Al lettore. Per una seconda “scuola di poesia”, di Massimo Sannelli

1
Se tu mi leggi, ora, è perché sei un lettore di blog. Quindi sei un mio simile mio fratello lettore *ipocrita* – noi ci conosciamo, bene, da tempo; forse non personalmente, ma forse sì. Siamo pochi. Forse appartieni ad un establishment (forse hai seguìto gli ultimi passi in vita di Siciliano… forse chiami De Angelis per nome…); ma non credo; in ogni caso, un membro dell’establishment non commenta un blog (cogli l’ironia, però – almeno; caro Satana, una pupilla meno irritata!). Ma se non sei parte dell’establishment; se sei un autore più o meno autoprodotto, e autopromosso; e io mi rivolgo a te; tu mi chiedi di ricominciare la «scuola di poesia». Va bene. Ma io devo chiederti: che cosa sei disposto a sentire? e a perdere? Per esempio: un nome; il tuo nome; non urlato [mio simile, lo sai: il tuo nome sei tu: non hai quasi altro, in questo giro stretto; sei un cercatore di visibilità, legittima; ma non capisci che il tuo corpo, il tuo accento, la tua dizione, il tuo abbigliamento, le tue azioni e *i tuoi testi* sono invendibili. Che cosa accadrebbe, se ti dicessi: hai ventotto anni, trenta, trentacinque – e per te è *già* finita? Risponderesti: chi credi di essere? Ma io ti chiedo: chi sono io, *per te*? tu puoi rinfacciarmi molte cose, a ragione; ma non l’assenza di una storia]

2
Se ti cito Celan e Plath, con molte lacrime [che non trattengo], e ti dico che il «cuore» è una metafora antica [e vivo solo di quello che il cuore *sente*; e questo mi tiene in vita, solo *questo*; chi lo sa, lo sa] – tu mi segui. Tutto è dolce e serio, impegnato e disimpegnato nello stesso tempo. Ma se dico *i nomi*, in coppie esplosive e antitetiche (Biagini-Lorefice, Talon-Santi, Daino-Temporelli, Giovenale-Berisso…); e ti lascio capire che in ogni coppia c’è un solo poeta (secondo me); se ti dico che al mondo ci sono «pochi poeti» (Moravia urlato, su Pier Paolo); allora mi dici: chi sei tu – per parlare? e chi era Moravia – per urlare?
Chi sono io, per parlare *così*? Dici bene: tra il 1994 e il 1996 mi hai letto su «Poesia»; nel 1995 e 1996 hai visto un filologo mediolatino di 23 anni per «il Melangolo»; e poi chiedimi: com’è andata? Non è andata. Non sbagli. Sì, mi invitano in Francia in Spagna in Belgio in Lussemburgo in India; mi traducono; ma nemmeno i miei vicini di casa sanno che cosa io faccia, cioè che cosa io sia. Lo stesso establishment ha detto no, dopo aver detto sì. Allora – chi credi io *sia*? Tu gridi che mi considero Apollo, per decidere quale Marsia sia carne morta: ma anch’io potrei dirti «Non ti conosco» o «Non mi piaci»; potrei anche dirti «Tu non vali». A volte, io so cose indicibili su di te (questo pronome, tu o te, comprende molti, non uno o una); e allora potrei dirti, volendo: «Non hai il diritto di parlare». Nemmeno io sono senza peccato, lo sai [ne ho scritto più volte; e con gioia vera, al ricordo: è stato, è fatto] e puoi tacitare anche me. L’unica differenza è questa: dei miei peccati, ho scritto. Io li ricordo, tutti, e tu li sai.

3
Per quieto vivere, devo continuare a parlarti di amore-dettatore, di mani strette, di sillabe che fanno il ritmo, itto itto e tac tac. Io mi commuovo, parlandone, e anche tu, se hai il cuore buono. Oppure non ti commuovi e non mi sopporti [per una cravatta, mi consideri un borghese; per una citazione da Eckhart, mi consideri un prete; per la difesa pubblica di un mio allievo, al quale credo, mi consideri un mostro, ma buonista] Tutto va bene, purché il discorso ferisca me e non te. A volte, tu – alcuni del TU collettivo – sei buono, e mi vuoi bene, e io ti credo, perché vivo di questo, come sai; altre volte vorresti la mia morte, perché sai che solo due o tre raccoglierebbero i 30 libri di Massimo. Sai bene che pubblicare con piccoli editori o in rete è debolezza. In questo senso, io sono *già* morto.
Ripeto, e ti lascio: vuoi che parliamo ancora di dolcezze teoriche? Non mi chiedere il piacere dell’intelligenza. Lo detesto. O vuoi che parliamo *veramente* di poesia? Te lo ripeto e ti chiedo: che cosa vuoi, veramente? Che tu lo creda o no – ti darei la mia vita; e in un certo senso [nell’aiuola dei ranocchi-letterati] per alcuni, sbagliando o no – io l’ho già fatto [in questa forma di docenza indecente, che mi permette di continuare a vivere, *dopo*]

[massimo sannelli – 1° dicembre 2007, pomeriggio]

150 pensieri su “Al lettore. Per una seconda “scuola di poesia”, di Massimo Sannelli

  1. cari poeti che partecipate a questo giusto blog, bisognerà che si impari ad essere una massa anche noi, bisognerà che si diventi orgogliosi che la poesia diventi un fenomeno di massa. altrimenti resteremo morti e sepolti già da giovani talenti, poi da soliti stronzi affermati o falliti, nella non incidenza del nostro mestiere, che invece è antico come il mondo esattamente come la vendita del proprio corpo, perché è e deve essere una vendita del proprio corpo, del proprio cervello, della propria voce, non a scopo di lucro ma a scopo di vita, che è anche lucro però. altrimenti di che si vive? di cosa si dovrebbe vivere altrimenti? espropriamoci di noi per diventare un loro, e ci accosteranno, e ci accosteranno, e smetteremo di essere inutili e snob, cioè dei falliti in partenza! baci a abbracci a tutti e in particolare a te, mio massimo

    Mi piace

  2. e tu sei la ben trovata, Elena… e Rosaria – Rosaria sa anche quello che non è detto, e l’ha detto. buona sera Rosaria…

    *

    io dico solo che esistono *piccole cose*. che a queste *piccole cose* ci si tiene stretti, perché – a poco a poco, mentre sei giovane, ma non più così giovane – il resto svanisce. a queste *piccole cose* – la poesia che uno scrive o ama o legge ne fa parte *integrante*, ma *non da sola* – ho voluto dire: questo, per me, conta. a questo mi dedico, a costo di sbagliare. e su questo impegno la mia faccia, la mia parola, il poco o il molto che uno ha ed è… tutto questo mentre lavoro e denaro ‘diminuiscono’ [è un eufemismo…], e quindi anche il futuro. allora: attenzione alle piccole cose, e rigore. non facciamoci prendere in *fallo* da certe pretese, in generale, da illusi che ci illudono…
    massimo

    Mi piace

  3. 1
    Per rispondere ad una lettera aperta è necessaria una risposta aperta, nel senso di penetrabile e pronta a far entrare ed uscire idee. La prima che ho da offrire è una sorta di elucubrazione sul termine “establishment” che nell’accezione corrente dovrebbe intendersi come “classe dirigente”. In origine questo verbo, “to establish”, si riferiva all’organizzazione militare. Forse per mia incompetenza o cecità ma non riesco a vedere chi dirige chi, nella situazione editoriale, più che poetica, italiana. Da anni favoleggio di Men in Black capaci di stabilire a tavolino le sorti degli autori. Favoleggio, sì, e confesso che un po’ ci spero. C’è anche una mia parte più realistica che vede invece che questa sorta di G8 della poesia contemporanea è qualcosa di impossibile più che deleterio. Proprio perchè i testi non si vendono (e, nei rari casi in cui si vendono, l’intera operazione editoriale non permette comunque ad un autore di pagare sei mesi anticipati d’affitto) ho difficoltà a pensare che qualcuno possa occuparsi a tempo pieno di stabilire chi è degno e chi non lo è. Che per me (e per altri, per noi) sia già finita è questione a mio avviso ormai superata: ma è da quella fine (da quell’addio) che si da cominciamento. Tu mi chiedi chi sei tu per me e io rispondo “uno che va su e giù”, con tutto l’affetto che puoi dedurre.
    Un discorso a parte meriterebbero i vicini. Quella del piano di sopra continua a buttarmi gli ossicini di pollo e le bucce d’arancia nel cortile, avendo cura di farli cadere sulla biancheria stesa ad asciugare sia che io scriva in versi che in prosa, sia che io sia o non sia un poeta di quelli che intendeva moravia, un modesto compilatore di rime, un tassista oppure un blogger. E ahinoi continuerà a tirare i soliti ossicini anche dopo la prossima riunione di condominio. Discorso simile per coloro che dicono di cravatte, citazioni, citazionismi, capelli, cappelli, testi (tosti o tisici che siano): se citi te stesso ti diranno “narcisista”, se citi Grande Puffo ti diranno “infantile”, se citi Freud ti diranno “schizofrenico”. Pensandoci: è evitabile? Non credo. E’ pur giusto che democraticamente ognuno si faccia un’opinione propria, sarebbe però auspicabile che il suddetto qualcuno si desse poi da fare per avvalorare o meno la propria opinione. Che io sappia, solo gli imbecilli non cambiano mai idea. Si vogliono fermare alle prime impressioni della cravatta? Ok, ma anche se non fosse cravatta e fosse papillon, se fosse laccio da cowboy o colletto sbottonato qualcuno avrebbe comunque da ridire qualcosa.

    Mi piace

  4. Pezzo forte che non lascia tranquilli, cosa che del resto non desidero. Solo non ti credo quando dici che detesti il piacere dell’intelligenza; o forse non so di quale intelligenza parli, perché il tuo pezzo ne trasuda, almeno di quella che personalmente considero spessa e solida.

    Mi piace

  5. mi perdonerete se dico che non vedo l’utilità di questo testo. non vedo in particolare la paradigmaticità della vicenda del giovine filologo mediolatino che si affaccia ad una brillante carriera ne l’establishment (sic) e viene poco dopo recisamente rifiutato. vedo una spiacevole vicenda personale, che fa dispiacere, spinge alla compassione, ma non vedo la paradigmaticità della “storia” di un giovane dottore di ricerca in filologia che pubblica due edizioni critiche di testi latini dal melangolo, viene invitato a qualche convegno in giro per l’europa, poi viene ‘tradito’ (prima il sì, poi il no). non vedo la natura paradigmatica – e dunque non vedo l’interesse – di questo trauma da investitura revocata. specialmente non la vedo in bocca a chi, solo ieri, negava a tutti noi (e a se stesso, tra l’altro con una certa leggerezza o indelicatezza) finanche la *possibilità* d’essere poeti rilevanti, perché orbati di una Storia, di un trauma della Storia: “ma noi non abbiamo mai visto la casa Antschel vuota, non abbiamo camminato dalla Romania a Parigi, e non parliamo 7 lingue”. stupisce vedere oggi come, al contrario, la storia del giovane filologo tradito dall’establishment – degno materiale per un racconto lungo di Flaubert! – venga indicata – un po’ rabbiosamente pare – come un fondamento sufficiente al diritto di “docenza” poetica. certo potrebbe rincuorare la non necessità d’aver perduto i genitori nei campi di lavoro per poter sperare d’essere poeti, ma insieme sconforta l’incoerenza di Sannelli (lo stesso che di recente aveva ripetutamente comunicato a tutti la propria determinazione a sparire dai blog di “poesia”). forse davvero costui odia l’intelligenza. ci si chiede che cosa ami.

    mi chiedo infine, vi chiedo: cosa offre questo testo, quale informazione contiene? quale amore esprime tentando di affossare tutti in una fossa comune? là ci scalderemo. passerranno i treni. verranno i cani. staremo insieme composti.

    buona luce,
    lorenzo

    Mi piace

  6. Non so se mi è chiaro l’intento di questa “missiva”, ma provo comunque a dare una mia risposta in quanto lettrice. La poesia, così come ogni altra forma d’arte, è comunicazione. Il poeta scrive facendosi attraversare dalla parola, ma affinché si compia una sorta di chiusura del cerchio desidera che la sua poesia abbia anche un lettore che gli consenta di ritornare poi dove la poesia ha avuto il suo inizio. Ma durante questo tragitto la poesia, perde il suo legame con la sua sorgente e acquista una vita propria che si compie nella lettura.
    Il poeta scrive le sue poesie con la consapevolezza che tutto questo accade, che lui lo voglia o meno, ma, parafrasando Pessoa, “il poeta è un fingitore” non perché ci sia finzione in ciò che scrive o perché lui scriva per il lettore, ma perché finge a se stesso che i suoi versi riescano a giungere al lettore, pur sapendo che questi a sua volta leggerà la poesia adattandola a se stesso.
    Dunque il legame che viene a crearsi è una finzione reciproca che però trova un punto di contatto nella poesia stessa.
    L’avvento del web ha stravolto questo rapporto che si basava sul silenzio, e quella che forse un tempo era una relazione che, come tutte le relazioni, subiva alti e bassi, separazioni, tradimenti, ma che rimaneva contenuta e controllata in un piccolo ambiente, sia esso fisico che metaforico,ora quella stessa relazione viene messa in piazza, e i ruoli risultano alterati a tal punto da ribaltarsi e chi ne acquista in forza è il lettore, e la poesia invece perde la sua identità di anello di congiunzione in questo dialogo. Il fulcro diventa quantitativo. Il lettore esige un pegno dal poeta quando questi delude le sue aspettative ed ha ora i mezzi per farlo: l’abbandono, l’isolamento. Non c’è mediazione, non ci sono i tempi lunghi di una lettura, di una rilettura. La poesia è gossip.
    Ecco che il poeta si trova impreparato. Su un piatto della bilancia la possibilità di dire la propria poesia, dall’altro avere l’esatta misura di quella finzione, perdere il disincanto.
    L’unica possibilità che resta è scrivere poesia, leggere poesia.

    grazie
    lisa

    Mi piace

  7. dico a coloro i quali qui sostengono di scrivere poesie e si lamentano e si affligono… togliete via tutte le stratificazioni che avete accumulato negli anni con i vostri studi. lo studio e la conoscenza sono funzionali alla vita, non il contrario. avete perso voi stessi nelle analisi dettagliate del verso, nello studio accurato dei saggi critici. avete perso spontaneità, freschezza, avete perso la vostra vera voce e state lì e non sapete fare altro che lamentarvi. vivete, attingete alla vita e spazzate via tutto ciò che si è frapposto fra lei e voi. forse così potrete sentire il canto delle sirene di nuovo, forse così ci regalerete qualche verso degno, qualche verso di poesia, finalmente.

    allenate l’orecchio, ascoltate la musica, non dimenticate quanto la poesia sia imparentata con questa magnifica arte. sui vostri studi poggiate i piedi ma con il dito cercate di toccare il cielo, non accontentatevi di essere come quei piccoli animali che vivono nei libri per nutrirsi di colla.

    se proprio non potete fare a meno scrivere fatelo, ma evitate di farlo finché potete e cominciate solo quando, stremati, l’esigenza di scrivere diventa più forte di ogni vostra più strenue resistenza. forse così, alla fine, nascerà un verso degno di essere chiamato poesia.

    Mi piace

  8. p.s. oggi la poesia non interessa quasi a nessuno, nemmeno coloro che scrivono poesie che, com’è noto, non comprano libri di poesia.
    la poesia non dà pane. non è un mestiere. non dà fama né gloria, soprattutto in italia. se le frustrazioni mascono dal non essere riconosciuti e letti, ebbene, meglio rassegnarsi.

    Mi piace

  9. Una volta uno scrittore di fama,tradotto non so in quante lingue, dopo aver letto una mia poesia, mi guardò stupito e mi chiese quale tecnica avessi adoperato per giungere a un certo ritmo che serpeggiava tra i versi. A quel punto fui io a rimanere stupita per la domanda e quando gli risposi che non c’era alcuna tecnica ma solo l’impeto della mia passione, lui, lo scrittore impallidì, ma solo un poco, poi si allontanò scuotendo la testa come per dire che quasi quasi non ci credeva. Quell’episodio mi ha dato forza e ho cominciato a vedere i Grandi sotto una luce diversa.

    Saluti notturni
    jolanda

    Mi piace

  10. a volte è meglio spegnerla… la luce –

    “Ognuno sta solo sul cuor della terra

    trafitto da un raggio di sole:

    ed è subito sera.”

    Mi piace

  11. E perchè mai spegnere una luce che ci lascia intravedere la falsità e i mezzucci con i quali alcuni scrittori si fanno strada?

    Su Quasimodo non si discute
    jc

    Mi piace

  12. Finalmente in un sito di poesia, dopo tanto tempo, leggo qualcosa che vale la pena di leggere.
    Parlo dell’intervento di Kolybal’naya. Grazie.

    Mi piace

  13. …come lo studio………………

    davvero originale come conclusione e soprattutto colma di saggezza, di sapienza e di sensibilità. Complimenti.
    jc

    Mi piace

  14. Platone parlava del poeta come di uno che non sa nemmeno quello che fa perchè invasato,(cfr. il dialogo Jone) mi sembra interessante a tal proposito questo articolo
    http://www.repubblica.it/2006/09/sezioni/scienza_e_tecnologia/fatica-essere-genio/fatica-essere-genio/fatica-essere-genio.html
    che rende giustizia alla fatica di chiunque si dedichi a rendere perfetto con studio e passione, pur sapendo che la perfezione non è di questo mondo, un suono, una pennellata, un verso…

    Mi piace

  15. Carlucci… ti prego… certo che sono sparito. basta così poco per sparire! basta mettere un filtro sull’email e sul telefonino: puoi essere certo che nessuno ti cerca più, dopo il secondo tentativo. a parte gli scherzi: in un anno, sono uscito da lpels, dall’attenzione, da gammm, dal crise, dalla Rassegna della lett. it., e persino dalla piccola bina fatta con Giovenale, e dalle imprese mediolatine come MEL… infatti questo post è stato chiesto da Fabrizio, e io gli ho detto di sì, semplicemente. detto e fatto.

    voglio dire: mi viene chiesto, con gentilezza, “ricomincia la scuola di poesia”. e io dico: va bene. ma poi mi chiedo: DI CHE COSA VOGLIAMO PARLARE? perché di parlare della poesia come “stretta di mano” – è vero, lo è – sono stanco. perché per Celan ha un SENSO POTENTE che per noi è solo edulcorato; per lui era spaventoso (bisogna sentire le sue registrazioni, la sua esitazione sul tedesco…); per noi è un aforisma.

    per esempio: alcuni poeti oggi hanno un myspace, come i cantanti. è utile? ma la poesia – aspetta riconoscimenti umanistici o spettacolari? che cos’è la poesia? che cosa è oggi, soprattutto. la poesia è silenzio, sì – ma fino ad un certo punto… e io volevo vedere almeno i cerchi che si allargano sull’acqua, dopo che la pietra scagliata è CADUTA.

    il problema è che più parlo di amore e *piccole cose* più sono giudicato empio…

    Mi piace

  16. In parte sono d’accordo. Ma voglio guardare la questione anche da un’altra angolazione partendo da “ e forse ci regalerete qualche verso degno”.
    Si dice che la poesia non interessa, nelle grandi librerie gli scaffali sono stracolmi di narrativa ( quanti di quei libri sono realmente degni???), la sezione dedicata alla poesia è veramente minima e gli autori sono più o meno sempre gli stessi con una certa predilezione verso le raccolte di poesie d’amore ( chissà poi perché ??) eppure ci sono centinaia di blog dedicati alla poesia, spesso in quelli più frequentati piccole sillogi scatenano interesse e discussioni più di un fatto di cronaca. Dunque la poesia non è così lontana come si vuol far credere. C’è un interesse vivo, sanguigno ma, e qui ritorno al “e forse ci regalerete qualche verso degno” forse proprio questa sproporzione fra l’enorme quantità di poesia in rete rispetto a quella pubblicata e quindi considerata classe A, crea una certa diffidenza verso la prima.
    La si legge, ma non la si accoglie completamente. È come se anche il lettore si ricoprisse di strati di pregiudizi che riversa nel suo giudicare la poesia.
    Una pagina di poesia va letta a voce alta e spesso con quella “virtuale” non lo si fa, ci si adegua ai tempi rapidi, quindi altrettanto spesso il suono, la musicalità che sono parte importante dei versi, vanno perduti o tralasciati. Va tralasciata anche la rilettura di cui alcune volte una poesia ha bisogno per una piena comprensione. E infine, ma non meno importante fattore, quel sentimento, virtuale anch’esso, di “odio et amo” che si va a creare fra il lettore e il poeta.
    Sono dunque d’accordo che la poesia nuova abbia bisogno di prendere respiro, di scrollarsi dai sedimenti in cui spesso soffoca, ma forse anche il lettore deve rieducarsi ad una lettura nuova e fare su se stesso l’identica operazione perché non si può spingere l’una verso una direzione e poi andare nell’altra.
    Credo che una piccola dose di umiltà, forse anche di pazienza sia del poeta che del lettore possa essere un buon punto di partenza.

    grazie
    lisa

    Mi piace

  17. Massimo caro,
    il diluvio di commenti che leggo stamattina m’induce a rompere il silenzio che intendevo osservare ieri leggendo il tuo post.
    Veramente, ci sono croci che ci cadono addosso ed altre che ci tiriamo addosso da noi (lasciamo stare il solito psico-qualchecosa che subito vorrebbe spiegarci che fra i due tipi di croci la differenza è solo apparente).
    Voglio solo dirti, con l’affetto quasi paterno che l’età mi consente, che ci sono storie “già” finite alla soglia della maturità perché non erano mai cominciate davvero se non nella nostra testa, almeno nella forma da noi ardentemente “imaginata” e carezzata. (E con questo non voglio certo negare i cambi di percorso, i traumi, i tradimenti, ma soltanto ricondurli alla loro dimensione e portata nella geografia complessiva di un’esistenza.)
    Poi la scoperta, il tuffo al cuore, la desolazione, il deserto.
    Ci siamo passati in molti, e i più, ai quali non deve andare altro che rispetto, si sono barricati sotto un sasso, dietro a una bottiglia o a un portone chiuso per sempre. Alcuni poi si sono avvolti in un grido ora monotono e spaventoso ora scintillante, ustionante sempre.
    Ma l’arido vero è l’altra faccia di quella “Realtà” di cui ci parla un’antica e bellissima preghiera indiana.
    Un vecchio distico di un quasi vecchio poeta dice: “Quando tutto è finito / si comincia davvero”.
    Questo però comporta l’acquisizione di una consapevolezza e di uno stile, quello del fallimento. Soltanto quando impariamo a fallire con grazia, e con grazia a decomporci vivendo, iniziamo a lasciare tracce per le quali ci vorranno bene a lungo anche se non arriveranno mai a conoscere il “nostro” nome: quella cosa che credevamo nostra fra le poche, mentre invece erano molte,le cose che ci appartenevano, ma diventavano nostre solo nel momento in cui accettavamo di abbandonarle.
    Un forte abbraccio,
    Roberto

    Mi piace

  18. scusa m. io pensavo che sparire dai blog lasciando come ultimo messaggio la nota di pavese prima di suicidarsi significava non scrivere più sui blog. si vede che ho capito male. io ho sentito le registrazioni di celan, il suo tedesco non mi sembra molto “incerto”. che intendevi?

    lorenzo

    Mi piace

  19. Lorenzo… infatti i due blog sequenze e microcritica sono morti allora. è una cosa da niente, in fondo. ma significava: ora basta [un *basta* personalissimo, come le uscite dalle redazioni: nessuna polemica, mai; né odio; solo un po’ di stanchezza e un po’ di sofferenza – si soffre anche di queste cose; non solo, grazie a Dio]

    [prima di chiuderli: il frate asino si trova in Qatar ad aspettare l’aereo per Milano; e lì legge la posta, e Davide Nota loda due “pasoliniani” contemporanei, Santi e Krauspenhaar; e lì l’asino non capisce, gli sembra di non capire, e scrive a Davide, che è un ragazzo buono e che accetta il confronto: caro Davide, vedi… Pier Paolo poteva uscire per il suo sesso ogni notte, e poi leggere Sofocle in greco e scrivere Teorema e giocare a calcio; e andare in India, in televisione, al festival di Berlino e tra i marchettari: con la stessa naturalezza; ma noi facciamo solo una o due di queste cose; questi pasoliniani non sono pasoliniani – per limiti *oggettivi*, di epoca, di stile, di corpo, di abitudini e di *carisma*… e pensa quanto è ridicolo parlarne a 4000 km dall’Italia…]

    *scuola di poesia* è una dizione impegnativa. ora: la scuola presuppone un insegnamento. l’insegnamento presuppone una certa superbia docente: io so, tu non sai; tu chiedi a me di insegnare, io ti insegno. Mesa ha parlato spesso contro la docenza – con ragione. ma se io insegno a te che presumi di sapere tutto, e io presumo che tu non sappia abbastanza; vedi, siamo presuntuosi entrambi. eppure: se questa è una *scuola* devi stare al gioco, oppure non entrarci. oppure non chiamiamola *scuola*. ma perché – non chiamarla *scuola*? ecco.

    se devo tenere una *scuola*, bisogna che io *possa* parlare. ma io – a che titolo parlo? chi sono per parlare? bisogna che tu mi dica: va bene, ammetto che tu possa insegnare a me, in questo campo [non certo in altri]. devi dire: tu per me sei qualcosa. altrimenti perché *posso* insegnare? per chi? e poi: per dare un messaggio buonista o una sferzata? con quale autorità? *con quella che tu stesso mi concedi*, né più né meno. sei tu che me la concedi, se vuoi, sapendo che cosa faccio; non è certo una conferenza a Rennes o a Santiago de Compostela o a Liegi a legittimarmi – sei tu, se vuoi [a legittimarmi *qui*]; oppure no [ma vivrò ugualmente]

    e poi: devo parlare per dire che *tutto è bello* e *tutto è buono* o per dire *altro*?

    la “mancanza di richiesta di poesia”, come la chiama PPP, e il “pubblico disattento”, come lo chiama Rosselli, livellano tutto, come la morte. nessuno *sembra* più bravo o meno bravo di un altro. lo si sa inter nos, ma non si deve dire. perché? forse non ha senso dirlo, perché siamo sempre noi, siamo 4 o 400, ma siamo sempre noi; non *solo noi* – ma *soli* noi, sempre… pensa se nella musica leggera fosse così: tutto uguale. e infatti *non* è così.

    Mi piace

  20. C’è una premessa da cui non si può prescindere: il poeta, ma direi anche lo scrittore, il libero visionario, l’anarchico, il ribelle, il creativo in genere tendono a considerare del tutto ovvia la seguente immagine: ci sono io; intorno a me c’è il mondo. Ora, qui non entro nel merito della qualità letteraria, non avrei neanche l’autorevolezza per farlo. Preferisco dirvi qualcosa sulla mia esperienza personale. Preferisco partire dalla “vita”, e la mia vita per quanto modesta e anonima credo in ogni caso che possa offrire qualche spunto di riflessione, e questo vale naturalmente per qualsiasi altra avventura umana che, piccola o grande che sia, può spalancarti delle finestre tutt’altro che sbiadite. Io ho iniziato a scrivere per caso, piuttosto tardi, dopo i vent’anni e dopo essere oramai precipitato nel tunnel della scienza e della tecnica. A volte da piccolo sogni di intraprendere un dato cammino, a un certo momento ti capita di iniziare a percorrerlo e lo fai con impegno e convinzione. Sennonché, quando meno te lo aspetti, il sentiero deraglia verso mete che non avevi neanche lontanamente immaginato. A quel punto è la vita che ti conduce, è lei che sceglie al posto tuo, e tu non puoi fare altro che assecondarla. Ora, è inevitabile che prima o poi ti soffermi dinanzi a uno specchio e ti ponga quella domanda fatidica che per tanto tempo hai cercato di evitare: ma tu, Pasquale, chi sei?… Ecco, è una sensazione tremenda quando ti capita, non riesci a spiegartela, non trovi le parole giuste, i concetti e la cultura che possiedi non ti soccorrono… Allora ti affidi agli altri, è naturale, cerchi qualcuno che reputi ne sappia più di te, qualcuno che possa aiutarti a penetrare la tua anima. Eh già! Ma non è così facile. In questo mondo di ribaldi, truffatori, canaglie e imbonitori di ogni risma non è facile trovare una persona onesta e leale che ti aiuti davvero a salvarti dal labirinto in cui ti sei cacciato. Di chi ti puoi fidare? Il discorso dell’editoria che conta non lo prendi neanche in considerazione, al massimo puoi autofinanziarti la stampa di qualche libretto se ne hai la possibilità, magari ti organizzi qualche presentazione. E poi? Hai firmato decine di dediche, sei stato gratificato dai sorrisi del pubblico, per una sera ti sei sentito amato… e poi? E poi ti sei accorto che nella tua vita non è cambiato niente. Gli stessi tormenti, la medesima insonnia che ti attanagliava… la medesima solitudine. Forse ci sei, finalmente hai trovato la parola chiave: solitudine… Io posso dirvi che la mia vita è cambiata radicalmente da quando ho imparato a guardare in faccia la mia solitudine. Da quel momento non mi sono più sentito solo. Sembra incredibile ma è così. Mi sono detto: “Pasquale non fare il coglione, qui si tratta di guardare in faccia la realtà: oggi ti senti uno straccio perché non trovi nessun editore serio che ti voglia pubblicare o c’è qualcosa di più profondo?”. E ho risposto: “Amico mio, guarda che oggi non sto poi così male, anzi, mi sento persino euforico… sto proprio bene… più che bene: oggi per la prima volta mi sono guardato allo specchio. E dell’altrui riconoscimento non me ne frega un cazzo”.

    Pasquale

    Mi piace

  21. Massimo, che dici: “non è certo una conferenza a Rennes o a Santiago de Compostela o a Liegi a legittimarmi – sei tu, se vuoi [a legittimarmi *qui*]; oppure no [ma vivrò ugualmente]”, ti dico: ma dai? è esattamente quello che ti facevo notare. non c’è bisogno di esibire la “storia” (permettimi la minuscola) che hai esibito.

    dici anche: “pensa se nella musica leggera fosse così: tutto uguale. e infatti *non* è così.”
    nella musica leggera ci sono le classifiche delle vendite. quelle generali e quelle per genere. ci sono anche in letteratura (apri un giornale). non significa molto. per il resto… hai mai ascoltato “The Wall”?

    ciao,
    lorenzo

    p.s. sui “pasoliniani” hai *ovviamente* ragione. santi e il gruppo dei poeti de La Gru sono tutt’al più crepuscolari. dei temini di krauspenhaar non mi interesso. c’è bisogno, per ciò, di deprimersi?

    Mi piace

  22. Penso che il testo di S. sia la cosa più somigliante ad un doppio (triplo .. n-plo) vincolo che io abbia mai incontrato. Un intreccio di piani di significazione contraddittori tenuti insieme dal pathos, da quell’eccesso sentimentale che egli riesce ad intessere con indubbia efficacia. Un oggetto artistico dunque, che si presta ad una molteplicità di proiezioni, tutte sbagliate perché infine contraddittorie. Da quale superficie in entrata dobbiamo dunque farci ingannare? Qualunque sia la scelta, ci ritroveremo di lì a poco, ribaltati e confusi, a percorrerne l’altra faccia, come in un nastro di Moebius. Lui ci ama .. ma no ci odia, lui ci cerca .. ma no ci fugge, ci vuole abbracciare .. no fare a pezzi. Per entrare alla sua scuola devi rinunciare al tuo nome – che è tutto ciò che hai – calare ogni pretesa e inginocchiarti alla Poesia, trascinarti oltre un passaggio talmente stretto da scorticarti tutto, fino a lasciare dietro a te, orribilmente arricciata, la tua propria pelle. E quando riemergeremo, finalmente scorticati, cosa mai ci offrirà in cambio, dato che egli stesso pare così infelice?

    Mi piace

  23. caro Elio… il double bind mi mancava! ti vorrei rispondere con un frammento di Lucio Dalla… in *cambio* non do nulla, perché – ammesso che ci siano premi – non sono io a distribuirli:

    si videro consegnare
    Un pezzo di specchio
    Così da potersi guardare

    e anche:

    Frattanto i pesci
    Dai quali discendiamo tutti
    Assistettero curiosi
    Al dramma collettivo
    Di questo mondo
    Che a loro indubbiamente
    Doveva sembrar cattivo
    E cominciarono a pensare
    Nel loro grande mare
    Com’è profondo il mare
    Nel loro grande mare
    Com’è profondo il mare

    *

    ecco, alla fine questo: uno specchio… e coraggio, sii sereno, sono anni che le cose che scrivo ti turbano… e mi dispiace, ma assisto anche curioso…
    massimo

    Mi piace

  24. Massimo,

    Augurandoti maggior fortuna a livello professionale (che so… un’esperienza all’estero? Hai amici/colleghi in Francia e non esiste solo l’accademia, per di piu’ italiana),

    sulla chiusura dei tuoi spazi personali in rete permettimi di non essere d’accordo, specie per “microcritiche”. Anche concedendoti il fastidio per il rumore di questo ambiente pretenzioso e dilettantesco, quel sito restava un momento di riflessione non banale per chi segue la poesia italiana su web; nei limiti del mezzo, un’esperienza interessante e quella si’ formativa (tornando a *scuola*). Spero dunque tu possa ripensarci.

    Mi piace

  25. io non ho capito, massimo, perché in un tuo commento ti domandi se la poesia debba essere “spettacolarizzata”. parli anche di poeti che hanno un myspace e ovviamente mi sento chiamato in causa. Io continuo a non capire perchè ci si domandi della poesia e non si sia solo al suo servizio. con tutti questo *mio*, il mio libro, la mia critica, il mio successo. Per fortuna, credo io, alla Poesia continua a interessare poco dei nostri discorsetti da cucina, essa si nutre di noi, da noi prende corpo, da me che leggo con un gruppo di 5 persone dietro, a chi inframezza basi techno alla lettura, a te che ti inginocchi, fino a quello che le poesie le vuole solo leggere a mente, in casa sua e da solo.
    Se tu mi chiedi perché musichi i tuoi versi ti posso rispondere soggettivamente, con un “perché mi piace” o oggettivamente, con un “perché la poesia vuole così”. vuole anche così. Se mi chiedi il mio obiettivo ultimo ti rispondo utopisticamente con un “vorrei restituire la poesia alle masse” vorrei che negli ipod invece di biagio antonacci si ascoltassero delle poesie.
    Questo vorrei. Ma al di là di questo, c’è un “motore” che mi spinge a continuare su questa strada che è il mio piacere personale. senza piacere personale, la poesia, diventa un lavoro. Ti vedo ancora bloccato sull’aspettativa del successo che è abbastanza ridicola, per un poeta. un poeta serve, non è servito. tu non hai scelto di essere un poeta, infatti, e io so che lo sei. basta non dirlo. non si dice “io sono un poeta”. Fa vomitare. Almeno a me. Si è poeti. si abbassa la testa. e si fa. dal verbo Fare. che torna a casa.
    Ti abbraccio amico mio, con rispetto.

    A

    Mi piace

  26. sai Alessandro… è un fatto di corpi e voci. il tuo corpo e la tua voce ti permettono di essere su myspace, perché ti assomiglia, perché *ci sai stare*. ci sono poeti – non faccio nomi – che hanno una storia molto classica, molto formale, molto composta, oppure hanno un carattere chiuso, ecc. – e ora li vedo su myspace. e questo mi fa pensare che non hanno visto i loro stessi corpi, ascoltato la loro stessa voce, ecc. Per stare in un posto occorre una “leale fissazione di regole”, come scrisse Marzio Pieri. Daino, Santacroce, tu – potete stare in myspace, perché tutto in voi è coerente con quello spazio, e lo sapete gestire. ma se ci andassi io – capisci…

    ora ho davanti Il teatro della morte di Kantor. uno di quei libri severi di Ubulibri, nerissimo – ma contiene cose che fanno tremare… ecco: perché la poesia non deve far tremare? perché non si deve sentire il bisogno di ridursi di fronte a una cosa grande? vidi un sacco di Burri per la prima volta a Monaco, in un giorno freddissimo. l’istinto diceva (non è una bugia): *in ginocchio, perché questa è un’icona*

    parlo male e in fretta, ora, devo lavorare. non aspetto il successo; aspetto di vivere [cioè di poter resistere]. di poesia si vive e ne vivo. non sono un poeta. ho scritto poesia in versi e in altre forme; poi ho capito che la poesia che scrivo era un’altra cosa. era l’effetto di una scelta non mia – ma lo hai detto anche tu. solo che – ricordi? – “dov’è il tuo amore? dov’è finito il tuo amore?” – e dov’è allora la gente che *ci ama*? forse non l’abbiamo mai cercata. è una domanda semplice, si formula con tre parole.

    e il mio rispetto per te, lo sai
    massimo

    Mi piace

  27. Caro Massimo, mi rallegro di questo tuo tono: una blanda e divertita curiosità mi sembra un atteggiamento ottimale verso i miei tentativi. Reciproche preoccupazioni di non ferirci ce le siamo già scambiate in passato e dato che ci ritroviamo sempre vivi ed attivi direi che sono ormai ridondanti e non serve rinnovarle ad ogni nostro incrociarsi. Mi suggerisci che io, nei tuoi testi, veda riflesso principalmente me stesso: mi va benissimo, ed è infatti proprio così che io li intendo: come opere d’arte testuale aperte alle mie proiezioni interessate. In pratica, non è neppure consigliabile, fra di noi, un dialogo diretto, considerato che “carismi” non ne avverto (né io ne accampo) e dunque, probabilmente, non potrò mai adoperare i tuoi testi secondo i loro impliciti intendimenti d’uso (d’altronde di lettori canonici ne hai già). Ma poiché, come direbbe Eco, si tratta anche di “opere aperte”, ed anche belle forti, esercito la mia libertà di occuparmene, nel momento in cui esse si presentano nella pubblica arena sotto un’angolazione promettente per i miei percorsi cognitivi (per i quali non sento davvero alcun bisogno di tutele o legittimazioni). Come persona, ti indirizzo sempre il mio augurio di default, ovvero il meglio, ma ricordati che non parlo mai di *te* bensì dell’interessante fantasma (un mio doppio? in tal caso per *me* ancora più interessante) che la lettura dei tuoi testi evoca nella mia mente, come ritengo sia coerente con il mio modo di intendere limiti e possibilità di questo mezzo (per lo meno seleziona abbastanza bene gli interlocutori e viene generalmente tollerato da coloro che sono interessati a differenti modalità). Ciao

    Mi piace

  28. Sì, capisco cosa dici. Vorrei perfezionare il discorso dicendoti che il mio modo non è “l’unico” modo e nemmeno il migliore o il più bello. E’ il mio modo. ho anche la fotografia, e lo sai, e la musica (spesso suono e basta) ho i video. Spesso mi chiedo se dovrei concentrarmi su una cosa e basta che verrebbe senz’altro meglio ma non sono capace, mi piace usare tutto, mi stanco in fretta. dove voglio arrivare a parare. al fatto che si è diversi, e questa diversità è bellezza, e ricchezza. Io ti ho ascoltato leggere le poesie e posso assicurarti che non manca la “tensione” e “l’intensità”, nel tuo tipo di lettura, perché tu sei così, ti irradi così. ognuno ha la sua dimensione ma siamo tutti in allarme perché ci accorgiamo che qualcosa sta mutando, che la poesia la possiamo veicolare in mille modi, e questo porta smarrimento, crea solchi ancor più grandi, dove non esistono. Tu dici io non sono un poeta, e io ti rispetto per questo. e ti credo. però so anche che la poesia ti viene a trovare spesso, anche se non la vuoi. non è un dono, è una sfiga. io non ho mai vissuto il mio scrivere con sollievo, mai, nemmeno una volta. preferisco guardare un documentario che scrivere una poesia, mi creo mille cose da fare ma alla fine succede che alle tre di notte sono lì, a scrivere su questa maledetta pagina bianca, e non so nemmeno perchè. un mio amico mi diceva, qualche giorno fa, “com’è che prima DOVEVI scrivere e adesso VUOI fotografare?”. Questo è il punto. Se poi tu mi dici, c’è chi si apre myspace e non dovrebbe, perchè non è il suo modo di corretto di esprimersi. può essere, senz’altro. E’ lo smarrimento a cui facevo accenno prima, trovarsi dinanzi tutte le possibilità e non saper quale scegliere. d’altronde siamo in un’epoca di mutazione, secondo me, di passaggio, e inevitabilmente viviamo questo periodo con frustrazione.
    Chiudo dicendo che le tue prose poetiche, le tue “nudità”. in ogni caso, muovono sempre qualcosa, sempre. in te e in chi ti legge. e questo vogliamo chiamarlo fare poesia?
    ma che ce ne frega.
    questo è quello che succede.
    Al di là delle tue/nostre intenzioni.

    A

    Mi piace

  29. Caro Massimo perché dici che non sei un poeta? Io trovo nella tua parola quel tanto di irrazionale, imprevedibile, sfuggente… quel tanto di follia che basta a legittimarti come poeta. Se poi continuano a imporci la solita Merini – anzi una Merini ormai ben lungi dalle vette de La Terra Santa – se il mercato ritiene utile “sfruttarla” più come “pazza” che come poeta perché la pazzia fa più audience (ultimamente ho visto un suo libro fotografico: ci sono dello foto recenti che la ritraggono senza veli, e non sto usando metafore)… tutto ciò non dovrebbe sorprenderci. Ora però debbo dirti che in questa tua confessione pubblica avverto una certa contraddizione. Intendiamoci, non voglio mettere in dubbio la tua buona fede ma dirti onestamente quello che ho percepito. Il messaggio della tua lettera aperta dovrebbe esser chiaro: ti ritieni escluso, non compreso, non legittimato per il valore di quella forza che ti brucia dentro. Diciamo pure: non ti senti amato. Questo sono riuscito a cogliere. Adesso però lasciami dire due parole di carattere più generale. La fortuna letteraria è legata a una caterva di eventi del tutto casuali. E non mi riferisco soltanto al fattore “C” che è necessario qualunque sia la strada che decidiamo di intraprendere nel corso della nostra pur sempre misera e fugace avventura. Mi riferisco alla sorte di nascere in un determinato periodo storico piuttosto che in un altro, di misurarsi con un dato contesto socio-politico anziché uno radicalmente diverso… Il problema sai qual è Massimo? Che Rimbaud è nato molto prima di te… So che ami Pasolini alla follia come altri suoi “figli” (anche io lo stimo, sebbene più da intellettuale che da poeta), però tu stesso ammetti che voi pasoliniani potete solo tentare di avvicinarvi a una vicenda umana, ancor prima che artistica, così intensa e irripetibile come quella di Pier Paolo. Ma poi, siamo franchi, cos’altro rimane da dire oggi, dopo aver assistito ai “miracoli” che è riuscita a compiere gente come Leopardi, Baudelaire, Whitman…? Cos’altro rimane da dire dopo un secolo come il Novecento che ha conosciuto avanguardie e neoavanguardie di ogni genere, dopo la fine di un’epoca dove la poesia e l’arte sono state vieppiù scarnificate della loro essenza e la cui unica preoccupazione è stata – diciamolo una buona volta! – la ricerca spasmodica di forme manieristiche completamente avulse da ciò che è da sempre il fine ultimo dell’arte: scandagliare gli abissi della vita e dell’anima… ma soprattutto cos’altro rimane da dire dopo la sconfitta, direi definitiva, che l’arte ha subito da parte della storia, la quale ha raggiunto – attraverso le immani tragedie che sappiamo – la vetta più elevata che nessuna espressione artistica avrebbe mai potuto concepire? Allora, caro amico, forse fai bene a dire che non sei un poeta. Però a questo punto sii onesto e coerente sino alle estreme conseguenze, e scegli di vivere la tua poesia come una dimensione intima e privata.

    Con amicizia.
    Pasquale

    Mi piace

  30. @Elio
    hai una mente gentile. in senso medievale – e anche il “fantasma” viene da lì… c’è dell’amore, forse… molto vapore… occhi che passano alla memoria l’informazione… e molta volontà di capire…

    @Alessandro
    alla fine : chi è ha fatto. chi sta bene non si muove. chi si muove cerca di dissociarsi dal male e dal peggio… i pesci assistevano curiosi al dramma collettivo: appena metti un dito nell’acqua il pesce si sposta… CI SONO SOLO NOMI, NOMI, NOMI – CHE URLANO PER ESSERE CONOSCIUTI. CHE URLANO QUALCOSA. CHE A VOLTE *NON* POSSONO ESSERE TACIUTI… altri che chiedono un sorriso. altri che ti farebbero a pezzi… altri che ti amano, con tutta la vita…

    *

    Saffo era *così* infelice, anche se dice “io voglio veramente essere morta” e “mi manca la dolce Atti”? Di Dante – che parla di un pane salato, ecc. – il figlio documenta la passione di sverginare. Su Guido Cavalcanti, che sospira per Giovanna e Mandetta, arriva di peggio: “parli di una bella pastorella… meglio dire: un bel pastore!”. Gassman e Carmelo bevevano, bevevano, bevevano. e Pier Paolo sognava 20 uomini alla volta. La letteratura *non* una menzogna. Menzogna è peccare (noi, non loro) contro la complessità di Saffo Guido Dante Vittorio. La depressione è una cosa. La mancanza di futuro è un’altra. per la prima ci si lascia morire. per la seconda ci si infuria, si lotta, e se la speranza manca – si *vuole* morire. e ora sono in via della Maddalena – esiste – nella città barbara che si chiama Genova – e fuori ci sono las mujeres alegres… “Mille nubi di pace accerchiano il cielo”.

    Mi piace

  31. sarò stupida ma non capisco o forse non voglio capire cosa c’entri Dante e lo sverginare, il desiderio sessuale di Pasolini, pastorelle e pastori…

    massimo, non riesco ad avvicinarmi alla tua poesia.mi sembra che tu porti avanti un dialogo stretto con te stesso dove non c’è posto per il lettore, almeno per ora. è una lingua ostica la tua, probabile che questa lingua sia proprio quella che ti sei scelto ma la trovo sovrastrutturata, piena di stratificazioni che la indeboliscono.
    questo, con molto rispetto, è il mio “sentire” detto con parole semplici e sincere. comunque ti faccio i miei migliori auguri di cuore.

    Mi piace

  32. cara Giunco… volevo solo rispondere a chi parlava di depressione. per esempio, leggiamo una poesia triste di Saffo e forse ne facciamo il Mostro o l’Icona della tristezza. ma Saffo cantava pregava e *faceva l’amore*. così Pier Paolo. noi guardiamo la Alda quando la intervista Mollica, e ce la fanno vedere come una vecchietta ex manicomiale che biascica, mentre è una donna piena di coraggio e di vitalità, e che ha molto amato; e che è madre. volevo dire: la depressione è una cosa, la sopportazione un’altra. [credo di conoscerle entrambe]

    la lingua – vedi, è un problema anche per me. perché quella lingua è fatta per essere sentita, non letta. ho letto molte mie poesie ai bambini, senza problemi. è musica sulle mie ossessioni. le ho contate ieri – sono 3, non di più. anche per questo credo di non essere un poeta. eppure – ho scritto cose più semplici… un’Antigone in versi, che ad un certo punto dice:

    a voi uomini piace
    solo una donna morta…

    e voi – che cosa fate?

    ***

    volevo dire: c’è molto di più in una persona, in una scrittura… e la tua umiltà nel dire “forse sono stupida” ti mette su un piano di DIGNITA’ altissimo… vedi, a proposito di uomini: un uomo non avrebbe mai detto questo. un uomo fa finta di capire e te lo dimostra anche. tu non hai inventato una compresione che non c’era. grazie, davvero, di cuore, perché tocchi un *punto vivo*, un *nervo scoperto*…
    massimo

    Mi piace

  33. Lorenzo… vuoi dire i nomi in coppia (violenta) dell’articolo? ma solo dopo 3 giorni – tu vomiti? o anche prima – vomitavi? ormai saranno digeriti. il convivio è una bella metafora. coraggio – una pupilla meno irritata. o ti scandalizza il perverso Dante, se la descrizione di suo figlio è sincera? o il nome della Alda? o il nome di Lucio Dalla? “dati i nomi, copiosa la nominazione. non detto un nome solo, il tuo…” – scrisse Luzi.

    quei poeti non falsificavano la propria vita; non del tutto, almeno. certamente un testo accredita un’immagine; ma anche il corpo dell’autore è già un’immagine, che comunica. il testo non conteneva tutta la vita: il singolo testo conteneva una verità autentica, in quell’istante. così Tondelli poteva invocare il maschio, ma piangere sull’amica che perde a Milano (a lei è dedicato Altri Libertini; ma noi siamo belve: per noi Tondelli deve essere aut etero aut gay; e Viky non è un fazzoletto, ma uno scrittore – merita altro). e Seminario sulla gioventù di AB – non è certo un libro *solo* gay…

    l’insieme di tutti i testi conterrebbe tutta la vita – se quell’insieme *rimanesse*. nemmeno di Saffo è rimasto *tutto*. nemmeno di Dante. nemmeno di noi: i nomi [nudi] sono la cosa che preme di più memorizzare, e sono la cosa che è più facile dimenticare… tra 50 anni tutto si riduce ad una massa candida… [compresa la carta dei nostri libri: le edizioni di Françoise Sagan che catalogavo ieri hanno 50 anni scarsi, e la punta di una matita morbida le squarcia *già*…]

    Mi piace

  34. Massimo la Alda Merini di oggi è solo una vecchietta ex manicomiale sfruttata dallo show business. Punto. Non mitizziamo troppo la figura del poeta per favore. E nemmeno Pasolini, che non è stato solo uno dei maggiori intellettuali del Novecento ma anche un “invertito” al limite della pedofilia. La verità dobbiamo raccontarla tutta e non solo quella che ci fa comodo. Pensiamo ogni tanto a quei poveri cristi che continuano a morire nelle fabbriche e nei cantieri. Anche questo vuol dire essere – o non essere – poeta.

    Ciao.
    Pasquale

    Mi piace

  35. no no, massimo, i nomi in coppia mi facevano sorridere (bella la lotta tra daino e temporelli!), sono i nomi dei poeti negli ultimi tuoi post, chiamati al solito con i loro nomi propri, a farmi venire i conati.

    ma intanto c’ho pensato su, la ragione è solo sentimentale: come se sentissi qualcun altro parlare di un tuo amante ostentando una grande familiarità, intimità, confidenza. ecco: quei poeti, che citi, o quasi tutti loro, sono gli amanti d’ogni amante di poesia. per questo è una cosa sgradevole sentirli chiamare per nome.

    per la tua ansia di morte, d’esser dimenticato, etc. non so che dirti. speriamo in una “risurrezione delle carte” (!). magari intanto leggiamo, che so, khayyam più spesso.

    saluti,
    lorenzo

    Mi piace

  36. Se volete nominarmi… sono l’Anna Lamberti-Bocconi, quella (o una fra quelli) che ha detto che il Massimo le pareva un po’ depressivo. Saluti alla Alda, al Pier Paolo, al Dante e compagnia. Mando loro una cartolina con incastonato un Duomo di plastica che fa la neve e nella cui semi-bolla che lo contiene ci si può specchiare e chiedersi: “Chi sono? Cosa voglio? Quanto mi/ti/ci/si/vi voglio bene? Quanto mi/ti/ci/si/vi sono dolce? Scoperò? Sono vivo? Son poeta?”.
    Burp! Notare che le ultime tre domande formano un endecasillabo. Burp!

    Mi piace

  37. massimo grazie, ora mi è chiaro il discorso…sì questa storia della depressione o giù di lì l’abbiamo vista mille volte, guarda cosa si è fatto di Leopardi, per citare uno che è l’emblema di un simile equivoco.
    la depressione è una malattia, si sa, in certi casi tanto grave da portare alla morte. gli stati depressivi passeggeri sono un’altra cosa, possono essere l’inizio della malattia o momenti in cui ci “chiudiamo” in noi stessi per elaborare un lutto. la depressione di per sè non è una patologia, è funzionale all’elaborazione della perdita. quando il meccanismo si inceppa non usciamo più da noi stessi e ci ammaliamo. il nesso depressione/sesso non l’avevo capito perché l’attività sessuale di una persona o il desiderio da soli non sono indicatori del fatto che sia depresso o meno. però va bene, sul web tendiamo a semplificare e io stessa spesso lo faccio, non c’è niente di male, solo che a volte ne fa le spese il circuito della comprensione.

    a me non piace parlare di sopportazione.
    quando sopportiamo siamo già sconfitti.
    cambierei il verbo, invece che “sopportare”
    direi “sostenere”. è un rovesciamento di prospettiva
    che può aiutare, secondo me.

    il numero delle ossessioni non definisce un poeta, credo,(ci sono poeti che hanno scritto di una e un’unica ossessione e non sono per questo meno grandi) e tu hai il diritto di affermare di non essere poeta ma, alla fine, non sei tu a decidere. è ciò che scrivi che parla e parlerà, ti auguro, per te.

    sono d’accordo sul fatto che tanti fanno finta di capire, mi spiace per loro, si perdono molto perché cercare di comprendere è un’attività molto più appagante del fingere di aver compreso.
    grazie per le tue parole, sei una persona sensibile e questa per me è una delle qualità più importanti in un essere umano. la sensibilità conduce all’empatia e l’empatia è un dono, in ogni senso,un dono che avrebbe impedito e impedirebbe tanti disastri piccoli e grandi.

    un abbraccio

    l.

    Mi piace

  38. Umilmente e per quanto può interessare: io dicendo “depressivo” non alludevo certo al quadro clinico, ma a una tendenza un po’ buono/ammosciante appicata alla poesia ed espressa in un certo modo sentimentale che come risultato sottile fa un po’ deprimere, per lo meno me. Non è che per questo prendo il prozac, eh? Neanche per altro. La mia medicina, come forse anche quella del Carlucci, è l’ALka Seltzer.

    Mi piace

  39. anna, tu hai parlato di vino una volta, te lo volevi allungare con heidegger e qualcun altro. ti rispondo un po’ in ritardo: ma sei matta rovinare il vino? beviamocelo schietto e facciamoci una bella cantata! 🙂
    io ti nomino AnnaLambertiBocconi e brindo a te e alla tua poesia e il Massimo sì, è vero, a volte penso anch’io che sia un po’ “depressivo” però credo che non se la prenderà a male se glielo diciamo. diamo un bicchiere anche a lui e voilà, beviamo tutti insieme. magari mi passa anche la febbre che ha toccato ora i trentottoeuno scusateildelirio 😦

    Mi piace

  40. anna la mia medicina in questo momento è invece il fluimucil antibiotico ma appena guarisco mi curo con un nero d’avola di sedàra (lo consiglio per l’ottimo rapporto qualità prezzo)

    Mi piace

  41. dunque: prosit! oggi – tra libro e libro – un amaro di erbe, 21 gradi, un gradito dono… [già aperto]

    a Lorenzo. lo so, può sembrare fastidioso chiamare per nome i Nomi. ma – non si era detto che il blog era (ossimoro) “scrittura orale”? in fondo: nel post vero e proprio sono stato devoto ai Cognomi; nei discorsi sotto, devoto ai Nomi. ma è più facile avere confidenza con “Pier Paolo” e “Amelia”, postumi, che con “Milo” vivo.

    Giunco – guarisci presto! “E la speranza è senza dubbio ciò che muove tutto” – il grande severo perfetto Tadeusz Kantor.

    Anna – un sorriso, una sera serena

    Mi piace

  42. Gaja cara, grazie! anch’io ti penso, bentornata! un abbraccio forte e un bacio a te speriamo di incontrarci prima o poi 😉

    Mi piace

  43. “Io non sono un poeta” era il mormorio di un ragazzino che sapeva di dover morire presto e che si comunicava col Silenzio, ma che con la sua sfinititezza sfidava tutti i tromboni di ottima salute che lo circondavano, insieme a quelli venturi.
    Ma attenzione: in certi contesti personali e generali “Io sono un poeta” può contenere la stessa carica.
    Un caro saluto,
    Roberto

    Mi piace

  44. Penso sommessamente che gran parte di questa discussione sia di un’inutilità da brividi. Invece di “lavorare”, i poeti, come al solito, stanno a fare altro. Come farci perdere del tempo, sempre prezioso. Contenti loro…
    fk

    Mi piace

  45. Franz… una persona che stava per morire – e che si è salvata, grazie a Dio – nel 1994, mi disse: “parlare non è mai tempo perso”. quindi: benvenuto.

    *

    ricominciamo a parlare di poesia, allora. parliamo di LINGUAGGI e LIVELLI. per esempio: se Antonello Venditti (autore innominabile tra gli intellettuali) canta “voglio avere solo te” è un cantautore, e di secondo livello. *ovviamente* [non per me, e non per moltissimi]. se Sinicco, a p. 18 di *Passando per New York*, scrive “voglio solo te / voglio solo te / voglio solo te” è poesia (e la poesia contiene solo quei tre versi). è vero che (credo) quei tre versi sono da performare con la musica; ma il lettore non lo sa. qual’è la *differenza* tra “voglio solo te” e “voglio avere solo te”?

    *

    secondo problema. perché qualcuno ama Emilio Villa – e quindi lo *legge* o lo *vede* – e giudica “illeggibile” Marco Giovenale?

    *

    terzo problema. il silenzio della/nella cella (della stanza) è quello in cui si prega Dio. non fate come gli ipocriti che vanno davanti a tutti, ecc. – lo insegna Gesù. ma la poesia che si *pubblica* – è una preghiera? la preghiera pubblica è preghiera? pubblicare è il male assoluto? il bene assoluto? siamo talmente liberi che non conosciamo il fine e la fine dei nostri gesti…

    *

    quarta cosa. un frammento di prosa, di tre anni fa, da un libro intitolato IL NUOVO (e nessuna enfasi sul titolo! – credo che In nulla si è forti, in nessuna cosa si è forti. Si sposta così la forza che avanza: si sposta sulla punta dei piedi o in misure di impromptu, come è giusto. Troppe visioni impediscono la povertà del nostro Petrarca. “Non voglio più cantare”: quello (il basso, il rifiuto, lo sterco) che forma l’ossessione ultima di Montale non è nostro; ma nemmeno il contrario: ché qui non si è (non si ha) più nulla. il nuovo *fu*, un po’ come ha detto Pasquale… a me Emily Dickinson pare sempre più moderna di tutti):

    Per qualunque animale della terra, tranne chi odia il sole, il giorno è lavoro. Quando appaiono le stelle, di notte c’è il riposo. I capelli non si separano da un ricordo privato – dove sono sfiorati, in Genova, dalla mano che cerca le guance. Nella mano che cerca la guance ci sono i segni di molto lavoro; nel segno blu degli occhi (sono stanchi) i segni di altro lavoro; potrò dedicare tutta la vita?, lo permetti? Da solo non mi posso giustificare: ma questo mondo esclude un sentimento diverso.

    Vogliamo derivare dal freddo e non dal caldo; comunque dalla vita “furente”. L’anima invoca un pavimento freddo; perché è duro; in estate è il riposo. Così i cani nell’estate.

    Solo la divisione le riconosce parti, e coerenti: aderiscono ad una struttura – come la rosa allo stelo, la rosa anticipata da foglie (e aria, terra, animali, l’osservatore compreso; l’osservatore e il suo improvviso par coeur).

    Solo la divisione delle parti ti mostra che sono: abitanti di camere separate, femmina e maschio; e anche altro li tiene lontani. Ci sono dunque molti, infiniti altri, FILI, perciò collegamenti leggeri tra persona e persona. Solo dopo molte prove arrivi a dire “ti voglio bene”; come la voce interiore che chiede, di mattina, *piccolino, e perché non mangi? * Per questo taci. Il cane, il gatto, le rose secche sui mobili antichi, parlano diversamente. Questi paragrafi si fondono poi in un tessuto prolungato: trama e ordito, filo con filo, senza rumore. Ma all’inizio si chiamano: i frammenti – come la mano che trema, stringendone un’altra. Non si dice mai: la luce è questo. Questa non è la luce: è forse la sua anticipazione. La luce viene dopo.

    Mi piace

  46. ricompongo un paragrafo (chiedo scusa…)

    ***

    quarta cosa. un frammento di prosa, di tre anni fa, da un libro intitolato IL NUOVO (e nessuna enfasi sul titolo! – credo che il nuovo *fu*, un po’ come ha detto Pasquale… a me Emily Dickinson pare sempre più moderna di tutti):

    In nulla si è forti, in nessuna cosa si è forti. Si sposta così la forza che avanza: si sposta sulla punta dei piedi o in misure di impromptu, come è giusto. Troppe visioni impediscono la povertà del nostro Petrarca. “Non voglio più cantare”: quello (il basso, il rifiuto, lo sterco) che forma l’ossessione ultima di Montale non è nostro; ma nemmeno il contrario: ché qui non si è (non si ha) più nulla.

    Mi piace

  47. Non ce l’ho con te, Massimo, che ci metti l’anima…

    Ce l’ho con certi soloni che sparano giudizi, che, appunto, troppo frustrati per fare altro, giudicano da professorini. Tu metti fin troppo la tua vita tra le pagine, ti esponi; non ti mancherei mai di rispetto. Mi dispiace per essere stato sommario e poco chiaro, ma comincio ad essere stufo. Tu, ripeto, non c’entri; anzi.
    Con affetto,
    Franz

    Mi piace

  48. I PESCI [correnti bionde e rosse] – hanno problemi di natura pneumatica/pneumologica: mi manca l’Aria [e sono compressa]! Mi aprite, gentilmente, gli armadi? Quanta carne messa a fuoco [e al rogo] – e le ossa? Nascondere scheletri nuoce gravemente alla salute: potete perdere la SPINA DORSALE!
    E tu capisci, Massimo: non importa se Fabrizio TI chiede POESIA. Non importa più: ormai tutti SONO tutto. e SANNO tutto: tu sei un depresso incoerente che vive una malata senhaletica. Punto. I metallari sono brutti sporchi e cattivi. Punto. L’Arte non esiste. Punto. Io sono un coccodrillo. Punto. Ma lo sai che lui ha fatto lo sgambetto al trigiambo del cugino – che è tronco e suona male? Punto. Non si capisce. Punto.

    E lo so. Non si DEVE CAPIRE – CHI VEDE, CHI SA.

    Stop.

    Chiara Daino

    [un abbraccio a LPELS tutta, a Elena e – claro! – a quel freak di Sannelli: A mosquito
    My libido………………………………………………………………….. YEAH!]

    Mi piace

  49. “Nonne amens iudicaretur ille coecus qui se putaret scire differentias colorum quando colorem ignoraret?”

    Ciao, Massimo. Un abbraccio.

    Un saluto a tutti.

    fm

    Mi piace

  50. Francescomarotta anch’io sono un po’ dura di comprensione come il giunco sopra. Cosa l’ha spinta a piazzare qui questa dotta citazione?

    un saluto

    Mi piace

  51. Non se la prenda, cara Portia, non volevo fare dell’umorismo.

    E successo, soltanto, che stessi leggendo delle “cose” e non mi sono reso conto di dove postavo la frase. Possiamo sempre chiedere di toglierla, anche se mi riesce difficile immaginarla fuori contesto: qui si parla di poesia e di bellezza, a quanto leggo, e la “dotta citazione” mi sembra “bella”, “poetica”. Niente più.

    Di nuovo.

    fm

    Mi piace

  52. caro francescomarotta, si figuri se me la prendo. ci sono cose molto più importanti per le quali prendersela purtroppo.

    ero solo curiosa, volevo capire.

    toglierla, perché mai?
    ovvio però che non le credo, non ce la vedo a postare frasi a caso. ma va bene così.

    un saluto
    buona serata

    l.

    Mi piace

  53. Traduzione (per la cara sig.ra A.L.B.):

    “Le nonne dicono amen al cieco quando devono uscire con coloro che ignorano?”

    fm

    Mi piace

  54. no, mi perdoni Francescomarotta, non l’ha tradotta bene.
    E’ così: le nonne amano uscire con i ciechi così possono indossare i colori che vogliono senza essere giudicate.

    sono Portia, la cugina del giunco. anch’io ho la febbre però un po’ meno di come l’aveva portia ieri.

    un saluto a tutti

    Mi piace

  55. 🙂
    magari lo farebbe il Sannelli… (di dire amen al cieco ecc. come da simpatica traduzione…)
    Scherzo, est obvius.
    Ognuno vede e non vede un po’ quel che vuole e presume proprie sontuose arlecchinaggini anche quando veste di sacco. Penso sia vero. Ma importa? Ai postumi l’ampia sentenza.

    Mi piace

  56. Portia, probabilmente grazie alla sua febbricola mi si è infilata e ha fatto slittare il mio commento dal n. 76 al 77. Ma come fa, ci ha i poteri?

    Mi piace

  57. Anna, magari avessi i poteri. Mi scusi, non l’ho fatto apposta. Poi lei mi è simpatica ci siamo già incontrate, solo che io ho delle turbe emotive per le quali non riesco a tenere lo stesso nome:
    mi chiamo franco
    mi chiamo beppe o pino
    mi chiamo sandro o gino
    mi cambio il nome così quando
    la morte verrà a prendermi non mi troverà!

    Un abbraccio

    Mi piace

  58. Non si preoccupi più di tanto, cara Sig.ra A.L.B.: settantasei o settantasette, poco cambia, il messaggio è passato lo stesso.

    Egregia dottoressa Portia, le porgo umilmente scusa: nemmeno il fatto che stessi lì a (cercare di) preparare qualcosa da mangiare per i cuccioli, può valere come scusante: la verità, duòlemi dirlo ma è così, è che io con la lingua iranica (sic!) proprio non ci azzècco. Fosse stata in lingua irenica, forse, ancora ancora…

    Comunque, complimenti per la sua superba traduzione: un po’ letterale, se vogliamo, ma un esperto del ramo mi ha detto che fila che è un piacere.

    fm

    Mi piace

  59. Caro Francescomarotta, lei è cortese però rileggendola la mia traduzione non è un gran che, è vero, è un po’ troppo letterale. L’esperto che ha detto che fila “che è un piacere” dev’essere dello stesso mio ramo: quello della stupidera(si può dire?!) 🙂 .

    Questa lingua iranica è proprio difficile, uno pensa d’aver capito e invece…

    Le auguro una buona serata

    Mi piace

  60. Portia, guardi che io la conosco e la tengo d’occhio da quando era là tutta tremebonda nelle favelas, e io sono arrivata e le ho detto: “Baby, no paura, vieni con me a farti una caipirinha!”. Ricorda?

    Mi piace

  61. Anna, certo che ricordo. Certe cose non si dimenticano. La tengo d’occhio anch’io, vedrà che ci rincontreremo. Intanto un abbraccio e
    un “…passa per la vita, senza paura…”

    a rivederci

    l.

    Mi piace

  62. Vorrei rispondere, se sono ancora in tempo, a due curiose
    domande di Massimo.

    1) Perché Venditti che scrive “voglio ancora te” non è poesia e Sinicco che scrive “voglio solo te voglio solo te voglio solo te” è poesia?

    Mettendo da parte l’equivoco secondo il quale parlare
    di Sinicco tra “intellettuali” (sic) non è motivo d’imbarazzo (;)), rispondo con altre due domande:

    Risposta/Domanda (i): Perché se monto un cesso a casa mia nel mio bagno non è arte e se lo monto al contrario in un museo è arte? (n.b. inversione qui, ripetizione in Sinicco).

    Risposta/Domanda (ii): Perché se disegno i baffi alla Gioconda sul mio libro di Storia dell’Arte del Liceo mentre sto a lezione e mi annoio non è arte e se disegno i baffi alla Gioconda come azione Dada è arte?

    Mah… siamo ancora qui?

    2) Perché c’è gente che legge e apprezza Emilio Villa e trova illegibile Marco Giovenale?

    Risposta: Perché in Villa c’è un dato culturale esplicito e una intenzione fin troppo esplicita di onnicomprensività, ergo di inclusività, di fagocitazione, ergo di comprensione, di rifecondazione di una tradizione beccata intera nel punto iniziale (in un punto iniziale) del suo disfacimento – ma ancora, per un perlo, intera. In Giovenale il dato culturale – quando c’è – è non soltanto eminentemente implicito anzi dissimulato ma anche considerevolmente più povero (per quantità e
    qualità) di quanto non lo sia in Villa, e non v’è alcuna intenzione riconoscibile di inclusività (ossia di comprensione). Al contrario, v’è una libido della frammentazione (laddove il frammento in Villa è tentativo
    di cogliere il Tutto), una tendenza al disordine, all’entropia, una accettazione passiva di limitazioni supposte oggettive della volontà e della conoscenza umana, della umana capacità di rinnovare la propria mente.

    In pratica, per come la vedo io, ti ho appena descritto Massimo la differenza tra l’arte buona e l’arte cattiva; o come forse diresti tu tra l’arte che scrive vita e crea vita (anche se scrive “morte”) e l’arte che scrive morte (anche scrivendo “vita”).

    La tua domanda diventa allora: perché qualcuno ama la vita e disprezza la morte? e la risposta è ovvia.

    Saluti,
    Lorenzo

    Mi piace

  63. Nonne amens iudicaretur ille coecus qui se putaret scire differentias colorum quando colorem ignoraret?

    Nonne, a me! Sì, giudicare Ale e Cecco? Chissà. Più tardi, signore. Le differenze di colore? Quando con loro – mi ignoro?

    per esempio. e si può fare di meglio, ma tempus fugit.

    grazie, Lorenzo.

    ***

    ma ora in cuffia, questo:

    You and me
    We are destined you’ll agree
    To spend the rest of our lives with each other
    The rest of our days like two lovers
    For ever, yeah
    For ever
    My bijou

    da qui

    e qui trovo pace, e *trovo*.

    Mi piace

  64. Lorenzo, non mi esprimo su giovenale e villa che non conosco, ma nell’esempio sinicco/venditti non mi sembra che si possa piazzare sinicco in un museo d’arte contemporanea solo perché fa il poeta e venditti in un cesso solo perché fa il cantante. Dati alla mano, oggettivamente, è il contrario, e dunque il quesito di massimo non mi sembra così ingenuo. la domanda, secondo me, andava a toccare il nervo scoperto che vuole che quando un poeta scrive ti voglio bene lo fa da poeta, il cantante no, anche se scrive “la domenica delle salme” rimane cantante.
    Come se fare il poeta attribuisse una patente di “profondità”.
    Ce lo diciamo fra noi, certo, e ci continuiamo anche a leggere fra noi, purtroppo. Forse proprio per motivi tipo questi. I poeti sono snob e non se lo possono affatto permettere.

    A

    Mi piace

  65. Ah, ovviamente quando dico “è il contrario” non voglio dire che sinicco è un cesso e venditti un grande artista, ma che uno non è risconosciuto mentre l’altro è famosissimo. Questo è “l’oggettivamente il contrario” a cui mi riferisco. vale per christian come vale per me, insomma.

    Mi piace

  66. chi mai la storia fino in fondo
    del vecchio potrà raccontare?
    pesare su un piatto l’assenza?
    valutare in piena coscienza
    tutto ciò che viene a mancare?
    dei tanti dolori del mondo
    stimare la somma e la mole?
    rinchiudere il niente in parole?

    Mi piace

  67. Boh, io che scrivo sia poesie sia canzoni, chissà che cosa sono allora, un cesso all’ennesima potenza? Sono discorsi sbagliati nel manico. Anche la canzone è arte se lo è. Io forse nella mia vita lungarella ho visto più poesie orribili e imbarazzanti di quante canzoni veramente brutte abbia sentito. Mi scasso abbastanza con questi discorsi, è solo perché clicco e mi distraggo un po’ dai lavori forzati. Penso che le poesie brutte e patentate portino sfiga, un po’ a chi le legge ma soprattutto a chi le scrive. Vi mando tutti a far mordere dalle mie tigri. Eh, guarda come scappano… 🙂

    Mi piace

  68. Dire che qualcosa o qualcuno porti sfiga a chicchessia la reputo la cattiveria più cattiva tra le cattiverie. Mi meraviglio di te Anna, tu che scrivi anche canzoni, avresti dovuto ricordarti del dolore di Mia Martini.
    senza cattiveria
    jolanda

    Mi piace

  69. A me pare che sul blog si tende a rendere complicato ciò che è semplice e vicerversa. Di cosa stiamo parlando? Vogliamo capire che cosa è poesia e cosa non lo è? ma ci rendiamo conto di che roba gigante è questa? per esempio i versi sopra dell’8dicembre1989… per chi sono poesia e per chi invece non lo sono? per me lo sono e dicono “che cos’è poesia” più di ogni altro discorso, per questo li ho postati.

    E’ lo status ontologico della poesia che stiamo cercando?
    A me pare di sì da quel che ho letto, ma mi pare anche che ci allontaniamo sempre più dalla domanda originaria che, in fondo è semplice: che cos’è poesia?
    qualcuno di voi sa e può dirlo in maniera sintetica?
    io non mi azzardo. preferisco postare una poesia, come ho fatto.

    e poi la poesia non ha un linguaggio preferenziale.
    è poesia la parola, come lo è la pittura, come lo è il cinema, come lo è la musica. de andrè non è meno poeta di rossini, e se uno scrive ciarpame che lo scriva da “poeta” o da cantautore non fa differenza, sempre ciarpame è. per la stessa ragione se scrive un capolavoro sempre capolavoro è.

    un saluto

    Mi piace

  70. cara Jolanda – a te, un saluto, di cuore. ben trovata!

    Alessandro – d’accordo con te. infatti quella domanda non era ingenua, anche se la fretta fa sembrare tutto ingenuo (e scrivo di corsa). Bijou – non è poesia? ma – Sinicco?

    che cos’è poesia? non tutta la poesia è la stessa poesia. per esempio, faccio molta fatica a leggere Heidegger e Maritain (e persino Blanchot) quando discutono di *poesia*. sento [*secondo me*] che il discorso vale benissimo per Hölderlin e Rimbaud – i più citati – ma vale anche per Laforgue? e per Apollinaire? di quale *essere* sarebbe «pastora» Sexton? di quale «conoscenza» sarebbe portatore Palazzeschi? Eppure, ecc.

    che cos’è *poesia*. è poesia quello che tocca molti, moltissimi, che spezza il silenzio, che rimane, che può essere letto da Benigni e da Bene (meglio da Bene), ma anche in piazza, e in chiesa; e che si può cantare e leggere in mente; che si piega al nostro delirio e non ci rimane; che si può spiegare in classe (se ne siamo capaci) e leggere alla figlia – che non ho, che mi manca *ogni giorno* – per farla addormentare; che può essere letto anche da Sanguineti, in classe, con freddezza, e commuove lo stesso… la poesia è ciò che si estende… che entra a porte chiuse. un Tuono – ha scritto Emily D.

    Emily dice: Quel Tuono è simile all’Amore. Accumulo di energia: che poi *scende*. altrimenti sarebbe ferma. Emily *sapeva*, *vedeva*, e *doveva*!
    massimo

    Mi piace

  71. Ansuini, ma non parlavo, per carità, del *valore intrinseco* di una produzione umana (arte? canzone? poesia? cesso? domanda non da blog come qualcuno sottolinea) dicevo semplicemente questo (e per questo citavo i chiari esempi Dada): l’arte è nell’intenzione. come condizione sufficiente. non della buona arte ma dell’arte. se sinicco ci presenta “voglio solo te voglio solo te voglio solo te” come poesia, noi siamo obbligati a giudicarla come tale. se io trovo per terra un diario delle winx e dentro ci trovo i testi, che ne so, di chiara daino o di sinicco, *posso* ma non devo pensare che si tratti di poesia. invece se chiara daino o sinicco mi presentano i loro testi come poesia, io sono *obbligato* (dal Dada in poi, più o meno) a giudicarli in quanto tali. solo questo dicevo. il problema di chi vende di più tra venditti e sinicco mi sembra davvero, invece, piuttosto ingenuo.

    ciao,
    lorenzo

    Mi piace

  72. Massimo, non tutta la poesia e la “stessa” poesia.
    Ma la poesia è poesia, è una, il pensiero di Heidegger non riesci ad applicarlo a Palazzeschi etc. perché lo “concettualizzi”. La poesia non è “conoscenza”, non è logos, è disvelamento. Anche la De Filippi commuove molti… Attenzione ai parametri che usiamo, ci possono ingannare.

    Dove noi siamo ciechi la poesia vede.
    Dove noi siamo muti la poesia parla.
    La poesia non teme nulla,
    è come l’Amore.
    Dici bene Massimo, dice bene la Dickinson.

    Mi piace

  73. sì sì, non fraintendetemi. stiamo dicendo tutti la stessa cosa, mi pare.
    Il “ti voglio bene” di sinicco per esempio, so che è semicantato, letto sulla pagina perde la sua potenza/valenza, secondo me. un altro esempio: io sono stato criticato da un mio amico che conosce bene la mia produzione per un testo molto semplice che ho messo su un brano musicale, che prevedeva che le parole venissero ripetute più e più volte. Il testo, di per sé, letto su carta, può senz’altro apparire deboluccio, ma sulla musica, a detta dello stesso che ha, giustamente, criticato, ci sta senza dubbio.(aveva in precedenza solo letto il testo)
    dunque contestualizzare. tenendo presente quello che, mi pare, stiamo dicendo tutti. Che poesia tocca ciò che vuole, non è un manualetto.
    Ci siamo persi?
    Buona serata a tutti.

    Mi piace

  74. in effetti io c’è posta per te non riesco a vederlo, mi faccio certi pianti. soprattutto perché uno ci mette degli anni a far perdere le sue tracce e la de filippi ti rimetti davanti a vecchi che faticosamente avevi allontanato, eheheh. (sto scherzando! mica tanto poi…)

    Mi piace

  75. “solmi scompone i significati riducendoli al semantema rappresentato dalle parole, tutt’altro che scollegate l’una dall’altra. Compongono, infatti, dei macrosignificati d’avanguardia.” da Intervista a Ruggero Solmi, Posted by Gaja on November 14, 2007, lpels.

    salute,
    lc

    Mi piace

  76. Sono veramente stufo. Tutta questa discussione è uno specchio del narcisismo dei poeti. Se questo è discutere di poesia, chiudiamo tutto e andiamocene in qualche istituto a cantare il buon Natale ai poveri vecchietti – che è cosa più degna – e forse la nostra poesia sarà più ricca. No, non può essere scuola di poesia questa. Che i poeti vadano a vedere cos’è il dolore e la smettano di piagnucolare sulle proprie sventure umane che non importano niente a nessuno. Tutto questo salottino con la pelle rossa e tutti questi ossequi sanno molto di politica. Stufo di continuare a sentir dire che di poeti ce ne sono quattro o cinque. Questa è selezione naturale delle più dure e misere. Se è così, allora indichiamo i libri da mandare al rogo del silenzio. Facciamo nomi e cognomi. Tutti. O umilmente esecitiamo la critica con le armi della critica, non col mestolo della massaia. Siamo ancora al cos’è poesia e cosa non lo è? Siamo ancora a Benedetto Croce? Dov’è lo sgobbare, il piegare le spalle, il riuscire a vedere chi ci piange accanto? Questa è una discussione neocrepuscolare. Questa è una discussione violenta sul chi è più bravo e non lo si può dire. Ma lo si dice, palesemente, da tutte le parti. Vorrei chiedere in maniera molto schietta a Sannelli se ha mandato qualche manoscritto a De Angelis e non glielo ha letto. Se pensava di pubblicare su Mondadori e non è avvenuto. Se pensava di raggiungere qualche podio che gli è stato tolto da sotto i piedi. Se ha investito troppo su cose che sono effimere e che toccano solo a pochi. Quindi anche lui è nella logica della selezione anturale, mi sembra. Siamo tutti nella stessa barca. E allora basta. Tutti avremmo il diritto di lamentarci ma tutti abbiamo il dovere di essere umili nella lettura degli altri. Tutti scriviamo sulla carta e il tempo è giusto con tutti. Basta. E siccome non sono un codardo, mi firmo
    Sebastiano Aglieco

    Mi piace

  77. qui di discussioni serie non se ne possono fare

    signor Aglieco legga bene prima di giudicare, lei è tutto fuorché umile e invita gli altri all’umiltà. Qualcuno ha fatto notare che la discussione stava prendendo la deriva, che se è dello statuto ontologico della poesia che si parla il blog certo non è un luogo adatto, perché il discorso è complesso. Poi arriva lei col suo “siamo ancora a dire che cosa è la poesia e cosa non lo è”.
    Sapete cosa mi chiedo? ma che scuole abbiamo frequentato? Che libri abbiamo letto? Dov’è il senso critico e il piacere di ragionare che la scuola dovrebbe averci insegnato? Boh. Altro che poesia qui.

    Poi, ancora, gente che usa il web attacca chi scrive sotto pseudonimo al grido di: chi non si firma è un codardo!
    allo stato brado siamo. cosa si è capito di internet: niente.
    cosa si è capito della poesia: meno di nienete.

    E l’altro lì che non fa che insultare col suo “vada a lavorare”.

    ha ragione sanguineti
    i blog di poesia sono così… robaccia
    e ha ragione anche conte.

    Di gente così brutta tutta insieme io non ne avevo mai vista.

    Mi piace

  78. Aglieco, sono d’accordo: i miei nomi sono Alda Merini (una sua selezione) – Milo De Angelis – Gabriele Pepe – Teresa Zuccaro – Simone Molinaroli (i suoi esordi), gente che leggo e rileggo sempre volentieri. Per il resto, ho un interesse da affine per la linea Magrelli – Frasca, che risale a Pagliarani. Mi pare comunque che anche Sannelli abbia fatto i suoi: Biagini – Talon – Daino – Giovenale; a me sembrano dei rigattieri, ma e’ interessante capire/condividere/trasferire i perche’ e i per come, anche se cio’ passa per trattati sull’insostenibile pesantezza dell’essere. Piuttosto, quali sono i tuoi, di nomi, e perche’? Grazie.

    Mi piace

  79. Tra questa gente brutta, mi dispiace, c’è anche lei, altrimenti andrebbe a leggere altri blog dove si fanno discussioni più serie. ER certo più silenziose. E dove non si gira il coltello sulla stessa piaga del poeta tapino di turno che si lamenta di non essere diventato famoso. Invece anche lei, accetta di stare qui. Dove le mosche girano intorno alla stessa pietanza. Quindi non si tiri fuori dal giro. Non accetto prediche da lei. Io ci lavoro sulla poesia, seriamente. E ne scrivo. E non faccio cernite perché ho un’idea in testa di poesia. E poi guarda chi va a citare Sanguineti! Uno dei maggiori responsabili della distruzione del senso della poesia di questo mezzo secolo! Uno che dice che la poesia è morta. E’ la sua di poesia, anmzi, non c’è mai stata. E l’elenco sarebbe lungo. Conte: uno che certo non ha certo bisogno di scrivere in un blog.
    Quindi mi faccia il santo piacere.
    Sebastiano Aglieco

    Mi piace

  80. per GiusCo
    Il punto è questo: fare dei nomi, ai nostri tempi, purtroppo significa fare il lavoro dei rigattieri. Non sono piccoli, spesso, i nomi. Sono piccoli quelli che non nominano. VChe non vogliono nominare, perché questo significherebbe, spesso, accettare la grandezza degli altri. I miei sono tanti, e molto diversi fra di loro. Io non discuto sui nomi; discuto sull’idea che si possa vendere e imporre una propria idea di poesia. Ho recensito e leggo libri estremamente diversi fra di loro. Oggi sono i poeti che fanno la critica, non i critici, che non ci sono. E sono i poeti più generosi che la fanno. Quelli che parlano poco di sé e molto degli altri. E’ proponibile fare quattro nomi? E’ come dire che la sensibilità verso la parola sia affare di pochi geni. Gli altri devono accontentarsi. Gli altri devono essere i minori. La poesia va fatta crescere nella fruizione a tutti i livelli; non nella gerarchizzazione delle esperienze. Soprattutto se queste esperienze nominate, sono nominate perché innestate nella propria dolorosa storia personale; perché certi poeti diventano per noi delle icone. Ma la poesia non è e non può essere un fatto personale. Consideri, Sannelli, quanta gente avrebbe diritto prima di lui, di lamentarsi di dimenticanze, di epurazioni. Vogliamo fare una lista? Non ce la caviamo. Vogliamo, invece, occuparci di qualcuno? Utilizzare internet nella sua massima funzione che è quella della gratuità del dono? Non si paga la carta. Non ci sono liste di attesa.
    Sebastiano Aglieco

    Mi piace

  81. Gentile Aglieco, intanto però nell’antologia dei poeti italiani del Novecento che ho sul comodino di un importante editore Sanguineti è presente. Lei dice che Sanguineti non è un poeta… bene. Ecco da qui il nostro pensiero si divide e un punto di incontro non c’è, perché abbiamo una diversa “idea” di cosa sia la poesia. E sempre al punto di partenza ritorniamo, al “che cos’è la poesia”, tanto per sottolineare come questa domanda ancora sia viva e fondamentale. Poi, sono d’accordo con lei sui lamenti del poeta… il suo invito a guardarsi intorno lo trovo sacrosanto. Però guardare a chi soffre non è risolutivo, e non credo che la poesia sia solo questo, altrimenti si scriverebbe solo di sofferenza… Una delle mie poesia preferite è Invernale di Gozzano, non ha avuto bisogno di andare negli ospizi per scriverla. Sono crepuscolare? E’ una colpa? Non lo so.
    Scusate per Il “brutta gente” ma mi sono presi i cinque minuti.
    Saluti

    Mi piace

  82. Aglieco, ti contraddici, chiedi i nomi e non li fai. Non e’ un gioco di societa’, il citare esperienze, e’ il cuore della discussione e l’unico strumento di dialogo vero: quando e raramente si concorda sui nomi, si passa ai singoli testi. Concedendo la buona fede, mi pare comunque che anche la tua sia una linea, una omnicomprensiva accettazione delle esperienze (e del dolore) a fare qualcosa di piu’ grande o semplicemente a comporre il racconto complessivo dell’esperienza umana. Non insisto oltre. Saluti.

    Mi piace

  83. wow… “imbecille” è forte!! ma non si è accorto che oggi è domenica?

    🙂
    lorenzo

    se vuoi godere al telefono chiamami al 3408266437

    Mi piace

  84. @ Sebastiano

    “che i poeti vadano a vedere cos’è il dolore”. Cominciamo: mia madre è senza un polmone dal 1991, ho lavorato di notte e di giorno, la mia famiglia è povera, mio padre è morto in 3 mesi quando avevo 13 anni e sono apparsi (è usanza) debiti incredibili; i miei fratelli hanno fatto causa ai bulli di Albenga che hanno gettato una molotov nel loro negozio [e il processo si sta insabbiando, perché – è ovvio – IL VIOLENTO HA RAGIONE, SE AGGREDISCE UN DEBOLE: i miei fratelli hanno l’unica colpa di non essere facce dure; quindi il fascismo paesano li bersaglia]; i miei antenati erano zappatori e stradini, tutti; a 16 mi sono ammalato io, *seriamente*…; vivo da solo da 8 anni, quindi neanche la Politica mi può dire “bamboccione”, ecc. – potrei continuare. ma il problema non è questo, perché c’è sempre qualcuno che ha sofferto *di più*.

    non ho mandato manoscritti a “Milo”. né a Busi, come si usa. né alla rubrica di Cucchi. non ho chiesto favori a Sanguineti o a Bacigalupo. sono un bibliotecario, e basta. Quando si è detto che c’era puzza di lobby : ho lasciato tutte le redazioni – ho compromesso le amicizie, che in questi giro sono *tutto*.

    quanto alla poesia: perché stabilire dei livelli fa paura? il problema è che lo fa sannelli: outis, nessuno. non mi manca il curriculum; mi manca il *titolo*. Mengaldo di certo non lo fa più; Bettini ha smesso di farlo; Ossola sta in Svizzera; Pieri ha altro da pensare, e sicuramente gli facciamo schifo tutti – e quindi, ecc. Perché credi che parlassi di legittimazione? perché ormai è autoriferita, comunque. il mio diritto di insegnare è supponente e presuntuoso quanto il tuo dire “andate a lavorare”. solo che qui sono stato *invitato*.

    quanto alla realtà: tutto è realtà. la cima dell’everest e il polmone d’acciaio, la castità e il libertinaggio, l’India e il centro di Milano, Venditti e Sinicco. ma la realtà ha dei livelli – mi permetto di dirlo.

    vedi: la domanda su Giovenale e Villa nasceva da un dubbio. Se Villa entra nel gossip come un buongustaio cuoco di piatti ipercalorici (lo descrive Giulia Niccolai) – e seduttore; diventa anche più simpatico. Giovenale non è rappresentabile così – dunque è più ‘antipatico’. guardiamoci in faccia: i testi non contano molto, finché siamo così pochi a leggerli. conta ciò che ogni corpo rappresenta; e il gossip – comunque.

    quanto ai Nomi: li ho fatti. quanto alla Spazzatura: ci ho frugato, a lungo – in molti sensi. il diario segreto di Mario Dogliotti – l’amico di Gozzano – è a casa mia: trovato nel 1992, in un bidone della spazzatura. quella è la fine di cuori anche buoni (Mario diventò il monaco Silvestro Maria, morto “in concetto di santità”), ma la cui opera letteraria regge meno di quella di Gozzano.

    ci siamo commossi tutti sul “diritto alla morte” e “la morte felice” che Blanchot trova in Kafka. ma Kafka ebbe Brod. [ammesso che Kafka sia morto *felice*]. toccherà anche a noi – alle nostre pagine – senza Brod.

    se si scrive per essere letti – si pecca di superbia.
    se si scrive per *non* essere letti – ci si rappresenta umili.
    Ma entrambi ci rappresentiamo: filosofia del cinema! empirismo eretico… Ma “noi dobbiamo morire”, comunque – citando Sanguineti. e “con un amore come questo”!

    siamo sempre allo stesso punto: arte e vita. il più vitale rimprovera il meno vitale. se il vitale si lamenta – è virile. se tace – che virile silenzio, che dignità. se il meno vitale si lamenta – è effeminato… piagnucola… se il meno vitale tace: non ha spina dorsale, poverino, con quella faccia… se il meno vitale alza la voce: chi si crede di essere?

    e il meno vitale deve vergognarsi – e magari ha passato notti e notti sulle panchine a dormire. ma in pubblico mette la cravatta – sembra un giovin signore, e il resto viene da sé.

    oggi è il compleanno di Edoardo Sanguineti. che sputò sul cadavere di Pasolini: “saremo un po’ tutti costretti ad invecchiare più in fretta”. ma anche senza fretta – si invecchia lo stesso. I Poeti Nel Limbo sono decine e decine – alcuni sono importanti. e allora? *di che cosa si parla quando parliamo di poesia?* Zublena, Cortellessa, Verdino, R. Scarpa hanno letto questo thread, lo so – e secondo te, perché non intervengono? perché mi disprezzano (padroni di farlo!) o perché disprezzano i toni che stiamo usando? hanno torto – tutti? avrebbero ragione – tutti?

    Mi piace

  85. ciao Massimo,

    “c’è un gran silenzio dentro me. e quel silenzio è stato la fonte delle mie parole. e dal silenzio è venuto ciò che più è prezioso di tutto: il proprio silenzio”

    Clarice Lispector

    un grande abbraccio

    Mi piace

  86. Caro Massimo, ti disprezzano perché tu permetti loro di farlo. Esponendo in pubblico un dolore – dolore della vita, dolore personale, che importa? -Questi non sono tempi in cui si possa parlare di sé. Questi sono tempi in cui il crocifisso, qualsiasi crocifisso, è l’immagine sul giornale che commenta; che diventa il gesto mostrato, reiterato. E’ finito il tempo della dananzione in nome della vita e della letteratura. Oggi i poeti sono esserini piccoli piccoli che vivono il quotidiano nella necessità del quotidiano: fare la spesa, guadagnarsi da vivere, chiudere la bocca davanti ai potenti. Non siamo più nel tempo di Rimbaud. Oggi la poesia è veramente pane quotidiano perché non l’ascolta nessuno. Perchè non ha potere. Oggi la poesia si alimenta di questa insignificanza necessaria. Del non poter dire a voce alta perché a voce alta parlanoo i giornai, i politici, la televisione, le vittime. Sì, non più i carnefici, ma le vittime. A scuola, se alzi la voce ti danno dell’aggressivo. Se dici che sei un poeta ti dicono che sei vanitoso. Se ami e rispetti i bambini ti dicono che sei in combutta coi genitori. Io ho sognato a lungo una comunità dove almeno i poeti avessero il coraggio della diversità e dell’oltraggio verso il mondo. Che fossero altro dal mondo. I poeti. Tutti. Piccoli e grandi. I piccoli tenuti in mano dai grandi. E i grandi con gli occhi umili e bassi, attenti, capaci di amare il più insignificante dei fili d’erba. I poeti, capaci di rivoltare il mondo come un guanto. Impossibile?: Guardate i fiori di campo…
    E allora perché non è così, caro Massimo? Perché questa mancanza di grandezza in noi, questo chiudere le porte davanti alla grandezza del mondo? Che è più grande, grazie a Dio, di noi e delle nostre parole.
    Sebastiano

    Mi piace

  87. per Giusco.
    Il lavoro che sto facendo nei miei blog testimonia di una mia posizione. Rendere conto di una babele di linguaggi, di una koiné che esiste, lo si voglia o no. Al di là delle mie o nostre posizioni personali. Non sta a me il giudizio. Sta a me la testimonianza e l’attenzione.
    Sebastiano Aglieco

    radicidelleisole.wordpress.com
    arpaeolica.wordpress.com

    Mi piace

  88. Desideravo fare un commento a proposito del dolore in poesia ma questo post mi ha sfiancata. Ho perso le parole. Spero che non si spenga la Poesia.
    un abbraccio a tutti, poeti e non, critici e non, lettori visibili e invisibili.
    jolanda

    Mi piace

  89. oggi ho finito di scrivere la seconda puntata, e l’ho affidata a Fabrizio. Sebastiano: grazie di esserti spiegato meglio. anche se questa diminuzione della poesia, fatta da “esserini piccoli piccoli” – non è accettabile, secondo me. è esattamente quello che si vuole da noi, e che noi stessi *abbiamo iniziato a volere*. è l’antipolitica fatta poesia; è esattamente quello che Sanguineti – tanto odiato, tanto insopportabile; e quanto giusto, se vuole – augura a tutti noi. non è accettabile questo rifiuto dell’eccellenza (che non è di Giuseppe Conte e non è PALUDATA; ma è di Vallejo, di Celan, di Plath, di Mandel’stam, di Campana, di AMELIA ROSSELLI – Dio mio, ma ci siamo resi conto di chi *fu* Amelia Rosselli?).

    “Proteggi i nostri sogni veri dalla vita quotidiana e salvali dall’odio e dal dolore. E a noi che siamo sempre soli nel buio della notte occhi azzurri per vedere” – ma già, Venditti non è un poeta, vero? Neanche a parlarne. Eppure ci si accredita come poeti scrivendo molto peggio. Ma se conosco Eliot, e lo adoro; e mi emoziono su Venditti, senza adorarlo – sono un idiota? Se però tocco Sinicco, si alza qualche scudo…

    E Cobain non è un Angelo, vero? Eppure, guarda il suo primo piano, qui:

    come si dice: la verità non sta nella tasca di nessuno. quanto al disprezzo dei Critici: era una domanda retorica, li conosco uno per uno…

    “e salvali dall’odio e dal potere, come il primo giorno”, con quello che segue.

    massimo

    Mi piace

  90. Oh no, I know a dirty word
    Hello, hello, hello, how low?
    Hello, hello, hello, how low?
    Hello, hello, hello, how low?
    Hello, hello, hello

    With the lights out it’s less dangerous
    Here we are now, entertain us
    I feel stupid and contagious
    Here we are now, entertain us

    Angeli che sono [e suonano: POETI] Kurt e Freddie. E sempre [anche se non “antologizzati” né come Angeli né come Poeti: LORO restano]. Il Grazie Grande è a Massimo: chi bestemmia e CREDE POESIA – anche il SENTIRE non “CANONICO”, ma “CARISMATICO”, zompetta felice quando si allargano le volte – del cielo.

    Profonda la commozione nel ricordo: oh, Massimo, tu rigattiere che vagavi alla ricerca della pagina filosofale, rimembri quel bidone onde trovasti la Daino – coperta di borchie arrugginite? Oh, caro – avresti dovuto firmarmi il “chiodo” – e installarmi in casa di Ozzy…

    E invece? Tu, crudele Sannelli – che assisti al mio NON lavorare, mi hai condannata a trascinare il mio “carretto” [di Tespi] in questa valle dove dama non vale!

    Chiara saluta [te, LPELS, Elena, Francesco]

    Mi piace

  91. grazie grande a Chiara. le ruote devono correre – fuori del Bidone.

    e parliamo di BIDONI, allora: “per quanta memoria si perderà”. un decreto luogotenenziale del 1945, integrato da questa legge

    http://www.parlamento.it/parlam/leggi/04106l.htm

    impone il deposito obbligatorio dei libri, film, manifesti, ecc.

    ora, utilizzando l’OPAC dell’Iccu (ist. per il catalogo unico italiano), qui

    http://opac.sbn.it/cgi-bin/IccuForm.pl?form=WebFrame

    e cercando i libri della stessa Chiara Daino, di Marco Giovenale, [di Sinicco non si trova niente], di Marco Simonelli – i libri sono stati acquisiti da pochissime biblioteche, o da nessuna; quasi sempre mancano nelle due Biblioteche Nazionali; significa che I NOSTRI EDITORI NON HANNO OTTEMPERATO AD UN OBBLIGO DI LEGGE (e possono essere sanzionati), e che i libri sono stati o comprati dalle Biblioteche o ricevuti in dono, quando l’autore ha potuto [E LA LEGGE OBBLIGA L’EDITORE, NON L’AUTORE]. significa che “la memoria della cultura e della vita sociale italiana” – che passa anche per i migliori libri di poesia di oggi – non potrà essere studiata del tutto. lo studioso del futuro NON troverà questi libri dove dovrebbe trovarli. nessuna biblioteca del polo SBN possiede Linee di Fusco e Per soglie d’increato di Marotta; del Senso scritto di Teti c’è una sola copia a Bologna; dei libri editi dalla Camera Verde a Roma non c’è traccia (e si tratta di libri di Mesa e Giovenale); una sola copia di Spostamento di Frene a Pavia; di Farfalle da combattimento di Voce poche copie: nessuna nelle due bibl. nazionali. Ho citato a caso, senza distinguere il VALORE – per ora.

    è questa l’attenzione dei nostri stessi editori – CHE spesso NOI ABBIAMO SOVVENZIONATO, con l’acquisto copie – AI NOSTRI LIBRI?

    NON SIAMO DEI SEPOLTI VIVI! FUORI DAL BIDONE, allora.

    Mi piace

  92. San Martino del Carso (Giuseppe Ungaretti)

    Di queste case
    non è rimasto
    che qualche
    brandello di muro

    Di tanti
    che mi corrispondevano
    non m’è rimasto
    neppure tanto

    Ma nel mio cuore
    nessuna croce manca

    È il mio cuore
    il paese più straziato

    La capra (Umberto Saba)

    Ho parlato a una capra.
    Era sola sul prato, era legata.
    Sazia d’erba, bagnata
    dalla pioggia, belava.

    Quell’uguale belato era fraterno
    al mio dolore. Ed io risposi, prima
    per celia, poi perché il dolore è eterno,
    ha una voce e non varia.
    Questa voce sentiva
    gemere in una capra solitaria.

    In una capra dal viso semita
    sentiva querelarsi ogni altro male,
    ogni altra vita.

    Da “La Terra Santa” (Alda Merini)

    Le più belle poesie
    si scrivono sopra le pietre
    coi ginocchi piagati
    e le menti aguzzate dal mistero.
    Le più belle poesie si scrivono
    davanti a un altare vuoto,
    accerchiati da agenti
    della divina follia.
    Così, pazzo criminale qual sei
    tu detti versi all’umanità,
    i versi della riscossa
    e le bibliche profezie
    e sei fratello di Giona.
    Ma nella Terra Promessa
    dove germinano i pomi d’oro
    e l’albero della conoscenza
    Dio non è mai disceso né ti ha mai maledetto.
    Ma tu sì, maledici
    ora per ora il tuo canto
    perché sei sceso nel limbo,
    dove aspiri l’assenzio
    di una sopravvivenza negata.

    Questo vi pare “depressivo”?… Massimo, ti ripeto, io sono convinto della tua buona fede, ma credo che tu sia cascato in una trappola da cui non è facile uscire: di poesia non si può parlare… La poesia è una gran femmina che ti fa godere come un pazzo, è una gran puttana che ti fa piangere come un bambino. La poesia è l’alba di una notte infinita, è un soffio di pace sui campi stremati. La poesia è l’estrema promessa di vita… la poesia è un pugnale assetato di morte.

    Pasquale

    P.S. Il tuo # 123 spalanca tutto un altro scenario… In ventisei, fra autori noti ed emergenti, avete aderito alla mia inchiesta sulla situazione editoriale e letteraria dello Stivale. È passato quasi un anno, e nessuna casa editrice si è ancora degnata di rispondermi. Forse perché avevo specificato che non ero disposto a pagare?

    Mi piace

  93. Madama Daino, si tranquillizzi, noi vetero positivisti capiamo notoriamente poco di faccende artistiche e voliamo come palloncini di elio nelle arie rarefatte della sentenziosita’ pseudocritica. Gradisca un omaggio plastico-floreale:

    Pasquale, fra vetero positivisti intendiamoci: un editore dovrebbe pagare di tasca sua un libro che parla male dei colleghi? Fanne un e-book e mettilo in circolo, no? O mettilo su Lulu a prezzo simbolico per il file .pdf e prezzo pieno per il cartaceo. Che ne pensi?

    Mi piace

  94. @Pasquale Giannino
    Lei scrive: “di poesia non si può parlare”. Io chioso: “di Poesia SI DEVE parlare”. Esistono scritti più DEGNI “di PAROLA”? Personalmente, non credo. E credo che OGNI parola [versata/versificata, detta/data cantata/performata] sia POSTA per PROVOCARE [emozioni, critiche, reazioni – confronti].
    E PARLO di POESIA anche ai miei allievi [cantanti] che, per quanto giovani, hanno imparato ad apprezzare LA METRICA e IL VALORE del testo – spalancando nuovi significati al loro intonare. CHI può parlare DEVE parlare – a gran voce, a gran fiato.
    Non si tace abbastanza? [e ovunque!]
    E se per lei la Poesia è una “gran femmina” – allora credo sia giusto NOMINARLA e CONDURLA ALLA LUCE [l’educare della scuola qui proposta] – anziché goderne sempre al buio del proprio privato.

    Cultura: l’urlo degli uomini in faccia al loro destino.
    [Albert Camus]

    http://it.youtube.com/watch?v=QDetQ18fw5Q

    Se fossi costretto a rinunciare al mio dilettantismo, è nell’urlo che vorrei specializzarmi.
    [Emile Cioran]

    Mi piace

  95. Probabilmente mi sbaglio (magari è una coincidenza) ma siccome nella frase:

    ..chi bestemmia e CREDE POESIA – anche il SENTIRE non “CANONICO”, ma “CARISMATICO”, zompetta felice quando si allargano le volte – del cielo.

    ho avvertito un riferimento alla mia:

    ..considerato che “carismi” non ne avverto (né io ne accampo) e dunque, probabilmente, non potrò mai adoperare i tuoi testi secondo i loro impliciti intendimenti d’uso (d’altronde di lettori canonici ne hai già).

    vorrei provare ad aggiungere qualcosa.

    Mi sfugge il senso (e il referente) tanto del bestemmiare quanto dello zompettare, penso però che tutto questo dialogo, abbastanza “straniante” da un certo punto di vista, riesca a mettere in particolare evidenza un punto: la dipendenza dai corpi, peraltro immediatamente evocata nel testo di Massimo, e il problema della loro “irriducibilità”.

    Il linguaggio e la particolare “sapienza” di Massimo è, come egli stesso rivendica orgogliosamente, il risultato di una storia, del sedimentarsi e metamorfizzarsi negli anni di una combinazione unica di traumi e di discipline, che lo hanno portato ad rapporto evidentemente particolare con il linguaggio. Chiara riesce a sintonizzarsi con tale linguaggio a meraviglia, ma anche lei è il prodotto di una formazione alquanto particolare, plasmata dal palcoscenico (che assume come scontata una certa strutturazione dell’attenzione) e dalla conoscenza personale. Essi formano un “dipolo” di mutua ammirazione e reciproca legittimazione, circostanza che, quando viene imposta agli altri in maniera troppo brusca, sembra riuscire a far infuriare alquanto gli esclusi da quel tenero flusso di amore.

    Massimo e Chiara producono i loro testi, in accordo con una tradizione culturale che rende questa produzione possibile, ma poi si dolgono che ad essi non venga fornita l’accoglienza dovuta, tanto nel cerchio più ristretto dei poeti (che però non sono tali, dato che i veri poeti sono pochi, lo chiameremo allora “cerchio degli impostori”?) quanto nel più ampio pubblico, per civilizzare l’evidente bestialità del quale si invocano periodicamente le leve della formazione (è la scuola che dovrebbe rendere le masse più sensibili alla poesia) e persino le pieghe di una legislazione inzuppata di truffe.

    Mi chiedo come abbia potuto darsi un simile miracolo, che rende possibile la compresenza di così tanti opposti: il pubblico, che avrebbe tutte le ragioni per occuparsi d’altro, viene imperiosamente richiamato ad assistere a questi amori, a questi tormenti, e a vivere per pallida procura ciò che la terribile natura gli ha negato in prima persona. Ma probabilmente si trattava dell’unico punto di equilibrio, che una ricerca a tentoni doveva prima o poi scovare. Ancorata a questo appiglio la discussione può evidentemente continuare all’infinito.

    I testi di Massimo e di Chiara sono in larga parte incomprensibili. Sono, quando va bene, “opere d’arte” che richiedono un’intensa proiezione esegetica, che determina la necessità di addentrarsi nelle loro biografie e di esercitarsi sull’intero insieme delle loro opere, reiterando l’autocondizionamento fino ad ottenere – un po’ come nella macchina de “la colonia penale” – qualche epifania a livello paradigmatico. In altre parole essi richiedono quell’atteggiamento che normalmente si riserva alle opere di coloro che sono riconosciuti come “i grandi”. Da qui la preoccupazione, che potrebbe sembrare assurdamente gratuita (l’insopportabile lagna del resta/non resta) di una legittimazione assoluta *preventiva*, mentre normalmente le reputazioni si costruiscono passo per passo, attraverso transazioni nelle quali la gratificazione via via si intensifica, ma è presente fin dall’inizio.

    Il problema non è naturalmente di Massimo o Chiara, ma della poesia: essa nega pervicacemente le circostanze della propria formazione (il fatto che presupponga tempo da dedicare, lente sedimentazioni, una combinazione di sazietà e di appetiti correlata a distribuzioni delle priorità di stampo aristocratico). Una negazione tanto più vitale in quanto una simile indagine rischia di rendere impossibile il punto veramente essenziale: il preteso carattere di universalità della propria arbitraria unicità. Universalità che è stata sempre imposta attraverso atti di violenza, dei quali però oggi siamo in grado – se lo vogliamo – di comprendere il meccanismo.

    La poesia si forma anche attraverso una particolare ripulsa nei confronti della massa; serve in primo luogo a salvare l’autore dall’annichilimento psicologico che questa fa incombere sulle persone sensibili. Compiuta tale missione, rinsaldato l’autore nel caldo nido del narcisismo, si formano degli appetiti secondari, e la massa prima sfuggita viene improvvisamente ricercata, attraverso slanci di odio e amore particolarmente complicati, perché devono celare agli occhi di tutti la contraddittorietà dell’impulso.

    Così, si cercherà di appiccare ugualmente il fuoco ad una carta bagnata attraverso l’aggiunta di alcool; è qui che rientra il corpo: il pubblico può essere più facilmente catturato con la voce, con la musica, con le fascinazioni più basse – “gastronomiche” – emananti dai corpi e dalle ambientazioni; si potrà insomma rendere il “reading” un evento largamente appetibile, sfruttare gli infimi meccanismi della moda per instillare dei bisogni immaginari. Ma esattamente come le fiammate dell’alcool, si tratta di piaceri effimeri che difficilmente innescano una combustione più lenta e profonda, che si giustifica ormai quasi soltanto in coloro che sono portatori di interessi enormemente più vitali, cioè gli altri poeti, il cui numero è ormai legione.

    Mi piace

  96. ‘sto fatto che tutti quelli che scrivono incomprensibile si vedano allo specchio con la faccia di Ezra Pound… concordo con Elioc.

    Mi piace

  97. Elio, bell’intervento, comunque dal punto di vista di un progresso possibile (cioe’ dell’entrata nel dominio poetico di forme di linguaggio inedite), le legioni dei poeti sono quasi sempre fatte di semplici rigattieri, molto spesso inconsapevoli; il punto fondamentale resta, come e’ gia’ stato scritto, il privato che si fa ostentatamente pubblico: un privato molto spesso traumatico o patologico che la scrittura lenisce, prima di finire nel loop narcisistico. Accadeva anche in passato, ma non c’erano i blog, che autoalimentano il processo. Che poi lo sversamento in pubblico del proprio dolore salvi effettivamente la vita come una terapia a costo zero, e’ un altro discorso. Anche “terapia” andrebbe precisato e calibrato, peraltro. Resta sostanzialmente molto difficile impostare un discorso verticale -di eccellenze, dice Sannelli- senza che la ferita dell’escluso di turno si riapra e ributti la discussione sul gatto morto ieri o qualunque altro pretesto per tornare al centro dell’attenzione.

    Mi piace

  98. invece che continuare a sentirvi “incompresi” etc. perché non vi chiedete, cari poeti, se la vostra opera ha quelle caratteristiche che la rendono interessante per qualcuno che non siate voi o vostri amici? ascoltare è importante quanto scrivere per un poeta (come per chiunque).

    se la vostra poesia non ha riscontro magari è perché non vale molto. non vi viene mai il dubbio?
    no, perché a me sembra che voi poeti di lpels di dubbi non ne abbiate…
    guardate, non prendetevela con me. io parlo in maniera disinteressata che vivo anche senza la vostra poesia. siete voi ad avere “bisogno” del lettore e del riscontro, non io.
    perciò vi invito a una riflessione sotto il segno dell’umiltà. magari vi farà bene.

    Mi piace

  99. @Solmi: ringraziandola [e leggendo liste e cascate del suo] – confermo: la mia “anzianità” è intrappolata dalla bolla anagrafica – come le mie molte mani. Tutte le donne che sono [stata e sarò].
    Un abbraccio

    @GiusCo: Messere, le sembro agitata? LA BILE tace. La ringrazio per il dono, ma non amo LE NATURA DI PLASTICA [sono nature morte]. Parlerò di questa avversione con il mio analista e poi pubblicherò un post…

    @Elio: “I testi di Massimo e di Chiara sono in larga parte incomprensibili”. Perdoni – ma, si tratta [come sempre] di referenti. I miei scritti sono letti e [si stupiscano i *competenti*] COMPRESI dalle PERSONE. Da chi non pratica Letteratura, ma ne gode. E come musicisti [padroni di tabulati, ma digiuni di tmesi] possano CAPIRE la mia non – lingua, non è difficile da intuire. Io ho il mio pubblico, Massimo il suo, voi il Vostro. E se il “GRANDE PUBBLICO” non arriva ancora [posso *ancora* permettermi un futuro] è perché STORICAMENTE si DEVE cambiare e si sta – cambiando. E perimetrare la Penisola, portando i nostri corpi/corpus – come “TESTE” – credo sia AGIRE. Non solo: lamentarsi.
    Si fissa il ramo secco e si sa: si deve POTARE. Il punto è: chi POTA e chi GUARDA.

    Chiara Daino

    [P.s. il marchio conosce il marchio: ne parla, ne scrive. Se parla, se scrive di marchio – chi marchio non ha: non è credibile. E si urla: NON TI CREDO]

    Mi piace

  100. ripeto: i nostri stessi editori non ci credono, a costo di commettere un reato (entro 60 gg. dalla pubblicazione i libri devono essere depositati). i critici non ci credono più. i poeti non ci credono. i pochi lettori non ci credono. eppure: questa scuola di poesia arriva a 133 commenti. e allora: quello che diciamo-facciamo vale poco o molto? nessuno ci crede – ma, ecc.

    ed Elio, Sebastiano, Pasquale – si sono posti in gioco, con idee che condivido poco o per niente: ma sono usciti.

    quanto alla Legittimazione dello strano centauro Daino/Sannelli – legittimarsi da soli è il Male assoluto; aspettarla da Altri è il Male ed è Stupidità. e allora? poi mi parli di un mio atteggiamento contro la bestialità: strano, ti cito Kurt e Antonello e il linguaggio universitario lo usi tu: “legittimazione”, “dipolo”…

    Espresso, vedi. sull’umiltà bisognerebbe parlare a lungo… e più se ne parla più scompare. quando la nomini non c’è più: come il SILENZIO.

    “donaci la pace ai nostri giorni”, con quello che segue.

    a Domani. Con la seconda puntata.

    Mi piace

  101. Giuseppe, vetero positivista sarai tu! 😉 Cmq guarda che la mia inchiesta non parla male di tutti gli editori, per carità… Al contrario, nel corso dell’indagine alcuni degli intervistati hanno riconosciuto – evidenziando nomi e cognomi – l’impegno di tanti editori onesti che si battono con vigore, pur dovendo annaspare nel desolante panorama che sappiamo. Un piccolo aneddoto. Ero arrivato a contattare la editor di una grossa editrice, grazie all’aiuto di un amico. Le ho spiegato l’idea di base, come avevo imbastito il tutto etc. etc. “Gentile dott. Giannino,” mi fa “vorrei sapere i nomi.” Le trasmetto l’elenco: Gian Ruggero Manzoni, Vincenzo Guerrazzi, Diego Zandel, Paolo Bianchi… Risposta: “Questi autori non soddisfano la nostra linea editoriale…”. Capito? Di visionare il manoscritto non le importava un fico secco, neanche la curiosità di leggere le domande, di dare una scorsa all’indice… Caro amico, ti ringrazio del suggerimento ma purtroppo non sono uno che si ferma al primo ostacolo. E un editore con le palle prima o poi lo trovo.

    Soave Chiara, non ho argomenti per confutare la sua opinione. Se lei ritiene utile parlarne lo faccia. Personalmente, la poesia preferisco sentirla. E quando possibile, magari anche viverla.

    Pasquale

    Mi piace

  102. concordo con chiara: i suoi testi (e quelli di massimo) sono assai comprensibili (come lo sono i rebus, i giochi enigmistici). il problema è proprio quello…

    lorenzo

    Mi piace

  103. Sono d’accordo massimo. il silenzio non si nomina si fa, come la poesia. allora, poeti, imparate a fare silenzio, chissà che non vi venga l’ispirazione.

    Mi piace

  104. #133
    “io canto perché sono un cantore e io ‘vi’ sfrutto perché ho bisogno di qualcuno che mi ascolti”
    Max Stirner

    io la scrittura di Massimo e Chiara la capisco, o meglio la ‘capisco’. poi: la domanda: ¿è il mondo meritocratico? risp.: no. e allora forse ogni discorso vale fino a un certo punto. i critici (non tutti per carità) sono dei Caronte che traghettano morti

    Mi piace

  105. certo… è colpa dei critici, non è mai colpa di chi scrive versi incomprensibili che voglionodiresolodiosacosa. se mi avessero fatto leggere poesie così da piccolo avrei odiato la poesia. fatevi un esame di coscienza come autori e cercate di migliorarvi. fate ancora in tempo, siete giovani ma se continuate così il web sarà il vostro inizio e la vostra fine.

    Mi piace

  106. mi sembra di ‘capire’ che -versi comprensibili- equivalga a farsi capire. credo. se fosse così il valore della sua scelta sarebbe quella di doversi ‘far capire’. ma che significa farsi capire? il mio livello e la mia capacità di capire è uguale a quella degli altri, o no? o, è per tutti uguale? io, spero di no. a me personalmente interessano poco i critici e gli “addetti ai lavori”, sono un poeta italiano all’estero (oriundo, direbbe Totò) “già” morto! forse perché vivo. forse.
    caro/a Espresso, grazie per il ‘siete giovani’!

    un abbraccio

    ps: vado in classe: mi capiranno?

    Mi piace

  107. Eh sì, la lagna di chi dice “non capisco” non è così dissimile dalla lagna del “non mi capiscono”.
    Nel mezzo di quest’amaca, o sopra, o sotto, accade la Poesia. E’ umano tirare le faccende dalla propria parte. Meno umana è la Poesia, per fortuna.

    Mi piace

  108. Gentile Alessandro Ansuini,
    io non mi sono lagnato del mio “non capisco”. Io capisco benissimo i “versi incomprensibili”, capisco che dietro qui versi non c’è niente se non l’ego smisurato del poeta che non ha una cippalippa da dire. mi sono spiegato ora?

    Mi piace

  109. @ Espresso

    così, istintivamente: ho l’impressione che il tuo odio per “voi cari poeti” sia superiore al tuo amore per la “poesia”. ma “voi cari poeti” non significa nulla. la discussione sta per finire, dura da una settimana, domani si cambia testo; e per sei giorni non ti tocca; poi sì: ho detto qualcosa di “irritato, irritante”? l’odi-et-amo è sbilanciato sull’odi – e mi dispiace…

    *

    sul discorso della comprensibilità: proprio domani parlerò della poesia ‘semplice’, quella che ‘si capisce’, che parla delle cose ‘semplici’: la doccia con Valeria, la cameriera filippina che non sa dell’undici settembre, il nonno morto, le passeggiate padane. La *chiarezza* convince e vince in Fortini, in Saba, in Pavese, in Pasolini, in Buffoni, che sono grandi; più spesso mi sembra incontrollata. ti ho appena nominato poeti che sono stati ben dentro la vita e il lavoro, che hanno amato, che hanno scritto, con una cultura eccezionale. ma c’è chiarezza e chiarezza: o è una tela informe o è qualcosa che – in Pasolini – si esprime in doppi settenari assonanzati (Recit e Supplica a mia madre), in Pavese in tetrametri o pentametri ad andamento anapestico. Bisogna farci caso. E agli iperbato del ‘limpido’ Fortini… Esiste – in loro – una *forma* che è tutt’altro che semplice.

    *

    “voi poeti di lpels” è un’astrazione. i poeti non sono “di lpels”, né di absolutepoetry, né di viadellebelledonne, né di un Partito. i poeti sono – poeti; se sono poeti. Marina Pizzi è poeta *da sempre*, e la sua presenza *onora* questo sito; ma se questo sito non ci fosse, Pizzi non sarebbe meno poeta. Ma sarà sempre la questione dei Nomi a creare timore e tremore : perché sappiamo tutti e due che cosa contenga questo “voi” e che cosa *escluda* (o includa…).

    *

    perché il discorso sull’inadempienza degli editori cade nel vuoto? un esempio: cercare sull’Iccu i libri della collana Parsifal… ma non solo. Senza polemica, solo per amore di verità. Ma è più facile esaltare un silenzio generico che denunciare il silenzio *consapevole* di chi produce, e quindi ESPONE, la poesia…

    Mi piace

  110. certo. lo aveva fatto anche prima. sancisce definitivamente, dal suo unico punto di vista, cosa sia comprensibile e cosa no. cosa ho detto io? Lei però dice: scrivete comprensibile. questa è una lagna secondo me. lei VUOLE che scrivano comprensibile, ovviamente sempre secondo il suo unico punto di vista. sottopone un invito, volto alla realizzazione di un suo desiderio che è “comprendere”.
    Guardi, è la stessa cosa che fa sannelli col post, mica che c’è qualcuno escluso.
    Giusto rendersene, quando si parla.

    Mi piace

  111. Gentile Alessandro,
    probabilmente non so spiegarmi. Io ho parlato di “versi incomprensibili” dei quali non si capisce “per cosa” o “a cosa” stiano. La poesia, secondo il mio inutile e modesto parere, ci deve condurre da qualche parte, che sia un luogo spoglio o un’allegra babele bene, voglio sentire l’odore di qualcosa nel verso, pretendo che abbia un’anima, un’afflato, che contenga il massimo dell’indicibile. A volte invece, spesso direi, accosto l’orecchio ai versi in questione(quelli che ho definito incomprensibili” e cosa sento? DOOOOONG, il vuoto che risuona, il niente. Non il nulla, sottilineo, il niente.
    Poi, gentile amico, io “non voglio”, io mi sono permesso di fare delle osservazioni. Ho magari esortato, ho invitato, ma mi guardo bene dal “volere”. Che ognuno faccia quello che vuole, poeticamente parlando, che ci si attenga alle regole del vivere civile questo sì mi interessa, per il resto per me ognuno è libero…

    Mi piace

  112. Guardi espresso che davvero parlo senza polemica e includendomi nella questione. facevo solo notare che stava esponendo un punto di vista “soggettivo” e non “oggettivo”. liberissimo, per carità! Anche a me le madrigali di sannelli, la prima cosa che lessi, non mi piacquero, mentre invece nelle prose poetiche questo “vuoto” non lo sento. che poi dice di “sentire” il vuoto e questo non è già un sentire? discorsi lunghissimi. secondo me comunque ci siamo intesi.
    Per concludere, di mio, trovo molto interessante l’informazione sugli “obblighi non assolti” dalle case editrici, e ancora di più, a fagiolo, un post di francesco sasso sull’editoria e il web appena postato, che mi sembra in tema.
    buona serata a tutti

    Mi piace

  113. Alla luce delle risposte, vorrei soltanto correggere una mia frase (“I testi di Massimo e di Chiara sono in larga parte incomprensibili”) la cui genericità si presta colpevolmente a dei grossi fraintendimenti. I testi la cui incomprensibilità rappresenta per me un “problema” (ma fecondo, intrigante) sono stati sempre e soltanto dei meta-testi che circondano (giustificando, promuovendo, ecc.) l’opera propriamente detta, e che sembrano invocare nel lettore un procedimento razionale (per lo meno sembrano avocare l’inevitabilità di un giudizio razionale, piuttosto che l’arbitrarietà, per quanto elettiva, di un giudizio sentimentale).
    E’ ovviamente soltanto su questi testi che ricerco una convergenza razionale, contando in un reciproco e benefico allenamento. Un giudizio sulle opere in sé, sulla loro riuscita artistica, non mi compete in quanto conosco abbastanza la complessità del campo da tentare di evitare di rendermi ridicolo. Quanto al pregiudizio, sarebbe semmai favorevole: gli “assaggi” variamente tentati qualche cosa mi hanno dato e tendo inoltre a fidarmi di talune opinioni. Un vostro clamoroso successo, credetemi, mi renderebbe soltanto più lieto, come lo sparring-partner di uno che poi diventa campione del mondo 🙂

    Mi piace

  114. @Massimo caro(e quando dico “caro” dico “caro”), non sono sbilanciato sull’odi, tutt’altro. Mi spiace che tu abbia avuto questa percezione. Il tuo discorso sulla “semplicità” è interessante e ce l’ho ben presente, sono d’accordo su “la chiarezza vince in chi è grande”. Qui sopra ho chiarito cosa intendo per “comprensibile” o incomprensibile”.
    tu prendi ad esempio Marina Pizzi, allora io qui mi fermo. E’ evidente che abbiamo idee troppo diverse, l’unica cosa che possiamo fare a vicenda è rispettarci, di sicuro incontrarsi, almeno sul territorio della poesia è impossibile. Viviamo in due universi lontanissimi.
    Ciao Massimo
    un abbraccio

    Mi piace

I commenti sono chiusi.