Scrivere – di Franz Krauspenhaar

davis-gene-redpope.jpg

Grande spreco di energie. Il lavoro
mi mandò all’aria i piani. Decidevo
di morire ogni mattina, l’alba era
un coltello, io sapevo di penne
strappate, e sangue di sacrificio.

Lavorai con mio padre un anno.
Lo vedevo muoversi con facilità
nell’antro della balena, a muovere
le fauci dell’animale, Achab arreso
che non voleva morire.

Loro, la coppia di mezza età, volevano
per me la sicurezza, l’appiglio cronico
il futuro lanciato come una striscia
di bianco latte sulla strada.
Non fu possibile. Fu il demone.

Quando decisi di dire a quello il fatto
suo, ero distrutto da anni di piega
e taglia, e incolla. Non ero fatto
per quel delirio. Dovevo capire
di che delirio ero fatto, e se in quel sogno
ci fosse stata una nicchia per l’amore.

Dipingendo capitalisti osceni venni a patto
con la rabbia. La pittura è sfogo dell’anima
come la musica. La scrittura è giogo perenne,
è lavoro, è la mia vita. Fallire non ha più senso
e l’idea del successo è ridimensionata.

Negli anni mi guardo sempre più deciso,
riempirmi la bocca di racconti e gemere
per il piacere di raccontarli. Il vizio
è conclamato, l’inchiostro è la mia bava
di luce.

(Immagine: Gene Davis – Red pope)

28 pensieri su “Scrivere – di Franz Krauspenhaar

  1. Bravo sì, e tanto, ma doloroso perché mai? Se uno cavalca la sua tigre, il dolore non sa neanche più cos’è.

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  2. La scrittura è un demone che prende e incatena. A volte sorge il dubbio se spezzare o meno le catene, ma quando l’odore dell’inchiostro diviene aria da respirare,aria che toglie il respiro,il dubbio svanisce tra le pagine scritte e si continua ad abitare le parole come una seconda pelle che fa male che pizzica ma che diviene dimora dalla quale è difficilissimo separarsi.
    Franz,con quell’inchiostro che ti è bava di luce, hai reso egregiamente il percorso e la finalità della scrittura. Dirti bravo mi sembra anche poco.

    un abbraccio
    jc

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  3. Franz, se tu posti ogni giorno tali scritti, noi poi ci abituiamo e di conseguenza pretendiamo e diventiamo ansia di lettura e ti bussiamo alla porta se domani non ci lasci altri spiragli. Il vizio non è solo tuo ma dilaga qui fra i lettori…

    fem

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  4. La scrittura è giogo perenne,
    è lavoro, è la mia vita. Fallire non ha più senso
    e l’idea del successo è ridimensionata.

    Negli anni mi guardo sempre più deciso,
    riempirmi la bocca di racconti e gemere
    per il piacere di raccontarli. Il vizio
    è conclamato, l’inchiostro è la mia bava
    di luce.

    C’è tanto e tutto.
    da ritagliare e conservare.
    ti stringo la mano, se permetti, franz.

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  5. Bello, proprio bello questo scritto. A me ha fatto venire in mente LA FOLLIA DEL GIORNO di Maurice Blanchot. Una bava di luce? Certo. Anche se, per accecarsi, non c’è niente di meglio di un post-it scarabocchiato e scancellato una dozzina di volte.

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  6. Oh, grazie amici.

    Remo, un abbraccio, sto leggendo il tuo ultimo romanzo, fin d’ora complimenti.

    Sì, Aitan, da un paio di settimane mi sono immerso dopo anni nel mondo di Bacon; come mi accade in questi miei “tour de force”, ho l’impressione che la pittura degli altri sia decorativa, debole, non abbastanza estrema.
    Continuo a pensare che sia stato lui il più grande del 900, non Picasso (il Miles Davis della pittura – Bacon è il Charlie Parker)
    Abbracci, e continuiamo a scrivere, nonostante tutto e tutti.
    Franz

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  7. Franz scrive:
    «La scrittura è giogo perenne, 
è lavoro, è la mia vita. Fallire non ha più senso 
e l’idea del successo è ridimensionata».

    Cribbio, sì, è proprio così. Io non la chiamerei «giogo» perché la scrittura è qualcosa che fa star bene mentre giogo ha richiami al dolore della costrizione – ma va bene lo stesso nell’economia di una poesia. E comunque è proprio così: fallire non ha più senso e l’idea di successo è ridimensionata.
    Ci sono numerose persone cui questa cosa non entra in testa. Numerose persone che dolorosamente mi hanno lasciato e ho lasciato indietro. Mi chiedevano «perché?», e la mia risposta non era mai adeguata. Non trovavo le parole. Io, non trovavo le parole, accidenti a me. E mi dicevo: «Allora sei proprio inadeguato, allora sei proprio non bravo a sufficienza… allora non è proprio una strada che puoi imboccare così, senza colpo ferire».
    Invece era proprio quella, la strada, perché fallire non ha più senso e l’idea di successo è ridimensionata.

    Grazie, Krauspenhaar
    Guido Tedoldi

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  8. in effetti non c’è alternativa, e i parametri saltano. si rompe una scorza e la vita finalmente esce, in quella cosa che si chiama dolore. l’importante è resistere, poi la felicità appare all’improvviso, quasi a tradimento.

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  9. la scrittura è gioco perenne.

    franz, mi hai fatto venire in mente flannery o’connor. e ne ho scritto.
    si può non essere d’accordo, certo.
    io lo sono.

    s ri-permetti, stringo la mano tanto a te quanto alla grande flannery.

    e l’idea del successo è ridimensionata.
    anche qui: vai in fondo, senza ipocrisia.
    chi non sogna il successo?
    ma il “ridimensionamento” merita altri approfondimenti.

    buona domenica a tutti

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  10. Sì, Remo, in pratica ad un certo punto l’emozione e la soddisfazione, ma soprattutto l’essere entrato nella scrittura totalmente(con un atto d’amore, come se si entrasse nel corpo dell’amante)è qualcosa che ridimensiona, in qualche modo, cio’ che il successo è, per chi non lo ha, e per chi lo ha.

    Un caro saluto a Guido.

    Un abbraccio a Stella Maria.

    Un “grazie fratello” al nostro Superpadre Fabrizio.

    Franz

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  11. Cara Signora del Ponte di Lance,
    per guarire si guarisce tutti prima o poi, ma i tempi i modi gli itinerari sono peculiari a ciascuno. Quelli di Franz sono particolarmente interessanti e toccanti in quanto, almeno credo, particolarmente “agonici”. In mezzo a morti che simulano la vita un vivissimo che urla di sofferenza e di morte è un vero toccasana, e una piaga sanata è una piaga cui giustamente s’impedisce di chiudersi.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  12. Incoraggiata da Del Ponte Di Lance, oso dire che il demone è il demone ed è giusto che scalpiti, non è una malattia, non è una cosa “da guarire”. Appigliarsi alla metafora della malattia, di una cosa da guarire, è una roba un po’ vecchia dentro. Tanto è vero che il Franz non nomina neanche mai la “malattia” in questa sua poesia megagalattica. Si tratta casomai di “demone”, “delirio”, “sfogo”, “giogo”; e “gemere per il piacere” mi par ben altro che un urlo di sofferenza e di morte, come dice Rossitesta. Le piaghe lasciamole a Padre Pio che se le faceva con l’acido. A me per esempio l’idea di guarire non interessa affatto, è un’offesa al mio delirio e alla mia morte e resurrezione incessanti. Dalle parti della poesia e della ricerca interiore è tutto un solve et coagula, altro che guarire! A questo punto vi rimando a una delle più risplendenti perle fra le canzoni del Novecento, “Confessioni di Alonso Chisciano” di Ivano Fossati, testo di LambertiBocconi, casomai vi fosse qualche dubbio.

    Giro nel mio deserto e sto tranquillo / ho solo il vento per barriera / Ah, che cavaliere triste / in realtà avevo dato il cuore alla luna / e la luna l’ho barattata col temporale / e il temporale con un tempo ancor meno normale / e il tempo stesso con una spada che mi accompagnasse / fuori dei confini di quello che è reale. / E più mi accorgo di amare l’ignota destinazione / più lungo sterpi e rovesci / non ritorno.
    A me, a me, a me / una pazzia d’argento / al mio cavallo una pazzia di biada /
    Ah, come hai potuto pensare di cambiarci la strada / che se la morte è soltanto un mare, vedi, / mi ci tuffo vestito / Ahi, polvere delle mie strade / ah, scintille del mio mare inaridito. / Come hai potuto pensare di spogliarmi proprio adesso… / Giro nel mio deserto e fa lo stesso / per non scalfire il tuo senso morale / ma dentro, caro il mio ingegnoso narratore, dentro, / dentro è tutto un altro carnevale.
    Mi porto dietro latta, legni / l’antico arsenale / carambole di fantasmi io conservo / conservo pezzi di temporale / le chiacchiere sul mercato che vergogna, che spavento / la normalità eterna / risvegliarmi un’altra volta senza fiato / fra il pianto scemo del barbiere / e il sudore muto del curato.
    Io qui vedo l’orizzonte / e faccio finta di accettare / le predizioni della scimmia che indovina / io, tirar di scherma con la grandine, le dame / Ah, che compagnie infelici! / Ccavalieri di specchi, minestre di radici…
    Dormo nella follia / e tutto il teatro con me. / Ma senti che odore di carta e incenso / da una parte ti dico grazie / e dall’altra continuo solo e senza corpo / a scornarmi con il vento.

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  13. Gentile Lambertibocconi,
    c’è un procurarsi le piaghe con l’acido che, anche se fosse, poco avrebbe in ogni caso a che fare con la truffa o col millantato credito.
    Come non basta gemere di piacere per non parlare di morte,
    “piccola” o grande che sia.
    Infine, è ovvio che a nessuno interessano in quanto tali delle guarigioni provvisorie; ma le possibilità di fraintendimento sono sempre in agguato, mentre la stanchezza a volte può indurre ad agognare a una tregua qualunque, non importa da che cosa seguita.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  14. Avevo scritto un commento che poi sparì per spiegare il “doloroso” che scrissi: mi riferivo ai versi, “ero distrutto da anni di piega, e taglia, e incolla” che trovo davvero significativi di una reiterazione faticosa e dolente.
    Poi ora rileggo
    “La pittura è sfogo dell’anima
    come la musica. La scrittura è giogo perenne,
    è lavoro, è la mia vita.”
    e mi ci ritrovo. Perché la pittura, maggiormente se astratta, è un esercizio sì faticoso, ma decisamente e immediatamente espressivo, il pittore che ha raggiunto una certa abilità e dimestichezza con la tecnica, costruisce immagini che non hanno bisogno di spiegazione, sono anche sfogo, eruzione, eiaculazione.
    Mentre la scrittura richiede un continuo controllo intellettuale sul linguaggio, ed è, per me,
    più giogo, davvero costrizione interiore a dire, e per dire bene un cercare mai esaurito, un rovistarsi in testa e nei modi di esprimersi, nel vocabolario, nella lingua.

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  15. in giro per il web ci sono talmente tante eiaculazioni mentali da far pensare ormai ad una pornografia della parola, intesa come sfogo molto più che la musica o la pittura. sfido chiunque non abbia dimestichezza con un pianoforte, per avere alle spalle anni di studio (o con qualunque altro strumento sia esso anche e soprattutto un pentagramma da rendere musica da eseguire) a sfogare la propria anima facendo musica. chiunque può farlo con le parole visto che ci insegnano sin da piccoli ad usarle.

    punti di vista

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  16. Ma certo. Però, al di là della pornografia, la scrittura – quando la si intende e la si pratica con serietà – sottintende anche una ricerca che è anche umana. Voglio dire che non c’è solo la ricerac di uno stile, o meglio di una voce; c’è che per arrivare a questo bisogna vivere. E allora anche le nostre cose più modeste – come la poesia che ho messo qui – sono il risultato di un percorso lungo, sedimentato, negli anni. In pratica, il lavoro sul pentagramma ha la stessa nobiltà del lavoro sul foglio bianco, a mio avviso.

    Un saluto,
    Fk

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  17. …c’è che per arrivare a questo bisogna vivere…

    Le cose che dici, Franz, sono più che una lezione sulla scrittura. Solo chi attraversa ed è attraversato dalla passione per ciò che ama parla così.

    la mia stima
    jc

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  18. Stavolta devo dire sì. Grazie Jolanda. Qua noi campiamo strizzandoci il cervello.
    Usiamo la nostra vita. La strizziamo a volte con ferocia. Alla lettura questo si dovrebbe notare. Altro che “eiaculazioni”.
    Un abbraccio
    Franz

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