Lo Spirito e la poesia

“Dove lo Spirito non sradica più ma ripianta e cura, io nasco. Dove ha inizio l’infanzia del popolo, io amo”. (René Char)
La poesia davvero odierna, che esprime cioè l’adesso fatale che viviamo, sgorga lì dove lo Spirito ha smesso di distruggere, perché in un certo senso tutto è già stato distrutto. Dove il silenzio si è fatto molto più abissale della caduta dei nostri ultimi detriti mentali. Dove io non ho proprio più parole, neppure di disperazione.
Lì qualcosa come un inverosimile sollievo sembra scendere su di noi, e rispondere.
Dove lo Spirito riprende la parola per rispondermi, io nasco.
E questo dialogo nuziale e natalizio diviene la camera di rianimazione del linguaggio, dove imparo a bene-dire ogni cosa: il cedro e l’eucalipto, la casa e la sorella accanto a me, mia madre, mia moglie, mio figlio, e mio fratello: tutto il creato e il giorno in cui vi sono nato.
Per raggiungere questo luogo in cui lo Spirito mi cura, rispondendo alla mia invocazione, debbo ogni giorno lasciar cadere moltissimi pezzi del castello diroccato della storia e della mia stessa vita, moltissimi discorsi e scorie.
Lo Spirito si dà a chi a tutto rinuncia.
Così, semplice-mente. Così, senza parere.
“Dove io mi dimenticai in te
Tu divenisti pensiero”. (Paul Celan)
Quel Tu è appunto lo Spirito che si fa pensiero, incarnandosi nell’anima dimentica di sé, semplificata.
La poesia animata dallo Spirito perciò è a sua volta semplice.
Disgorgata. Disimmaginata.
Scabra. Nuda. Inaugurale.
Le frasi sono esatte. Niente svolazzi.
Una lingua di legislazione.
Spirito, inizio, nascita, amore, popolo, parlano della stessa cosa:
di una umanità risuscitata, rimotivata a vivere.
Adesso.
La poesia illuminata dallo Spirito possiede carnalmente la speranza, in quanto incarna una direzione. Sa di una via. Ne è il buon sapore. La sapienza.
“In quanto l’essenza dello Spirito consiste nel fiammeggiare, lo Spirito apre la via, la rischiara, mette in cammino”. (Martin Heidegger)
Per prepararci a ricevere lo Spirito siamo d’altronde chiamati ogni giorno ad un duro ma proficuo lavoro. Dobbiamo tornare ogni volta a tacere, fino a tacere dello stesso tacere e a fare davvero silenzio. Fino a dimenticarci perfino del nostro dolore, della nostra disperazione, e dell’angoscia di morte che ci opprime. Dobbiamo imparare a scendere un metro più giù del nostro grido, al di sotto del pensiero del nulla. Proprio nel nulla cioè. E pazientare.
Dobbiamo per far questo imparare anche a conoscere ogni giorno un po’ meglio perché non riusciamo ad abbandonarci, perché non riusciamo a fare silenzio, che cosa abbiamo paura di perdere, perché ci teniamo stretta la nostra malattia, i nostri tic,
e la nostra infanzia soffocata, perché continuiamo a scegliere di non guarire.
Se saremo davvero onesti nell’osservare tutta la nostra impotenza e negligenza , se ci arrenderemo in essa, e chiederemo aiuto con tutto il nostro cuore a ciò che è oltre di noi, allora lo Spirito ogni giorno verrà come pasto, razione quotidiana, parola inaudita e illuminante, e soluzione.
Dovremmo imparare a credere solo nei versi in cui lo Spirito pronunci la parola che viene dopo che siamo morti, e che risponde a chi non ha più parole.
Che ci importa infatti del resto?
Lo Spirito che scende nella carne dell’umile poeta, del poeta che almeno in quel momento è divenuto davvero umile, e cioè vuoto di sé e puro ascolto, annuncia sempre la liberazione, la mia, la tua, del tutto: lascia vedere nel passero o nell’onda, nel ricciolo o nel pinolo la luce che tutto conserva, che tutto custodisce. E quindi ci consola. Lo Spirito in tal senso è il Consolatore, in quanto attesta nel tempo dolente la presenza di un solido sostegno, di una eternità più che accogliente, madre.
La poesia dello Spirito, il cui vero autore è lo Spirito, porta con sé i suoi frutti, e da questi la riconosciamo. La poesia dello Spirito è cioè sempre efficace, trasmette all’anima che ascolta le qualità del suo Ispiratore: “il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Galati 5,22).

10 pensieri su “Lo Spirito e la poesia

  1. Caro Marco Guzzi, il “tuo” discorso, dal “tuo” punto di vista, è coerente e lineare. Permettimi, en passant, senza comunque entrare nello specifico delle tue considerazioni, di nutrire qualche dubbio sull’utilizzo delle due citazioni di cui ti servi, quella di Char e quella di Celan: nel senso che mi risulta difficile credere che, soprattutto pensando al secondo e al complesso della sua opera, sarebbero d’accordo con la tesi che sostieni.

    Così, solo per aggiungere un commento al colonnino.

    Saluti.

    fm

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  2. Carissimo Marotta,
    certamente ognuno di noi assorbe gli autori che ama dentro la propria storia e, senza violentarne troppo il pensiero, ne fa carne della propria carne.
    Questo mi sembra inevitabile e anche salutare.
    Io ho sempre cercato di citare versi di autori il cui spirito mi sembrasse in sintonia con la tendenza di fondo della mia ricerca.
    Non uso cioè citazioni solo strumentali o estrinseche.
    Cito gli autori con cui consuono, il lungo confronto, direi la lunga convivenza con la cui opera mi diano il senso di una certa consanguineità.
    Questo senso lo percepisco con Char e con Celan.
    Grazie della nota.
    Marco Guzzi

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  3. Di solito i poeti,nel fare poesia,parlano di ispirazione,voce che detta, urgenza, fede aggiungo io, assenza spazio-temporale, immersione totale nella Parola.Una Parola che si fa Verbo anche quando i contenuti del testo non invitano proprio alla speranza.Ma l’atto del poetare non è già di per sè speranza? come coniuga lei,Marco,queste prerogative della Poesia con quanto afferma nel suo articolo? o forse c’è una correlazione?

    La ringrazio per la risposta che vorrà darmi e la saluto cordialmente
    jolanda

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  4. Si dice che il vento soffi dove vuole, dunque mi chiedo quale sia la direzione e da quale parte la devo guardare; se sia nel verso in cui il poeta scrive; o sia nel verso che qualcuno legge. Allora, io, da tentato poeta°, mi immagino che sia ogni cosa a poter dire con semplicità.

    °(nel senso che ho cercato ma non riesco ad essere poeta)

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  5. @ Marco Guzzi

    Grazie della risposta. Perfettamente in linea con la (innata) signorilità che ti contraddistingue in ogni contesto ove ti proponi.

    fm

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  6. Carissima Jolanda, sì, mi sembra che sia proprio come tu dici: nel nostro dire poetico s’infiltra sempre un altro soffio, un altro respiro.
    La poesia è un incontro di voci: scoprire che il nostro linguaggio come tale è di per sé un dialogo, e a volte scorporare le due voci.
    Quasi tutta la mia produzione poetica è effettivamente a due voci.
    A volte mi sembra proprio che un altro inizi a parlare, qualcuno più grande e molto più sapiente di me.

    Carissimo Carlo, a me è sempre interessata la figura del poeta come figura dell’umanità radicale. Io non voglio essere speciale, cioè, vorrei essere solo un essere umano. Mi pare che l’essere umano radicale sia l’essere che parla in quanto sta già dentro il linguaggio, in una qualche relazione con la sua origine: parla perché ascolta. L’essere umano è poetico “di natura”: parla in ascolto, risponde e interroga: canta, ma quasi sempre non lo sa.
    Lo spirito perciò, comunque inteso, sta nella profondità di tutte le parole:
    scarpa, giaciglio, lenzuolo, airone, amaranto, ogni parola può risuonare divina-mente oppure no. Dipende dallo strumento che la voca, che la lascia risuonare “in voce”.
    Resta perciò in ascolto e aspetta che ciò che vedi si traduca in-canto, con la ferma fiducia che ciò possa avvenire.

    Grazie ancora a te, Francesco, e un saluto affettuoso a tutte/i i nostri lettori.

    Marco Guzzi

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  7. Caro Marco, la sua risposta mi rincuora e rafforza ancora di più il mio concetto su ciò che deve essere Poesia. Ancora grazie.

    un caro saluto
    jolanda

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  8. Ultimamente alcuni parenti mi hanno parlato molto bene dell’allestimento teatrale de I GIGANTI DELLA MONTAGNA, opera incompiuta di Luigi Pirandello, in scena a Roma in questi giorni.

    Gli avvenimenti del quarto «momento» si ricavano dalla testimonianza del figlio di Pirandello, Stefano, secondo il quale la rappresentazione della Favola avveniva davanti ai rozzi servi dei Giganti che, inferociti da uno spettacolo tanto lontano dalle loro possibilità di comprensione e di gradimento, si ribellavano aggredendo gli Attori e la Prima Attrice, il cui corpo agonizzante veniva portato via dai compagni, «spezzato come quello di un fantoccio rotto».

    Con questo sacrificio doveva compiersi quella che Luigi Pirandello, in una lettera a Marta Abba, definiva «la tragedia della Poesia in questo brutale mondo moderno».

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  9. Carissima Titti, sì, certamente, la parola poetica non è ascoltata, e la parola umana è spesso violentata, abusata, usurata in ogni modo: nella volgarità dei talk-shows come nella banalità maligna dei discorsi politici.
    Ma la parola vola anche libera e alta.
    Pur se inascoltata nella rissa quotidiana delle lingue, la parola umana è un canto per tutti, per tutte le cose.
    E la gioia che ne dà l’ascolto, verso le cinque o le sei, nel buio prima del mattino, ripaga di ogni incomprensione mondana.

    Auguri per tutto

    Marco Guzzi

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