Scampato pericolo

di Loris Pattuelli
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Anche quest’anno niente Nobel a Bob Dylan. La cosa, lo confesso, non mi dispiace proprio. Direi, anzi, che fa ben sperare, e questo per due buoni motivi. Primo: il menestrello di Duluth non ha bisogno di riconoscimenti. Secondo: i clamori del Nobel potrebbero soltanto incrinare quell’idillio che si è venuto a creare tra lui e il variegatissimo pubblico dei suoi concerti. Merito dei tempi, ma merito anche di No direction home di Martin Scorsese e di Io non sono qui di Todd Haynes. E poi merito sopratutto di quel Never Ending tour che è riuscito a trasformare la rockstar più noiosa di questo mondo nell’artista più anticonformista del nuovo millennio.
Altro che poeta, menestrello o capopopolo, oggi Bob Dylan è un vero e proprio busker, vale a dire un uomo capace di esibirsi sempre e dovunque. Parchi, sale bingo, ospizi, piazze, supermercati, palazzetti dello sport, eccetera. Il nostro amico, se non stai attento, te lo ritrovi a suonare anche dietro l’uscio di casa o tra i nanetti del giardino condominiale. Nella mia regione, tanto per dire, l’ho incontrato a Bologna, a Ferrara, a Ravenna, a Modena, a Correggio, a Casalecchio di Reno. E adesso tutti l’aspettano tra i canali di Comacchio, oppure nella Piazzetta Nuova di Bagnacavallo. Stiamo esagerando? Non credo. Anche perché, ed anche questo è sicuro, quello che sto decantando è il Bob Dylan più interessante e disponibile di sempre. Poche storie e tanta strada, e poi musica quasi a domicilio per il puro piacere di suonare. Cosa si vuole di più? Se me l’avessero detto dieci anni fa non ci avrei proprio creduto. E speriamo che nessuno tiri fuori la rivalsa delle élites sulle masse e il ritorno dei piccoli assembramenti sui grandi raduni. I numeri, proprio come le lettere, non contano niente, non hanno mai contato niente. L’unica cosa che conta, come dice giustamente il film di Todd Haynes, è la smorfia di quel bambino che non si è ancora stancato di imitare le fattezze del mondo. Altro che premio Nobel, io a Bob Dylan regalerei un bel juke-box. Lui sì che saprebbe come utilizzarlo e farlo suonare al meglio. “Tutti vanno e anch’io voglio andare”, dice Thunder on the mountain, la canzone che apre Modern times. La copertina mostra un taxi che attraversa una notte piena di luci. E, ci puoi scommettere, quella notte è proprio la nostra notte, la notte che ci tiene in ostaggio e che ci consegna intatti alla follia di questi tempi. Se vuoi, io adesso trascrivo anche il ritornello di Ain’t talkin’, la canzone che chiude il disco. “Non sto parlando, sto solo camminando, su per le strade, dietro la curva, il cuore brucia e ancora si strugge, nell’ultima retrovia alla fine del mondo”. Bisognerebbe tradurla tutta questa canzone. E’ bellissima, e pure lunga otto minuti e quarantatré secondi. Io ci ho provato e non ci sono riuscito. Il ritornello, a ben vedere, avrebbe potuto anche reggere, ma tutto il resto proprio no. Secondo me, la traduzione letterale è quasi sempre brutta, e la riscrittura in versi liberi raramente funziona, il ripristino di rime e assonanze mi sembra poi una roba da camicia di forza. Ma davvero le canzoni hanno bisogno di essere tradotte? Io, da ragazzino, pensavo che anche la pagina scritta meritasse una gioia simile a quella che stavano provando le mie orecchie. Ma mi sbagliavo. Le traduzioni sono una comodità e soltanto una comodità. Niente di più e niente di meno. Dico questo perché l’altro giorno ne ho trovato tre in un vecchio quaderno. Roba di circa quarant’anni fa, trentasette per la precisione. “Oziosa giovinezza/ a tutto asservita/ per delicatezza/ ho perduto la mia vita”. E scusate, se potete, la citazione di Rimbaud. Volendo fare il fenomeno, potrei dire che queste sono delle “covers”, e magari portare anche gli esempi di Miles Davis e Otis Redding. Ma a che pro? Ne trascrivo una, If not for you. Se vuoi, puoi leggere il testo originali e la traduzione. Non credi anche tu, “hypocrite lecteur-mon semblable-mon frère”, che questo potrebbe anche essere un buon modo per festeggiare il mancato Nobel a Bob Dylan?

Se non fosse per te

Se non fosse per te
io non troverei la porta
non troverei neanche la finestra
sarei solo e triste
se non fosse per te.

Se non fosse per te
io non prenderei mai sonno
aspetterei la luce del giorno
e niente più cambierebbe
se non fosse per te.

Se non fosse per te
il cielo cadrebbe sulla terra
la nuvola non avrebbe più pioggia
e io non potrei farci niente
se non fosse per te.

Se non fosse per te
e tu lo sai che è vero
io non sarei proprio nessuno
sarei perduto senza il tuo amore
se non fosse per te.

Se non fosse per te
la primavera tornerebbe inverno
io non sentirei cantare il grillo
e non sarebbe più vero niente
se non fosse per te.

If not for you

If not for you
baby i could’nt find the door
couldn’t even see the floor
i’d be sad and blue
if not for you.

If not for you
baby i’d lay awake all night
wait for the morning light
to shine in through
but it will not be new
if not for you.

If not for you
my sky would fall
rain would gather too
without your love
i’d be nowhere al all
i’d be lost
if not for you
and you know that it’s true.

If not for you
my sky would fall
rain would gather too
without your love
i’d be nowhere al all
oh what would i do
if not for you.

If not for you
winter would have no spring
i could’nt hear the robin sing
i joust wouldn’t have a clue
anyway it wouldn’t ring true
if not for you.

5 pensieri su “Scampato pericolo

  1. bellissimo omaggio alla montagna Bob, al cui confronto i nostri ligabovi son sassolini.
    (ma il “baby” non me lo traduci?)

    Ciao
    paolo

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  2. No, niente baby. E sai perché? Mi piace (sarebbe meglio dire mi piaceva, visto che la traduzione è di trentasette anni fa) trasformare una canzone d’amore in una specie di inno devozionale. Forse è un errore, ma un errore così dylaniano…

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  3. Dylan è fuori misura. Rispetto a lui tutto quello che si è fatto nel rock prima o dopo sembra un balbettio almeno nei testi, e nella musica è sceso così a fondo in tutte le forme della canzone, fino al blues, al gospel, che ha trovato la sorgente viva della musica.
    Adesso tutto ciò che fa è sempre a un’altezza incredibile.
    Gli album degli ultimi vent’anni, da Infidels in poi, sono tutti capolavori. Oh Mercy su tutti.

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  4. Ahah, l’immagine di Dylan tra i nanetti da giardino è fantastica!!!
    Io l’ho visto di recente a Busto Garolfo (…scherzo! a Torino) ed effettivamente, l’atmosfera degli ultimi concerti è molto raccolta, quasi intimista……c’è da dire che ha anche una gran bella band alle spalle!Quanto alla traduzione io credo che l’unico vero traduttore o “trasduttore” di Dylan sia De Andrè….”The face of God will appear /With His serpent eyes of obsidian.”….. solo “il miglior fabbro” avrebbe potuto farla suonare così: “e Dio ci apparirà sulle colline coi suoi occhi smeraldi di ramarro”.

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  5. Ain’t talkin’ è da paura, sembra una canzone biblica. Il Bob è veramente sempre più grande, sempre younger that then now. Ringiovanisce come tutti i più grandi artisti.
    E’ vero che il migliore traduttore in italiano è stato De Andrè. Mentre le traduzioni diciamo così ufficiali, fanno piuttosto schipa. :-)))
    Paola, refuso: “smeraldini”.
    La vostra blonde on blonde preferita, Anna L.B.

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