La Guggenheim secondo Krauspenhaar

di Guido Michelone

Lo scrittore in vista alla mostra vercellese

Mi ero riproposto di non scrivere nulla sull’Arca nell’ex chiesa di
San Marco a Vercelli e nemmeno sulla bella mostra ‘Peggy Guggenheim e
l’immaginario surreale’ che la suddetta Arca ospita sino a marzo, per
due valide ragioni; prima ragione: io personalmente ne stavo già
parlando da mesi (metaforicamente da anni, se si considera il fatto
che, con un gruppo di intellettuali, andavo suggerendo l’utilizzo per
eventi culturali dei grandi spazi vuoti nelle piccole città italiane);
seconda ragione: mi considero una voce fuori dal coro e non mi va di
associarmi alle tante, a volte servili, espressioni di gaudio e di
elogio, su certa stampa locale, per una manifestazione che resta
comunque straordinaria per Vercelli. Detto questo, mi chiedo se in
incognito, in pompa magna o in veste ufficiale verranno in visita
personaggi più o meno noti. Io ne ho colto uno, già al secondo giorno
di apertura: entro in una nota pasticceria e vedo Franz Krauspenhaar,
romanziere di origini tedesche, pubblicato da Baldini (‘Le
cose come stanno’ e ‘Cattivo sangue’) e prossimo, nel 2008, a uscire
da Fazi con ‘Era mio padre’, che è la vera storia del genitore che
combatté per la Wehrmacht di Hitler durante la Seconda Guerra
Mondiale. Chiedo subito a Franz un parere su ciò che ha visto. “La
mostra mi è piaciuta molto – dice – grazie ad autori e quadri molto
conosciuti, anche se in due-tre casi, a cercare il pelo nell’uovo, si
è forzata un po’ la mano nell’inserire pittori o scultori come Léger,
Picasso, Moore che con il surrealismo non c’entrano per niente”. Altri
aspetti? “Ho fatto autentiche scoperte come il Brauner quasi da
miniatura o la Fini con le pastorelle delle sfingi”. Gli chiedo anche
dell’Arca: “L’allestimento è buono, raffinato, accogliente, come
questa ex chiesa che quasi simboleggia tutto il Piemonte di cui mi
augurerei di diventare il testimonial in the world, testimone nel
mondo”. Perché testimonial e perché Piemonte? “Vercelli – continua
Franz – scendendo dal treno che arriva da Milano , mi è parsa ariosa, passando sui viali o davanti a
Sant’Andrea è una bella passeggiata, anche se ho trovato poca gente in
giro. Sono i Vercellesi a essere casalinghi o pigri?”. Non so cosa
rispondergli, anche perché Krauspenhaar subito mi anticipa con
un’osservazione molto intelligente: “Entrando in questo locale – la
pasticceria ottocentesca in pieno centro – mi sento di essere nel
profondo Piemonte, qualcosa che di lombardo non ha proprio nulla”. Gli
chiedo altri commenti sulla città: “Non ho avuto modo di vedere molto
prima e dopo la Guggenheim, ma ci tornerò. La Sinagoga è stupenda,
come pure questi biscotti (i bicciolani) che sto mangiando di gusto!”.
Ma nessuno ha notato che proprio in mostra, in un quadro di De
Chirico, sono dipinti biscotti del tutto simili alla nostra golosa
specialità vercellese?

2 pensieri su “La Guggenheim secondo Krauspenhaar

  1. sì, i biscotti dipinti da De Chirico credo siano proprio “biciulàn”, sono buonissimi e sanno di burro e cannella (e/o chiodo di garofano?), però sembrano pure un po’ krumiri di Casale Monf, che è vicina a Vercelli,
    anzi forse sarebbe meglio che fosse provincia di Vercelli,
    invece è provincia di Alessandria,
    che poi gli alessandrini circa settecento anni fa gli fregarono un crocifisso antichissimo, gigante e meraviglioso ai casalesi.
    Intanto poi loro se lo sono ripreso.
    Ed adesso è là, appeso all’incrocio del transetto, del duomo di Sant’Evasio, tutto magnifico, con gli occhi aperti e la corona in testa, e ti guarda fisso, quel Cristo; avrà più di mille anni, è di legno rivestito di lamina ormai scura, ma brillante, e fa un figurone.
    E se uno va a Casale, come ci sono tornato anch’io stamattina, trova nel nartece, che’è il più bel nartece del mondo, che l’inventò un eccellente mastro che fu in Oriente, tipo Siria, con una struttura che ti abbagliare gli occhi e la crapa…
    Era per dire che nel nartece suddetto ci han ficcato delle sculture multicolori di uno scultore che non so, contemporaneo.
    Non sono gran che, per me.
    Sono sculture astratte. Ma è mica per quello, che non ci riesco ad entrare in consonanza, anzi sono fatte di materiali vari colorati: interessante la materia, però mi sembravano fuori luogo.
    Franz è andato a Vercelli e non mi ha detto niente, ecco: se sapevo ci andavo anch’io, così gli fregavo un paio di “biciulàn”, era solo per quello, mica per rivedere Franz, che assomigli a mio cugino.
    Forse è mio cugino e lui non lo sa, Franz.
    Magari a Vercelli rivedevo anche Remo, il Bassin, con la sua toscana, inteso come sigaro,
    però non so, orca.

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