle e roccia scavata, consumata, per scendere all’acqua. Non serviva mica a nulla, raccontavano, ma da quando c’è pare serva.
Per il resto non si parla molto, finalmente. E non si pensa. Quando senti che sta per arrivarti addosso un problema, un ricordo, qualcosa che avresti dovuto fare quella volta, o dire, e non l’hai detto, e non potrai mai più farlo, allora ti fai roteare il cappuccio sul collo, e ci rintani dentro la testa. Da lì sotto tutto diventa migliore, rimane distante. E se non dovesse bastare, se ti agiti e ti rigiri, magari con la sudarella che ti svapora dai pensieri, e ti ritrovi ancora a stringere fra le dita le pieghe di niente, ecco che puoi sempre incamminarti per il sentiero che scende, adagio, sul suo orlo scricchiolante. Respirando fresco. Passa tutto.
Alla sera, tutti quanti, qui, ci sediamo sulle cortecce con le gambe a penzoloni, e insieme con gli alberi restiamo a guardare il tramonto umido lontano, sopra la fine del fiume. Ogni volta c’è qualcuno che.

* http://www.andreanardi.it Il suo ultimo libro è il romanzo storico Ecce Deus (Robin Edizioni).

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