Zucchero. di Marta Baiocchi

La metro vibra sordamente, come un rombo nello stomaco, sembra immobile, mentre corre. Il caldo fermo e insopportabile come una sirena di fabbrica. Poca gente, nel vagone, squagliata nei sedili. Una coppia di coreani, immobili e uguali, i sacchetti della spesa tra le ginocchia, ciuffi di foglie spuntano dall’orlo. Due ragazzi, coi visi pieni di borchie, e le braccia, fuori dalle magliette sfilacciate, coperte di tatuaggi. Una signora anziana, un grembiule blu stampato a puntini, i piedi appiattiti nei sandali di plastica a croce.
Un tubo al neon guasto manda lampi di luce su un cartellone con la pubblicità di un mare lontano, di un blu impossibile.
La metro fischia e si ferma, sulla banchina gomma, e un caldo che scioglie il cervello, e un vecchio. Entra barcollando, sembra che cada, poi all’ultimo istante si aggrappa alla barra verticale, mentre il treno fischia di nuovo e, secco, riparte. Il vecchio ha una giacca di cotone cachi, una camicia a piccole righe verdi, ma l’abito è sgualcito, la camicia ha due bottoni slacciati, un ciuffo di capelli bianchi, radi, gli pende di lato.
– Lo zucchero – dice – lo zucchero. Vi prego! – guarda la coppia di coreani, immobili, i cui occhi si voltano appena percettibilmente verso di lui, poi, senza scatti né tremiti, tornano equi e pieni di oblio sul vetro di fronte.
– Vi prego! – grida il vecchio, al vuoto – le mie cinquecento lire…
China il capo, ai suoi piedi, il pavimento di questa metro che rugge, cupa. La sua voce si fa rauca. – Vi prego, aiutatemi, le cinquecento lire, non le trovo più. Vi prego, non le trovo, voi le avete viste? Vi prego!
La ragazza con la maglietta celeste, c’era era una ragazza, seduta in un angolo, la testa china su un libro, si è alzata.
– Che cos’ha? Si sente bene? – si è messa di fronte al vecchio, l’ha toccato. Il vecchio l’ha guardata, ha stretto gli occhi come se cercasse di riconoscere qualcosa.
– Lo zucchero. Lo zucchero. Ci serve.
Venga, – ha detto la ragazza – si sieda un attimo. Fa un caldo terribile.
Il vecchio si è lasciato condurre verso il sedile, si è seduto, la ragazza gli si siede accanto. Lui le afferra il braccio: – Lo zucchero, devo comprare lo zucchero. Ce l’ha il fratello del sarto. Mamma mi ha dato cinquecento lire, ma non le trovo più, non le trovo più… come può essere? – pianta gli occhi in faccia alla ragazza, le rughe come crepe profonde sul viso – Le avevo qui, in tasca. – La ragazza con la maglietta azzurra gli carezza una mano, piano. La metro si sta fermando di nuovo.
– Ci stiamo fermando. Scendiamo, venga. Si soffoca, qua dentro…
– No! – il vecchio ha un grido improvviso – Che cosa dici? Non puoi uscire adesso! Resta qui, Carlotta, stai seduta. Ci sono gli aerei, fuori, non li senti? Gli aerei, sono qua sopra, volano sopra le case e distruggono tutto. Non hai sentito l’allarme? Dobbiamo restare qui, quando gli allarmi suonano. Carlotta, devi rimanere qui.
L’uomo gira gli occhi intorno, lo sguardo a scatti. L’aria è sempre più rovente, ferma e maligna come vapore di sodio. La coppia di coreani è sempre immobile. I due ragazzi di gelatina avvicinano la testa, uno dice all’altro, sottovoce: – Ahò, il vecchietto è uscito de testa. – La signora anziana, quella con i sandali a croce, guarda zitta, il viso ogni istante più vecchio.
Lui fissa di nuovo la ragazza: – Dov’è Carlotta, l’hai vista?
– Chi è Carlotta?
– Carlotta, sei stupida? La bambina dell’interno sette, quella che sta in classe mia – ha un tono rabbioso – Non c’è qui, dove sta? Stava in cortile, era accanto a me. Non è scesa? Dov’è? Era accanto a me, perchè non è scesa? Era accanto a me, abbiamo sentito gli allarmi, perchè non è scesa? Tu la vedi? Ci sono gli aerei, di sopra, li senti? Li senti, gli aerei?
La ragazza con la maglietta azzurra gli stringe il braccio – Ma sì che è scesa, l’ho vista io. Sarà da qualche parte qui intorno. Vedrà che quando usciamo la troviamo.
– Non è vero! – grida il vecchio – Tu non hai visto niente, tu non sai niente, è rimasta fuori, eravamo insieme in cortile, ma adesso non c’è. Tu non sai niente, non c’eri, non hai sentito nulla!
– Stia tranquillo. Stia tranquillo. Vedrà che tra poco finisce.
– Io l’ho sentita, sa? – dice il vecchio, all’improvviso la sua voce ha un suono fondo come una barra di ferro che si piega dentro un muro.
– Cosa?
– Mia nuora. Gliel’ha detto, a mio figlio.
– Cosa gli ha detto?
– Gli ha detto: guarda che tuo padre secondo me non ci sta più tanto con la testa, si scorda le cose, bisogna starci attenti. Ha capito? Gli ha detto così, a mio figlio. Credeva che non la sentissi, ma io ho sentito, invece.
– Non si preoccupi. Diceva tanto per dire. Che ne capisce, lei? Adesso, quando la metro si ferma, usciamo, andiamo a prendere qualcosa da bere, io ho sete, le va?
E’ stato proprio in quel momento, un rumore leggero come qualcosa che frigge, gli altoparlanti si sono accesi, una voce metallica, distorta:
– La bambina Elena aspetta il nonno alla stazione di Porta Furba. Ripeto…
L’uomo alza lo sguardo verso il punto in alto da cui viene la voce. Tutto il suo viso si torce.
La ragazza lo guarda, mormora: – E’ sua… E’ la sua…
E Porta Furba, è all’altro capo della città.
L’ uomo curva la schiena, abbassa la testa, si copre il viso tra le braccia. ­

Marta Baiocchi vive a Roma, dove lavora come ricercatrice nel campo delle cellule staminali. Fa parte del gruppo iQuindici, collabora con Roma Cultura. Suoi racconti sono apparsi in rete e in antologie come Tutti all’inferno, curata da Monica Mazzitelli per la Giulio Perrone Editore.

8 pensieri su “Zucchero. di Marta Baiocchi

  1. Marino, per fortuna l’autrice ha inserito un elemento di speranza-solidarietà in questo racconto tessuto sul dolore-malessere di una persona anziana. Ma come è stato raccontato,non sempre è così,non sempre l’anziano riesce a squarciare il muro dell’indifferenza che lo circonda. Accanto alle sognanti immagini di nonni che vivono la tranquillità di una famiglia,spesso,molto spesso si contrappongono quelle di anziani abbandonati a loro stessi anche quando stanno male. Mi chiedo se tale indifferenza possa in qualche modo somigliare alla paura di specchiarsi tra le rughe di un volto sofferente.

    un caro saluto a te e all’autrice
    jolanda

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  2. Grazie a Giuseppe e a Jolanda della lettura. Forse mi sbaglio,
    ma ho l’impressione che chi si occupa di medicina, come la Baiocchi e anche Fabra, tanto per restare nella nostra redazione,
    cerchi di creare in letteratura mondi con qualche speranza in più, e qualche dolore in meno, per le nostre vite, per se stessi. Non basta ma serve.

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  3. Non saprei… Checov era un medico. Comunque la letteratura non è fatta solo di contenuti, ma anche di forma. Altrimenti ci sono la saggistica, la politica ecc. Cari saluti.

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  4. Ringrazio anche io quelli che mi hanno letto, e La Poesia e lo Spito che mi ha ospitata. A Marino, come sempre, un abbraccio affettuoso.

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  5. Iannozzi: perché limitarsi ad un “non mi è piaciuto per niente”? Oppure, perché non limitarsi semplicemente a tacere, se non si ha nulla da dire o non sia ha voglia di dire nulla?

    Questo racconto mi piace perché mette in fila dei fatti (unico neo: le due similitudini, sopratutto la seconda, sul primo rigo) ma i fatti, magicamente anziché sommarsi si moltiplicano.

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  6. Interessante la follia degenerativa ed il senso di normalità che si incrociano ansiosamente, in un ambiente claustrofobico intollerabile.
    E’ reso bene questo momento così drammatico e senza speranza; se ne esce con la certezza di aver visto qualcosa del genere e di averla rimossa velocemente, tornando subito all’aria fresca ed alla luminosità della superficie. Tanto è buio lì sotto tanto la solidarietà permette di riemergerne.

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