Tra sindrome yè yè e tribù dei cesolingui (2)

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Piccola cronaca dell’incontro In queste precise famiglie, Cuneo, 17 novembre, con Laura Bosio, Elena Varvello, Luca Bianchini, moderatore Piero Sorrentino.

L’argomento è di quelli che prendono, un pubblico eterogeneo affolla la sala, gli autori arrivano alla spicciolata, Elena Varvello e Laura Bosio chiacchierano amabilmente, Piero Sorrentino si unisce a loro come enfant très gentil. L’incontro pare avviarsi in tutta tranquillità quando entra Luca Bianchini e si avverte subito una sorta di corrente elettrica, come un flusso non del tutto benigno che parte da Bianchini e finisce in Sorrentino.
Ora, tocca riconoscere che Sorrentino ha un aspetto piuttosto scenografico, anche dalla Bignardi ha fatto la sua belloccia figura. E’ evidente che Bianchini lo percepisce come un avversario, anzi come L’AVVERSARIO, difatti allunga uno sguardo ironico al moderatore in jeans, camiciola bianca e sciarpina nera vezzosamente avvolgente la laringe. Bianchini invero non sfigura, almeno nell’abbigliamento, si presenta con giacchetta modaiola e camicia con colletto giovanilisticamente sollevato sulla nuca, le punte a sfiorare la mascella. Eppure deve sentirsi in inferiorità estetica rispetto a Sorrentino, così esordisce dicendo di essere a disagio perché non ha avuto tempo di mettere il gel (nei capelli, suppongo).
Sorrentino non sfrutta il vantaggio iniziale, pare più bravo a forare il video che l’attenzione del pubblico, apre i giochi con una balbettante premessa dove sostanzialmente si dice indegno di moderare il dibattito, perché si sente in difficoltà con l’argomento famiglia. Gli altri tre sul palco lo guardano chi in modo perplesso chi in modo maligno, Bianchini in modo malignissimo, difatti approfitta del fianco scoperto lasciato da Sorrentino, per indirizzare il suo giavellotto alla palpitante gola del moderatore.
-Allora cosa sei venuto a fare qui?- più o meno è questa la gelida battuta rivolta al povero Sorrentino.
Elena Varvello, seduta tra i due contendenti, si sposta indietro con la poltrona, come a lasciare campo libero alla pugna, ma Sorrentino la arpiona, quasi ad aggrapparsi alle sue rossechiome per farsi difendere dal bruto accanto a lei, eppure il Bianchini ha ormai dato avvio ai fuochi d’artificio, spara una serie di battute che lasciano il pubblico tiepido, chiama a sua volta in ballo la Varvello che pare attonita, povera anima non pensava di trovarsi catapultata in mezzo a cotanta tenzone.

Sorrentino prova a riprendere in mano la situazione, arranca una domanda sui rapporti tra padri, madri, figli, fratelli, sorelle e quant’altri parenti, ma non si capisce un granché. Bianchini ne approfitta, alle sue spalle incombe la sindrome yè yè ma lui non lo sa, sfida il moderatore dichiarando che ha fatto una domanda incomprensibile, chiede ancora alla Varvello se ha compreso il quesito, la quale Varvello, in odore di cesolinguismo, ammette che pure lei non ha capito la domanda. Comunque, la scrittrice torinese prova a darne un’intrepretazione autentica, chiedendo poi al moderatore se era quello che lui voleva dire, ma il Sorrentino in imbarazzo crescente le dice che no, ma fa lo stesso, rispondessero nel modo che preferiscono.
Bianchini non se lo fa ripetere due volte, tutto proteso all’obiettivo di dimostrare che lui sul palco è il più brillante e simpatico di tutti, così che si lancia nello spottone del suo ultimo romanzo. Concentrandosi su due punti focali.
PRIMO PUNTO FOCALE: il questionario sottoposto ai veramente ricchi rampolli milanesi. Sì, perché il libro parla di un veramente ricco rampollo milanese (tanto ricco che voi poveracci in sala manco potete immaginare, lascia intendere il Bianchini) e lui per poter immedesimarsi nel personaggio e nell’ambiente si è preso il piacere di sottoporre un questionario a un gruppetto dei suddetti veramente ricchi rampolli milanesi. Naturalmente è stata un’esperienza da sballo, una cosa divertentissima.
SECONDO PUNTO FOCALE: le iniziali del protagonista. Bene, dovete sapere che il protagonista si chiama Leon Sala Dugnani. E come sono le sue iniziali, quelle che porta stampate sulle camicie? L.S.D.! Ma certo, L.S.D! Grandiosa trovata, non credete? Bianchini ci crede, eccome se ci crede, passa svariati minuti su questa faccenda delle iniziali LSD sul taschino della camicia, naturalmente a rispecchiare la putrescenza tossica del protagonista. Il pubblico invero non pare così sbalordito dalla trovata.

Sorrentino riesce a stento a strappare la parola a Bianchini, per interpellare Laura Bosio, la quale finalmente dice qualcosa che abbia attinenza con la famiglia. Evoca una bella immagine del passato, racconta delle grandi cascine che un tempo si trovavano dalle sue parti, nel Vercellese, con decine di famiglie a vivere nello stesso casolare. Poi parla di famiglie che si allargano e si restringono, cambiano continuamente dimensioni, un pò come il nostro corpo, che può espandersi o asciugarsi.
Laura Bosio passa la parola a Elena Varvello, la quale, un pochino rinfrancata, prova a dire qualcosa sul tema, anche se si premura di dire che lei non sa cosa c’entrino i suoi racconti con la famiglia, poi parla del rapporto con il padre, ma irrompe ancora Bianchini, la interrompe, dice che nel suo primo romanzo (e forse anche nel secondo) i protagonisti proprio non si ponevano il problema del rapporto con il padre, che invece nel suo ultimo romanzo il rapporto con il padre ce l‘ha messo, se non altro perché i veramente ricchi rampolli milanesi i soldi mica se li sono fatti da sé, suggono l’eurolatte da papà e quindi si capisce che qui rientra di prepotenza il tema della famiglia.

Dopo tutto ciò Sorrentino tenta ancora di imbastire una domanda che abbia attinenza con l’argomento dell’incontro, ma l’impresa è veramente troppo ardua, così si rifugia nel corner della domanda buona per tutte le occasioni: la forma racconto o la forma romanzo?
Giusto il tempo per Bosio e Varvello di spiaccicare qualche parola che interviene ancora Bianchini, ma più che altro per lagnarsi della gran quantità di racconti che riceve sul suo sito da parte di aspiranti scrittori. Usa un’espressione poco carina, qualcosa tipo “patetici tentativi di trovare la scorciatoia racconto” per dire che non è detto che il racconto sia la forma più facile, anzi. Verità sacrosanta, solo esposta in modo non proprio gentile nei confronti di chi si permette di inviargli racconti.
Ma è tempo delle domande del pubblico… che puntualmente non arrivano, Sorrentino si arrabatta ancora a dire qualcosa, ma intanto c’è già qualcuno che, sazio di tanti brillanti concetti, si alza e se ne va, Bianchini se ne accorge e grida: -Oddio, no! C’è già qualcuno che va via!! Fermatevi, vi prego!- ma è come se fosse un anticipo della grande fuga dalla sala, così che il consesso si scioglie rapidamente come neve al sole.

8 pensieri su “Tra sindrome yè yè e tribù dei cesolingui (2)

  1. Questa cronica quasi mi sbellica, anzi son sbellicato,
    cioè mi precipitò l’ambulìn per terra.

    Chissà com’è il papà di Bianchini, e la mamma?
    Mi punse la curiosità.

    E’ che l’arte della cesolinguistica impedisce di ricamare sulla camicia del suddetto una sigla significativa, tipo testa d’coei>/i>

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  2. Mi sono divertito molto, e grazie per i riferimenti alla “belloccia figura” 🙂
    C’è da dire che è stato un incontro effettivamente difficile da gestire, per me, soprattutto perché non avrei dovuto moderarlo io, ma Stefano Salis, che per motivi seri, ma seri sul serio, ha dato forfait a poche ore dall’inizio. Se a questo poi si aggiunge anche l’impedimento di Andrea Di Consoli, si capisce quanto fosse un dibattito nato sotto una stella pessima. Gli organizzatori erano abbastanza in panne, e mi hanno chiesto se mi andava di sostituire Salis. Rispetto all’incontro nutrientissimo del mattino, quello sulla critica letteraria, mi rendo conto che questo presentava grandi lacune. Farò meglio il prossimo anno. Su Bianchini, spero che il suo martini abbia sempre olive buonissime.
    Un caro saluto

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  3. Paolo,
    l’ombelico ha diverse dizioni nei vari piemontesi:
    amburì, ambulìn, ambulì…
    o bellicolo in romanesco(credo),
    per cui lo sbellicarsi porta ad una sorta di grave affezione detta “sbellicamento” ovverossia espulsione, quindi precipitare der bellicolo per tera.
    Cioè essenso la panza inchiavardata tramite fulcro del detto orifizio chiuso, ovvero ombelico, quando esso si sbellica, è evidente lo sbardellamento de la panza per qui e per là, con gravi danni ambientali.
    Laonde per cui lo scrittor ombelicale, potrebbe considerarsi persona che, temendo lo sbardellamento suddetto, tiene occhio fisso su detto organo o parte corporale, affinché non addivenga scoppio fatale.
    Cioè, se guarda tutto de drento, e ce la mena in qua e in là, per 114 pagine sur cane dela zia e sulla morosa che lo lasciò addì 25 luglio 1998.
    Ipotesi per absurdum.

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