HITLER, ODIFREDDI E IL CAN CHE DORME di Valter Binaghi

Recensione a HITLER E I TEDESCHI, di Eric Voegelin (Edizioni Medusa 2005)

hitler e i tedeschi

Il dogma della cristianità si logora di fronte ai progressi della scienza … Tutto ciò che rimane è dimostrare che nella natura non esistono frontiere tra organico e inorganico. Quando la comprensione dell’universo si sarà diffusa, quando la maggior parte degli uomini saprà che le stelle non sono fonti di luce, ma mondi, forse mondi abitati come il nostro, allora la dottrina cristiana sarà relegata al rango di assurdità … L’uomo che vive in comunione con la natura si ritrova necessariamente in opposizione a tutte le Chiese, ed ecco perché queste sono votate al fallimento, perché la scienza è destinata a vincere.

Vi chiederete, cosa c’entra qui Odifreddi? Perchè è chiaro che questa citazione non può che appartenere a uno di quegli scienziati d’assalto o divulgatori di scienza, che armati dei loro concetti da laboratorio si adoperano per liberare le masse da ogni residuo di superstizione come l’ammirazione reverenziale al mistero della creazione o l’esitazione a mettere in agenda la palingenesi tecnologica dell’universo, tipi come Dawkins o Odifreddi insomma, con quei loro libri acuminati e ultimativi. Ma vi sbagliate.
Le perle di saggezza qui sopra appartengono all’imbianchino più celebre del XX secolo, vale a dire Adolf Hitler, però Odifreddi c’entra comunque, a suo modo, perchè l’uno e l’altro raggiungono un’autorevolezza nei confronti delle masse che presuppone il verificarsi dell’identica condizione, vale a dire l’avvento della stupidità al potere.

Questa condizione, peraltro, è il vero oggetto del libro di Voegelin, che raccoglie un ciclo di lezioni tenute dal grande filosofo politico all’Università di Monaco, nel 1964. Voegelin si sofferma infatti non tanto sulle circostanze storiche (stranote) dell’ascesa di Hitler al potere, ma sull’ambiente sociale che la rese possibile, e in primo luogo fa riferimento alla classificazione aristotelica degli atteggiamenti etici.
Aristotele distingueva tre tipi d’uomini: 1) l’uomo che possiede piena statura morale, che vive nell’apertura della ragione e dello spirito; 2) colui che non è altrettanto completo ma tuttavia dà ascolto a chi ha l’autorità; 3) colui che non ha dominio su se stesso nè possiede autorità in sè, e nemmeno ascolta l’autorità altrui, e che Aristotele definiva uno schiavo per natura ma noi moderni democratici preferiamo chiamare lo stupido puro e semplice, colui che può anche essere ricco, famoso e perfino laureato, ma resta spiritualmente ed eticamente un analfabeta.
Nel mondo antico e medioevale questo tipo d’uomo coincideva con il più basso livello sociale, ma la grande trasformazione operata dall’illuminismo borghese, screditando la dimensione metafisica e l’etica cavalleresca e ponendo come unico fondamento dell’azione la greve razionalità dell’homo economicus, ha svegliato il can che dorme e fatto di quest’uomo il tipo dominante. Ecco allora che comportamenti in sè eticamente indifferenti, come la puntualità nell’ufficio, l’efficienza produttiva, la coerenza nelle procedure, si trasformano in virtù: le stesse virtù che vedremo all’opera negli integerrimi funzionari preposti alle camere a gas che la Arendt ci ha illustrato in un altro libro imperdibile, La banalità del male. Contemporaneamente il sapere, privato della sua intenzione metafisica e assiologica, si trasforma in una meccanica della natura, da cui non possono che scaturire progetti mostruosi: come lo stesso Voegelin mostra in un altro libro edito in Italia da Medusa ( Razza, storia di un’idea), razzismo ed eugenetica non nascono dall’euforia delirante della Germania pre-nazista, ma dalla brutale consequenzialità del darwinismo sociale su cui oggi s’innestano le speculazioni dei genetisti di grido: se una casa è fatta solo dei mattoni che la compongono, la nobiltà dell’edificio è tutta nella bontà dei materiali, come ci ha ricordato recentemente il dottor Watson, scopritore del DNA (no, la sua uscita razzista non è stata “un incidente”). Solo il linguaggio è cambiato: eugenetica negli anni Trenta suonava come una brutta parola, ma oggi procreazione assistita e consimili hanno guadagnato un’aura ben più appetibile, con accenti addirittura soccorrevoli e umanitari.
Le lezioni di Voegelin continuano mostrando come nella Germania degli anni Trenta le Istituzioni politiche e accademiche, e le stesse Chiese cattolica e protestante abdicarono alla missione superiore che gli era affidata per compiacere un senso comune ormai corrotto e stregato dall’imbianchino baffuto: Hitler, un uomo senza cultura la cui ideologia era un misto di risentimento piccolo-borghese e mitologie scientiste, che il gentiluomo cristiano di appena due secoli prima avrebbe relegato al ruolo di guitto, ma che il bottegaio nobilitato riconobbe come il proprio leader indiscusso.

Vedi anche questa recensione di Carlo Gambescia.

53 pensieri su “HITLER, ODIFREDDI E IL CAN CHE DORME di Valter Binaghi

  1. Dawkins e Odifreddi ci marciano un po’, mi sembra, sulle loro intransigenti posizioni. Altri autori, meno conosciuti ma non meno autorevoli, come Lewontin, mostrano posizioni meno fondamentaliste e più razionali. Binaghi come al solito scatenerà una canea con quello che ha scritto, ma io purtroppo non posso non chiedermi se coloro che chiamano gli uomini di scienze “scientisti”, abbiano una cultura scientifica appena sufficiente per parlare di alcunché. Simone Weil scriveva: “(…) l’esperienza mostra che i nostri antenati si sono ingannati credendo nella diffusione dei lumi, poiché non si può divulgare fra le masse che una miserabile caricatura della cultura scientifica moderna, caricatura che, lungi da formarne la capacità di giudizio, le abitua alla credulità”. Il fatto del DNA e dei mattoni denuncia la non conoscenza dei problemi veri e attuali delle scienze biologiche: non passa anno che la nostra idea sul DNA con il suo codice non venga rivista, rimaneggiata, etc

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  2. Lombardini ha ragione sul continuo autoaggiornamento della ricerca scientifica, torto sul piano che qui io tratto, cioè quello della filosofia di riferimento. E’ la stessa, da Comte-Darwin a Odifreddi-Dawkins. Leggere per credere.

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  3. Binaghi comunque apre uno scorcio su un argomento molto dibattuto, anche in alcune opere recenti come Le Benevole.
    Leggo sull’ultimo Tuttolibri, in un’intervista ad Altieri (uno dei direttori di Mondadori), che pure Genna sta per lanciarsi sul tema, visto che il suo prossimo romanzo si chiamerà “Hitler”.
    Naturalmente Altieri si premura di annunciare che potrebbe essere la bomba editoriale del prossimo anno. Sarà il terzo romanzo di Genna che vienne annunciato come probabile bomba editoriale. Chissà se è la volta buona…..

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  4. Il paragone tra Hitler e Odifreddi è senz’altro azzeccato. Per fare audience…Riaffiora ogni tanto su questo blog la contrapposizione tra scientismo e fideismo. Ambedue le scuole sono “fondamentaliste” e come tali pretendono di essere le uniche depositarie della Verità. Ho già detto in altre circostanze sulle strumentalizzazioni a ogni livello che naturalmente scaturiscono da tale presunzione. D’altra parte basta leggere qualche libro di storia… Il problema così è mal posto, non se ne può venir fuori. Guardiamo al discorso della conoscenza. La verità religiosa è “antica” rispetto a quella scientifica. La verità religiosa è anche solida e assoluta, quella scientifica è parziale e suscettibile di continui aggiornamenti e correzioni. Per la chiesa tutto ciò che occorreva sapere è già stato detto. Per la scienza si è scoperta solo una parte infinitesima di quanto si potrà sapere in futuro. Per quanto riguarda il passato, comunque la pensiate, la storia del progresso scientifico parla chiaro, e altrettanto evidente è il graduale indebolimento dell’”autorità” religiosa in materia di conoscenza. E su questo credo che siamo tutti d’accordo, non fatemi citare le solite questioni cosmologiche, Darwin etc. etc. Ora però il punto è un altro. Cosa conviene fare oggi, come conviene orientare la piccolissima finestra temporale della nostra esistenza? Sugli orizzonti “confortevoli” e rassicuranti offerti dalla fede o su quelli più algidi e “impietosi” prospettati dalla scienza? Beh, non è facile rispondere, entrano in gioco un’infinità di fattori, non ultimi quelli attinenti alla propria formazione e ai condizionamenti ambientali (famiglia, società, scuola etc. etc.: da piccolo mi chiedevo sempre – quando mia nonna mi portava a messa ed era ogni volta una noia mostruosa… – mi chiedevo se mia nonna, qualora fosse nata in Cina anziché in un paesino del nostro meridione, sarebbe stata ugualmente cattolica). Ma di una cosa sono certo: se sul discorso della verità non ci metteremo mai d’accordo (nonostante la chiesa continuerà puntualmente a perdere le sue battaglie), c’è un ambito in cui si potrebbe tentare di trovare un compromesso: quello dell’etica. Per intraprendere la trattativa è però necessario un piccolo sforzo da parte della chiesa: riconoscere la validità non tanto della scienza in sé, quanto del “metodo scientifico” come strumento di ricerca efficace e concreto, e spesso anche utile. Se ci metteremo d’accordo su questo potremo iniziare a ragionare. Altrimenti continueremo a difendere a spada tratta scientismo e fideismo e non andremo da nessuna parte.

    Ciao.
    Pasquale

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  5. Per quanto mi riguarda il fideismo vale lo scientismo: sono ideologie, visioni semplificate e infantili della realtà.
    Alla scienza come criterio di scelta etica contrappongo la sapienza di senso comune e la filosofia. Esattamente il terreno che gli Odifreddi e soci evitano accuratamente.

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  6. Forse sarebbe il caso di inserire in questa discussione la parola: psicopatologia.
    Psicologia delle masse.
    Organizzaizone del consenso.
    Se no ci teniamo sempre sul piano ideologico e facciamo tanti buchi, buchi nel nulla. Io credo.

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  7. Occorre separare in maniera netta e chiara il terreno della conoscenza da quello dell’etica. La strada maestra della conoscenza è quella del metodo scientifico, in estrema sintesi: modello-verifica-feedback. E nella nostra epoca questo non vuol dire essere scientisti. Vuol dire condividere un approccio seguito ormai da decenni, in modo proficuo, non solo dagli scienziati ma da moltissimi altri studiosi: filosofi, sociologi, antropologi… È più che altro una forma mentis, un’abitudine a non accontentarsi del ragionamento astratto – ancorché logico – pur sempre indispensabile nella formulazione di una teoria, ma sottoporre le predizioni che ne conseguono, ove possibile, al “controllo” dei risultati empirici. Naturalmente le questioni etiche esulano da tale ambito, ma a pensarci bene non più di tanto. L’autore del post cita “la sapienza di senso comune e la filosofia”. Mi pare che siamo sulla buona strada. Io aggiungerei la storia. Troppo spesso ci dimentichiamo che la storia è maestra di vita, ed è una vera iattura non conoscerla. Se imparassimo a leggere la storia forse finalmente capiremmo qualcosa dei diversi orientamenti etici che si sono imposti nella varie epoche e delle conseguenze – positive o nefaste – che ne sono scaturite.

    Pasquale

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  8. La proposizione “L’uomo ha una dignità che trascende le sue prestazioni fisiche e intellettuali”, sottoposta a verifica empirica che cosa dà?
    Giannino, quando usi il termine filosofia non intendi quello che un filosofo intende.

    Bianco, la psicopatologia di un’intera nazione è più difficile da spiegare dell’esistenza di Satana. Meglio la corruzione del senso comune, causa cattiva pedagogia.

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  9. A parte evidenziare come Hitler non fosse un uomo pio, mi dispiace Valter, ma questo dell’articolo mi pare un discorso sbagliato dalla testa ai piedi. Particolarmente scadente la classificazione riesumata da Aristotele – un classico anacronismo “qualitativo” basato sul nulla, ma evidentemente funzionale ad Aristotele per giustificare il regime classista e schiavistico nel quale viveva (e funzionale alla polemica per creare la casellina dove “sistemare” i propri avversari). E’ impressionante come una passione bruciante possa facilmente condurre a delle patenti falsificazioni, piegando gli artefatti culturali fino a far emergere dal loro arrangiamento la fisionomia desiderata. Dire, riferendolo anche a Dawkins

    > si adoperano per liberare le masse da ogni residuo di superstizione come l’ammirazione reverenziale al mistero della creazione

    è semplicemente falso. Ho appena finito di leggere il suo “racconto dell’antenato” dove il senso di meraviglia e di profondo mistero per il “creato” risulta semmai esaltato dall’assenza di favole, care e venerabili quanto si vuole, ma che con la scienza non devono avere nulla da spartire.
    L’assenza di “spiegazioni” non dico gratuite, ma che (con le loro “spiegazioni” metaforiche e antropomorfizzanti) sono evidentemente legate a logiche ben differenti, rende il quadro generale molto più maestoso e drammatico.

    Che poi Watson sia ormai rincoglionito o che Odifreddi (dopo qualche inizio promettente) abbia opportunisticamente optato per una iper-semplificazione polemica (allo scopo di piacere ai media e fare assieme a loro quei soldini che la sua austera disciplina matematica di certo non gli avrebbe consentito) non vedo proprio quale importanza possa avere.

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  10. Binaghi, ti suggerisco di leggere “Storia della filosofia occidentale” di Bertrand Russell. Nell’ultimo capitolo, quello dedicato ai filosofi logici, il grande scienziato umanista spiega in modo magistrale qual è oggi il ruolo e la funzione della filosofia.

    Pasquale

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  11. Caro Elio, il tuo giudizio sulla classificazione aristotelica è, quello sì, del tutto aprioristico, e probabilmente basato su una scarsa conoscenza del filosofo. Estendere la democrazia (cioè l’uguale dignità politica di un cittadino votante) alla descrizione dei comportamenti umani è utopisticamente pericoloso. Chiunque consideri la differenza di consapevolezza e moralità tra gli uomini non può non constatare che il realismo sta tutto dalla parte di Aristotele.

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  12. Pasquale, quel libro l’ho letto (il primo volume soltanto) al liceo: la descrizione della filosofia greca e della metafisica che ne emerge è talmente semplificata e caricaturale che già allora lo trovai puerile. Nessuno storico serio della filosofia prenderebbe mai in considerazione Russell come storico della filosofia. Il neopositivismo logico e la filosofia analitica sono due scuole di pensiero, caratterizzate da una definizione di filosofia limitata all’ambito epistemologico, pura riflessione ai margini delle scienze. Capisco che ti piaccia, ma potresti almeno accorgerti che c’è molto altro.
    Per restare in ambito contemporaneo, Bergson, Husserl, Heidegger, ti dicono niente? Lì vedresti che lo statuto della conoscenza scientifica è ben diversamente collocato, rispetto sia alla filosofia che al senso comune.
    Infine: questa è una recensione al libro di Voegelin, e vi garantisco che in questo senso è fedele alle sue idee (che dovevo in qualche modo illustrare).

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  13. No,Binaghi, no, liquidiamo così i lato psicopatolgico,
    la psicopatologia riguarda proprio la figura di Hitler e dei suoi più stretti seguaci.
    Sono stati scritti trattati storici importanti per analizzare la nascita del nazismo e la possbilità che ebbe Hitler per ascendere al potere, anche il suo fascino sulle “masse”.
    Tutto ciò ha a che fare anche con la psicologia.
    Un’analisi scientifica seria esamina il dato o problema da vari lati o versanti.
    Aggiungo che sul (compianto) blog di FranK, si dicusse ampiamente di questo, anni fa, ed assai bene.

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  14. Mario, non intendevo escludere l’aspetto patologico della personalità di Hitler, semplicemente il libro di Voegelin si concentra sull’ambiente socio-culturale che ne ha favorito l’ascesa politica. Ammetterai che coinvolgere una popolazione di milioni di persone in una diagnosi di malattia nervosa è improbabile, a meno che come hanno fatto alcuni (Reich, Fromm, lo stesso Freud) s’intenda qualificare una cultura in termini “regressivi”. E’ più o meno quello che dice Voegelin, ma in termini diversi.

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  15. ringrazio Valter per questa provocazione. secondo me, il punto decisivo è uno solo: cos’è l’uomo di fronte alla morte? ogni discorso che non parta da qui rischia di cadere nell’insignificanza. scienza e fede – e quindi la società e la storia nella loro accezione più autentica -potrebbero trovare un interessante punto d’incontro su questa soglia che non ammette semplificazioni.

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  16. Valter, allora:
    “Ammetterai che coinvolgere una popolazione di milioni di persone in una diagnosi di malattia nervosa è improbabile…”
    Infatti io non volevo includere questo aspetto, poiché di sopra ho accennato all’organizzazione del consenso, che fu una altissima specialità nazista, con il Ministero della propaganda diretto da quell’astutissima serpe, che fu il dottor Goebbels.

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  17. Caro Valter, certo sarebbe bello conoscere tutto quanto fin nei minimi dettagli, ma è anche impossibile. Non saprei proprio dire se io abbia approfondito “abbastanza” Aristotele, sicuramente nel tempo ho effettuato diverse “incursioni” in tale dominio, ciascuna proporzionata allo scopo contingente (dalle interrogazione al liceo al chiarimento di quelle tematiche filosofiche che alla sua opera facevano imprescindibile riferimento). Nessuno nega la grandezza di Aristotele, ma essa deriva principalmente dal suo ruolo nella storia: se nessuna delle sue posizioni potesse oggi essere considerata anacronistica, vorrebbe dire che il tempo è passato, nella dimensione intellettuale almeno, del tutto invano e questo proprio non lo credo. Grazie al lavoro di migliaia di altre menti, a volte altrettanto geniali, godiamo ora di una prospettiva assai più ampia della sua. Per me non è importante attribuire colpe, a te o Voegelin, ma poiché hai il pregio di scrivere in maniera chiara e sembri apprezzare uno scambio franco, mi sembra giusto sottolineare quanto nelle parole che scrivi mi sembra evidentemente sbagliato:

    > colui che non ha dominio su se stesso né possiede autorità in sé, e nemmeno ascolta l’autorità altrui, e che Aristotele definiva uno schiavo per natura ma noi moderni democratici preferiamo chiamare lo stupido puro e semplice

    Queste sono parole inequivocabili, che non hanno bisogno di rincorrere le etimologie del greco per essere chiarite. Rappresentano precisamente quella riedizione aggiornata di ideologie aristocratiche che – ora me ne rendo pienamente conto – ti ho già “attaccato” a più riprese in vari contesti senza ottenere sensibili aggiustamenti di rotta, segno che esse rappresentano qualcosa di imprescindibile nel tuo attuale sistema di idee. Ideologie aristocratiche che hanno il grande “vantaggio” (emotivo) di nascondere completamente l’imbarazzante genealogia di queste diverse disposizioni, “sicché il privilegio di classe riesce anche ad apparire come quello che ha maggior fondatezza in natura”. Ma secondo me presentano uno scotto cognitivo piuttosto evidente, che portano a varie conclusioni sballate, come la posa di disprezzo per le virtù borghesi (sulle quali tutti si campa): nei confronti del chirurgo impegnato in una difficile operazione su tuo figlio considereresti forse “eticamente indifferenti” inefficienza ed incoerenza nelle procedure?

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  18. Valter, io non conosco la versione scolastica, ho letto quella originale che fra l’altro gli valse il Nobel per la letteratura nel ‘50. A scuola avevamo il Lamanna e non si capiva un tubo. Ma non è questo il punto. A me l’opera di Russell piace molto. È l’unico “manuale” di filosofia che non considera i filosofi come degli alienati ma ne inquadra la speculazione, giustificandola, nel contesto socio-politico in cui è maturata. Bergson mi dice qualcosa da un punto di vista della suggestione letteraria, nient’altro. Husserl francamente non lo conosco. Heidegger ha fornito un’immagine che mi affascina: l’assoluto (l’essere) visto come limite cui si può tendere indefinitamente, senza avere mai la possibilità di raggiungerlo. Tu continui ancora a stigmatizzare la presunzione di superiorità della “conoscenza” scientifica. Ti ripeto, il problema non va posto in questi termini, non ha senso dire che la conoscenza scientifica è migliore o peggiore di quella filosofica o di quella teologica, per il semplice fatto che le tre discipline afferiscono a domini (e a metodi) del tutto disgiunti. Dovresti saperlo meglio di me (perdonami la semplificazione ma lasciami anche dire che a volte la sintesi può essere un dono): obiettivo della scienza è spiegare il “come”; obiettivo della filosofia e della teologia è spiegare il “perché”: la prima con un processo dialettico che si perfeziona nel tempo attraverso l’’elogio’ del dubbio, la seconda attraverso edifici innalzati su fondamenta labilissime, piramidi rovesciate in equilibrio sui dogmi. L’antagonismo nelle varie epoche è stato fra scienza e religione, la filosofia ha giocato un ruolo idealmente di mediazione, spostandosi verso l’una o verso l’altra a seconda del periodo storico (e di chi deteneva il potere). Oggi però non siamo nel medioevo e neanche nel Settecento. Oggi i confini che delimitano i campi dovrebbero esser chiari, ogni invasione non può essere in alcun modo giustificata, se non dal perdurare di talune brame di potere o dell’ignoranza. L’analisi logica di Russell e degli altri pensatori di cui egli fu il caposcuola non è importante in sé, ma in quanto strumento utile a confutare i ragionamenti dei filosofi diciamo così “mistici” con pretese di logica (alla Hegel per intenderci) o la stessa logica aristotelica, falsa ingannevole e nemica del progresso scientifico, che ciononostante è ancora oggi la bibbia dei pensatori cattolici.

    Pasquale

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  19. Si Elio. Infatti il vero responsabile sarebbe in primo luogo chi ha valutato quel medico ritenendolo adeguato a svolgere la professione, in secondo luogo lui stesso, ma non perchè poco abile, bensì perchè indifferente alle catastrofi che la sua “inabilità” può provocare. Quanto ad aristotele, tu confondi il contesto storico con la sostanza etica della sua posizione. Non è importante se l’ignoranza o l’ottusità di Tizio nascano da deficienze congenite o svantaggi culturali: l’importante è che nessun uomo di senno chiederebbe consigli a Tizio, nè lo vorrebbe a far parte della classe dirigente di un paese. Guarda che questo non è razzismo o aristocratismo, ma puro buon senso. Io invece ho l’impressione che le tue preoccupazioni ideologiche (non siamo mai abbastanza “democratici”) a volte ti impediscano di vedere ciò che è semplicemente visibile, prima che politicamente corretto.

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  20. credo che come Hitler ha fatto un uso caricaturale della scienza, piegandola ai propri fini, se volgliamo, mostrando in questo modo cattiva fede e ignoranza, così Binaghi mostra il fianco credendo che “scienza” voglia dire Odifreddi o Dawkins. La scienza è un’arte umile, lavoro manuale in laboratorio, per definizione minimalista e riduzionista; è così, piaccia o non piaccia. non per questo la scienza svuota di mistero il creato né pretende di imporre un’unica visione del creato stesso. Binaghi dovrebbe scendere a terra, nei fatti, e dire in che modo la scienza ci abbruttisce. per favore, esempi, grazie

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  21. Mi sa, Valter, che ci leggiamo attraverso lenti reciprocamente deformanti. Che nessun uomo di senno chieda consiglio ad un imbecille mi sembra un truismo, altrimenti che uomo di senno sarebbe?

    Che esistano ampie fasce di popolazione non in condizioni di partecipare consapevolmente alla vita politica è problema spinoso ma altrettanto ovvio: cosa vogliamo fare al riguardo? Forse abolire il suffragio universale? E con cosa lo dovremmo sostituire?

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  22. Allora, il punto della questione è questo. Il metodo scientifico post-galileiano ha abbandonato il concreto per darsi a un’intelligenza che è tendenzialmente costruttiva e progressiva. Costruttiva perchè tende ad essere verificata dai suoi “prodotti”, e non dal riferimento al mondo come è sperimentato dai sensi naturali. Il fatto è che il senso comune percepisce e si trova a decidere (singolarmente e collettivamente), sulla realtà, e i concetti scientifici non possono assisterlo, perchè avalutativi, non dicono nulla circa l’essere o il valore. La filosofia è il senso comune al quadrato: ne mantiene la visuale totalizzante (comprensiva dell’apprezzamento etico ed estetico) ma si sforza di fondarlo criticamente. La conoscenza scientifica è l’assunzione di modelli attualmente euristici ma sempre provvisori, che forniscono descrizioni astratte e operative dei fenomeni. Possono entrare come elementi di una valutazione etica o politica, mai assolutamente fondarla. Non sarà mai la biologia a indicarmi la maggiore dignità ontologica di un uomo rispetto a un panda. La biologia si esprime in termini di complessità funzionale.

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  23. @Elio
    Il Senato come principio, è un buon sistema. Un consiglio di saggi, cui si accede non per anzianità meccanica, nè per designazione su base locale da parte di “Grandi Elettori” nominati dalle comunità locali con criteri di qualità umana, professionale, civica, con uguali rappresentatività di sesso e condizione economica.
    Il principio aristocratico identificato con la saggezza.

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  24. Ora capisco. Pur riconoscendo all’idea una certa coerenza con i valori che hai cercato ultimamente di illustrare sul tuo blog, non riesco ad immaginare né se funzionerebbe, né se esista un percorso evolutivo attraverso il quale la nostra attuale super-bestia possa arrivarci senza spezzarsi per strada. La mia fantasia in questi ambiti ammette dei limiti severi. A ben pensarci, non capisco neppure perché l’attuale super-bestia funzioni, e non si siano ancora avverate certe profezie. Immagino sia in virtù dell’enorme serie di microadattamenti ad ampio parallelismo che il suo meccanismo attuale gli consente, in attesa di potersi avvalere della successiva dose di rivitalizzante progresso tecnologico. Questa bestia, seppure torpida, seppure drogata e carica di tumori, sembra ancora abbastanza sensibile da accorgersi quando un arto riceve troppo poco sangue e provvedere prima che se ne vada in cancrena. Tuttavia presto potrebbe non trovare più abbastanza da mangiare, oppure essere costretta ad una contorsione eccessiva per le sue sovraccariche giunture. Chi può immaginare lungo quali linee si spaccherebbe, e che cosa ne uscirebbe da queste spaccature? Quel che appare certo è che essa deve rimanere intera per riuscire a nutrire la moltitudine (i meccanismi attuali riescono a gestire una numerosità inconcepibile, che teniamo a mente soltanto in termini metaforici) delle sue riottose “cellule”. Una vera crisi mondiale, e stavolta di penuria anziché di sovrapproduzione, potrebbe davvero “spegnere la luce”. In tal caso si dovrà salire in soffitta, armarsi, e cominciare a pensare a quanto è buona la carne umana perché, una volta saccheggiato il saccheggiabile, essa diventerà l’unica risorsa a disposizione. Poi, calata la popolazione fino a dei livelli nuovamente compatibili con un’agricoltura a bassa tecnologia (priva dei fertilizzanti chimici) si potrà certamente ritornare alle comunità di banda, di villaggio e ai tuoi consigli degli anziani (che, ci scommetterei, saranno molto meno anziani degli attuali). Naturalmente fra la nostra situazione attuale e questo esito estremo c’è tutta una gamma di strette parziali concepibili: dittature soft e feroci, guerre civili e atomiche, epidemie e pandemie che possono modificare il quadro, le sue fasi ed i suoi tempi. Davvero roba da profeti.

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  25. Il concetto di “prodotto” attiene al mondo della “produzione” e della tecnologia impiegata, non ha niente a che fare col “metodo scientifico”. Il metodo scientifico utilizza l’esperienza intesa come verifica ed eventuale successivo perfezionamento del modello di partenza (ed eventuale successiva verifica del nuovo modello etc. etc.), verifica effettuata attraverso prove di laboratorio, raccolta dati, statistiche… Una volta che è stato consolidato – in altre parole ne è stato definito il dominio di validità – il modello diventa “legge”: un altro tassello è stato aggiunto all’immenso e complicato mosaico della conoscenza. La scienza non dice nulla circa l’essere e il valore. Su questo sono d’accordo, qui si entra nella giurisdizione della filosofia e della religione. Però qui subentra un risvolto pratico tutt’altro che trascurabile. Che succede se un bel giorno una qualche chiesa o una qualche scuola di pensiero identificano in una data ricerca scientifica dei metodi non compatibili con la loro dottrina? Chi è l’arbitro della vertenza? Chi stabilisce se la ricerca può proseguire o deve essere inibita? Per quanto mi riguarda la risposta è una e una sola: lo Stato di diritto. E uno Stato di diritto affinché sia tale non può fondarsi su un regime teocratico o plutocratico, né tanto meno può essere guidato da un’oligarchia di “saggi”. Siamo sicuri della saggezza assoluta di singole persone, per quanto di comprovata qualità umana e intellettuale? Siamo sicuri che un governo di oligarchi diciamo così illuminati non parteggi per tale o talaltra scuola di pensiero (per non dire lobby) o per tale o talaltra confessione religiosa (per non dire setta)? Le democrazie occidentali sono ben lungi dalla perfezione, ma forme di governo migliori francamente non ne conosco.

    Pasquale

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  26. A me pare che qui l’apocalittico sei tu. Io credo semplicemente che il sistema politico ideale sia una repubblica in cui un Senato è scelto non dall’attuale suffragio universale (dove l’opinione pubblica più beota è pilotatata da oligarchie economiche attraverso suggestioni mediatiche), ma da elettori scelti su base locale (quindi conoscenza personale) in base a criteri di età, esperienza, qualità professionale, probità riconosciuta. Come già hanno visto molti analisti, i pregi della democrazia diretta si pervertono nel loro contrario nelle democrazie rappresentative, e come sanno bene i manipolatori da Napoleone III a Pannella, non c’è niente di meglio per guadagnare facili consensi che un plebiscito.

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  27. Il 27 era per Elio.
    Per Pasquqale: la tua ostinazione a rifiutare concetti di qualità e tradurre il valore in termini di numero (maggioranza) anche in politica, è esattamente quello che io ritengo il danno principale operato dalla pedagogia “scientifica” sul sociale.

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  28. “Non sarà mai la biologia a indicarmi la maggiore dignità ontologica di un uomo rispetto a un panda”: questo è vero ma anche no, è questione di livelli d’indagine: a livello genico, quasi nulla ci distingue dal panda, ma si sa che l’uomo ha evoluto nella sua storia una serie di caratteristiche cognitive, illustrate ad esempio nella “teoria della mente”. secondo questa prospettiva, l’uomo è in grado di capire i suoi simili interpretando manifestazioni sociali (linguaggio, espressione facciali) e trarne le opportune conseguenze, in ultimia analisi l’uomo è l’animale in assoluto più capace di sforzo empatico. ma questa caratteristica non è esclusiva dell’uomo, qui raggiunge le estreme conseguenze per una serie di motivi che, almeno in parte, possono implicare l’ambiente evolutivo in cui homo sapiens divenne quello che è oggi.

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  29. Valter il concetto di qualità chi lo stabilisce? Tu? Ti rispondo alla Bentham: io auspico un governo che abbia come fine ultimo il conseguimento della massima felicità per il massimo numero possibile di cittadini… Detto questo, la forma rappresentativa non sarà il miglior modo per realizzare l’idea di “democrazia”, i dubbi sollevati da Tocqueville sono legittimi. Io stesso preferirei forme di democrazia diretta ma io non sono un filosofo né un teorico idealista, sono un uomo che si misura costantemente con la realtà del proprio tempo. E le polis dell’antica Grecia non mi paiono riproponibili in questo nostro mondo globalizzato. Sì, è questa la realtà. Dopo la caduta degli imperi, l’affermarsi degli Stati nazionali con le derive nazionalistiche e imperialistiche a noi ben note, oggi si è affermato, direi si è ormai consolidato un nuovo ordine mondiale, basato su interessi ed equilibri economico-finanziari transnazionali che non si può far finta di ignorare. Oggi la sovranità delle singole nazioni si è parecchio ridimensionata, i governi dei singoli Stati hanno margini decisionali ridottissimi sulle questioni cardine della società, quelle inerenti il modello di sviluppo da adottare e quindi cruciali per il futuro di tutti noi. Se hai voglia di fare accademia naturalmente il discorso cambia…

    Pasquale

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  30. Caro Pasquale, apprendo dalla televisione che dopo la mammina di Cogne e il truffatore Luciano Moggi anche il criminale ubriaco che ha ucciso dei bambini in auto sta per assurgere a dignità mediatica: ha già un contratto con un agente per la gestione dell’immagine, e dopo un paio di talk show diverrà testimonial per una linea d’abbigliamento maschile. Tutto questo perchè, in assenza di autorità morale pubblicamente riconosciuta, il mercato che incontra i gusti dello “stupido” è sovrano, e decide chi diverrà un personaggio pubblico.
    Chiamo accademia la brutale ratifica dell’esistente che il tuo determinismo scientifico ti concede come unico stile di pensiero, e libertà quella di sognare (e magari realizzare) una società in cui chi è privo di certi requisiti minimali possa vivere in santa pace ma non dettare le regole della pubblica decenza.

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  31. Caro Valter ti invito a leggere i miei testi che sono stati gentilmente proposti in questo blog, ti accorgerai che non sono poi così arido né tanto meno “schiavo” del determinismo scientifico nell’accezione che mostri di intendere. Sono pragmatico, questo sì. Ma cos’è, un demerito essere pragmatici? Anche a me piace sognare, altrimenti non mi scollerei un attimo dalla mia attività principale, che è poi quella che mi consente di arrivare alla fine del mese. Per sognare mi resta la notte… Durante il giorno la vita è molto diversa, c’è poco spazio per i sogni. Basta guardarsi intorno… Sull’abbrutimento del nostro tempo mi trovi d’accordo, ovviamente dal mio punto di vista che è quello di un laico. Per credere non è necessario essere “credenti”. Io credo nella giustizia, nella libertà, nelle opportunità di mobilità sociale, nella dignità dell’uomo in quanto persona e non in quanto consumatore… Non sono valori nobili questi? Semplicemente mi rendo conto che tali sogni non si possono realizzare da un giorno all’altro così, all’improvviso. Purtroppo non ho la bacchetta magica… D’altra parte, dando una scorsa alla storia dell’occidente è difficile negare che un progresso in tale direzione ci sia stato. Oggi il momento è duro per quella stragrande maggioranza della popolazione occidentale che nel secondo dopoguerra ha beneficiato di un periodo di crescita mai visto prima, il momento è duro perché siamo fermi. E lo siamo da decenni, non da ora, solo che siamo andati avanti per inerzia fino all’altro ieri e non ce ne siamo accorti. Oggi la crescita coinvolge cospicue fette di popolazione mondiale che fino all’altro ieri abbiamo snobbato, ignorandone la millenaria cultura (illusi e rassicurati dalla nostra presunta superiorità culturale). È questo il cuore del problema, rimpiangere l’età dell’oro non serve a niente. Qui si tratta di rimboccarsi le maniche e andare avanti, e tentare di superare in maniera onorevole questo nuovo traumatico periodo di transizione che dobbiamo affrontare. Per quanto mi riguarda, dal punto di vista del mio piccolo modestissimo ruolo intellettuale, ancorché “vana” la mia strada l’ho trovata.

    Pasquale

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  32. Queste dichiarazioni confermano: crescita, inerzia, siamo fermi. Progresso uguale accelerazione economica, sviluppo tecnologico, benessere. La qualità dell’essere al mondo, la differenza tra consapevolezza e abbrutimento, il ruolo determinante che ha la maturità umana degli individui e dei gruppi nel progresso effettivo, dalle tue descrizioni tutto questo che sicuramente moralmente c’è in te, non viene mai fuori. Non hai il linguaggio per dirlo perchè il tuo linguaggio è quello di una sociologia liberale, mercatista e positivista.

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  33. Tu confondi l’ingordigia dei faccendieri con il legittimo desiderio di migliorare la propria condizione di chi ha avuto la ventura di nascere povero. Toglimi una curiosità, di che estrazione sociale sei? Come ti poni di fronte al problema dell’ingiustizia sociale?

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  34. Estrazione proletaria, direbbe Marx.
    Sei fuori strada, amico.
    Qui il problema non è negare al povero la possibilità di migliorare la sua condizione, ma accorgersi di dove stiano le vere povertà.
    L’uomo più povero, è quello che non ha nemmeno una saggezza a cui appellarsi, un’autorità da rispettare e di cui avere fiducia, perchè il manovratore è più stupido del passeggero o, se preferisci, l’autobus non ha nessuno alla guida.

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  35. In effetti, Valter, non è facile “inquadrarti” correttamente. Mi hai dato l’impressione, nelle tue intelligenti e ripetute provocazioni (e nelle repliche a ciò che esse raccoglievano) di un torero con la sua cappa. Come insegna Hemingway in “Morte nel pomeriggio”, la circostanza che più fa disperare il torero si ha quando il toro si rifiuta alla meccanica predefinita di stimoli e risposte, e si rinserra in un angolo della plaza alzando la testa e limitandosi ad osservare ciò che fanno gli altri: così facendo, esce dalla recita prestabilita e diventa estremamente pericoloso per tutti gli altri “attori”. Ora non dico di saper fare altrettanto, però se smetto di inseguire il tuo drappo, e guardo le cose in maniera un po’ più globale, la scena cambia ed emergono altre perplessità.
    Il dubbio è: ma esiste veramente la massa di “stupidi” di cui parli, o non si tratterà di un effetto mitologico legato alla particolare etnogenesi che stai perseguendo, cioè la creazione/delimitazione di una bizzarra etnia di “spartiati dello spirito”, la quale, per definirsi, ha ovviamente bisogno di una massa di “iloti-idioti”, da te continuamente e puntualmente rievocata?
    Io credo che questa mitologia, per abitare una mente, abbia bisogno di un sensibile “sacrificium intellectus”, ovvero di un certo “recupero” dell’irrazionalità che anch’esso è puntualmente rinvenibile (attraverso il riferimento ad una certa costellazione di autori abilmente configurata) al centro del tuo sistema di credenze. Un recupero che ti consente dei tipici atteggiamenti aristocratici, quasi tu vivessi “del tuo” e non fossi dipendente, come tutti, dall’enorme flusso di beni e servizi che ti dà la facile possibilità di nutrirti, vestirti, riscaldarti, muoverti, lavarti, accedere ai migliori prodotti culturali e ti lascia anche tempo per rielaborarli e rimetterli in circolo (tutte cose che lavorando la “tua” terra – anche assumendo che te ne venga lasciata di molto fertile – non potresti certo fare, a meno di non fare uso di servi … ehi, per questo non guardare a me).
    L’errore fondamentale, secondo me, è dimenticare che non si vive semplicemente respirando e che l’esistenza di tutte queste cose ha un costo terribile anche in soltanto in termini di quel “lavoro diligente” che fra gli aristocratici è di prammatica disprezzare. E’ facile vedere soltanto il guasto, dimenticando come ovvio, garantito, “naturale”, tutto quanto il periodo di buon funzionamento. C’era una pubblicità dell’Enel molto intelligente al riguardo, con quelle persone che accennavano due buchini nella sabbia con le dita e poi ci infilavano dentro una spina. E’ facile guardare ai delitti, alle perversione che emergono dalla cronaca dimenticando che la grandissima parte della gente si comporta effettivamente bene, è effettivamente e totalmente “umana”.
    Il meccanismo fondamentale è noto: assolutizzare – dare come sintomatiche di un’essenza – delle qualità distintive che hanno come “sine qua non” delle condizioni di privilegio. Nel tuo caso, l’appartenenza alla classe degli insegnanti che, come noto, sebbene non sia trattata molto bene economicamente, ha il grande vantaggio di potersi gestire un mucchio di tempo e, cosa molto importante, dirottarlo a piacere (data l’assenza di controlli di “qualità”) fra la cura degli studenti e la cura di se stessi. La stessa cosa dicasi di quelle molte migliaia di persone che, approfittando della complessità della macchina, riescono ad intrufolarsi in qualche ruolo (retribuito) essenzialmente di facciata: il tempo libero ne sblocca la creatività che infine aspira ad un riconoscimento sociale. E’ da qui che deriva la massa di aspiranti, anch’essi perennemente tentati dallo stesso meccanismo, rinfocolato dalla frustrazione derivante dallo scatenarsi di desideri nuovi e spesso esagerati. In questa mancanza di riconoscenza verso chi limita il proprio desiderio e continua a sostenere la collettività con il proprio impegno, senza buttare tutto all’aria, senza entrare nella logica del “ma vaffanculo, lo fanno tutti!”, e si ritrova poi ad essere considerato, per una questione essenzialmente di gusti e di maniere, una bestia dispensabile, mi dispiace ma non posso proprio seguirti.

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  36. Ma insomma Valter, in che mondo vivi? Ho l’impressione che il “linguaggio” manchi a te caro amico, nonostante la veste di fine intellettuale. Ma questa è solo un’opinione, posso anche sbagliarmi. Ritorniamo ai fatti. Alla mia domanda su come ti poni di fronte al problema dell’ingiustizia sociale rispondi: “Il problema non è negare al povero la possibilità di migliorare la sua condizione, ma accorgersi di dove stiano le vere povertà”. Ci mancherebbe solo questo, negare al povero il diritto a migliorarsi. Una cosa più ovvia non avresti potuto dirla… se no cosa dovremmo fare? ritornare ai tempi dello schiavismo? Io dico invece che lo Stato dovrebbe sforzarsi di garantire un diritto elementare: chi nasce economicamente e socialmente “sfigato” deve avere le stesse possibilità di studiare, lavorare e realizzarsi nella vita senza alcun tipo di preclusioni e discriminazioni rispetto a quelle che hanno le classi più facoltose. E guarda che sto parlando di possibilità, non di obblighi. Dopodiché, se uno preferisce rimanere “stupido”, povero materialmente o spiritualmente o quello che ti pare sono cavoli suoi. Bene. Veniamo al tuo concetto di povertà: “L’uomo più povero, è quello che non ha nemmeno una saggezza a cui appellarsi, un’autorità da rispettare e di cui avere fiducia, perchè il manovratore è più stupido del passeggero o, se preferisci, l’autobus non ha nessuno alla guida”. A questo punto il tuo pensiero dovrebbe esser chiaro: tu propugni un governo condotto da una sorta di “tiranno” illuminato a cui la massa di beoti-ignoranti e privi di qualsivoglia senso critico possa rivolgersi dinanzi agli innumerevoli ostacoli e dilemmi dell’esistenza, sicura di trovare in lui un’autorità suprema e infallibile e capace di risolvere tutti i suoi problemi. E questo sarebbe il tuo concetto di “ricchezza”?

    Pasquale

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  37. @Elio
    “ma esiste veramente la massa di “stupidi” di cui parli”

    L’audience che trasforma le Franzoni, i Moggi, ma anche i protagonisti di reality show in maestri del pensiero, i genitori disposti ad offrire le figlie poppute al Minotauro dei media purchè le trasformi in letterine, devo continuare?
    Chi è l’aristocratico che si chiama fuori, chi si ostina a distinguere tra sapienza e stupidità o chi davanti alla stupidità chiude gli occhi perchè ha paura di ciò che conseguirenbbe dall’ammetterne l’esistenza per il suo concetto di democrazia?

    @Pasquale
    Se c’è una patente per guidare l’automobile e un porto d’armi per tenersi una pistola, perchè non dovrebbero essere salvi certi requisiti per identificare un elettorato attivo?

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  38. Riguardo poi alla mia presunta “inafferrabilità”, so che è presuntuoso da parte mia, ma vi do una lista di analisti della società moderna da cui potrete agevolmente ricostruire la mia posizione:

    Voegelin, McLuhan, Kuhn, Lasch, McIntyre, Polanyi, Illich, Virilio.

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  39. Certo Valter, e come li vorresti selezionare questi elettori degni? Attraverso un concorso per titoli ed esami? O nominandoli per chiamata?… E anche la questione della stupidità… Ma dai!… Vogliamo negare agli “stupidi” il diritto di cittadinanza? E dimmi, in tutto ‘sto florilegio di stupidità gli insegnanti che fine hanno fatto? Ce n’è ancora qualcuno capace di instillare nei discenti il gusto per il bello e l’intelligenza? E i genitori? Dove si sono imboscati?

    Valter, hai esordito sbattendo Odifreddi in prima pagina sullo stesso piano di Hitler, poi non hai fatto altro che trincerarti dietro una posizione esattamente speculare. Caro professore in mezzo c’è tutto un mondo, mi rincresce che non te ne sia accorto. Nonostante le vaste letture…

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  40. Binaghi, come si dice, get a life; scrivesti a suo tempo che non ti dispiaceva l’esperienza venezuelana… bene, di caudilli e’ pieno il mondo e ne abbiamo non uno ma due conclamati in casa, uno sta in provincia di Milano e l’altro Oltre Tevere. Qualunque democrazia, anche la piu’ corrotta, e’ migliore delle tue dittature illuminate, che finiscono sempre a gulag, lager e inquisizioni per i non conformi di tutte le specie. Il Metodo che tanto disprezzi (tu e i caudilli) non spiega le relazioni sociali ma offre possibilita’ e ragionamenti sui quali i tuoi giri & rigiri di frittata non hanno parola. Questo brucia, del metodo scientifico. Certo, ci sono sempre gli imbonitori, gli alti prelati di tutte le chiese e gli ideologi di partito a dire come la gente deve spendere la propria vita e come regolarla. Altro che letture… parti dal lavoro che fai, da come lo fai, da chi ti paga e da come impieghi il tempo libero. In un qualunque contesto non democratico non avresti possibilita’ di dire pubblicamente le corbellerie che dici. Te lo meriti, il Venezuela, ma per fortuna (anche tua) non l’avrai.

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  41. Io però non mi unisco a questo “dagli al Binaghi”. Voglio che sia chiaro che abbiamo ragionato sempre di categorie astratte e rappresentazioni del mondo – nessun giudizio personale può essere tratto da questo gioco linguistico (seppure portato avanti seriamente) nel quale la dialettica può anche condurti al ruolo del “villain”, ed è giusto accettarlo, senza però dimenticare che si può trattarsi d’altro che di ruoli in un gioco.
    Così io preferisco lasciare aperta la domanda sulla stupidità globale della gente – conscio di come il giudizio possa oscillare terribilmente in rapporto ai nostri “mal di denti”, reali o metaforici.
    Quella collezione di nomi è interessante, accoppia morganaticamente main-streamer ed eresiarchi. Solo mi preoccupa un po’ l’inclusione di Virilio, che però conosco solo da “Imposture Intellettuali”, referenza per me sufficiente a scantonarlo. Sono certo che Valter abbia assimilato in maniera interessante i diversi contributi, soltanto sospetto che tali elementi possano ammettere scomposizioni e ricomposizioni profondamente differenti.
    Bene, mi sembra di essere riuscito a dire tutto quanto avevo a cuore. Quindi ringrazio Valter e gli dico soltanto “beh, ne riparleremo”.
    Un saluto a tutti.

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  42. E.C: “non può trattarsi d’altro” non “si può trattarsi d’altro”.
    (questo è il correttore ortografico del word-processor, quello sì che è stupido).

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  43. Elio, purtroppo questo non e’ un gioco di ruolo e comunque mi auguro non lo sia; perche’ se lo fosse, staremmo solo a prenderci in giro come tante “attention whores” e non mi pare la circostanza. Voglio credere che Binaghi sia serio nello scrivere quello che scrive, come voglio credere lo siano gli altri (Pasquale, io, tu, Mario Bianco). Qui non e’ casa mia -con lo Spirito ho poco a che fare- ma il diffondersi di prese di posizione sempre piu’ urlate a minaccia della liberta’ individuali di pensiero e di parola tipicamente illuministe, nonche’ al pensiero positivista e liberale, non possono lasciarmi indifferente. E visto che l’esperienza comune anche internetiana e’ quella di un agone tra idee, mi pare giusto intervenire. E no, non ritengo Binaghi il “villain” della situazione, lui ancora non si da’ pretese di infallibilita’ come il gran pastore tedesco che anche oggi ha tromboneggiato di suo.

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  44. Non avrei voluto che ruolo in un gioco linguistico (alla Wittgenstein ovviamente) si agglutinasse in “gioco di ruolo”, che ha tutto un altro senso. Volevo sottolineare che lo sviscerare una questione, può implicare, per inerzie retoriche, o dialettiche, o persino concettuali, l’emersione di ruoli che si proiettano in maniera distorcente sulla persona che si sa starci dietro, e che io in questi contesti voglio invece immaginare irrangiungibile, “intangibile”, altrimenti non riuscirà mai a portare il discorso verso la necessaria radicalità. Ciò che emerge dallo svisceramento non può essere la verità spiattellata, ma un oggetto complesso che si presta ad ulteriori livelli di interpretazione, e alla individuazione di nuove forme all’interno di essi.

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  45. Elio, si’, in questo caso abbiamo posizioni differenti: sia anche questione di prassi, non solo (non piu’ solo) speculazione teorica. Comunque ripeto, il flame anti-binaghiano e’ circoscritto a questo topic e alle opinioni qui espresse. Altre volte ci siamo trovati a discutere sulle derive (sociali, politiche, economiche) che in molti riconosciamo agenti; se il mio intervento rompe l’accordo tacito sul quale si basava la discussione, ignoratelo senza problemi.

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  46. GiusCo, io non ho mai parlato di dittature. Solo di un sistema di costruzione di un governo rappresentativo che sia post-partitico e post-ideologico. Una comunità locale esprime i suoi saggi e questi insieme agli altri nominano altri saggi. E’ un sistema di mediazione e controllo della classe dirigente che vale più del nostro, secondo me, per cui alla fine la classe finale di governo dell’intero paese subisce un vaglio tutto diverso dall’attuale.
    Se poi mi leggi attraverso i commenti di Giannino, allora sembra davvero che abbia detto altre cose.
    Sorvolo sulle cattiverie: i caudilli, però, mio caro, sono storicamente il prodotto di euforie plebiscitarie.
    Esattamente quello che per me è il peggio.

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  47. Non c’erano accordi, ho espresso soltanto una mia visione ideale: per me i memi devono azzannarsi, poi ognuno ne raccoglie i cocci a modo suo, e con quelli ne costruisce una versione più robusta di prima 🙂
    Qui cerco di adeguarmi al dettato dell’incontro fraterno e della solidarietà a livello di persona ma non di idea. Poi è anche vero che alcuni sentono le idee come parti integranti della propria persona, e quindi non si può colpire le prime senza incidere sulla seconda. In tali casi, se ho la finezza di accorgermene (e mica sempre ci riesco) allora mi astengo.
    Ciao

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  48. Binaghi il tuo ostinarti a “girare e rigirare la frittata” non ti porta da nessuna parte. Cerca di addurre argomentazioni più convincenti se ci riesci… Intanto non hai ancora risposto alle domande del mio # 40. Puoi citare tutti gli autori che ti pare ma la inconsistenza sostanziale della tua posizione resta immutata. Non è questa la strada. Citare tonnellate di volumi in maniera del tutto randomica e gratuita anziché ancorare la bibliografia – pur sempre teorica per quanto autorevole – all’esame di problemi pratici e concreti è tipico di certa cultura idealistica nostrana che ancora oggi vede in Croce e Gentile l’essenza della pedagogia. E poi ci lamentiamo della stupidità… e poi ci meravigliamo se i nostri ragazzi sono fra i più asini d’Europa… Il risalto che hanno dato i media – come sempre in maniera pressoché acritica e supina – all’ennesima “eresia” di Sua Santità Benedetto XVI intorno al ruolo nefasto che avrebbe giocato e giocherebbe ancora l’Illuminismo (per di più posto sul medesimo piano del Marxismo, e anche sul Marxismo ci sarebbe tanto altro da dire [altro è il concetto di plusvalore che – pensatela come volete – non mi risulta che sia mai stato confutato, anzi è sulla bocca di tutti i top manager: lo chiamano “margine” ma la sostanza non cambia… altro è il socialismo reale e altra cosa ancora è la sua deriva stalinista…]), il modo corrivo in cui è stata accolta questa ulteriore “scomunica” della ragione è l’ennesima riprova di quanto io nel mio piccolo tento di denunciare. Qui bisogna cambiare testa cari amici intellettuali. E in primis mi rivolgo a te Binaghi, e agli altri nostalgici del medioevo… Ti ripeto, spiattellare una caterva di letture per avallare teorie che non stanno né in cielo né in terra non serve a nulla. Se vogliamo dirla tutta lo stesso nazismo che all’inizio dai l’impressione di stigmatizzare (ma poi non fai altro che avallarne i metodi attraverso i tuoi sofismi)… il male assoluto che ne è scaturito affondava le sue radici nelle speculazioni di “signori” del pensiero che dovrebbero essere banditi da tutte le università del mondo, e invece costituiscono ancora oggi le fondamenta dell’insegnamento umanistico, quello che si attribuisce la missione di formare l’’uomo’, quello che più di ogni altro dovrebbe difenderci dalla stupidità: sto parlando di Hegel, Schopenhauer, Nietzsche e dei loro compari.

    Pasquale

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  49. Io credo Pasquale che d’ora in poi dovresti lasciar perdere i miei posti. Ti sento irritato, ma per niente: tu non capisci assolutamente il mio pensiero, parli d’altro.

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  50. Valter io parlo di questo (dal Corriere della Sera di oggi):

    “MILANO – Borsisti: 830 euro; assegnisti:1.100 euro; ricercatori: 1.200 euro. Sono questi gli stipendi netti medi italiani dei ricercatori al Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) nei 108 istituti presenti in Italia. Non è certo un gran valore quello che lo Stato riconosce ai “cervelli” italiani, gli scienziati giovani e meno giovani su cui poggia uno dei settori che dovrebbero essere considerati strategici nello sviluppo di un Paese. Stipendi bassi – nella media, nonostante anni di studio e di preparazione e elevata qualificazione, si è al di sotto del salario percepito da un operaio – a cui si aggiunge una grande precarietà […] La fuga dei cervelli è una conseguenza anche di questo, del disagio che si vive giorno dopo giorno nei laboratori. Il risultato? La dispersione di giovani intelligenze impossibilitate che, proprio a causa della forte instabilità della posizione, si vedono, di fatto, ostacolate nel proseguire il percorso intrapreso. Attualmente il personale del Cnr è di circa settemila unità; tra loro i precari sono circa 2.500 tra i ricercatori e “solo” 150 nel personale amministrativo.”

    Ti prego di non confondere la mia foga con l’irritazione. Sono ben altre le cose che mi irritano… Riguardo all’invito che mi rivolgi vorrei farti notare che questo blog non è un club privé ma uno spazio aperto al confronto delle varie posizioni. Ho l’impressione che l’irritato sei tu.

    Ciao.
    Pasquale

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  51. Binaghi, mi sono molto appassionato a questa discussione, devo dirti la verità. In fondo io sono soltanto un ragazzo, uno studente di Lettere e Filosofia, ma nutro tanta stima per i liberi pensatori come te. Ho avuto la riprova leggendo questi post, forse un po’ datati (anzi un po’ mi dispiace per essere giunto in ritardo per riuscire a proporre alcune riflessioni), dicevo, ho avuto la riprova, la conferma che in fondo viviamo un po’ tutti divisi, intendo dire dentro di noi. Mi affiora chiaramente dai post di tutti i contestatori al tuo post sul parallelo tra Hitler e Odifreddi. Noto in tutti i sedicenti ricercatori del vero, della giustizia, della libertà e del cosiddetto “MIGLIORAMENTO DELLA CONDIZIONE ATTUALE”, una spinta, una “mobilità”, che a riprendere alcuni dei più bei passi che mi è capitato di leggere di Giussani, è proprio quella spinta che dovrebbe far rendere conto che in fondo in fondo soddisfatti non si possono mai proclamare.
    Leggevo infatti, all’inizio di questa serie di commenti, uno in particolare, che diceva pressapoco questo, che la Chiesa ha un sistema di “verità” che dà come assunti, (in realtà il cristiano sa che l’unica cosa che la Chiesa vuole e può dare è Gesù Cristo, vedi Pietro al mendicante) mentre la Scienza resterebbe sempre in un ambito di vedute “tendenti” all’infinito, perché sempre più ampliabili o comunque modificabili.
    Mi pare ci sia un errore chiaro ed evidente di prospettiva. Coloro che propugnano la scienza come criterio di verità oggettiva, incappano anche solo logicamente ad una riduzione qualitativa e diciamocelo chiaramente, anche esistentiva della realtà. Se mi chiudo in un laboratorio, scoprirò anche la particella di Higgs, ma intanto ho da vivere una vita che potrebbe pormi davanti alla possibilità di dare retta al consiglio di un imbecille (ipotesi scartata, mi sembra da un Pasquale Giannino o da un Elioc, perdonate la mia imprecisione, non amo la pignoleria.) Secondo te, lettore, se è matematicamente impossibile a livello logico dare ascolto a un imbecille se hai senno. Questo non è ridurre l’ampia gamma di possibilità per cui in un caso potrei trovarmi di fronte a un imbecille ma in buona fede do ascolto a lui?
    Volevo solo richiamare l’attenzione a tutto ciò che c’è nell’esistenza comune, che chiaramente manca, ed è per questo una grave lacuna di chi ti sta attaccando per il tuo post. L’attenzione non a fenomeni ultramondani mistici, o da esperimento in laboratorio. L’attenzione e lo stupore verso il concreto reale, che spesso manca al sedicente scienziato, in realtà povero fesso al servizio di un’ideologia che lo rende diviso in se stesso e ribelle nei confronti di chi gli propone una strada di guarigione alla propria cecità.
    Un buon esame nei confronti di voi stessi, cari Elioc Giannino e via dicendo, sarebbe un’ottima ripresa di aspetti che magari sfuggono al microscopio, ma non di certo possono sfuggire alla vostra coscienza. Non è parlare lingue differenti dalla tua, Binaghi, ma è un non voler riprendere in mano il vocabolario dei “piccoli”, dei semplici.

    Grazie.
    Giò

    Mi piace

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