Cavour

Ho letto una biografia di Cavour e sono perplesso come davanti a un incrocio senza indicazioni. Permettetemi di prenderla un po’ larga.
Molti danno la colpa all’idealismo e a Benedetto Croce (ma, anche senza idealismo, la storia ha una naturale tendenza a farsi interpretare in modo finalistico), fatto sta che la storia la studiamo a scuola, su libri che nel programma di un anno devono ricapitolare secoli e secoli, e in questi libri i protagonisti finiscono per essere dipinti come interpreti della Provvidenza: portatori di una linea politica, di una visione del mondo. Come se Napoleone fosse nato imperatore. Come se Federico il Grande fosse nato illuminista. Poi, tanti anni dopo aver finito la scuola, ti capita in mano una biografia seria. E all’improvviso salta fuori che il panorama è tutto diverso.
La “Vita di Cavour” che ho letto io è quella di Rosario Romeo, uno studioso irreprensibile, che segue la vita del signor conte in tutte le sue giravolte, illusioni e delusioni, successi e fallimenti, sempre sulla scorta di documenti, lettere, articoli di giornali dell’epoca. Eppure anche Romeo non rinuncia ad attribuire a Cavour, addirittura fin dagli esordi, un disegno politico coerente: espandere il regno sabaudo e instaurare una economia moderna, liberoscambista, terziarizzata. In funzione di questo preteso disegno, il biografo perdona tutti i difetti dell’uomo, quando addirittura non arriva a gabellarli per virtù. Speculare in borsa e rimetterci un sacco di soldi diventa intraprendenza. Se nell’azienda agricola di Leri molte innovazioni portate da Cavour danno scarsi risultati, ciò dipende dal fatto che il signor conte è troppo avanti sui tempi! Se l’azienda fa profitti perché la manda avanti un certo Corio, necessariamente cointeressato alla gestione, ebbene, ciò dimostra la capacità cavouriana di circondarsi di collaboratori capaci.
Abbiate pazienza ma io, leggendo questa biografia, mi sono fatto il quadro di un Cavour figlio di papà, viziato, presuntuoso e pure un po’ stronzo. Se pensate che le sparo grosse, be’, non credetemi; provate a leggere con un po’ di spirito critico e poi sappiatemi dire. Se poi insistete a cercare, vedrete che le stesse cose, o altre simili, valgono anche per molti altri protagonisti della storia, positivi e negativi. Qualche esempio? Tanto per non uscire dal “giro” del nostro Risorgimento: Mazzini si faceva mantenere dalle sorelle Ashurst e mandava gli uomini a morire con una faciloneria disgustosa (lui, sulle barricate con un fucile in mano non l’ha mai visto nessuno); Garibaldi fuori dal campo di battaglia non ne faceva una giusta e passava dai fallimenti imprenditoriali alle fregature matrimoniali, alle figuracce parlamentari; Vittorio Emanuele II era una specie di orso marsicano: puzzolente, attaccabrighe e reazionario.
La carriera politica di Cavour esordisce in perfetto stile Democrazia Cristiana anni ’60. Il signor conte critica D’Azeglio da sinistra, si fa cooptare al governo, pianta casino in consiglio dei ministri, tresca con l’opposizione, provoca la crisi, dà un calcio nel sedere a chi l’aveva fatto ministro, si installa al potere e si infogna in una serie di leggi nelle quali crede solo a metà, ma che sostiene perché gli servono per distribuire contentini a sinistra, centrosinistra e qualche volta persino ai reazionari. Prima di Andreotti, crede fermamente che “il potere logora chi non ce l’ha”. In realtà si logora anche lui, perché la sua azione è tutt’altro che lineare. Per anni e anni Cavour procede alla cieca, portato dalle circostanze, facendo interminabili giri di valzer con D’Azeglio, Gioberti, Rattazzi, Brofferio, ma anche con Napoleone III, con il suo ministro Walewsky, con Palmerston, Clarendon, Guiche e Hudson, fino a giocarsi ogni credibilità internazionale e ad essere considerato un inaffidabile intrigante. Fin dai tempi della guerra di Crimea Cavour gioca simultaneamente su tre tavoli, e non è affatto vero che abbia sempre chiaro dove vuole arrivare. Vittorio Emanuele, che come intrigante è più ingenuo ma è tutt’altro che cretino, si rende conto che quel primo ministro rischia di fargli perdere la faccia e di Cavour non si fiderà mai, anzi, lo detesterà cordialmente.
Dunque Cavour arriva al potere con un programma limitato: restarci. Si mette a costruire ferrovie mettendo di mezzo amici e soci in affari. Liquida le rendite di posizione del clero per fare un piacere a Rattazzi che sostiene la sua maggioranza, e solo a cose fatte si inventa lo slogan “libera Chiesa in libero Stato”. Manda l’esercito in Crimea perché, sperando di portare a casa Parma e Modena, e non avendole ottenute, si è impegnato e non può più tirarsi indietro. In mezzo a questa crisi si rende conto che 1) l’Austria è un mammuth dalle reazioni torpide, 2) i patrioti italiani non credono più a Mazzini e sono disposti a fare l’Italia in qualunque modo, anche sotto Vittorio Emanuele. E allora vuole la guerra con l’Austria.
Insomma, più che avere avuto dei grandi disegni, Cavour ha costantemente pescato nel torbido confidando nella propria capacità di cogliere le occasioni che si sarebbero presentate, quali che fossero. Per questo, sia in politica interna che in politica internazionale, chi si è fidato di lui non sempre ha fatto buoni affari. Non si sa quanto valgano le boutades riportate oralmente, ma ci deve pur essere un motivo se gli fu attribuita questa frase: “Se avessi fatto in proprio ciò che ho fatto per il Re, sarei finito al bagno penale.”
Detto questo, detto cioè tutto il male possibile di Cavour, resto convinto che i monumenti dedicati a lui sono sacrosanti. Ma non per le ragioni indicate nei libri di scuola. Cavour (così come Vittorio Emanuele) non voleva l’Italia: voleva la Lombardia, il Veneto, l’Emilia, tutt’al più la Toscana, ed era pronto a ficcarsi in qualunque azzardo perché gli piaceva il rischio (tanto, lui personalmente cosa rischiava? Un giorno il re glielo disse in faccia: “Lei, signor conte, se le cose vanno male ha sempre centomila lire di rendita; io invece divento monsù Savoia con moglie e figli da mantenere!”). Fatto sta che ha rischiato ed è andata bene, a lui, ma anche all’Italia.
Invece Mazzini e Garibaldi, che all’Italia ci credevano, erano abbastanza sprovveduti, fuori dai giochi diplomatici, senza contatti con le masse. Da soli, avrebbero combinato più danni che vantaggi. Non sapremo mai cosa ci fu dietro la conquista garibaldina della Sicilia, né come le camicie rosse poterono passare lo stretto di Messina e arrivare da Reggio a Napoli senza combattere una battaglia, senza che le popolazioni li trattassero come Murat e Pisacane, senza che le cannoniere inglesi sparassero un colpo, senza che lo zar e Francesco Giuseppe lanciassero ultimatum, senza che Napoleone III minacciasse l’intervento. Sappiamo soltanto che a parlare con le cancellerie europee e a intrigare con le quinte colonne sicule e napoletane c’era Cavour, un giocatore d’azzardo al quale la fortuna disse bene nella partita più grossa della sua vita.

3 pensieri su “Cavour

  1. Bel post!
    1) Certo, i fatti Storici sono ammassi incoerenti, come tutte le azioni umane se si guardano davvero le loro motivazioni. Io ho letto un paio di libri dove le grandeur delle imprese napoleoniche erano viste bene da dentro nella loro follia e nel loro casino – che poi secondo me è lo spirito della guerra: uno di Stendhal, che non mi ricordo, forse gli appunti del viaggio in Italia, e l’altro Guerra e Pace di Tolstoj. I soldati vanno e ubbidiscono, i capi stanno dietro e comandano, ma in sostanza tutti arrancano e si agisce alla cavolo, motivati oscuramente e spesso indegnamente dalla psiche.
    2) Comunque che cosa ci si vuole aspettare da persone a cui piace il potere? Il potere è una cosa orrenda in sé, ovunque si infiltra porta dolore, l’unica forza contrastante è il perdono, ma si tratta di orizzonti utopici.
    Miao, vorrei essere un gatto. Oggi sono scatenata, scrivo troppo, scusate.

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  2. Un mio antenato, tale Gualtiero Bianco, era uno zuavo che piantò una bandiera francese sul forte di Sebastopoli, in Crimea.
    Non capisco cosa ci facesse un mio antenato con gli zauvi francesi.
    Lo diceva mio nonno che era nato nel 1869, non lontano quindi dai fatti narrati. E diceva pure:
    Che ci siamo andati a fare in Crimea? Non lo so…
    Sembrano eventi distantissimi, eppure mio nonno ricordava, e lo dicono gli storici, che fu guerra sanguinosissima.
    Tanti piemontesi morirono là, senza sapere perché.
    Mio bisnonno si fece sette anni di guerre e campagna contro il brigantaggio, quando lui non era casa a coltivare la terra, la moglie si ammazzava di lavoro, sperando che non ammazzassero anche lui.
    Per cui, qui, in Piemonte, a casa mia, il conte “Camilu”, non piaceva tanto.
    Conoscevo uno, un vechhio anarchico, tanti anni fa, che quando passava sotto il monumento a Cavour, in Piazza Carlina, detto “‘l munument ‘d le pup’e” (cioè delle tette, perché attorno vi stanno donne prosperose e discinte, quali figure allegoriche),
    insomma, lui sputazzava per terra.

    Ho scritto un commento aneddotico, una cosa risibile, però è la storia vista dal basso, da chi questa storia e le somme decisioni dei grandi sul destino del popolo, le ha subite nella carne e nel sangue.

    E penso sempre più che esista una categoria antropologica/psicologica in cui inquadrare i capi, una forma psicopatologica, cioè per essere pessimista:
    i leaders, hanno un vizio mentale, sono tra i peggiori rappresentanti di questa nostra stirpe, non molto lontana dai babbuini.

    Grazie Riccardo di averci donato questa riflessione!

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  3. Bellissime riflessioni!! Nel mio piccolo ogni tanto anch’io mi sono scontrata con le definizioni storiche dei “grandi” e relative imprese, e biografie più o meno approvate che rivelavano il lato umano e meno piacevole degli stessi.
    La storia spesso dimentica di dire che questi personaggi, che pure l’hanno scritta, erano comunque uomini, di solito con un sacco di difetti antipatici, senza i quali non avebbero potuto essere lì dov’erano e fare quello che facevano. Su Garibaldi ne ho sentite di tutti i colori, su Napoleone altrettanto, e se vogliamo anche su Giulio Cesare e via di seguito… Le conseguenze di atti scriteriati ad opera di personalità a volte disturbate o eclettiche hanno avuto comunque delle conseguenze incredibili. Per questo le ricordiamo. Ma è giusto ricordare anche la piccolezza dell’uomo che, magari per caso, o avidità, o egoismo, o stupidità, ha contribuito a scrivere la storia, almeno per come ce la fanno studiare a scuola…

    Riccardo, questo post è splendido davvero e mi trova concorde su tutto. Complimenti.

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