La pittura di RINALDO TURATI

La pittura di RINALDO TURATI, tra classicismo e modernità

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La mia prima impressione di fronte alla pittura di Rinaldo Turati è stata quella di “una fotografia dell’astratto”: una macchina fotografica puntata, da una distanza indefinita, verso un campo di terra. Non una rappresentazione della terra, ma la sostanza della terra. Il colore, nelle opere dove prevalgono i marroni, le terre bruciate, ricorda una lastra impressa. Quasi per contatto.
  Questa pittura, dunque, ha la particolarità, nel suo essere informale, di descrivere la materia, la sostanza. Non rappresenta idee della pittura, ma la pittura stessa. Ho pensato subito a Emilio Vedova. E non per somiglianza degli esiti ma per ampiezza del gesto della mano. Il colore colpisce con la prepotenza dell’esserci. Il linguaggio del colore è, del resto, se stesso che si pone senza manierismi di sorta. Avviene questo soprattutto nei quadri di grande formato, cioè in quelle opere dove Rinaldo agisce la pittura come un gesto legato al movimento. Egli dipinge con la forza dell’attenzione, un’attenzione concentrata che si risolve in breve tempo e sa cogliere immediatamente ciò che si può rappresentare. E’ l’artigiano che fatica, che travasa il pensiero in una forma, mantenendolo in uno stato di allerta e di responsabilità verso la materia.
  Questi colori così forti, precisi, lussuosi direi, non hanno nulla di artificiale. Non sono i colori-invenzione delle rivoluzioni del ventesimo secolo, in cui, per dire, per mostrare altro, bisognava giungere a una artificiosità. Questi sono i colori della tradizione italiana; del Rinascimento, ancora prima del manierismo. Forse addirittura del quattrocento di certi pittori – penso soprattutto a Masaccio. Sono i colori dei pittori contadini, quelli cioè che non perdono il contatto con la loro terra, che sanno osservare l’aratura dei campi, il trascolorare della luce sulla terra, restituendocela senza gli arancioni dell’alba o del tramonto ma nel cambiamento che la luce provoca sulla terra stessa, Campi freddi, appena arati e in riposo; l’arrivo della primavera; il forte verde dell’estate. Ma sempre con un nervosismo, in una specie di ricerca di un punto di riposo e di contatto tra le forme ondeggianti e i duri percorsi della materia nel suo incedere.
  E’ come se la gamma cromatica, ristretta ad alcune tonalità, si fosse concentrata nella sua forza per esprimere una fiducia al cielo, alla terra, alla storia della pittura. Queste lunghe lame che tagliano i quadri e s’impastano pur non evanescendo, pur mantenendo il contatto con la materia bruta, sembrano, a volte, poderose assi che reggono il cielo. Sembrano essere fatti di colori ingranditi.
  Pur nella diversità delle operazioni di Rinaldo, questa pittura mantiene la sua forte coerenza interna. Non si tratta di andare a decorare, quanto piuttosto di stabilire un contatto con i luoghi. Senza ruffianerie. Così la pittura di Rinaldo è riconoscibile sia nelle casematte delle mura di Pizzighettone, sia nel castello Oldofredi. Pittura che si pone il problema di come stare, dove stare, che è sempre stato dei pittori della tradizione quando collocavano i loro quadri per committenza. Non interessa a Rinaldo un sovrapporsi, un violentare i luoghi. Quasi sempre questa pittura sente la necessità del dialogo, alla ricerca di una musa, di un genius loci.
  Così, per esempio, a Pizzighettone, operazione che ho potuto seguire da vicino. Rinaldo annusa i luoghi, i muri, la forma delle stanze. Ha certamente un’idea a monte – quattro metalli – ma poi tutto questo deve diventare dialogo. Rinaldo trova nel frottage la tecnica semplicissima ma efficace per ascoltare i muri, i segni perduti che essi, forse conservano; e per farli affiorare. Queste fotocopie poi, diventeranno elementi costitutivi della sua pittura. In ascolto.
  Questa operazione chiarisce come la pittura di Rinaldo si ponga il problema dell’essere vista da qualcuno, dell’essere percepita. Non rappresenta visioni narcisistiche, piuttosto affronta a suo modo il problema della fruizione e della comunicabilità dell’opera d’arte. Non con dei proclami, dei mentalismi, ma con l’impatto sensoriale che si scatena alla visione.
  Questo voler fare tutto con le mani, anche l’impalcatura, l’intelaiatura dei quadri, il trasporto, il montaggio, restituisce al lavoro dell’artista la forza antica dello sporcarsi le mani liberandola da ogni rischio di reiterazione industriale, di lontananza. Egli non dipinge solo con i pennelli, ma con le mani, con gli stracci. Seguendo la strada fangosa che porta ai sensi piuttosto che al puro astrattismo.
  Questo interesse per una dimensione fortemente sensoriale della pittura, non edonistica per essere chiari, molto probabilmente ha portato Rinaldo a capire che nessuna forma d’arte può essere veramente isolata nella solitudine del suo statuto. Plurisensorialità che porta, in modo del tutto naturale, a dialogare con la musica, la parola, l’architettura dei luoghi. Le esposizioni di Rinaldo sono eventi in cui i quadri chiedono un prolungamento di discorso in altri linguaggi. Così ecco la musica di Paolo Ugoletti; ecco i luoghi: castelli, cortili, mura. Ecco la parola, la poesia in particolare, quella forse più vicina alla pittura. Il torchio col quale Rinaldo imprime personalmente nella piccola e raffinatissima collana “Il fiume” i suoi oggetti d’arte. Oggetti fatti di carta e parole, opere d’arte in miniatura, assolutamente originali, che hanno la funzione di un piccolo scrigno che poi va declinato, ingrandito, nel passaggio della visione e della scoperta.
  Fare pittura è esperienza del mettersi in contatto con la tradizione, con chi ha dipinto per noi, e incamminarsi. Questo ricordo che viene da un passato ed è evocato dai luoghi, dalle presenze che hanno abitato, producono l’ampio movimento delle linee che indicano un andare oltre, un muoversi. Pittura dunque che non conserva e non distrugge. In equilibrio delicato tra le esigenze della forma, di un classicismo dunque, e i sommovimenti interiori della modernità.

Sebastiano Aglieco

ORO 14

E ti vedo in un manto
di fiori di campo, nell’oro
della tua bocca, nel sorriso
di un tempo dov’eri più sincero.

E ti vedo nel suono di una sola
parola, nello splendore che non dice
di questa terra ultima, nella rosa
sporcata, umiliata, tra le dita del mondo.

E improvvisamente Rinaldo stende
un velo al pianto, una lamina d’oro
la luce, limpida, nel suo canto.

Il testo è parte del progetto DELLE MURA, realizzato a Pizzighettone nel 2006: una mostra di Rinaldo Turati con musica di Paolo Ugoletti, un poemetto di Sebastiano Aglieco, un video di Marco Poma

5 pensieri su “La pittura di RINALDO TURATI

  1. Concordo: bel testo, che è anche una fenomelogia e teoria dell’arte.

    Ho curiosato in rete e visto alcune opere di Rinaldo Turati, e anch’io ho avuto l’impressione di colori in forte rapporto con la tradizione, con la terra toscana e umbra, con Burri, anche.

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