CONOSCI TE STESSO (scuola di poesia: 2)

di Massimo Sannelli

IN MARGINE. «*Siamo* soli». Vasco dice bene, qui e altrove. Intanto abbiamo pronunciato molti NOMI, da Saffo in poi; qualcuno è stato ridotto [l’orinatoio di Duchamp è sia metafora sia realtà: soprattutto realtà – è fatto tanto per creare quanto per *distruggere*]; altri esaltati. «Io non mi muovo» da quelli che ho esaltato.

IL TEMPO. Nel 2080 sarà impossibile distinguere Ariano da Baldi e Molinaroli da Del Sarto, e Raimondi da De Alberti [ecc., infinitamente]; quando lo stesso Franco Buffoni – il migliore della linea ‘realistica’ – sarà identificabile *formalmente* solo per le sue Maiuscole. Tu, oggi, riesci a distinguere Lapo Gianni da Gianni Alfani? Ma Cavalcanti – lo riconosci; e perché? Tu esalti il Silenzio [e non vivi in nulla come un monaco, e nemmeno io; ma quando si tratta di poesia, benedici il silenzio, e non vedi che il silenzio è la morte dell’arte]. Un pianista si prepara dodici ore al giorno per diventare solo un mediocre esecutore [e lo sa: la Musica è più *chiara* delle Lettere]; ma non ti dirà mai che suona «per se stesso», «per Dio», che «accetta di non essere niente», che «agisce senza ambizione». Non diciamo bugie. Tu temi solo l’Eccellenza e la massacri. Non la vuoi per te, e la neghi agli altri: quattro o cinque nomi, pronunciati in un blog, ti fanno tremare.
Di fronte all’Emergenza [della Storia] – ci chiudiamo «in un manichino di gesso», come la sposa di Montale [e lo stesso Montale, alla fine della sua Illusione]. Intanto Omero e Milton possono essere nati di nuovo, a Quito o a Calcutta. [ma forse la Vecchia Italia avrà ancora una fiammata – un caso da Buddenbrook, qualche piccolo Hanno con i denti che soffrono; durante e dopo, l’Italia cambierà: in bene]. Non ti do ancora ricette tecniche per scrivere la Più Bella Poesia del Mondo; perché senza un sentimento del tempo e della comunità tu non puoi – ancora – scrivere. A tra poco, davvero.

CASI DI COSCIENZA. Marco Massimiliano Lenzi scrive una poesia che è facile definire «visionaria». Ma la visione dei «labirinti screziati dei pesci rossobianchi», di «musiche del vuoto», e della «polla d’alba, / dove il geco nasce in trasparenza» – è debole. È la poesia su cui possiamo costruire molta pseudofilosofia – ne ho fatta anch’io, *mea culpa* – ma che è difficile difendere *in quanto poesia*.
Oppure. Sei nato e vissuto a Macerata a Tolentino a Camerino, e ti è naturale una certa mentalità pratica – il denaro, giustamente guadagnato; il cibo, giustamente inghiottito; quando parli, dici *scì* e *quasci*; quando scrivi, scrivi pensierini d’amore e nostalgia, in un italiano *troppo* corretto, che non hai parlato neanche a scuola. Quando ti rivolgi a me, non mi dici «hai scritto?» ma «e .tte bàgano?». Potresti fare un’altra cosa: approfitta della materia che conosci (la parli ogni giorno; e la mangi); scrivi una poesia jacoponica e dialettale, come sei tu stesso; *fatti sentire*! Alessandro Seri e Giampaolo Vincenzi hanno sperimentano in questo modo, e sono nati testi potenti, in puro romanico-comico; mentre il loro italiano ‘corrente’ – non funziona allo stesso modo. Anche in questo caso, come sempre: *conosci te stesso*. [e quale lingua parli, e a chi la parli]
Stare nel tempo [goderne le piccole gioie] e fuori del tempo [l’artista che *vince la morte*], godere del presente umano e installarsi nell’eterno, conquistato *con l’arte* – lo sai, lo sai quanto me, Lettore, che è difficilissimo. Non sei Nietzsche; né Hölderlin. E anche loro: vedi, a che prezzo. Marzio Pieri ti pungolerebbe: Quante volte sei stato nella gabbia, con Pound? Da buon fiorentino, ti riderebbe in faccia: o nini, e.ssei poèta? – A me disse: O Sannèlliii, a.tte ti garba la Hampo! [poi capii che aveva ragione, come ce l’ha spesso; Cristina Campo è un mito, inarrivabile; ma su Cristina si basa una felicità privata, non una città. E dovevo capire che, per l’ex bambino di San Salvi, Cristina è soprattutto una Figlia dei Signori, ni’.ccèntro di.fFirènze]. Un giorno Marzio urlò: Va’ in Africa, non a Borgomanero! – Detto, fatto: vennero uscite nell’Inferno, che è qui sotto casa [ma «il Paradiso è al primo piano»: Genova è fatta così]; e poi l’India, e notti notti notti, fuori – doni di Dio, compreso il freddo.
Poi «ho trovato una cosa gentile».

SOTTO LA DOCCIA. Non raccontare storie da nulla in lingua piana (la doccia con Valeria, i quadretti padani, il nonno, ecc.), se non hai un popolo con te [vedi: Penna parla dei suoi ragazzi; nient’altro che la realtà: ma centinaia di compagni in omosessualità vi si riconoscono, perché si tratta ancora di *separazione*, che cerca *amici*; mentre la doccia di Nannipieri – fa paura a qualcuno? è condivisibile da una comunità? Per esserlo, bisognerebbe vietare l’eterosessualità – allora la poesia prenderebbe il volo, benché sia brutta. Ma le poesie di Penna sono *anche* belle]. È vero: *Lavorare stanca* racconta storie semplici – ma le racconta *in anapesti*: pura *cultura*. [e anche al confino Pavese traduceva Esiodo. Cesare sperimentava la sua Eccellenza, ancora e sempre: «Nel mio mestiere sono re»]
Un sonetto di Pasolini dice: «gli toccavo *il cuore*». Nemmeno Pasolini, quel giorno, riesce a nominare «il cazzo». E tu vedi l’autocensura, dolorosa, anche in una poesia privata: per eccesso di separazione, da Ninetto e dal mondo, in quegli anni *ultimi*. Eppure: molti si possono riconoscere anche in questa autocensura, perché è di un poeta *marchiato*. C’è un *non dire* che è comunque, e veramente, «parola plurale».

[8-10 dicembre 2007]

137 pensieri su “CONOSCI TE STESSO (scuola di poesia: 2)

  1. Massimo, bella questa cosa tra venditti e me nel tuo post precedente.
    Senza cacciare di mezzo poesia sonora, concettuale, e vari aspetti della storia dell’arte che motiverebbero la scelta – che hanno meno peso di alcuni fatti che rimandano alla “realtà”, quella che per “sbaglio” o “dossier sbagliati” si diverte a far la guerra, ad ammazzare, a produrre orrore, sofferenza -, la finzione personale, l’egotismo, non sarebbero rappresentativi di un dono: un dono è spesso un gesto, anche poche parole lo sono e non ci sono livelli quando a guidare la tua azione è la spontaneità.
    Dovremmo spiegare perché Prevert scrive “tu mi sposerai/tu mi sposerai/tu mi sposerai”. Me lo sono domandato, e credo che tutto parta dal fatto che la poesia sia questo dono, quello di una credenza che investe completamente se stessi, ma simile a qualcosa capace di bere l’acqua di un individuo nel bicchiere di questi, e non nel proprio. Tagore?
    E’ questa la poesia?
    Il “voglio solo te” è riferito a tante cose: a chi stavo amando, ai militari americani che venivano reclutati con le promesse, a chi aderiva alle parole degli spot…? il titolo che recitava? passaggio dell’amore sulla rivoluzione – di una poesia di Prevert? Quell’opera ha i suoi livelli – se ce li ha – in ciò che accadeva, che sta ancora accadendo, e non in un esercizio “chiuso” di scrittura (se io riesco a comprendere la tua scrittura, immagino pure tu riesca a comprendere le premesse della mia di opera); passando per ny risponde, reagisce, riflette, si basa, su ciò che accade, che colpisce, che di nuovo tradisce e si traduce in una prassi folle, il teatrino del mondo in tutta la sua carneficina, in tutti i suoi azzeramenti preceduti dagli spot luminosi, ed io alla fine scrivo in fenice della poesia “bruciami, non avere rimorso…estirpami”, la poesia rinascerà, che rinasca da me ha poca importanza. Sono più felice se questa forza – di fronte alla morte, alla sofferenza – sia in altri, perchè quella è la premessa per accogliere un mondo diverso.

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  2. Christian : infatti, se c’è qualcosa di bello nel tuo libro – e c’è: è la parte in prosa. ma in quei tre versi la complessità non appare. semplicemente. appare molto meglio in queste righe di prosa che mi scrivi, sopra.

    *

    bisogna ricominciare a parlare di futuro, di durata, ecc. Questo eterno presente (che esiste solo nelle canzoni) e questo riferimento ad un passato che non è più nostro – ricorda l’atteggiamento di chi rimpiange (me lo raccontò Adone Brandalise a Camaldoli) “la voce di suo Padre, quando gli disse: Vattene!”. perché tanta paura del futuro? perché sembra fariseismo ricordare un obbligo di legge, che impone un deposito di libri? perché senza futuro e senza comunità – tutto finisce. è esattamente lo stato dei corpi dopo la morte… o l’inferno. e non si capisce perché si dovrebbe lavorare per scomparire [pagandosi anche i libri di tasca propria]

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  3. ciao Massimo. condivido quasi tutto. “quasi”, leggi: cosa sarà fra 80 anni è mestiere da veggenti. il poeta-veggente trova la lingua per l’abisso in cui è sospeso e, come dice ungaretti, la disperde ora. Poesia è questa dispersione (di energia, di canto, di incanto, di tremore)?

    un abbraccio!

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  4. buon giorno Stefano… vedi: l’indicativo che uso è a metà tra la veggenza e la fiaba [si tratta di un anfibio; un centauro, ecc.]. quindi: va tradotto in forme più schematiche, e vale come “provocazione in forma di apologo” (la formula di Roberto RT è molto felice). parlavo di conservazione e riconoscibilità.

    per esempio. se oggi volessimo scrivere una falsa poesia di Emily Dickinson: prenderemmo prima di tutto della carta antica e fabbricheremmo l’inchiostro. poi studieremmo bene il *lessico* e la *metrica* – entrambi di origine biblica (versione di re Giacomo) e innografica, uniti a Shakespeare – e potremmo creare qualcosa. naturalmente sarebbe un arbitrio, e forse sarebbe una ultraDickinson, una Dickinson al cubo: per far capire che è lei, dopo aver falsificato la sua (difficilissima, e *meravigliosa*) grafia – parleremmo del Dandelion, del Lily, dell’Ape, degli Uccelli, delle Streghe, ecc. Naturalmente il nostro falso sarebbe pieno di d-a-s-h-e-s e di MAIUSCOLE. alla fine, il falso sarebbe anche plausibile. magari riconoscibile come falso (poco ma sicuro!) – eppure si direbbe: “hanno tentato di rifare *Emily*”.

    prendiamo invece un testo che non esibisce tratti formali ‘forti’. che ha un lessico affine al parlato, e lo vuole (e mi permetto di dire: lo vuole non potendo fare altro; perché una poesia ‘semplice’ e ‘chiara’ come “Supplica a mia madre” è un omaggio trasversale ai Francesi e a Pascoli… e Filò non è poesia facile; e il Novissimum Testamentum è tutto un omaggio a cose ‘canterine’ trecentesche… ecc.). che mostra una vita tutta esteriore di piccole azioni – INCISO: mai poesia è stata meno eroica di quella che si scrive oggi (e l’agg. *eroico* mi fa orrore: non trovo di meglio, ora).

    ecco: come sarà falsificabile? non lo sarà. come sarà identificabile? lo sarà *difficilmente*, e forse i nostri nipoti non ne sentiranno neanche il bisogno (così come noi non leggiamo né il povero Dogliotti né Alceo Folicaldi).

    Nulla di peggio e nulla di meglio del triumphus temporis. il problema non è tanto come accendere il fuoco (può sempre cadere un fulmine) – ma come conservarlo. e la DURATA è ciò che mette alla prova le opere. quando in internet si azzannava (la memoria di) Tondelli – ho pensato di dire: bene o male, sono 27 anni che Tondelli regge, e se regge anche post mortem vuol dire che una comunità se ne è fatto carico – magari tradendolo, deformandolo, convertendolo, ecc. – Ma Tondelli dura.

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  5. Vengo in questa scuola di poesia per affinare la “quasi veggenza” che soffro in parte di avere, e per apprendere il valore della lettura futuribile che penetra l’essenza. E se la musica è più chiara delle lettere è perché si teme l’Eccellenza e si teme il Testo…Grazie Massimo, come sempre

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  6. Una cosa è la correttezza nei testi che uno scrive, un’altra cosa è la pronuncia sbagliata di alcune vocali o consonati, che esiste in tutte i dialetti o meglio in tutte le inflessioni dialettali. Ho letto per due anni in collegamento radiofonico con poetesse di Vicenza e di Torino ed anche loro hanno dei difetti di pronuncia, però, questo non implica che chi legge i loro testi all’interno di un libro, se sono validi, li debba apprezzare di meno. D’altra parte, io, attualmente, non scrivo poesie, ma biografie di autori dell’Ottocento e, quindi, ho altre regole e altri limiti da rispettare, diversi da quelli che “vivevo” in passato, quando cercavo di comporre delle discrete poesie e spesso le mie rimanevano solo buone intenzioni.
    Cristina

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  7. Caro Massimo,

    Rudolf Hoess, prima di essere “eseguito”, scrisse in cella un’autobiografia. Nelle pagine dedicata all’infanzia parla dei suoi genitori, della mancanza di un rapporto fisico con loro, dell’incapacità di abbracciare. Il suo unico confidente, racconta, era il suo pony “nero come il carbone”, Hans. Nemmeno la morte di suo padre lo colpì. Lo scossone vero, ciò che squarciò la sua vita in giovinezza, fu il primo combattimento, e l’immagine del primo soldato ucciso, il corpo che cadeva in avanti, l’idea del “suo morto”. Come se per la prima volta avesse conquistato qualcosa, qualcosa di suo e basta, niente a che fare con i precetti dei genitori o del sacerdote.

    (quando Ungaretti parla della prima volta che ha visto le montagna, la verticalità, arrivando in Italia, è da lì – anche da lì, che sgorga la poetica del “miracolo” e del “disvelamento”, e il “miraggio”; quando Pavese ascolta per la prima volta farsi e disfarsi dentro la sua testa una nenia, è da lì, che sgorga l’anapestico lavorare, che stanca, che ti ipnotizza, ti fa marciare verso la tua solitudine, barcollante)

    Hoess è stato un carnefice, un essere disumano (non inumano, perché di carne era fatto anche lui, come di carne erano fatti i ferrovieri che scaricavano i corpi morti in potenza, ad Auschwitz, che sapevano, e tacevano; o gli ingegneri che pianificavano le fabbriche nei dintorni del, dei lager, che sapevano, e tacevano, e pensavano ai loro commerci, etc.) eppure – anche – lui ha avuto bisogno di lasciare una testimonianza, la possibilità di rimanere nel tempo, al di là delle sue azioni (e se fossi solo io a parlarne ora, avrebbe comunque raggiunto il suo scopo), né più né meno di te, di me, di noi che scriviamo e ci consegniamo alle mani e gli occhi e le orecchie di chi verrà. Insomma il tuo desiderio di essere ri-conosciuto non mi stupisce, mi colpisce invece la foga che dimostri (non solo qui). Mi chiedo: che cosa vuoi, realmente? Sei un poeta, lo sai tu e te lo dicono altri (o sbaglio?). Le tue poesie sono state pubblicate e lo saranno (che importa presso quale editore? Che importa se siano o no reperibili in biblioteca? Qualcuno le troverà, a casa di un amico, nella spazzatura, nei mercatini, nelle librerie antiquarie, chissà dove, chissà chi e quando: samiszdat!), le tue poesie vengono lette dai critici che ti di te scrivono. Sei qui ora, a parlare, a dire la tua (invitato a farlo), così’ come dici la tua quando ti invitano da qualche parte (ti invitano come poeta, no? Non credo in veste di bibliotecario). Scrivi (nel 115esimo commento al post precedente della “scuola di poesia”): “Zublena, Cortellessa, Verdino, R. Scarpa hanno letto questo thread, lo so”: e ti pare poco sapere che qualcuno – di qualificato, per giunta – ti legga? -Mi chiedo perché ciò non ti basti. Sapere di essere letti è già, secondo me, un certificato “a comprova di esistenza”…

    (la prima volta, non l’ultima volta: ciò che dovrebbe importarci, o perlomeno che importa a me in questo periodo della vita, è la spinta che porta alla nascita e formazione della scrittura, e non all’ultima volta, cfr. ricezione, cfr. legittimazione, cfr: sguardo dell’altro sulla mia parola, su di me. De André scrive e canta – il capolavoro – “Buona novella” per affermare la forza del perdono vs il potere di chi predica negli anni della contestazione, cioè De André con quell’opera, e poi con tutte le sue opere, torna sempre all’omphalos, scava nell’orifizio per dire e ridire con forza e con forze diverse sempre le stesse cose – torna indietro, a deporre le uova. La prima volta è il cardine della tua poetica, ciò che ti spinge, dopo anni e centinaia di versi a scriverne uno ancora, uno di più, nonostante tutto. La prima volta ci salva dal progressivo disfacimento, dalla “franca sostanza del degrado”)

    Poi possiamo parlare di ciò che “non” riguarda te, in prima persona. Della nostra condizione di umani, prima che di poeti. Ma dobbiamo, dobbiamo formulare delle proposte. Ad esempio: cosa ne pensi de “Il princio speranza” di Bloch? Di quell’ottimismo?

    Infine, sulla censura e l’auto-censura. Ho da poco letto in una prima e in una seconda (insegno al professionale) alcuni passi di “Altri libertini”. Tondelli è un autore che amo e anch’io penso, come te, che “dura”. Sai la reazione di una buona parte degli studenti? Che “schifo”. Skandalon. Come se ciò che è scritto nel libro facesse più “schifo” della realtà in cui (soprav)viviamo, come se quei “froci tossici” fossero brutte favole da allontanare (da scartare, da eliminare). E skandalon anche per le parolacce, per i ripetuti “cazzi”. Eppure quando parlano tra loro, i “cazzi” ci sono, ce ne sono a bizzeffe, e di ubriacature e esperienze di trasgressione ce ne sono, nelle loro vite. Anche qui, ti riporto alla pratica: come dovrei rispondere al loro disgusto o alla loro indifferenza, in un’ottica maieutica (senza avere la presunzione, da parte mia, di essere Danilo Dolci)? Come dovrei rispondere a loro, da poeta, oltre che da insegnante?

    Un caro saluto,

    Luigi Nacci

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  8. @ Cristina
    Bisogna leggere tra le righe. Bisogna capire che o si parla di poesia, quando si parla di poesia, quando se ne parla – oppure si tenta di arrivare alla qualifica di “bravo poeta”, “in piazze e pozze locali”, come scrissi una volta. Vedi, come dicevo a Guglielmin: tutto va tradotto, e tu l’hai letto alla lettera. Il problema non è dire “quasci” o “belin” o “te pare” o “scüsa” o “óstrega”; il problema è la dignità di quello che si dice. La bocca piena di salame non parla come una bocca d’angeli – e sono duro, lo so, dicendolo. E io non dico al mangiatore di salame: diventa angelo. Gli dico: Non simulare, sii grande, rispetto a quello che sei. Perché da un lato c’è il dire “aspra e dolce salita”: dall’altra “è povero, vuol dire che lo adotteremo” – “e te bagano?”. Io per te sono un inetto a vita, diciamo la verità. Ma parliamo di poesia. Vedi appunto che cosa scrivono ora Alessandro Seri e Giampaolo Vincenzi e Renata Morresi. Molto spesso sono molto bravi. e lo sono non tradendo le rispettive nature. a Macerata Pagnanelli ha visto la sua carne macellata venduta e *non mangiata* “sotto la loggia dei Mercanti”. si trattava – come scherzava Garufi – della “più grande necropoli del Piceno”.

    @Luigi
    anche qui: dico 100 per far passare 50 o 75. qualche tono è esagitato, altri dimessi. devi sopportarmi così. ma tu sei un buon lettore, e buon traduttore.

    Tondelli: vedi, l’omosessualità è ancora il grande tabu. che poi in Italia sia normale che due adolescenti maschi si masturbino a vicenda e lo ricordino da adulti – e neghino che sia una pratica gay; è un altro discorso. vedi: a maggio ho litigato con un grande poeta – io lo considero sempre tale – che è stato il mio maestro e il mio mentore. è un uomo che ha avuto una vita difficile e violenta, per necessità e per scelta (più per scelta che per necessità: ma è facile per me giudicare gli anni 70; qui parlo per sentito dire, e taccio sùbito). Questo maestro disprezza Tondelli, in quanto “pornografo” (la famosa scena dell’iniezione nel pene duro di Bibo), come disprezza Pasolini “puttaniere ricco”. Ora io non capisco perché comprare cocaina – e quindi finanziare le mafie – sia ‘meno immorale’ dell’acquisto di sesso. Ma c’è un male di serie a e uno di serie b.

    vedi: in Italia c’è una forte tendenza omosessuale, che di solito è negata (vedi le pratiche di cui sopra). in Italia si può fare tutto, purché non se ne parli. e Tondelli? siamo allo stesso punto: si percepisce che sa il fatto suo, che ha fatto i suoi studi, che sta bene nel mondo di cui parla, che è sensibile – ma: DICE. è CHIARO nel dire: credo all’amore, credo al sesso, credo al *cazzo*. e nel DIRLO non è un maiale pervertito, ma un cristiano (a parte quello che ne dice Spadaro: mi riferisco a quello che dice Tondelli in Camere separate). e questo – questo non lo dice nessuno.

    cosa puoi dire agli studenti? quello che ti ho detto io: non avete timore di fare, avete timore di dire… Potresti dare loro un tema: la PAURA DI PARLARE. di quale sanzione avete timore? chi è il Grande Fratello che vi fa paura?, ecc. Ma io sono sicuro che in classe ci sono uno o due *segnati*, maschio e femmina. occhi grandi, faccia consumata, passione in cuore, e anche qualche errore già commesso, che sarà perdonato, certamente – e loro, ne sono certo, loro ti capiscono… e capiscono Vicky.

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  9. “E mi addormento come in un letargo, Dicembre, alle tue porte,
    lungo i tuoi giorni con la mente spargo tristi semi di morte, tristi semi di morte…
    Uomini e cose lasciano per terra esili ombre pigre,
    ma nei tuoi giorni dai profeti detti nasce Cristo la tigre, nasce Cristo la tigre…”

    Finalmente! Benvenuto…

    fm

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  10. per Rita e per Francesco – entrambi Acqua

    “Pas un jeu de mots. Tout est comparable à tout, tout trouve son écho, sa ressemblance, son opposition, son devenir partout. Et ce devenir est infini” – Paul Eluard, *Donner à voir* (che nascerà Domani, il 14 Dicembre 1895).

    e per tutti, chi verrà :

    poesia, poesia, poesia.

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  11. “S’il te faut repartir, prends appui contre une maison sèche.
    N’aie point souci de l’arbre grâce auquel, de très loin, tu
    la reconnaîtras. Ses propres fruits le désaltèreront.”

    fm

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  12. Char – senza aggettivi.

    e anche, chiudendo la Maison seche : “Tout ce que nous accomplirons d’essentiel à partir d’aujourd’hui, nous l’accomplirons faute de mieux”. *In mancanza di meglio*, non sprecheremo il talento affidatoci: “Fossi vissuta quieta come una bestia,
    ma avessi consegnata quella lettera che m’era stata affidata!” (Brecht, Santa Giovanna). In mancanza di meglio – ma il meglio è quello. si è trovato *liberando*. non è detto che si vinca: “Così sfogliai una vana rosa, la rosa privata del terrore
    e della sessualità, proprio negli anni in cui mi si richiedeva d’essere il partigiano che non confessa né piange” (Pasolini, Poesia in forma di rosa). Purché non impediamo – noi, lettori scrittori critici ed *editori* – ciò che deve avvenire: Tout ce que nous accomplirons d’essentiel à partir d’aujourd’hui, nous l’accomplirons faute de mieux.

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  13. Questo commento sarebbe più adatto alla discussione che si sta svolgendo intorno all’articolo di Orgiazzi, ma qui la provocazione va bene ugualmente.

    Jude l’Oscuro, protagonista dell’omonimo romanzo di Thomas Hardy, davanti ai cancelli di Christminister scrisse, citando dal Vecchio testamento”: “di senno ne ho anch’io a par di voi; e cose come codeste chi non le sa?”

    gli ultimi scritti di massimo hanno la stessa rabbia…

    incrociando 2 volte Francesco, ne approfitto per salutarlo.

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  14. @ Massimo: lascio la prefazione al mio libro di Benussi, che con Petronio ha scritto la storia del nostro Novecento letterario. Forse da qui ti risulterà evidente più che il livello, la prospettiva, anche se so che ti è presente e che con tutta probabilità la confuti perché la mia opera si muove in un versante opposto al tuo modo di scrivere. Sai Massimo, io credo che come individuo tu abbia tutta la legittimità di non amare la mia opera, tuttavia prendere una parte per il tutto sarebbe come fare il Salinari della situazione nei confronti di un Pasolini, e io non amo che si mistifichi il mio lavoro, non adducendo peraltro motivazioni, se non livelli (?).
    Queste parole di Benussi forse apportano alla discussione qualcosa che non è il tuo piacere – sulla mia prosa ho il tuo placet? in un ipertesto/intratesto, se vuoi pure in un’opera, non so cosa possa significare il termine prosa, sinceramente non me ne frega quando la gente muore con un clic di telecomando.

    Quello di Benussi è un passaggio critico, lo si capisce benissimo, che investe anche la tua modalità di scrittura, poiché da lì parte. Condivido la tua scrittura? La ritengo ancorata al Novecento e alle sue tematiche: come puoi vedere la discuto e la prendo in considerazione (Besa ha pubblicato una nuova versione del mio saggio sulla poesia italiana, presente su ap, in cui sei presente). E non ne faccio una questione di piacere, perché la critica dovrebbe prima sondare quello che c’è, e da lì partire.
    Tu rifletti da te stesso, ed è legittimo, ma non dai motivazioni.
    Se io fossi per il gioco delle parti, mi domanderei: “ha ragione Benussi che parla di quest’opera di Sinicco come una poiesi complessa, che mette in gioco infiniti rapporti reciproci, e la inserisce in un discorso più ampio di poetiche, o ha ragione Sannelli che fa di me il Venditti della poesia italiana?”…
    Poi, a me le scuole di poesia mi fanno molto sorridere – sarà che sono troppo anarchico, e solo!

    Perché scrivere poesia oggi? Dall’inizio della modernità letteraria non c’è generazione che non si sia posta questa domanda. E, naturalmente, non c’è generazione che non abbia trovato una risposta. Anche Christian Sinicco non fa eccezione, anzi, è perfettamente consapevole di vivere in un’epoca che lo ha singolarmente segnato, erede come è di una poesia che per troppo tempo ha parlato quasi esclusivamente di sé e del proprio
    linguaggio, mentre il mondo intorno si riempiva del rumore sonante del mercato, che sembra non lasciare spazio a ciò che non è immediatamente utilizzabile. Ma di un esistere così precario chi ha la colpa? Al disastro della generazione di Allen Ginsberg, Dylan Thomas, Ezra Pound il giovane autore dedica versi pieni di interrogativi irrisolti: «Guardami storia / mentre scelgo di piangere stamattina / la polvere sui libri chiusi / come una scintilla morente; / guarda l’ingiusta giovinezza mia / e della
    mia generazione…». Certo, troppo compiaciuta di se stessa e del suo
    passato, visionaria, o nichilista è stata una poesia che si è offerta frammentata e autoreferenziale.
    Così, la difficoltà teorica di poter parlare di ciò che sta fuori la poesia e il rifiuto delle più obsolete strutture comunicative hanno dato spazio per troppo tempo alla nevrosi del soggetto e alle voci misteriose di una realtà che si confonde in una zona oscura e ancestrale della coscienza. Di qui il bisogno per molti poeti italiani, tra cui Zanzotto, di risalire alle radici del linguaggio, inteso come luogo di formazione delle pulsioni esistenziali e vitali, dove si può intuire e catturare l’aspetto fluido e magmatico delle cose. Oppure, come per il più giovane Magrelli, la necessità di far riferimento alla poesia come a un puro gioco linguistico, i cui singoli esiti vanno considerati semplici varianti interne. Poetare significa allora
    «compromettersi», «mescolare» la propria voce con quella della folla, del traffico, dell’ingorgo. La poesia avrebbe così a che vedere con il reale, concepito nell’atto non del suo rispecchiamento, ma della sua invenzione, tragica o ilare che sia, misura tuttavia dell’intero ambito dell’esistere.
    Ma l’11 settembre 2001 è accaduto qualcosa di assolutamente inedito, e tale da dover cambiare il modo di far poesia. Christian Sinicco avverte di trovarsi incastrato in uno snodo storico importante. Parte da lontano, rievocando, nel primo pezzo che apre la sua raccolta, Jack Hirschman, la volta che è venuto a Trieste, per l’esattezza tre giorni prima della catastrofe, l’8 settembre, il giorno dopo la stesura di questa sua lirica.
    Coincidenza? Forse da tempo l’autore covava l’esigenza di misurarsi con un poeta politico, seppur senza necessariamente vestirne gli abiti più immediatamente riconoscibili, preferendo quelli meno dichiaramente colorati di un Rafael Alberti o di un Pier Paolo Pasolini. Devo ricordare che nella tradizione italiana si era persa da tempo la vena engagée, e che dopo la ventata neosperimentale era prevalsa nei poeti la coscienza, rammaricata, di non poter più essere al centro del mondo; di qui il senso
    di un isolamento che ha prodotto versi stilati in un linguaggio
    aristocratico, a volte sdegnoso, comunque d’élite.
    Sinicco vuole invece che la poesia misuri i battiti del tempo umano, e che si intrecci con la vita di tutti. Di più, con essa misura la tenuta di una parola, il suo valore, oltre che l’idea da cui è scaturita, attivando una poiesi complessa, che mette in gioco infiniti rapporti reciproci: «Non aderire / come la polvere moltiplicando l’effetto di mille volte alle parole
    / dei tuoi politici, di capi religiosi che promulgano odi invasati / di vendette per un nemico inesistente, come la voce / di un megafono sopra le macerie, / perché le macerie / non sono propaganda, / le macerie / di tutto il mondo sono da innalzare / a problema». È dunque politicamente impolitico questo invito rivolto alla poesia, in un passaggio di Belfast, sulle rovine che restano di una poesia di William Butler Yeats.
    Molti sono i nomi evocati nella raccolta, da Emily Dickinson, a Carmen Yáñez, da Walt Whitman a Arthur Rimbaud, da Jacques Prévert a Leopardi passando per Montale, da Edgar Allan Poe a Matteo Danieli, Luciano Dobrilovic, Luigi Nacci, Massimo Palme, Giampiero Neri. Ci vuole un bel coraggio a correlare tra loro poeti che godono di un posto in prima fila nel Parnaso, con altri che stanno ancora scalando, seppur a grandi passi, le sue pendici. Stupisce che tra i modelli ci siano donne, ma evidentemente la scelta non è stata casuale: «Non mi raggomitolo in un’idea, darò vita / ad un lago di bianco / sui disegni di un libro, farò abbracciare gli amanti. / Poiché sulla strada eterna / che dal mare porta
    a Jalalabad, / su verso l’Hindukush, / sopra Kabul, Kandahar, / le
    montagne dentro di te / sono dentro di me» (passaggio di una poesia di Emily Dickinson). Dunque s’intravede la richiesta di una poesia che non voglia pervenire alla ricerca di una verità astratta, logico-teorica, che può provocare fanatismi mortiferi. La parola deve lambire piuttosto la concretezza della vita, per abbattere confini ed egoismi reali, accogliere chi è sperduto, guardare negli occhi chi soffre e tuttavia ama: «Argentina,
    io vedo / sulla strada che porta al nulla / che il bisogno è poesia, / l’osso della verità. // Argentina, io scaglio i tuoi morti per questo bisogno / sul parlamento dei poeti» (Argentina su una poesia di Carmen Yáñez).
    In questo modo viene finalmente abbattuta la barriera del nichilismo, cui era naturale giungere se punto d’approdo voleva essere la scoperta di un senso logico del mondo. Certo, in questi versi si percepisce ancora la ricerca dei segni di una totalità cui si aspira, per cui ancora aperta è la ferita sul vuoto e sulle deformazioni del presente. Ma al tempo stesso
    si indovina la strada che porta ad un tipo di conoscenza incapace di accontentarsi dell’intelligere, e tesa piuttosto al sentire: siamo di fronte a una poesia, finalmente, d’amore, inteso in senso totale, di compartecipazione intima alla vita degli altri. Quasi naturalmente si sviluppa così nella raccolta il tema della memoria, anamnesi culturale, storica e privata, per faticosamente ricostruire il percorso che ha portato al trauma attuale della messa in crisi irreversibile dei fondamenti di un’intera civiltà: «quando scoppia la testa dal dolore / per il mondo che
    si spezza, / quel bambino è morto / crivellato di colpi» (illuminazione di Arthur Rimbaud sulla recinzione che stringe Gaza). È l’inizio di un processo che accetta anche l’invenzione utopica come forma sostitutiva di un’identità perduta, necessaria intanto per trovare forme di riscatto.
    Insomma, Christian Sinicco ha decisamente invertito la rotta, dando
    voce a una poesia che finalmente torna a essere, anche teoreticamente, dentro l’ipotesi della comunicazione, di sé e degli altri, per far sentire dolore e piacere, cioè emozione, viva e reale: «Non ho fatto altro che pensarti. / Non ho fatto altro che pensare / alla risposta alla mia domanda // cos’hai sentito?» (passaggio sul nostro incontro). Ha scavato in profondità nella direzione che un altro grande contemporaneo, Franco Loi, gli ha mostrato un giorno passando anche lui per Trieste, dopo
    averlo invitato a prendere le distanze dallo snobismo di chi si limita ad autocompiangersi e a imputare il proprio malessere alla massa, degenerata ed oppressiva. La lezione che Loi gli ha lasciato è quella impartita da un maestro solo apparentemente umile, in realtà capace di dar forza a dei versi che implicano lavoro e impegno e che rischiano dunque di incappare anche in pesanti sconfitte. Sinicco raccoglie la sfida e ci racconta i suoi dubbi e i suoi progetti in pagine che un tempo si chiamavano di «poetica». Anche queste contribuiscono a svelare la grinta di un poeta vero, capace di scelte volutamente difficili, ma
    necessarie per ricominciare a dare battaglia. Sempre da Trieste,
    imbarazzante e impegnativo luogo letterario del passato, a partire dalla propria città dunque, l’allievo può attraversare il mondo, dentro e fuori di sé, interpretare e adeguare ai propri bisogni i poeti suoi e degli altri, aggiungere e levare fino a trovare l’equilibrio che gli serve per diventare se stesso. E allora, perfettamente in linea con il suo atteggiamento di
    sfida alle convenzioni letterarie della modernità e della postmodernità, Christian Sinicco chiude questa sua prima raccolta con una dedica importante, che celebra la sua ritrovata individualità non narcisistica, bensì relazionata a quella degli altri, in questo caso al gruppo entro il quale è nato ed è cresciuto: «A “Gli Ammutinati” tutti, ovunque essi
    siano e qualsiasi cosa stiano facendo». Credo sia un modo assolutamente nuovo di cercare «l’esistere, l’interpretazione, il significato» del mondo, oltreché, naturalmente, della poesia.
    Cristina Benussi

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  15. Ciao a tutti gli amici passati dopo il mio piccolo commento.

    e viva Guccini citato da Francesco.

    Grazie Massimo per la risposta.
    io dico: immagina una foto di gruppo, guarda quella a destra, quello in mezzo e quello a sinistra. e guarda quello che non sta nel gruppo: avrai 4 stili riconoscibili della poesia contemporanea.

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  16. massimo, una domanda. quando si fa una scuola o un corso o comunque un intervento pedagogico, si ha (o si dovrebbe avere) un’idea assai precisa del pubblico a cui ci si rivolge. potresti dire esplicitamente, secondo la tua opinione, secondo la tua intenzione, a chi questi tuoi pensieri educativi vogliono rivolgersi? tanto per filtrare le iscrizioni, sai com’è.

    lorenzo

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  17. partecipo segnalando questo video, uno dei pochi ripuliti, della gara di Tommie Smith ai giochi olimpici del 1968. Penso sia attinente alla discussione, anche se in modo metaforico, criticando una prospettiva esistenziale logocentrica. Oltre al significato storico di quel podio, resta una progressione incredibile gli ultimi metri e quelle braccia alzate al cielo già molti metri prima del traguardo.

    http://www.noivelocisti.it/recordmondiali/tabid/581/Default.aspx

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  18. Caro Massimo e cari tutti,
    “Non raccontare storie da nulla in lingua piana se non hai un popolo con te”.
    Questa notazione, davvero nevralgica, sembra proprio scritta apposta per me, che racconto storie quasi da nulla in lingua quasi piana, e un popolo con me non ce l’ho proprio. Io stesso me la sono ripetuta, in forma più o meno uguale, un migliaio di volte.
    Tuttavia si tratta della mia vita, del mio destino, di ciò che amo e di ciò in cui credo.
    Pertanto continuerò, con (spero)sempre più consapevolezza e occupando sempre meno spazio: di sicuro di meno di quanto ne occuperò da morto, anche nel caso in cui, contro le mie disposizioni, finisca cremato.
    Credo che lo stesso valga anche per altri; e alcuni di noi (pochi, pochi!) avranno con sé non tanto un popolo quanto “un piccolo resto”: di stramorti, di nascituri, di rinati.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  19. carissimo Roberto… i tuoi settenari *cantano*. i tuoi apologhi sono carichi di senhals per qualcuno che è molto vicino e molto lontano – e ne sono sempre turbato, più di quanto non ti dica. lo sai. perché ho creduto, presuntuosamente, illudendomi, di *capirti* – anche se non è facile capire. tu conosci la forma del suono, sulla pagina; a differenza di molti, sai toccare una cosa (una persona) – conoscendo i limiti della forma. e -quello che più conta – tu sei un grande *signore*, davanti a tutti. te lo dico con tutto il cuore.

    *

    Lorenzo

    in mancanza di legittimazione [ne abbiamo parlato a lungo, a lungo…], non ci sono limiti di iscrizione. ma so a chi vorrei parlare. a quelli che NON commentano, sentendosi di troppo nel nostro giro (c’è un *nostro* giro!). ai giovanissimi, se ci sono. ai piccoli… a quelli che non osano parlare, qui, pensando: Carlucci è meglio di me, Sinicco è meglio di me, e Nacci…

    la mia email è sempre la stessa: sannelli@interfree.it

    ecco, vorrei che chi tace lasciasse un segno, se vuole e se può. grazie, davvero
    massimo

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  20. [in margine]

    @Christian: non ho nulla contro Venditti, è evidente! dico solo che non trovo *oggi* molta forza nei tuoi testi in versi. la trovo nella tua prosa. quanto all’anarchia – se ci tagliassero a pezzetti… stamattina sentivo Berio e Dalla. i nomi nomi si moltiplicano. il problema è un’altro. adesso copio-e-incollo altri appunti. a dopo!

    ******

    forse questi paragrafi, scritti non a caldo, anzi vecchi di cinque anni – che dal mio punto di vista è un tempo oscenamente lungo – spiegano meglio alcune cose che cerco di dire qui in fretta, rubando i minuti su un computer non mio. rivedendoli, elimino i difetti e il peso dello stile di *allora*. ho distrutto quello stile, a poco a poco. *Quello che ieri era vero – non sarà vero domani! Corri e ferma quel treno!*. e se puoi, lettore, ascolta in sottofondo Loosin yelav di Berio, dai Folk Songs: *cara luna, il tuo volto caro, tondo e rosa” – lo faccio anch’io, mentre rileggo [intanto il CD scorre, e anche l’anima di Baudelaire sorride, se sente l’Azerbaijan Love Song a tutto volume: vetri colorati, vetri di Paradiso, vetri che facciano sembrare bella la vita!]
    massimo

    da *Sottrazione e resistenza* [2003-2004, già nel blog «sequenze», ora chiuso]

    Il tempo-accumulazione è collegato alla morte-sottrazione (nell’allegoria trionfale di Petrarca il Tempo supera la Morte, in senso gerarchico e in ogni caso in un mondo in cui il riferimento ultimo è la gloria dell’Eterno, capo del tempo; ma oggi la Morte e il Tempo non si dividono chiaramente i còmpiti): la morte, a sua volta, continua – perché necessaria – ad essere allegoria di qualunque potere (e il potere – “l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte”: Ap., 12, 10 – ama uccidere: uccide di volta in volta “ridendo” oppure ostentando l’impassibilità del mestiere; Dioniso ed Eichmann; il buon selvaggio e il buon torturatore).
    Il cristiano crede che fino alla totale manifestazione del Cristo il potere rimarrà necessario come la morte (lo scenario opposto appartiene al compimento dei tempi esposto in Ap., 11, 15: “Il regno del mondo appartiene al Signore nostro e al suo Cristo: egli regnerà nei secoli dei secoli”). Il non cristiano – e comunque l’uomo, anche cristiano, gettato in una temporalità difficoltosa, anche per la sopravvivenza quotidiana in una periferia del G8 – può contribuire alla controinformazione e alla resistenza. Chi ha letto Qu’est-ce que l’acte de création? di Deleuze può notare, alla fine, uno scatto oltre i concetti – che sono prima – di idea, immagine e comunicazione; scatto che è imposto da un principio: “la contro-informazione è effettiva solo quando diventa un atto di resistenza”. E la contro-informazione basta a giustificare l’arte, priva di legami “con la comunicazione. L’opera d’arte non contiene letteralmente la minima informazione”. Ma la statuetta neolitica dimostra “che l’arte è ciò che resiste”. Questo “atto di resistenza ha due facce. E’ umano ed è anche l’atto dell’arte. Solo l’atto di resistenza resiste alla morte, sotto forma di opere d’arte o sotto forma di una lotta di uomini. / Che rapporto c’è fra la lotta umana e l’opera d’arte? / Il rapporto più stretto e, secondo me, più misterioso”.
    Rispetto a Matteo, il racconto delle tentazioni in Luca (4, 1-13) specifica meglio la situazione di un potere che è già mondiale (cfr. Mt. 4, 8: “tutti i regni del mondo”). Satana è padrone delle cose: “Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi a me sarà tutto tuo”. Ma il miracolo della metamorfosi della pietra in pane non gli compete, e può essere solo oggetto di una provocazione (“Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane”). Vale a dire che il diavolo (il potere dispotico – “do a chi voglio” – sui “regni del mondo”) domina e distribuisce ciò che *esiste*, non ciò che *esisterà*: le cose presenti, non ciò che può essere oggetto di una trasformazione (metamorfosi) e/o che non c’è ancora (creazione). E’ in questo senso che bisogna intendere l’affermazione di Paolo in I Cor. 1, 28: il nulla – e lo spregevole – che annienterà “le cose che sono”? Lo spregevole è l’insieme di “ciò che nel mondo è debole”: compresi i prodotti innecessari, ma belli, dell’arte? Dio e la “letteratura minore”? Anche Dio ‘resiste’, perché *può* creare? Sì, perché l’avversario *non può*.

    L’arte è la pietra d’inciampo sul percorso dei rapporti tra gli esseri *hic et nunc*. I quali, al limite, sono la coscienza che l’Essere ha di se stesso, ma prima di tutto *sono*. L’arte è innecessaria alla sopravvivenza fisica della specie: ma l’arte può rivoluzionare la percezione (crea doppi delle cose) e il concetto di uso (non è cibo, non è utensile, non protegge). Non aggredisce direttamente il potere: ma l’impressione è che lo slancio artistico (e politico) verso il gratuito coinvolga, e svilisca, la non-gratuità del potere, che è garante e autore della sottrazione. L’arte (la vita) aggiunge, l’autorità e la morte tolgono. Il potere è responsabile della gestione della violenza (l’undici settembre e Pearl Harbour devono essere letti con minore ingenuità, ad esempio: cioè come organizzazioni della violenza subìta, in vista di altri scopi, altrettanto violenti); Eros “non fa e non subisce violenza”.
    La presenza del sangue in una “creatura vivente” – il fatto che è (vivente) – appartiene al campo del religioso e in qualche modo all’arte (produzione, aumento, vitalità contro morte). I segni artistici di Giovanni Morbin con il proprio sangue – a volte quasi calligrafici, o autoritratti – sono il non plus ultra della rottura di un tabu e, insieme, la consacrazione estetica di uno stato di cose molto nostro (la differenza tra vita e morte, tra corpo vivente e cadavere). Sempre e comunque in nome della resistenza e della creazione: ex nihilo nel caso divino, da altre forme nel caso, limitatissimo, dell’uomo. Il corpo di Morbin è “supporto per un linguaggio”: anzi, è il “linguaggio stesso”, quindi *è* qualcosa.

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  21. Caro Massimo, il tuo calibro è millimetrico, i tuoi interlocutori altissimi: taccio per amore, che è la forma ad o della mia bocca incantata dalla tua macchina gentile (un surrogato di piacere sessuale, immagino, ma va bene anche così no?:)

    Qualcosa mi pare aprirsi in quel che dici, come una voragine da esplorare: che il corpo sessuato sia così centrale e invadente e ingombrante eppure al tempo stesso ancora il grande escluso, annichilito a icona, senza possibilità del senso più semplice, delle parole più semplici.

    Grazie tanto tanto per Dickinson e per tutto.

    Re

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  22. caro massimo,

    mi permetto di dire che, se davvero la tua intenzione, con questa scuola, è quella di rivolgerti a “chi tace”, ai “piccoli”, a quelli che leggono e che pensano “Carlucci è meglio di me, Sinicco è meglio di me…” (sic, o sinic!), il tono dei tuoi interventi (ma anche, direi, il contenuto) è un po’ “fuori target”. sembra infatti rivolto proprio a quelli “del giro”, pieno di allusioni, pieno di rabbia, pieno di non so che cosa.

    d’altra parte, non credo che “Carlucci” o “Sinicco” o “Nacci” siano scogli per i “piccoli”, non credo siano “establishment”, è gente che scrive sui blog, ossia in un posto dove chiunque può scrivere. io scrivo qui come chiunque. conosci molti “piccoli e taciturni” migliori di Sinicco (come poeti immagino)? beh, ottimo! pubblicali! commentali! illustrali! falli conoscere! rassicurali!

    infine, la visione dell’artista che delinei è ben nota. non è il tipo di visione che possa incoraggiare qualcuno a parlare piuttosto che a tacere.

    saluti,
    lorenzo

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  23. @Christian

    non posso né confutare né elogiare Benussi. perché l’hai citata con una qualifica: “con Petronio ha scritto la storia del nostro Novecento letterario” (mi pare che sia **Giuseppe Zaccaria**, in realtà – non Giuseppe Petronio). io, evidentemente, non l’ho scritta. se fossi ufficialmente un ‘critico’ e pari grado (universitario) di Benussi – avrei molto da dire, moltissimo. E’ soprattutto quel fiume di nomi a non convincermi – ma io non ho scritto con “Petronio”, e taccio sùbito. avrei detto molto, invece, se tu non l’avessi sùbito presentata come una Storica.

    *

    ti ho conosciuto personalmente. e so che stai al dialogo, e ti chiedo:
    qual è il rapporto *umano* tra TE e le espressioni “scintilla morente”, “quell’infinito sbattere di ciglia su scie senza meta”, “oltre ogni dove esisto, in questo luogo scendo come lacrima”, “sul canto che libera il mio vuoto volante su questa sera che cade portando la farsa con sé” e “ingiusta giovinezza mia”? E’ un mio difetto di udito, o si tratta di formule iperletterarie (perché “giovinezza mia”)? e perché non sono novecentesche, o sarebbero *oltre* il Novecento? e poi perché il Novecento di Eliot Pound Kafka, ecc. – sarebbe da superare? Senza polemica, ma con rigore: a me sembrano molto retoriche. e tu potrai dirmi: leggi l’intero. e io ti dico: io leggo *tutto*. per favore, dimmi.

    ti ho conosciuto personalmente. e siccome stai al dialogo – mi chiedo e ti chiedo (mi prendo confidenza, ma so che ci stai): che rapporto c’è tra il tuo corpo (alto, robusto, con i pomelli rossi, l’amore per Bacco e Venere) e la poesia “Passaggio di una poesia”? Perché sento una stonatura, tra un corpo *così*, che parla come in *Passaggio di un angel* (dove scrivi veramente la lingua che parli), e la tua lingua scritta?

    tu mi dirai: che problema è? è esattamente ciò che si chiede uno che non ha scritto la storia della letteratura italiana. è esattamente ciò che si chiede *a che cosa serve il corpo* [certo, anche a *quello*, va bene – ma in letteratura?]

    *

    @ Lorenzo

    se i taciturni mi dicessero “cambia stile”, lo cambierei, sùbito. finché non si mostrano – e io li aspetto – no. quanto alla rabbia – c’è, è vero. quanto al pubblicare i migliori, o almeno citarli: l’ho fatto. ne sono convinto. ma non credo di aver mai nominato e pubblicato persone “piccole e taciturne”! (coraggio, si può *anche* sorridere). ma anche con te ho confidenza: perché ti sei posto il problema del target? perché alla seconda puntata e non alla prima? che cosa pensi della domanda posta a Sinicco, qui sopra? è mal posta? è delirante? *ami la poesia di Sinicco*? sinceramente.

    quanto agli scogli: Sinicco e Carlucci lo sono, se un ragazzo ha 18 anni e abita a sud di Roma e non appartiene ad una Famiglia. se è una ragazza, ancora di più, perché ogni nuova arrivata sarà – pesata. non è vero che “chiunque” può scrivere in un blog, è vero che chiunque può aprirne uno. in un blog già esistente, e collettivo, il lettore fuori giro legge e passa oltre (ci sono stati interi “workshops” su questo, con Orgiazzi, con Padua, ecc.). nel 2008 diventeranno maggiorenni i nati nel 1990. hanno circa *vent’anni* meno di noi, ti rendi conto? (non siamo più tanto giovani, vedi). come si fa a non essere scogli? (perché qualunque *nato prima* lo è, anche non volendo). per esempio con una “scuola di poesia”… (e un sorriso, ancora. ma ricordati di rispondere alla mie domande – *ci tengo*)

    *
    RE : nomen omen. e anche il nome *intero*: nascere e vivere, e difendere. Grazie a te
    massimo

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  24. massimo, io ti rispondo (ma che ti sono sembrato uno serioso quando ci siamo visti? e daje chedici a me di sorridere!). la domanda fatta a Sinicco su corpo e lingua è un delirio? no, perché? ti interessa la coerenza tra l’opera e chi la fa. giustissimo. magari, direi, semplifichi un po’, o enfatizzi, ma è la tua retorica. domanda due: ami la poesia di Sinicco? no, che l’ho mai detto? ho scritto un paio di pipponi su lavori di Sinicco, puoi leggerli in rete. che presunzione è? la poesia di Sinicco ha delle qualità ma è lontana da qualcosa che io possa amare. ma pensi che abbia problemi a dirlo? ho già risposto mille e mille volte. in rete, di persona, e ciò non impedisce nemmeno un’amicizia con Christian. hai scelto proprio degli esempi strani, come spauracchi per i diciottenni. e sul blog: io ho cominciato a scriverci tre anni fa (forse ti ricordi anche “come”), non conoscendo nessuno, venendo da fuori, ti giuro che non ho avuto paura né di sinicco né di giovenale né di te. perché dovrebbe averne un diciottenne? e poi ti chiedo io: di quale caspita di Famiglia parli?

    lorenzo

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  25. Avevo risposto a Massimo, e il tempo “se l’è portato via con sé”, ma vai a capire?!ERo felice del suo intervento, dotato in chiarezza e efranchezza. E prospetive, che commentavo.
    Ricordandomi quanto il guardarsi ogni tanto alle spalle renda possibile un futuro possibile, ora io odio scrivere due volte la stessa cosa, ma riassumo.
    Poi, credo che gli anni di bronzo attuali.. abbiano esacerbato in noi un desiderio/ impossibilità ad essere molto soli( leggi liberi)e molto insieme ( bisogno di nuova comunità), anche criticamente parlando, di qui ansie di non sbagliarsi nel giudicare sé e gli altri, essendo orfani di antiche visioni del mondo e della letteratura,si direbbe.

    Maria Pia Q.

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  26. Io sono la poesia oppure la poesia è uguale a me, oppure io sono ciò che scrivo e scrivo ciò che sono. Il mio corpo sono i miei versi, oppure il mio corpo è uno sfacelo ma i miei versi ne sono l’essenza.
    A Massimo,per cortesia,perchè mi dica se in ciò di cui sopra,esista qualche vizio d’inesattezza.
    cordialmente
    jolanda

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  27. caro Lorenzo… come dicevo anche sopra: dico (chiedo) 100 per dire 50 e 75. non sono economico, in questo – non sarebbe neanche proprio della letteratura (hai mai notato che la letteratura è ‘lenta’ – antieconomica – nell’esprimere un concetto? che è poi il concetto che il lettore comune banalizzerà. per esempio: se Il signore degli anelli serve a mostrare la lotta tra il Bene e il Male – *e basta* – si sbaglia strada: tante centinaia centinaia centinaia di pagine per dirlo? e il Principe servirebbe solo a dire che “il fine giustifica i mezzi?”. no, e qui ti rimando a Giartosio, PNPND: la letteratura si crea ostacoli e vincoli, si crea contrazioni *feconde*, si complica: l’abisso invoca l’abisso).

    volevo *sentirti*, dalle dimensioni del *tuo* corpo. sei stato sincero: grazie.

    non potevi avere “paura” di me: siamo coetanei, più o meno. dicevo un’altra cosa. paura di Giovenale? è un (tuo) coetaneo anche lui. non si tratterebbe comunque di paura – ma di *poter* dire. il ventenne o venticinquenne si sente escluso o riceve qualche ironia. è “storia degli effetti” – ma più antropologica che letteraria, (ecc.) – e anche più buffa (e inutile). quella “paura” è un misto di diffidenza e di mancanza di cooptazione.

    e la parola Famiglia si presta a molti sensi: è dunque “polisemica”. puoi scegliere il senso preferito. Dicendo Famiglia ho detto 100 per tendere a 1000.

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  28. a Jolanda : Il mio corpo sono i miei versi, oppure [E] il mio corpo è uno sfacelo ma i miei versi ne sono l’essenza. – e ne sono la *necessità*, che non finge. – grazie, a te
    massimo

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  29. caro massimo, lieto che le “dimensioni” del mio corpo soddisfino le tue aspettative, ti dico che quanto alla F/famiglia, almeno nei miei riguardi, è meglio tacere molto, se non si sa.

    saluti,
    lorenzo (il Padrino)

    p.s. Giovenale non è un mio coetaneo. Contemporaneo tutt’al più.

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  30. @Lorenzo

    infatti non mi aspettavo da te un parlare *sottile* – ma questo: perfetto. hai parlato *come sei*, secondo misura e natura, come dice Caproni (in un epigramma su Montale). famiglia: mi riferivo ad uno stato *comune*, qualcosa che forma l’aria del tempo, le “qualità dei tempi”, e così via.

    vorrei che parlassi qui, se vuoi, del *tuo* rapporto corpo/scrittura,per favore. e del tuo rapporto tra oralità romana(ccia) e scrittura italiana e scrittura (in) inglese. credo che sarebbe utile. la tua condizione di logico non segue il solito cursus (honorum?) letterato, il tuo bilinguismo anche lavorativo ti rende diverso da chi usa la L2 solo come strumento culturale; e hai in bocca una lingua che fu la gioia di Pier Paolo (immagina un bolognese cresciuto in giro per città lombarde emiliane romagnole e in Friuli- e a Roma scopre che ci sono 7 o 10 modi solo per dire “ti picchio”: da “t’ammucchio” in giù…).

    [per esempio: la poesia di Sinicco ti interessa perché vi intravedi un uomo *a tutto tondo*? (a tutto tondo: sai quellinguaggio atroce da manuale liceale di Storia della Letteratura). perché ti sembra molto retorica e quindi in posa? o perché non ti sembra affatto retorica e quindi ‘realistica’?]

    mi è rimasto in mente l’istante in cui sotto Casa Pasolini, l’anno scorso,io ti chiedo “come va?” e tu non mi rispondi né “bene” né “male” ma: “m’aa sfangoo…”.

    ecco -vorrei che tu parlassi del tuo volgar’eloquio e della Lingua Nazionale e dell’Inglese.così,semplicemente-per favore.(e sorridi lo stesso!)

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  31. scusa massimo:
    famiglia: mi riferivo ad uno stato *comune*, qualcosa che forma l’aria del tempo, le “qualità dei tempi”, e così via.

    delle due l’una:
    o io sono deficiente
    o tu esageri

    con quale coraggio scrivi ‘sta roba in un blog per “chiarire” un termine poco chiaro?

    mah

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  32. Acqua chiama Fuoco, Poesia chiama Poesia

    […] Pas un âme trop pauvre n’aynt rien entendu
    De ce que la vie a voulu dire et pas une ombre
    Qui ne soit expliqée par un soleil.
    Ainsi le poètesans auditoire fait retentir Le chant d’alouette primeière
    Puisque Dieu n’a pas voulu que le matin fût sans amour.

    P.J.Jouve

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  33. Bene Massimo, il tuo non è un discorso critico – quindi quando parli di livelli, probabilmente intendi il volume alto o basso dell’ibrido venditti-sinicco. Questo è per me già un punto di partenza. Benussi – che abbia scritto o meno i tomi citati, un intelllettuale o poeta sarebbe pure libero di confutarla – descrive la complessità di questa opera nelle relazioni che “intende” sviluppare: Benussi, come vedi, non è scriteriata da dire che non c’è ancora Novecento in tutto questo (e nemmeno io lo sono), però su una cosa ho concordato con la sua prefazione, il fatto che abbia intuito che se c’è qualcosa di nuovo nella mia poesia lo è nell’utilizzo di un’immaginazione che traccia la sua strada nell’utopia, come speranza e presentimento che qualcosa sia “possibile” per noi, oltre la critica a ciò che sta accadendo al mondo, alla nostra “antropologia”. La direzione di lavoro che quest’opera abbozza, da un po’ la sto sviluppando. Il lavoro sull’immaginario era già presente nelle altre due opere (non pubblicate, però scaricabili nelle bozze provvisorie – vai sul mio blog e vedrai che ci sono i link a mare del poema e città esplosa) precedenti a questa, che ne raccoglie alcune indicazioni – formalmente nessuna.
    Noto però che stai discutendo delle cose che io ho scritto 5-6 anni fa, pubblicate 3 anni addietro – vuol dire che quel libro non si è ancora polverizzato… Peccato, dovrò pensarci io.

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  34. caro massimo, ti rispondo brevemente, e spero a tutto.

    sulla lingua, il romanaccio, l’inglese etc.: il mio eloquio corrente non è il romanaccio, tout simplement perché (i) la mia famiglia (ebbene sì, ne ho una!) non è di Roma (in casa non si sente neppure l’accento romano), (ii) ho frequentato una scuola francese, (iii) sono andato a fare l’università a Pisa. credo, nel mio parlare quotidiano, di avere una certa inflessione romana tutt’al più. dunque: “m’aaa sfaaango”: il romanaccio (per me come per molti altri medi borghesi romani/non romani) è una sorta di “vezzo” per sentirsi più a casa. io mi sento romano come uno schiavo liberato, purtroppo non come pasquino o alberto sordi. ricorderai per es. che non parlavo romanaccio durante l’intervista a casa tua. insomma non sare capace a scrivere sonetti in romanaccio, né antico né moderno, malimorté. quanto all’inglese: il mio vero bilinguismo è con il francese (mia nonna mi leggeva in francese, poi la scuola). l’inglese l’ho studiato a scuola, poi leggendo, poi vivendo. non lo parlo come una seconda lingua, me la cavo e basta (l’inglese che uso per “lavoro” è l’inglese scientifico, che è molto povero e modulare). credo che per me sia più facile scrivere poesia in inglese che non in francese perché come tutti ho più dimestichezza con una forma di “verso vivente” inglese, ossia ‘a canzone, er poppe che mo’ te piace tanto pure a tte, ‘a Sanne’. ooops… pardon!

    la poesia di Sinicco mi interessa perché vi vedo un grado di *libertà* (scusa le stelline ma la libbertà m’arichiama sempre ‘e steline) che è “merce rara” (come er tartufo ar mercato de testaccio. forse questa libertà gli viene dal non aver compiuto un cursus “a tutto tondo” , forse gli viene dalla fantascienza, da dove gli viene gli viene, mi fa piacere trovarla. libertà dai diffusi manierismi. ovviamente non completa libertà. la trovo per esempio velleitaria nelle sue pretese politiche e sociali. la trovo scadente quando vedo un eccesso di costruzione, o posa. anche: è una poesia che può tradursi facilissimamente in inglese, è quasi già scritta in una lingua che con l’italiano ha ben poco a che fare, è già quasi tradotta in inglese (probabilmente perché Sinicco la poesia straniera la legge in traduzione, come molti).

    spero d’avere risposto a tutto. ahhhh il mio *corpo*: beh… non saprei. so che ingrasso e dimagrisco a semestri alterni, ti basta?

    ciao,
    lorenzo

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  35. la libertà è partecipazione. scrivo di corsa, e tra poco incollo un frammento di diario e altri appunti, se possono servire.

    sono in un webpoint. due cani sono sotto il tavolo. e uno mi tocca le gambe col muso…

    grazie Lorenzo: non volevo farti mettere “l’anima in piazza” – bella espressione genovese – ma in un certo senso sì. volevo *sentirti*: anche i blog hanno la loro retorica, anche le schermaglie dell’internettezza, come la chiama Rosaria Lo Russo, e persino noi “scogli”. volevo sentirti.

    a Perpluto: non mi riferivo alle famiglie con padre-madre-figli (e alle altre: per me, sono *tutte* famiglie, purché vi sia quella Cosa, speciale e rara e bella – che inizia con la lettera A e finisce con la lettera E e contiene le lettere M, O, R). mi riferivo ad una “famiglia umana”, che ha pregi e difetti, e più difetti che pregi, e agisce (dico la parola grossa) contro i deboli… Forse “famiglia” era una parola infelice. e non alludevo alla famiglia di nessuno: sono cose che non si toccano.

    a Christian: no, nessuna polemica con Benussi, perché non siamo proprio sullo stesso piano. è legittimata dalla profesisone, e appena l’hai nominata l’hai rilegittimata con il curriculum, ecc. Io non ho (mai) scritto la Storia della Letteratura italiana, e non la insegno. ma ti chiedevo altro, che va nella direzione (non temere!) di una “questione della lingua”, delle figure retoriche (che usi) e della somiglianza (io non la vedo… e vorrei spiegazioni) del tuo corpo con queste frasi. certamente, poesie di anni fa, ma scritte in un tempo maturo: ecco, vorrei che parlassi di ciò che a me appare *enfasi* e a te appare *necessità* (storica, se capisco bene).

    e tutto questo – per volontà di capire, sempre, e con in cuore i pensieri che stanno negli appunti a venire. grazie, sempre
    massimo

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  36. [diario e citazioni]

    la sera è il momento peggiore: lo è realmente, perché sia – dopo – materia da scrivere. Di che cosa – se no? La sera manca il cibo o la compagnia, e più spesso entrambi. *compagnia* è una famiglia umana. se amore *umano* deve essere – si nega alla vista [alle mani], e di notte è più forte. Betti Marenko descrive il corpo tatuato: fa paura, per paura di una cosa PERMANENTE [un segno o marchio]. ma io – io non ne avevo paura… non credo. nel 2004 si è in tempo per simulare un matrimonio: la sposa distruggerebbe casa arte muri tutto, e anche la madre; ogni cosa. bisognava *non* essere – e poi molta umiliazione; a cui si cede *troppo facilmente*, se è la prima volta – è la prima – che conosci il sapore della saliva, il peso del seno, la resistenza del pube al tatto – gratuiti. a marzo 2004 una corsa a Napoli; Nietta e Rosaria sono lì, e altri, e Frasca: la giusta performata di Rosaria, il giusto sdegno di Nietta, *cara* – con me è gentile. a che cosa serve *questo*? che cosa ne deriva? la consolazione è l’esistenza dei LIBRI, scritti con l’anima (!); non venduti, spesso scomparsi: ma c’è chi li ha letti, e anche amati, incredibilmente.

    *

    i livelli, i livelli sono moltissimi; e compresenti. E contemporanei: dunque è difficile capire. Ma un vincolo – non è difficile… Di sera i figli mancano: e le *dolci acque* fresche (le stanze sono vuote: non mentono, e l’occhio non è tanto cieco da *non* vedere); e dare tutto di sé – ma nessuno è qui, fisicamente, nelle stanze perfette (la casa è molto bella, davvero). il lettore benedica o maledica secondo il suo desiderio: non parlo di ciò che HO, ma di ciò che MANCA, e rompe, rompe, rompe. Se vedi *bellezza*, nasce da questo; se vedi il ridicolo – lo stesso. [e di notte, delirando, delirando, delirando : hai salmodiato Ginsberg, hai proclamato un Dio di rotti-in-culo e santi: santo, santo, santo, santo, santo]

    *

    m.s., da *Lingua in exitu. La «simulazione di parlato» di Testori*, in Le forme del narrare, Polistampa, Firenze 2004, vol. I, pp. 601-608.

    […] l’ornatus fonico-ritmico è modalità irrinunciabile della parola-carne che si dispiega nel libro. Ad esempio, nella Traduzione della prima lettera ai Corinti (1991) il ritmo anapestico di carità diventa il marchio dello stesso intervento di Testori. Nell’intervista in limine alla Traduzione la risposta alla domanda “Si è prese molte libertà?” è la seguente: “Poche – credo; e sempre solo perché me le richiedeva la struttura; e in essa, la lingua, il ritmo; persino, ecco, la rima, che poggia tutta sulla tà di Carità” (p. 14). La dichiarazione, inequivocabile, è importante per definire questa azione come ‘ritmosimbolica’, contro un più superficiale (e veramente mimetico e onomatopeico) fonosimbolismo: se c’è Carità, il linguaggio non è più “luogo mimetico” ma invocazione e primizia di una Presenza. Il suono -tà e la ritmica ascendente – che è un punto di forza di “In exitu” – ha la funzione automatica di imporre, per forza di suono, la presenza e l’entusiasmo della Carità. Non a caso, Testori colloca questa parola alla fine della Traduzione, riscrivendo I Cor., 16, 22 (p. 116: “A tutti, / in Cristo Gesù, / da me, / l’aborto, / carità”: e in una lettura prosodica continua queste 15 sillabe rivelano la stessa natura giambico-anapestica: -+ -+ –+ -+ -+- –+). Non è l’unico esempio di ritmosimbolismo nell’ultimo Testori: penso alla frammentazione grosso modo riconducibile all’ottosillabismo di Factum est, e in particolare alla litania a Cristo con cui la parlata si apre e che mostra trisillabi abnormi, modellati su carità (“Cri, va / criverà, / tracrà, jeserà. / Cri! Crerà! Sacrà! / Cri! Estoscrì! / La parò… Cri! / Anacrì. Matacrì. Stasacrì. / Stascarì! Jesecrì! / Scrigerè… / Dà la pa! Gescristò. / Gescristè. Cruxcrirè. Teocrerà”, e così via, in un petel – assolutamente paragonabile a quello di “In exitu” – che le successive tredici sezioni normalizzano, mantenendone la cadenza ascendente).

    *

    [commento, 4 anni dopo: non scriverò mai più cose tecniche in lingua tecnica: il peso è troppo. ora *basta*]

    *

    m.s., da *La poesia attuale non è una gnosi* [su Sergio La Chiusa, già in microcritica.splinder, blog finito]

    […] ma per salvarsi bisogna essere una di tre cose: o Dio; o dis-umani, fuori, in una mostruosità da laboratorio, come il Principe di Sansevero e Mengele, consci del «senso» e del fine della «distruzione» chirurgico-alchemica; o aperti, dentro la scena, alla risposta ad «un appello più alto», pronunciato da una lingua materna «che spreme il latte dalla capra, nella polvere». Anche la vocazione è impotente: la contrastano l’ignoranza e l’apatia dei sensi, come testimoniano le domande, non retoriche, «non vedi…?» e «non senti…?». Non è retorica: sappiamo che non c’è Humanitas senza il sentire, e non è grossolano legarlo all’uso di sensi fisici, in primo luogo.

    *

    così è possibile *dire*, nel solito cursus poetico/accecato [per eccesso], quando la mente ricostruisce i dati [del passato]. la mente vede [non sbaglia] un progetto ignorante, intorno alla sua vita – che lo terrorizza [non c’è voce *alta*, non c’è amore che lo consoli, finché non è presenza: dalla mente non esce, mai]. vede le strategie di iscurimento, insopportabili. risponde coerentemente e le pubblica: *ogni gesto è terrestre e celeste*, e ha spettatori in due luoghi (in tre?). poiché tutto è stato scritto, e tutto è in tutto, si ripetono senhals e allusioni – e io credo al futuro. la rabbia viene da un eccesso di buio. Prendi questo fardello, e portalo tu. Non è certo meraviglioso. Aiutami. Questo è lo sfondo delle lezioni e dell’«acerba sapienza». Non solo «Jenny è stanca», non solo Jenny – è sola.

    *

    Edoardo Sanguineti *fu anche* un poeta dal cuore gonfio, quando scrisse: dove, oh dove, cercarti? sulla spiaggia? dove? – Con quello che segue, in lui politicamente e per noi con la sola esigenza di *essere felici* [perché conta solo *questo*: e poiché *conta* – ci manca]

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  37. Grazie Massimo della spiegazione, a volte le tue metafore sono talmente ardite, almeno per me, che ho delle incertezze sul che cosa tu voglia ‘realmente’ dire.

    Un saluto cordiale

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  38. “Me parecía ahora como si quedase en suspenso el amor. Y no era eso. Tan sólo tú no volverías nunca”.

    José Ángel Valente

    un abbraccio

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  39. grazie Re(nata)…

    “i corpi non mentono mai”. si vestono, si deformano, invecchiano, si tatuano (è *splendido* il libro di Betti Marenko sui segni indelebili, Feltrinelli, la paura della loro “permanenza”, ecc. – ecco ora una sua intervista:

    http://www.donneinviaggio.it/articoli2.asp?id=96

    ), e dimagriscono, ingrassano, si truccano e struccano – e sono *questi*, non altri: ogni corpo è *uno*, sia quello di Kate Moss sia quello di Elephant Man. la lingua può mentire e si bi-forca. ma “la forma è una”, come scrive Rosselli nel Diario in tre lingue. lo scheletro (impressionante) di Elephant Man è UNO. la parola non avrà mai questo statuto – forse.

    dall’altra parte: il poeta è “fingitore”. la letteratura “come menzogna”. “evocazioni da stregone”, secondo lo stesso Pasolini. nel campo della *parola*, sì. ma Regina Galindo *mostra sé* come il Mistico di Wittgenstein. Pasolini stesso si mostra come Schermo, per Fabio Mauri (http://www.cinetecadibologna.it/sitopasolini/saggistica_performancePPP_Mauri.htm) e come Nudo per Dino Pedriali.

    (due strani gesti, nell’ultimo anno di *vita*).

    (è “maledettismo” – questo? è “maledettismo” – pensarci?). su Galindo, pro e contro:

    http://www.extrart.it/articolo.php?cod=1648

    il problema del “toccare il cuore” – cinque lettere al posto di cinque lettere – riguarda questo corpo, che si protende verso la morte. e anche se non ha quasi più niente da perdere – la parola non viene detta/scritta. non avrei pensato da solo all’alternanza di cuore/cazzo, senza “Morte di Pasolini” di Dario Bellezza (a cui sia lieve la terra, e più lieve il cielo).
    massimo

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  40. … ma non è che gli scrittori (i poeti) *mentano*, mentre “bodies never lie”, secondo Agnes De Mille. ci si emoziona ancora sulla “poesia onesta” di cui parla Saba (e mi pare che dica una cosa come: “La letteratura sta alla poesia come la menzogna alla verità”). La poesia è verità – dice (anche) Goethe. oppure “il poeta è un fingitore”. per alcuni Celan è immenso, per altri è solo uno scrittore notevole. per alcuni Rosselli è il *limite* stesso della poesia in italiano (moderno), altri dicono di esserne stati amici ma non la considerano (uno degli amici romani mi disse: “Amelia era ignorante”, un suo amico genovese mi raccontò altri pettegolezzi del condominio di Rosselli – non scherzo). la ricezione di un autore anche *grandissimo* è precaria e/o fluttuante. [Pasolini è il “puttaniere ricco” in macchina metalizzata, per alcuni; per altri “un corruttore”; per altri un genio]. perché la poesia sarebbe *più vera*? lo sarebbe (lo è) se stringesse un patto complesso con il corpo, i corpi, la comunità, la lingua e il futuro – questo è (stato) Dante, per esempio. ma queste sono definizioni che – mi aiuti Carlucci, che è logico – possono annullarsi a vicenda. possono essere considerati altissimi divertimenti intellettuali. oppure *no* – ma è un fatto che si parli ancora, e giustamente *credendoci*, di “poesia onesta”…

    e con questo, Christian – non ti accuso di falsità o di scrivere poesia “disonesta”. vorrei solo capire – perché *è importante*, secondo me – il *tuo* rapporto con le espressioni che a me sembrano cariche. davvero mi interessa molto, anche in rapporto alla tua età e alla tua lingua quotidiana (ti ho sentito parlare in veneto a Venezia – insomma, vorrei “incontrare le espressioni dialettali”, come dice una canzone di Lucio Dalla… sì, Lorenzo, è vero, mi piace il pop – sempre piaciuto, mai detto fino a poco tempo fa: pareva brutto!)

    insomma vorrei *sentirti* parlare *come sei*…

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  41. Massimo,
    mia madre è istriana, mio padre friulano. A casa mia si è sempre parlato in italiano o (aut) in dialetto veneto. Quindi non comprendo la tua domanda. Scrivo in dialetto o in italiano, non mi sembra una stranezza. Parlo in dialetto con chi parla in dialetto, da noi è del tutto normale (so che a Genova si è estinto, ma non tutto il mondo è stato colpito dallo stesso virus).
    La parola finzione deriva dal latino (fictio) e se ben ricordo significa rappresentazione.
    La poesia onesta, che palle… Voglio una poesia disonesta, capace di fregarti al punto che saresti capace di piangere, di ridere, di fare una rivoluzione…
    Se a te sembra “carica” (di significato?) l’unica poesia che ho scritto in dialetto in un’opera, ne sono felice. Se il resto non ti sembra all’altezza, dovresti tu motivare (come finora non hai fatto).
    La somiglianza del mio corpo alla frasi, alle figure retoriche…?

    Massimo, se vuoi criticare un’opera, non puoi “piluccare” un po’ di qua e un po’ di là, adducendo apparenze o questioni di piacere. Indica un quadro critico, e fai una domanda comprensibile.

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  42. Oh, bella questa. Ma il “quadro critico” è per i pedanti! Non puoi accettare il *carisma* di Sannelli quando ti loda (sulla prosa) e tentare minarlo alla base quando ti condanna (sulla poesia). Due righe sopra esalti una “poesia disonesta” – perché ti fa comodo e ti dà carta bianca – dovresti allora accettare una critica “disonesta, capace di fregarti”: che ti emozioni e ti faccia piangere (e forse progettare rivoluzioni) mi sembra evidente.

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  43. Massimo Sannelli mi ha invitato ad intervenire sul rapporto corpo-lingua: mi riesce più facile iniziare ricollegando questo tema aquello del “conosci te stesso”, ed in particolare ad una osservazione riportata nella descrizione del Modulo IV degli appunti del corso di
    scrittura: “l’arte è solo fino ad un certo punto invenzione e finzione; l’arte è *anche* uno specchio di ciò che siamo, non siamo, vogliamo, non vogliamo, possiamo, non possiamo.” Sia il corpo sia la lingua sono limiti e strumenti per comunicare il nostro essere, volere, potere.
    In quanto limiti, sono entrambi l’oggetto di strategie; in quanto strumenti, richiedono entrambi l’acquisizione di una tecnica.

    Parlo del corpo perché è più facile, ma sarà altrettanto facile applicare queste considerazioni alla lingua. Più precisamente vorrei raccontare qualcosa sulla mia esperienza del “conosci te stesso” attraverso il corpo.
    Il mio è il corpo di uno spinner, ossia di chi pratica ciclismo indoor.

    La prima volta che vidi una sessione di spinning provai sconcerto: gente che, per gestire le tossine, l’eccesso di calorie e la dipendenza da ciò che non dovrebbe mangiare in ogni caso, induce ed immette altre tossine, altro stress ed altra dipendenza, sopportando ritmi infernali e musica ad altissimo volume, sudando a rivoli e costringendosi in pochissimo spazio personale. È difficile per me trovare una resa più icastica della decadenza: c’è la componente dell’astrazione e della simulazione di un’attività data e preesistente (si simula il ciclismo da strada o da montagna), il suo conseguente raffinamento (nel senso della benzina, dello zucchero o della cocaina) la focalizzazione esasperata su un unico aspetto (quello dell’accelerazione aggressiva del metabolismo). C’è la
    proiezione al massimo rendimento e c’è l’investimento economico (relativamente) alto (bicicletta, cardiofrequenzimetro). Lo spinning induce cambiamenti metabolici, ormonali, biochimici profondi: resistenza all’insulina, livelli di colesterolo, serotonina, endorfine, battito cardiaco e pressione sanguigna a riposo: tutto cambia, talvolta non in meglio.
    Il corpo diventa una fornace che brucia insieme zuccheri, tessuto adiposo e muscolare e dà fondo ai suoi preziosi antiossidanti. Se ne potrebbe concludere che tutto questo
    sia male, ma in realtà dà solo l’idea delle possibilità e della potenza dello strumento. Dallo sconcerto iniziale, dal tradimento apparente dell’istinto, lo spinning è diventato una forma di studium, e dopo un anno mi ha dato da lavorare e da vivere. Insegnare la maniera corretta di fare spinning è stata una delle esperienze più felici e compiute della mia vita, e per chi come me lavora nella ricerca di base, vedere come il proprio lavoro abbia piccole ricadute concrete sulla vita degli altri non è per niente banale.

    Fino all’università non tenevo per nulla in conto il corpo, e di fatto lo subivo. Quando ho dovuto trasferirmi a Barcellona avevo tempo per le mani e libertà da gestire, e sconfitta e una forma di lutto da assimilare. Non volevo amici per via delle ferite, dovevo prendermi cura della mia salute per poter lavorare. “Volersi bene” è una cosa
    oscena: si ama ciò che è altro da sé, se si è integri non “ci si vuole bene”: si sta dalla propria parte e si segue la propria natura, e ciò basta. Quando si sta male l’istinto non funziona più. Ma la memoria dell’istinto mi diceva che nuotare sarebbe stato un bene. Passavo ore in piscina, nuotando e facendo esercizi, tacendo e ascoltando, riflettendo ed osservando.

    Il corpo insegna che la leggerezza deriva da forza, coordinazione e controllo. Che non ha senso giudicarsi forti o deboli, elastici o rigidi, resistenti o fragili,
    coordinati o scoordinati in assoluto, che queste qualità sono in realtà parametri che cambiano momento per momento. Che, per superare la prova che si affronta, deve bastare ciò che si è o che si ha qui ed ora, ed affinché basti, si
    deve far funzionare al meglio ciò che si è o si ha qui ed ora.

    Ed anche la bellezza è così: quando alle attrici viene chiesto il tipico consiglio di bellezza, tipicamente e
    (pensavo) retoricamente rispondono: essere se stessi. Ma non è una risposta retorica, ed è anzi l’unica
    possibile se viene inquadrata in un contesto proattivo (parola orribile ma non ne ho di più esatte) in cui, di volta in volta e senza esprimere giudizi assoluti, si valuta la situazione e si agisce per tirare fuori il meglio di ciò che si è in quel momento. E certo, ci vuole quel minimo coraggio di guardare la situazione senza raccontarsi menzogne. Ma la ricompensa è che non ci sarà più differenza tra essere ed apparire.

    Il corpo è sempre stato al confine, oppure oltre il confine di ciò di cui almeno fino ad ora ho potuto parlare in poesia. A me interessa il salto, non il corpo che salta: nel salto ben eseguito, il corpo scompare.

    Alessandra

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  44. Christian… ma la domanda è proprio questa: qual è il tuo rapporto umano, culturale, di parlante, ecc. con le espressioni iperletterarie che ti ho citato sopra. “quell’infinito sbattere di ciglia su scie senza meta” a me (a me, con tutta la presunzione e la libertà di dirlo, e sempre *con rispetto*) – a me sembra – come dire? – un incrocio di cose che non assomiglia al tuo corpo, in primo luogo, alla coppia Bacco-Venere, e alla tua età. e chiedertelo non significa appenderti ad un totem [non tocca a me farlo], ma cercare di capire… perché se *scuola di poesia* deve essere, si fa *anche* sui *carismi* (usiamo questa parola antiscientifica: *si può*). per inciso: ho citato parti del testo; le parti sono *del* testo. quelle parti ti rappresentano, perché sono citazioni legittime, esattamente come quelle che estrapola Benussi. è “piluccare”, certo – ma fatto dalla coautrice della Storia è scienza, fatto da me è incoscienza… non ti chiedo una risposta da “storia della letteratura”, ma da *persona*.

    però devo dirti anche questo. so bene che c’è stata molta opposizione nei tuoi confronti. a tua volta, in questi giorni fai polemica su absolutepoetry intorno alle performances di Pugno e Giovenale. non entro nel merito, perché, ecco, ORA a me non importa più *niente* di queste cose, e sai che sono uscito da tutti i gruppi (anche qui io sono un *ospite*, invitato gentilmente da Fabrizio, e non sono un redattore). quindi: non voglio metterti in difficoltà per dire “Giovenale è un grande e tu no” [potrei pensarlo “nel buio della mente*, ma è un *mio* problema, questo]. dico solo che trovo alcune ingenuità nella tua scrittura e una certa presenza (goliardica, fisica, ecc.), nel tuo agire, che non è ingenua.

    in teatro un regista urla “NON TI CREDO!” ad un attore che non lo convince (ad un corpo non realizzato nella scena e nella phoné). non urlo questo, ma vorrei capire – per favore.

    tu hai fatto una cosa bella, invece, e che ti rappresenta. i tuoi santini elettorali, ironici e soprattutto autoironici, con le strofette tipo “la piazza a trieste è un bivacco? vota Sinicco!”, “per l’anziano la vita è uno smacco? vota Sinicco!”. li avevo letti in internet – erano *divertenti*. potevo dire, vedendoli: io ti credo. ciò che *non posso* proprio dire – mio difetto e mio limite, ma allora aiutami – nella tua poesia. e sorridi, anche, ciao, perché sai far sorridere…

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  45. [aggiungo questi appunti, usciti sul numero 0 dell’ attenzione.com. si tratta della prima stesura, rivedibile all’infinito. anche qui si dice 100 per dire 50, e l’uso dell’indicativo ‘assoluto’ – certe cadenze del verbo *essere* – e il “presente storico* vanno letti in modo un po’ arioso. anche questi appunti vanno “chiosati con altro testo”] – [sarà dunque “critica disonesta”?]

    ***

    Il Massacro è la prova più evidente che la Letteratura italiana è in gioco. Le prove sono moltissime: la distruzione del siciliano dei poeti siciliani nelle riscritture toscane, le contrapposizioni (Dante-Cavalcanti, Dante-Petrarca, Ariosto-Tasso), il disinteresse dei contemporanei per Leopardi, la persecuzione di Pasolini, il “gioco del massacro” denunciato da Porta (e probabilmente patito in prima persona), certi casi di diffamazione reciproca, ecc. Il Massacro è legato a una coppia di fattori: la forte limitatezza storica del pubblico dei lettori (un’aiuola da conquistare, con ferocia) e un certo carattere anche artificiale e stilizzato dell’italiano letterario (per cui: stilizzazione anche nei comportamenti, in forma dualistica); e produce, insieme, due fenomeni di semplificazione trasversale: la tendenza a creare maniere e scuole – sia autogestite sia create dagli storici – e il bisogno di alleanze, più pragmatiche che etiche. ***Scrivere, oggi e ieri, in italiano non è ancora un atto naturale, popolare e automatico: nemmeno quando si opera con l’illusione di un volgare piano, rivolto a “tutti”***. L’italiano è la guerra, per statuto non scritto, e la nascita dei blog non ha fatto altro che riaccendere la violenza, tranne alcuni casi virtuosi (perché gestiti da persone eticamente corrette a disinteressate al Massacro: e abbiamo imparato che l’organizzazione etica, preliminare ed extraletteraria, del dibattito influisce sugli sviluppi del dibattito stesso). Gridare “sono normale, sono normale!” o “sono diverso, sono diverso!” non produce niente: ché normalità e diversità, finché sono dialettizzate, mantengono vive la retorica e la guerra (e: la retorica della guerra). Così anche l’ostentazione del, cosiddetto, ‘nuovo’ in arte, è illusoria e schizofrenica: un sonetto non è valido solo perché è un sonetto, né una lingua piana (e spesso autoritariamente e forzatamente piana) è preferibile, in quanto tale, al caos di Emilio Villa; così come una poesia concreta non è fondamentale in quanto concreta. La questione delle forme non dovrebbe essere semplificabile fino alla banalità: eppure il discorso vi si sterilizza anche oggi, involgarendosi. Tutto è molto più complesso, poiché è vita. Chi è cristiano dovrebbe ricordare che Cristo è lo stesso Cristo per tutti; e chi vuole ragionare da laico dovrebbe vedere che la cronicizzazione del conflitto ha imposto il distacco tra comunità e cultura; chi è storico e materialista dovrà accettare che il progressivo invecchiamento della popolazione italiana ha conseguenze ovvie e rapide. E i nuovi italiani, venuti da ogni parte del mondo, anche se necessariamente italofoni, saranno disinteressati ad opposizioni che non conoscono e che sembreranno loro, a ragione, vacue. Il conflitto si risolve, in parte, ora, con atti di organizzazione virtuosa, nella Rete, sulla strada e nelle scuole: mai sottovalutare le osmosi e i rapporti di causa-effetto. Alcuni hanno già iniziato. Bisogna anche accettare con umiltà la sostituzione degli italofoni di oggi con altri italofoni, nostri fratelli: incipit vita nova. E preparare, più per loro che per noi, un terreno meno aggressivo: per le due comunità, rispettivamente, un’alba utile e un tramonto più decoroso.

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  46. L’immagine del regista che urla mi dice molto. Per carattere e cultura, non accetterei mai rapporti tanto viscerali in una qualunque “impresa” o rapporto sociale (vabbé, che non sia un rapporto amoroso, già l’amicizia deve attenersi a certi limiti). Ma se la poesia, come opera collettiva, deve operare (o può operare) a questo livello allora incomincio a comprenderne (in un’ottica comparativa) tanto gli splendori quanto le miserie. Un confronto davvero interessante, il vostro.
    Spero inoltre fosse evidente che la mia espressione “critica disonesta” serviva solo ad illustrare un aspetto (per me) paradossale dell’argomentazione, e non aveva valenza di giudizio.

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  47. Coplimenti ad Alessandra Palmigiani per il suo commento postato. Altro non so dire in breve e non mi va di dilungarmi però voglio esprimere la mia ammirazione per un pezzo di prosa così intelligente e ben scritto, così ben intessuto di praxis e poiesis.

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  48. E’ piaciuto moltissimo anche a me il cmmento di Alessandra, in particolare questo passaggio vale per tutto, mica solo per il corpo. 🙂

    “Il corpo insegna che la leggerezza deriva da forza, coordinazione e controllo. Che non ha senso giudicarsi forti o deboli, elastici o rigidi, resistenti o fragili,
    coordinati o scoordinati in assoluto, che queste qualità sono in realtà parametri che cambiano momento per momento.”

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  49. anch’io devo ringraziare Alessandra. “nel salto ben eseguito, il corpo scompare” – che ricorda un ventaglio di zen e di pazienza.

    perché Pavese ritma e canta il suo tatatà tatatà (camminiAmo una Sera sul fiAnco di un Colle) – e dice che era il ritmo che voleva trovare anche da ragazzo, leggendo la *prosa degli altri*; ma il lettore di Lavorare stanca non nota la griglia, nota il volo di chi è dentro la voliera o gabbia – nella metrica ben modellata, la metrica scompare!

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  50. @ Elio

    anche le tue impressioni mi interessano, anzi: credo che possano interessare molti. quindi vorrei chiederti: quando dici che “per cultura” non accetteresti un rapporto tanto “viscerale” come quello attore-regista [rapporto che a me sembra *anche* gerarchico, non privo di forza, e di certo non *dolce*] che cosa intendi? voglio dire: qual’è la base di “cultura” che ti rende inaccettabile l’urlo del “non ti credo”?

    la parola “viscerale” implica il corpo, e il campo dell’interno scuro (“buie viscere”)? oppure – implica un lavoro maieutico, ma nel vero senso, di *partorire*?

    te lo chiedo perché io non avrei usato la parola “viscerale” per quella comunicazione – che è molto autoritaria: *io* non credo a *te* – dice il regista – e il tuo lavoro non mi convince e non mi tocca, ripeti, fa’ meglio, ecc. Conoscendo il percorso che ti porta a questa parola, conoscerò il percorso che porta a pensare così e non così. e ti ringrazio, davvero
    massimo

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  51. Io sono una persona semplice, diretta, se scrivo o dico una cosa, ha un unico significato, non ha tante possibili interpretazioni, perciò, non sono una brava poetessa, ma credo di essere un’onesta studiosa di storia del risorgimento e di letteratura dell’Ottocento, però, qui si parla di poesia e perciò io ho lasciato un commento, perchè mi sembrava cortese farlo, in quanto ero stata contattata da te tramite e-mail, dopo tanto tempo (tre anni circa) che non mi scrivevi, però, mi sento fuori dal mio ambiente. Ho letto tutti i commenti, ho trovato degli spunti validi, ma anche citazioni di libri e di autori che non fanno parte delle mie letture abituali, perciò non credo di poter aggiungere nulla di interessante a questa discussione. Poi ho lasciato il link al mio blog e chi l’ha visitato avrà visto che quello di cui mi occupo è lontanissimo da questo contesto.
    Cristina

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  52. grazie, Cristina. ma non si tratta di “aggiungere” materiali. ognuno porta ciò che ha e soprattutto ciò che è (anch’io lo faccio, e sai con quanta rabbia, e perché; e i perché sono molti). vorrei che qui parlassi senza tanti “però”, di pudore e timore – che tu portassi le impressioni della persona “semplice e diretta”; la “brava poetessa” – espressione un po’ ingenua, o stridente – non conta. ma dell’urlo o del sussurro o del gesto – insomma di qualcosa che assomigli alla comunicazione e al cuore – sì: davvero aspetto le tue impressioni semplici e dirette.

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  53. **scuse**

    [ho scritto di corsa, con gli occhi che bruciano e i minuti contati. rileggo i miei commenti e trovo errori, complementi che non si appoggiano a nessun verbo, ripetizioni, ecc. intanto, dalla spazzatura, venendo qui, è riemerso l’*Animale morente* di Roth. è un libro che mi affascinò e inorridì, a suo tempo. è un segnale? vi chiedo scusa. domani sarò più lucido e scriverò meglio. lo spero. tengo molto a questa “scuola”, cerco di metterci tutte le forze e il cuore che posso – grazie]

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  54. Massimo, se posso, ti faccio un esempio:una persona che conosco, ma non posso dire amica, quando scrive, poesie, è come se svolgesse un compito di matematica. Sempre a contare, a contare e guai se non vien fuori il verso perfetto, nel senso matematico ovviamente. Ora io non sono affatto d’accordo con questo modo di fare poesia ma quando, sciagurata me, le ho espresso la mia, giusta o meno opinione, ma è la mia, l’ho persa. Per me la poesia viene quando deve e vuole venire, e nel momento in cui il dettato di parole si trasforma in versi, non sto certo a pensare se ho realizzato sette, otto o undici o altro ancora. E’ nella rilettura, quasi mai immediata, che, sperando di separarmi da me stessa, tento di capire se tutto ciò che ricopre il foglio possa o meno essere quella sintesi di aria-acqua-terra-fuoco. E solo dopo mi decido a cancellare-strappare oppure dare un briciolo di salvezza. Non so se tutto questo rappresenti il poeta che io ho in mente, ma il primo critico di me stessa devo essere io.
    un caro saluto
    jolanda

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  55. Questa è una risposta che forse contiene qualche riferimento un po’ personale ed io ultimamente cerco un’esposizione dei miei fatti privati più misurata rispetto al passato, comunque, per me i poeti sono coloro che scrivono e pubblicano poesie, per cui in Italia attualmente ce ne sono diverse centinaia, i “bravi poeti” sono invece quelli che scrivono qualcosa di incisivo, che quando lo leggi ti resta dentro. Spesso, per scrivere in modo incisivo, bisogna avere anche della padronanza tecnica (conoscenza della metrica, della tradizione letteraria, etc) ma non credo che la tecnica sia sufficiente. Bisogna avere anche dei contenuti da raccontare in versi: basta la semplice autobiografia, per esempio, oppure bisogna saper parlare anche d’altro? Per cui, alla fine, le questioni sono molte e di difficile soluzione. Per quanto riguarda le parolacce… mi ricollego ad uno commenti che ho letto, raccontando una mia esperienza personale: una volta a scuola, stanca delle parolacce che dicevano gli studenti, ho provato a vedere come reagivano se ne dicevo una io e, siccome avevano menato ripetutatamente ad un compagno, gli ho detto: “Qui dentro rispettate o chi è bravo perchè vi fa comodo per copiare o chi si fa i cazzi suoi” e loro si sono scandalizzati, così come anche Nacci ha raccontato che i suoi studenti si sono scandalizzati delle parolacce che ci sono in Tondelli. Ora, credo, da un insegnante oppure da uno scrittore gli studenti non tollerano le parolacce, mentre per loro stessi le considerano accettabili, perchè hanno questa sorta di “doppia morale” sinceramente non lo so… per quanto è vero che ognuno di noi, ricollegandomi a quello che è stato scritto in un altro commento, cambia registro linguistico a seconda degli interlocutori e della situazione, in cui si trova.
    Però la scuola è tosta, perchè se sei troppo indulgente cercano di approfittarsi della tua disponibilità, se sei troppo dura ti fanno la guerra, io di solito non sono particolarmente severa sulla disciplina, però, se alzano le mani contro qualche compagno, mi arrabbio veramente.
    Comunque l’anno scorso ho fatto 4 mesi più gli scrutini, quest’anno per ora ho fatto un mese ad ottobre, poi, vedremo, per i prossimi mesi, perchè ho anche altri impegni di lavoro oltre alla scuola.

    P.S. (per Massimo) stai facendo anche tu qualche supplenza a scuola?

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  56. Una piccola aggiunta: mi rendo conto che le definizioni critiche sono sempre parziali, per es, tra i poeti della prima metà dell’Ottocento, io ritengo più incisivo e più calato nella propria epoca Pellico di Leopardi, però, se i contemporanei condividevano il mio giudizio, i critici successivi lo hanno ribaltato. Allora ci si potrebbe chiedere: sono tutti e due dei poeti validi oppure Leopardi è stato un “bravo” poeta e Pellico invece no? O anche al contrario, Leopardi era più un filosofo che un poeta, mentre Pellico era davvero un poeta, uno che ha cantato le proprie sventure personali, ma anche l’atmosfera dell’epoca in cui è vissuto?
    Massimo sa che ho fatto la tesi di dottorato su Silvio Pellico e, quindi, sa che sono un po’ “fissata” con lui e con gli altri poeti dell’Ottocento, per gli altri, spero che questa aggiunta non sia fuori tema e che il vostro interesse non sia solo per i contemporanei.
    Cristina

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  57. caro sannelli, la democrazia è finita nel 75, la società dei consumi è finita, la religione è finita, il sesso è finito, e cosa vuole che si possa ragionevolmente dire della poesia, se non che è finita?

    saluti,

    rs

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  58. Massimo,
    il tuo corpo è fatto di stelline, virgole, disarticolazioni? Se tu sei un interprete della mia vita, sostituisciti ad essa e parla al mio posto. Oppure, fai tu uno sforzo e cerca di bere la mia acqua nel mio di bicchiere e non nel tuo.
    Cosa hanno a che vedere questi riferimenti con me?
    Se uno ha un’immaginazione è malato?

    Poi, io su un ap scrivo che a Roma c’è poco pubblico (in generale) e poi ironizzo come mio solito (perdona la mia ironia che certamente non mi fa amici) sull’avantpop giovenalcortelessaldonovmariano etc…ma, contro le performance di Pugno e Giovenale non ho nulla – tra l’altro la serata pare sia andata bene, come mi scrive Giovenale, e complimenti a tutti. Tra l’altro in Tennis (non ho ancora preso l’ultimo libro) la Pugno mi interessa molto, non confonderti. Il discorso era diverso lì, ovvero rispetto all’assidua comunicazione di eventi letterari in ap, per opera di Giovenale, che è legittimato a postare, si discuteva io e Baldi se poi questi eventi richiamassero o meno spettatori.
    Poi a me Giovenale piace in endoglosse, quando dialoga, e se vi fossero degli espedienti di narrazione più articolati, dei personaggi etc, secondo me la sua scrittura ne gioverebbe…cioè se la sua scrittura fosse disturbata da qualche elemento estraneo, invece di uscire esclusivamente come linguaggio dei suoi sentimenti.

    Detto questo, ti saluto. Sulla scuola di poesia non so che dire. Alla conoscenza di se stessi, non c’è limite. Soprattutto non ci sono riferimenti che non cambino. Ti lascio ciò che ho scritto per Marotta, per il suo reb stein http://rebstein.wordpress.com/2007/10/30/nel-mare-del-poema-iii-christian-sinicco/

    La potenza e l’oblio del controllo

    Presentare una serie di opere e delineare un percorso… Innanzitutto è stata pubblicata solo la mia terza opera, “passando per New York”. Presso la casa editrice LietoColle avevo la possibilità di scegliere quale opera pubblicare, ma eravamo già nell’anno 2005 e ho scelto quella più contemporanea.

    Tuttavia, essa conserva alcuni aspetti che appartengono anche alle altre… prima di tutto l’immaginazione, la furia dell’immaginazione che si lega a qualcosa di non controllabile, e presente, sebbene utopico – stupisco dai molti che affermano sia la ferma razionalità (o strumenti, che spesso si concretizzano in una sorta di manierismo o di ricerca del linguaggio “alto”) dell’artista a guidare la scrittura dell’opera, come non mi fido di coloro che per descriverla le sottraggono funzionalità presentandola attraverso una rigida semiotica, o la affidano ai limiti del proprio idealismo-ideologia e ad una critica che ne fa solo il materiale-evento da consegnarsi alla realtà (qualcuno pure alla storia, al canone)… la poesia è molto di più: è una diretta conseguenza dell’essere qui che ha la capacità di muovere ciò che un attimo prima eravamo, e la cosa interessante è che un attimo prima eravamo convinti di essere o di saper fare in un dato modo… Non è un semplice spostamento, dunque, il nostro, e se parlo al plurale è poiché la poesia ha a che fare proprio con ognuno di noi, e in questo sta la mia arroganza, cioè quello che scrivo – in un modo o in un altro – è questa potenza, e ciò che esprime potenza è ciò che prima non immaginavate, che per qualche motivo si è realizzato, state realizzando.

    Qualcuno potrebbe osservare sia un salto, ma quando saltiamo conserviamo ancora delle coordinate, mentre il risultato “poesia” è un cambiamento in ciò che ci avvalora, e il nostro sistema di riferimento non ha più bordi: forse al testo noi pensavamo di dare un significato, pure come operazione di un artista, poiché una qualsiasi lettura-esecuzione-ascolto di un’opera ci permette di attribuire valori e significati a dei segni… ma da questo punto di vista, strettamente descrittivo, il testo non sempre si tramuta nel risultato “poesia”. Perché?

    Mi è piaciuto considerare le immagini come la carica capace di esplodere e svincolare, divincolare, ogni scrittura/formatività – direi che è decisamente ovvio che la scrittura di una visione debba possedere le qualità plastiche dell’azione in movimento, lavorare sulle tensioni, focalizzare una diapositiva, trasformare le immagini l’una nell’altra, poi aumentare la velocità della descrizione, rallentare etc… Che questo abbia a che fare con il mio percetto che scrivere in una sola maniera, o confrontarsi anche all’interno di una sola raccolta con un medesimo stile, sia un po’ una noia mortale, ha una diretta conseguenza anche per ciò che concerne la mia critica agli altri poeti, e non solo ai poeti…

    In ogni caso, l’ingranaggio formativo che modella in movimento i fondamenti stessi del mio fare poesia, è stato incasellato come “crisi”, come se io sentissi la crisi delle “forme” che competono alla poesia, nonché la crisi dell’uomo in questa società: si tratta dell’esatto opposto, cioè per me non esiste crisi dal punto di vista dell’utilizzo di diverse formatività, modi di scrivere… anzi, queste sono possibilità dell’opera. Per ciò che concerne l’uomo, non siamo in un’età dell’oro, ma lo siamo stati nei secoli precedenti? Il fatto è che la poesia italiana non sa più come elaborare il presente.

    La maggior parte delle analisi sui miei testi – che poi sono di amici, ma qualcuno li chiamerebbe esperti – ruotano sui meccanismi di messa in crisi formale, mentre le sensazioni a caldo delle persone, delle persone che dagli esperti sono chiamate comuni – amici pure loro, o ascoltatori, appassionati e “passanti” –, si soffermano sulla potenza di ciò che è stato udito e intravisto.
    Sono convinto che la maggior parte delle analisi, partano da una percezione abbastanza standardizzata delle possibilità date ad ognuno nel fare poesia, e questo si riflette nella produzione e nella critica… Difficile che essa capisca che a me interessa la molla che libera la stessa costruzione, che libera dalla stessa costruzione, dall’opera compiuta, dall’impianto formale, dalla teoresi, dalle invarianze della propria scrittura, da qualsiasi tipo di mente o movente che voglia ordinare, preordinare, determinare o catalogare i risultati, poiché i risultati sono nostri, in primo luogo, e sono un nuovo modo di intendere il mondo.

    Per farla breve, credo di aver lavorato da un’altra parte, utilizzando gli strumenti a disposizione per conferire alla visione potenza.
    Ovviamente sto trattando di lavori completamente differenti, di mondi possibili, di fascinazioni.

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  59. sinicco lei magistralmente danzi, ecco sì, continui, danzi, e danzi, per new york, per la portland di un favoloso van sant, per la hichbrow di mellington, per la remington e la wesson, per la famiglia smith di henry fonda, per il fondoschiena di jane fonda, ecco, sì, la prego, sì, danzi…

    rs

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  60. @Massimo
    Comunità – carisma – corpo – visceralità – carattere – cultura: i pezzi di questo difficilissimo puzzle sono forse sul punto di indovinare una configurazione che possa consentire a tutti di respirare liberamente.
    Ritorno all’esempio del regista: è ben possibile che una situazione di ricerca “estrema” varchi dei limiti pericolosi, non adatti a tutti i caratteri: onore a chi se ne prende il rischio (contesto della scoperta) ma gli esiti andranno valutati con modalità differenti (contesto della giustificazione) – probabilmente molto più noiose. Ma l’universalizzazione richiede, prima o poi, una “riduzione trascendentale”: se non la compiono i contesti vicini, magari troppo soggiogati dalla fascinazione, essa verrà lasciata tutta intera a contesti più lontani ed indifferenti, forse troppo indifferenti per rendere giustizia – sarebbe quindi opportuno anticipare da sé parte di questo lavoro che però è forse incompatibile con la modalità primigenia: non c’è niente che “stoni” maggiormente – nel secondo contesto “oggettivante” o “intersoggettivante” – dell’irruzione di parzialità (per quanto possano essere giustificate a livello soggettivo ed affettivo) che del primo sono invece tipiche, o addirittura costitutive. Quando questo avviene, la “critica” semplicemente collassa nel primo ambito – e nella sua comunità ristretta: per quanto quest’ultima possa venire estesa si tratterà soltanto di un’illusione di universalità. Vado sul personale: io ho un imprinting culturale (chiamiamolo “vetero-friulano” – ovviamente rielaborato nel carattere sviluppatosi con l’esperienza) che semplicemente mi impedisce certe effusioni sentimentali, che però sono comuni (e quindi legittime) nella più ampia comunità italiana. A reagire è il mio corpo, nella forma di inesplicabili imbarazzi: per il mio pancreas simbolico in questi contesti sembra esserci sempre troppo zucchero per un metabolismo delle idee veramente efficace. D’altra parte non auspico certo più “sangue”, anzi mi stupisco continuamente di come si passi facilmente da un estremo all’altro cercando di artigliare il viso della persona che sta dietro alle idee o alle elaborazioni in esame, cercando di sfigurarlo. Ma ritorno al regista: ecco, io probabilmente non potrei fare l’attore, perché reagirei in maniera probabilmente troppo primitiva, senza misura. Forse per questo sono così attento ai confini: non nego l’importanza vitale degli scavi nell’interiorità (per quanto inattuale e periferico sono pur sempre un artista) ma mi son scelto un contesto che mi permette di lasciare i miei demoni all’interno di una cornice, dove ognuno potrà scegliere se entrare, per riconoscerli o inventarne di nuovi, oppure no. Per me il confine ideale è l’opera, che ha una funzione primaria “necessaria” nei confronti dell’autore (ed eventualmente di una cerchia elettiva necessariamente ristretta) e delle “possibili” funzioni secondarie nei confronti della più ampia comunità. Io non vorrei che la mia vita e il mio corpo, venissero giudicate per “validare” la mia opera, perché la mia vita è faccenda di mia esclusiva responsabilità; anche la comunità, qui, deve fare un passo indietro, attenersi a dei confini: chiamiamolo pure “mito di Clint Eastwood” ma tant’è. Per questo la tua interazione qui con Sinicco mi sembra paradigmatica: il tuo invito è generoso ed affascinante ma presuppone una condivisione del “contesto della scoperta”, cioè del cerchio comunitario più ristretto, che lui sembra riluttante a concedere (sarà la sua parte friulana) da qui, credo, il suo aggrapparsi, abbastanza goffo, ai “codici” della critica patentata.

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  61. [stavo scrivendo un commento molto lungo. un blackout ha spento tutto: il mio computer non ha gruppo di continuità, e adesso riscrivo di corsa e a memoria]. prima di tutto: siete i ben-trovati.

    ***

    @Christian
    grazie di aver parlato con più passione. sei dei Gemelli: mi aspettavo questo linguaggio. per inciso: non cerco la pagliuzza nel tuo occhio per dimenticare la mia trave. tengo presenti gli occhi –i miei e i tuoi. sulle polemiche, legittime, con l’entourage romano e di/su absolutepoetry: *non me ne importa più niente*(e lo dico, sempre, con rispetto per chi lavora). i segni le stelline (asterischi: indicano i *corsivi*) le pause le fratture i trattini: non sono artifici, ma tatuaggi. non tracce da cui “assentarmi”, ma *firme*, indelebili [ciò che è scritto è scritto]: il respiro e la velocità con cui penso e scrivo (bisogna sempre fare di necessità virtù), anche a te, ora.

    @ Elio
    grazie anche a te. il pudore nel dire – per esempio – “ti amo” [lo troverai nei miei testi scritti, non nella mia bocca – per mio limite]; ma la facilità nel fare una carezza, anche abbstanza intima. perché? insufficienza della parola; rigore “settentrionale”, ecc. – no, solo un problema dell’io, forse. ma questi limiti che contraggono la parola e i nostri atteggiamenti – non sono aggiunti a noi: *siamo noi*. in questi giorni [l’anima è sempre messa in piazza: quello che ho e *non ho*] la realtà stessa mi urla “non ti credo”. io le rispondo: “sto continuando”. ho scritto nel cursus poetico che può sconvolgere una mente rigorosa, e che tu sai tradurre (so che sai farlo, e molto bene).

    @ Cristina
    ieri, in privato, ti ho scritto (si dovrebbe dire *ti scrissi* – vedi che l’italiano è quasi una convenzione; come tu dici, per tradizione regionale, “menare AD un compagno”; nessun italofono è *senza peccato*): scrivi con passione, scrivi con la stessa forza con cui ti sentii urlare “il coraggio te lo faccio venire a calci in culo!”. il coraggio – qualunque cosa sia – non manca, se riesco a sopravvivere da otto anni nelle condizioni che conosci [non insegno regolarmente: solo un corso di poesia ogni anno, a scuola, finanziato – poco, ma non conta – dalla Provincia di Genova città barbara]. in generale: il coraggio non esiste; esiste l’adattamento a condizioni urgenti, esterne ed interne. si fa il *possibile*, e qualche risultato arriva. non ci è chiesto un volto leonino – ma una coerenza che ci renda almeno *presentabili*. non mi riferisco alla *sola* poesia.

    sui poeti. nel 1996, a Recanati, Franco Foschi esaltò (io ero sbalordito) Monaldo come figura “più europea” di Giacomo. certamente alludeva alla diffusione della “Voce della Ragione” (di cui – parlo da bibliotecario – non restano molte tracce, a dire il vero; tanto meno dei pamphlets di Monaldo). ma esaltava una marchigianità più evidente in Monaldo che in Giacomo: coerentemente, dal *suo * punto di vista, di politico e storico *locale *. il fatto è che nemmeno una regione grande e bella come la tua (e la sua) è il mondo. Giacomo appartiene al mondo, comunque. il lavoro pubblico di Monaldo è polvere sotto i piedi di tutti o quasi.

    @ Solmi
    ti do del tu, posso? io penso che il 2 novembre 1975 si sia chiusa la “porta della storia” (d’altronde era stretta), per quanto riguarda i poeti. nessun poeta è stato più *visibile*, nel vero senso, dopo. per coerenza, non dovrei più scrivere; e non dovrei nemmeno scrivere sui poeti. quando scrissi per Domenico Lombardini – che non è certo un “bravo poeta”, ma una persona *onesta *, secondo me – in liberinversi un anonimo disse: “ecco la solita marchetta letteraria”. e perché? e quando scrissi per Luca Ariano (vale lo stesso discorso: persona onesta) che il suo stesso libro “è un ragazzo” – non mentivo. e non facevo marchette. in qualche modo, qualcosa continua. e continua in quella direzione antieroica e neocrepuscolare (e autofinanziata a suon di centinaia migliaia di euro) che non riesco ad amare (e che non giudico; ma mi è impossibile amarla).

    anche il sesso è morto. tu lo dici per battura, ma sappiamo bene, tu e io, che non è solo una battuta. il sesso è diventato informe: è ciò di cui si parla – in assenza o per eccesso di desiderio [che si spreca, e pur di non “disperdere il seme per terra” come Onan – sarà disperso in “posasperma” umani – *posasperma* è un’espressione di Chiara Daino, nella Merca: che descrive, non gnosticamente ma *con diritto di cronaca* il mondo come inferno – inferno antieroico, in ogni caso, per i seminatori]

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  62. Lo so che “menare” non è da Vocabolario della Crusca, però, se avessi scritto pestare un compagno sarebbe stato eccessivo, se avessi scritto dargli uno schiaffo avrei minimizzato l’accaduto ed allora ho scelto l’espressione non più corretta a livello formale, ma più efficace a livello della trasmissione di un certo contenuto.
    Cristina

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  63. Pensavo che mi volessi rimproverare perchè una studiosa di letteratura deve stare attenta ai termini che usa, però, una volta che avevo scelto un’espressione da linguaggio parlato, l’ho usata in pieno, senza correttivi, non ho lasciato il verbo e corretto il complemento, ho usato l’espressione nella sua interezza così come si dice dalle mie parti… scusa la risposta un po’ fredda, ma volevo fare quella seria, professionale, la prof. come dicono gli studenti!!!
    Cristina

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  64. @ Jolanda

    non solo il sonno, ma anche la veglia – ad occhi bene aperti – della Ragione “genera mostri”. sono stato allievo di Edoardo Sanguineti e la mia formazione è ultrafilologica, come i miei primi libri. ho queste due basi umanistiche (la terza è stata o *fu* musicale): la prima è stata tradìta, la seconda quasi dimenticata. l’arte imparata non è stata messa “da parte” del tutto, in ogni caso (e quando può servire, risorge, poi torna nel suo limbo mentale. ho detto e scritto l’altra volta: detesto il piacere dell’intelligenza).

    credo di aver imparato questo – in generale. lo stesso Sanguineti non può (io credo, per *impressione*) aver scritto “a tavolino” certi squarci di Laborintus ed Erotopagnia. non voglio crederlo. non posso credere che “Ellie mia Ellie… portami la povertà e la figura etimologica che si porta per mano… portami per mano Ellie” – siano versi *scientifici*. altri testi di Sanguineti sono *egemonici* e scritti a tavolino. per esempio “Le ceneri di Pasolini”, in linguaggio *pasoliniano* (che viene dichiarato alla fine). per esempio certe metafore amorose (“sei il mio bene di rifugio… lingotto mio”) che bisogna considerare come intelligenti (o inutili) prese in giro (*a noi*, è ovvio; non alla signora Luciana, moglie di Sanguineti).

    lo spazio letterario vive di queste fluttuazioni, così come è fluttuante la stessa *percezione* di un poeta (persino Leopardi – il *figlio*). in letteratura – dove non ci sono i “corpi che non mentono” – si *può* anche mentire: si può simulare una passione, si può scrivere di atrocità abominevoli senza averle commesse (The Painted Bird, V.M. 18, Clockwork Orange), si può sembrare porci o angeli essendo l’esatto contrario [per esempio: che piaccia o meno, Isabella Santacroce è una creatura delicatissima, che – per contrappasso – ci azzanna con libri *duri*]. anche in teatro si finge, per statuto del genere e del luogo: ma lì il patto della simulazione è molto più evidente, e la condizione registica è più atroce: “non ti credo!” l’attore non può uccidere e uccidersi *davvero*: ma deve essere credibile, e questo è MOLTISSIMO. con il pubblico c’è un altro patto.

    la metrica è TANTO naturale (Franco Loi ammette: io *parlo* in endecasillabi; e il tatatà di Pavese è *infantile*, ma poi giustificato da studi classici – *come era normale, allora*) QUANTO tecnica (Enrica Salvaneschi, Marco Ceriani, Patrizia Valduga, lo stesso Sanguineti degli acrostici e delle ottave e dei sonetti e di tutto il materiale brado che mette dopo la metà dei suoi libri).

    ognuno sceglie la via che gli è propria o che gli serve (per accreditarsi). in genere, così, parlando molto semplicemente – proporrei di non fingere, mai; a meno che la costruzione/finzione non serva a salvare anche uno solo dei piccoli – o a giustificare e difendere (una categoria, un gruppo meno fortunato o meno considerato, ecc.)

    io non so se Brecht *credesse* alle parole “tu devi prendere il potere* riferite al pensionato all’operaio alla casalinga che dovevano studiare per capire il conto della spesa e la menzogna del politico. avrebbe dovuto dire “restate ignoranti”, “moltiplicatevi e sparite”? penso di no. secondo me, Brecht era convinto, sinceramente. ma anche se non lo fosse stato – ha detto, se non fatto, il possibile. se il corpo e il testo non si assomigliano – che almeno il testo sia il servo, non del tutto inutile.

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  65. A Massimo
    La tua risposta è stata puntuale e per questo ti ringrazio. Metrica naturale e tecnica, va bene. Mi piacerebbe che le due connotazioni si fondessero in poesia nell’immediatezza del dettato poetico, nel sublime o assente o doloroso attimo della creazione.Forse chiedo troppo ai versi o forse, e probabilmente è così, non riesco a esprimere compiutamente il mio pensiero.

    Ciascuno di noi ha un passato che lo configura poi nel presente, questo è giusto ed è ovvio che, per quanto riguarda la poesia, ma anche la vita, qualcosa rimanga, qualcosa si perda, qualcosa ancora si possa acquisire.

    Dici:…proporrei di non fingere,mai…
    Perfettamente in linea anche col discorso su un modo di fingere per dire altro dal solo personale.

    un carissimo saluto
    jolanda

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  66. cara Jolanda – è così. si dovrebbe arrivare all’immediatezza, o a qualcosa che ne dia l’idea. le tecniche possono essere di servizio o asservire (fluttuazione delle possibilità).

    in “Viaggio d’inverno” Attilio Bertolucci dice “lasciatemi sanguinare sulla polvere sull’antipolvere sull’erba”. non so dirti se “antipolvere” sia frutto di studi o di calembour o abbia un senso privato e preciso [tendo a crederlo, senza prove: puro contenutismo]. non so dire se sia stata scritta a tavolino o no. ma l’effetto – è chiaro. non mente. che cosa significa? che *ogni sanguinante*, in ogni senso, vi si può riconoscere. la Grande Rimossa dalla “contemporanea italiana poesia” è la morte, soprattutto quella degli altri [non dimentichiamo che c’è chi brucia vivo, ancora, ad un mese dalla pensione]. la Grande Presente è la Realtà: ma ridotta, spesso, ai Minimi Termini.

    ma Amelia Rosselli propone “un incontro col teschio”. ma Amelia Rosselli non è un poeta *comune* – né in una sola lingua.

    in Impromptu Rosselli dice “tralappio”: un verbo-mostro, che riunisce (risucchia) TRALASCIARE e ACCHIAPPARE, prendere e perdere. “Il borghese non sono io”.

    ***

    questa è una delle cose più belle potenti inquietanti necessarie – che si sia d’accordo o meno, e non è necessario esserlo – che abbia letto. non posso fare altro che dire *grazie* a chi ha saputo stimolare un dettato simile; e a chi l’ha offerto:

    http://asmarmoosavinia.blogspot.com/2007/11/discorso-con-marina-pizzi-di-asmar.html

    ***

    [all’alba altre lacrime negli occhi, senza motivo apparente. razionalmente sì, il motivo c’è; ma al risveglio, con la mente che non si crede *ancora* accesa? e sùbito il primo taglio della giornata,la prima telefonata in un’altra casa e una seconda telefonata – per sentire e farsi sentire. e tutto questo c’entra sempre con la poesia. c’entra perché se dico *forma* ne sperimento i limiti, anche ora; se dico *corpo* ne vedo la presenza – del mio – e l’assenza – di altri; se tento di parlare di poesia, è dopo aver sentito che facce giustamente indignate reagiscono all’unto e al superficiale, *come si deve*. non vi è altra simulazione, ora, che questa: la sostituzione delle parole di bocca con parole di tastiera; ma non direi cose diverse – e a tutti grazie, sempre]

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  67. …….. ma anche “accalappia” (di cani, sciolti; e di poveri cristi burlati), ecc ecc : non è un mostro (attenti ai paroloni, sempre, e soprattutto con la SEMPLICE Amelia), magari sarebbe una valigia. Se uno ne riceve solo una piccola parte, già basta e avanza (questa è la poesia, anche).
    Tra parentesi, ma c’entra poco, s’è tradotto “Le bourgeois ce n’est pas moi / qui translope d’un jour à l’au- / tre, me couvrant d’une sueur / tout engraissée…” ecc. e va benone… (A. R. Impromptu, Paris 1987 – con testo originale a fronte rivisto dall’autrice).

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  68. @ Jean-Charles Vegliante

    e io la ringrazio. anche di aver tradotto Impromptu a suo tempo. la parola “mostro* era metaforica, o addirittura era una citazione da qualche saggio: ma ultimamente le mie metafore non sono molto felici! molto meglio: valigia.

    e credo di interpretare il desiderio di molti: se vuole, ci dia altri esempi della traduzione (le varianti di Rosselli sono importanti), e idee. per esempio l’andamento *ascendente* dei primi due versi è (per me) un richiamo fortissimo.

    la aspetto e la saluto, a presto (davvero)
    massimo

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  69. E grazie a te Massimo per avermi fatto leggere un testo la cui ultima frase tengo e custodisco come sintesi del tutto detto……….Raccolgo briciole e,spero, che qualcuna sia davvero commestibile per la gioia.

    ancora cari saluti
    jolanda

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  70. @ Solmi
    ti do del tu, posso? io penso che il 2 novembre 1975 si sia chiusa la “porta della storia” (d’altronde era stretta), per quanto riguarda i poeti. nessun poeta è stato più *visibile*, nel vero senso, dopo. per coerenza, non dovrei più scrivere; e non dovrei nemmeno scrivere sui poeti. quando scrissi per Domenico Lombardini – che non è certo un “bravo poeta”, ma una persona *onesta *, secondo me – in liberinversi un anonimo disse: “ecco la solita marchetta letteraria”. e perché? e quando scrissi per Luca Ariano (vale lo stesso discorso: persona onesta) che il suo stesso libro “è un ragazzo” – non mentivo. e non facevo marchette. in qualche modo, qualcosa continua. e continua in quella direzione antieroica e neocrepuscolare (e autofinanziata a suon di centinaia migliaia di euro) che non riesco ad amare (e che non giudico; ma mi è impossibile amarla).

    anche il sesso è morto. tu lo dici per battura, ma sappiamo bene, tu e io, che non è solo una battuta. il sesso è diventato informe: è ciò di cui si parla – in assenza o per eccesso di desiderio [che si spreca, e pur di non “disperdere il seme per terra” come Onan – sarà disperso in “posasperma” umani – *posasperma* è un’espressione di Chiara Daino, nella Merca: che descrive, non gnosticamente ma *con diritto di cronaca* il mondo come inferno – inferno antieroico, in ogni caso, per i seminatori]

    caro sannelli, diamoci del tu. io credo che con la morte di pasolini la poesia è uscita dalle reti, dai cinema, dalla cultura popolare. e infatti tu e altri ne fate in altri lidi. e qui sul web.
    per me è morta la poesia come può morire un amore profondo, bada bene. io amo la poesia. ecco perchè la piango. ecco perchè le mie liste sono un urlo di dolore, se ci pensi bene (se le hai lette). dietro a ogni riso non c’è gerry scotti ma il pianto di una perdita.

    daino la conosco, ho letto la merca. un romanzo sperimentale in tutti i sensi. daino sperimenta il linguaggio del suo proprio dolore sulla sua propria pelle, e si dà la morte sulla pagina. notevole.

    un saluto,
    rs

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  71. pasolini non danzava, massimo. pasolini moriva. la poesia è morta coe è morto l’amore più caro, credimi. ecco perchè ho inventato le liste: per depositarci l’urlo del mio dolore. l’antipoesia che chiuda il sarcofago.
    il sesso non è nulla. solo l’amore conta. ecco perchè “mille corpi nessun cuore”.
    tutto così. scusami, caro poeta, che ci metti l’anima. io non ho potuto esserlo.

    daino è brava, la merca è una sperimentazione sulla lingua del dolore personale. si mette in gioco, la scrittrice. e si dà addirittura la morte alla fine del libro. notevole.
    di queste cose coraggiose l’editoria italiana non si occupa.
    anche per questo le mie liste prendono a calci tutto e tutti.

    saluti, e salute,
    rs

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  72. @ Solmi

    poche volte ho visto tanto AMORE, senza infingimenti, in un blog: grazie, a te. Pasolini guardava le danze, le mise nella Ricotta, in Uccellacci e uccellini e alla fine di Salò (con quel dialogo banale ma misterioso: *Margherita*…). poi progettò lavoro per anni e anni, e anche una partita di calcio a Palermo il 4 novembre 1975; ma era in questo stato: tanto futuro teorico (lavorare lavorare lavorare), pochissimo futuro da vivere. gli siano terra e cielo –

    “di queste cose coraggiose l’editoria italiana non si occupa”: *ma tu sì*. e questo è il sigillo della giornata, prima di spegnere il computer (ma non l’attenzione; come tu non spegni i calci che sai dare). grazie, davvero
    massimo

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  73. Caro Massimo, complimenti per l’iniziativa. è bello vedere qualcuno, come te, che in vita è testimone di verità, della propria, particolare, o comunque di una verità più comprensiva che può riguardare tutti. una cosa ti vorrei chiedere a tal proposito, che da un po’ mi frulla in testa: non credi, e penso ad esempio a Pasolini, che il poeta debba stare attento a non estendere al mondo intero, e a tutti i suoi abitanti, travagli personali che in fin dei conti riguardano solo il poeta stesso? in altri termini: è inutile, secondo me, trarre dalla propria esistenza teoremi sulla natura umana validi sempre e comunque.

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  74. caro Domenico… lo dici tu all’inizio: testimone. ognuno porta se stesso, quello che ha, poco o molto.

    citi Pasolini. in Empirismo eretico si legge, all’incirca: io mi rappresento a te e tu ti rappresenti a me. nel teatro del mondo: ognuno convince incanta inganna provoca seduce illude ama odia l’altro; lo aiuta; lo abbatte; lo accompagna nel mondo e lo sostiene; tirannia dei rapporti oppure san Francesco; opppure altre sfumature e opposizioni. (diversità sirena del mondo!)

    il 20 ottobre 1914, contemporaneamente, Mario Luzi nasce; il giovane Wittgenstein al fronte scrive una lettera d’amore ad un ragazzo; il maturo Croce scrive una lettera intellettuale a Vossler; Mussolini lascia “L’Avanti” – e infinite altre cose. (diversità sirena del mondo!)

    tutto il mondo è un teatro: è una metafora antica. in questa rappresentazione mondiale (e mondana) – quelli che si rappresentano non sono teoremi “validi sempre e comunque”. così le vite non sono uguali: non solo confrontando l’italiano medio con l’iraniano medio; ma anche confrontando la schiena tagliata di mia madre (a cui manca un polmone) con la mia schiena sana. ma entrambi abbiamo schiena e almeno un polmone – siamo ancora donna e uomo, sulla stessa terra. io non capirò mai che cosa significhi quella mutilazione e quella cicatrice, che lei porta e che per me è ‘solo’ uno spettacolo. allo stesso modo, Antonio Porta scrive in versi qualcosa come “non avrò mai la fica”.

    voglio dire che i travagli sono *sempre* e solo di Domenico, di Michela, di Massimo, di Antonio: ognuno ha il suo o i suoi. ciò che rende condivisibili i travagli è la loro espressione (da un lato) e il fatto che avvengano a fratelli/sorelle *nell’umanità*. l’espressione li rende condivisibili *in quanto* unici. ora: la scienza ritiene valido l’esperimento ripetibile. l’arte esalta l’opera unica, ma flessibile nel tempo e tra le persone. Camere separate potrebbe essere il diario dei languori di Leo (di Tondelli); e Inferno il diario della dannazione di Strindberg – in un certo senso lo sono; eppure resistono, si diffondono ancora…

    penso che il poeta non debba stare attento alla superbia, perché moltissime comunicazioni sono superbe, in arte e fuori. il poeta deve stare attento a non parlare *fuori dalla terra*, forse… [quando diciamo “Pasolini” dovremmo ricordare che quest’uomo conosceva tanto Centocelle quanto Rio de Janeiro e Isfahan e New York; e il suo sesso non era “mal protesi nervi” – ma *desiderio del mondo*; strumento di conoscenza e di giudizio: “la mia timidezza e la mia libidine mi hanno obbligato a non sbagliare”, dice, più o meno: e quindi a *conoscere*]

    il brusio della sua mente deve essere tradotto. a volte appare sulla pagina solo come brusio: alcuni miei testi hanno questa caratteristica – la non-condivisione. parlano a se stessi. e li riscriverò tutti, perché io stesso, oggi, li trovo insopportabili – e lo sono, *oggettivamente*. di notte non si finge, sai. di notte (sono le 23.13) i nodi vengono *tutti* al pettine. tra poco salgo a casa – e lì non posso fingere di essere ciò che non sono – così i libri che ho scritto. e allora scenderà la censura che li renderà forse meno ‘graziosi’; ma – spero – più adatti al mondo.

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  75. Gentile Elio, io non sono amico di Massimo, né lui mi conosce così approfonditamente da interpretarmi come persona (ha provato con scarsissimi risultati a relazionare le mie esperienze corporee ai testi), né dimentico che ha fatto una sparata inutile nel post precedente a questo. Ho risposto abbastanza cordialmente, e nei primi commenti ho pure parlato oltre la critica autorevole, ma quando uno spara delle sonore c****** e non prende la mira, la tromba la metto nella sinfonia. Cordialità anche a te!
    Christian

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  76. caro Christian – ti ho solo chiesto come ti rapporti con l’enfasi e con il lirismo. come si leghino alla tua figura che non e’ lirica e non e’ enfatica. ho lodato la tua ironia elettorale. non riesco ad amare la tua poesia, e questo e’ legittimo. il problema e’ legare il corpo alla parola – aspetto una risposta “abbastanza cordialmente”. non temere: non ho nulla da vincere! e Venditti fa schifo? e’ solo questo il problema: Venditti?
    massimo

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  77. Per che scrive molti post e lunghi lunghi lunghi
    con frasi messe lì a dire tutto e niente
    mi viene un dubbio che non credo illegittimo:
    non sarà qualcuno affetto da grafomania?
    dico sul serio.

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  78. @ Caran d’Ache
    personalmente: mi accontento della -manía. gráphein, anche. ma la manía e’ cosi’ utile, in questi casi. queste tracce o emissioni o liquefazioni e marchi.

    @ Solmi
    lo so, la poesia come *doveva* essere muore con il naso schiacciato e l’orecchio “ampiamente strappato dal suo impianto” di Pasolini. Fulvio Abate ha scritto: dopo, sembro’ un colpo di stato, una fine di tutto. la rimozione di quel corpo rende i corpi meno dicibili? Pasolini invecchiava di corsa (i primi piani di Pedriali sono allucinanti: quell’uomo *non puo’* avere solo 53 anni – : sembra che la vita fugga via da lui). Pasolini era *bello* – di quella “grazia incóndita” che Testori venerava in Bacon.

    Saffo : tethnáken d’adolos thelo. Io voglio veramente essere morta.

    Rosselli : La mia poesia non e’ prosa.

    Vicinelli : Non c’è stendardo che possa / realmente fermarmi, né chiusura di spazio, / né circolo di tempo: la mia vita e la mia / morte sono la stessa avventura.

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  79. Ah Massimo sì, sono d’accordo. La grafomania può essere utile, fior di scrittori sono grafomani. L’importante è che non diventi patologia, a volte qui siamo quasi al livello di guardia(secondo il mio modestissimo sentire) però bisognerebbe conoscere la “persona” per capire meglio. Sa, io ho amo il minimalismo però sono curioso per questo leggo leggo leggo chi scrive scrive scrive. Spesso quando leggo lei soffro perché è uno stile che subisco, non mi piace. Con tutto il rispetto e la stima. Lei una persona dal gran cuore e quanta bellezza c’è in questo.

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  80. dearest Rati, this website is called “poetry and spirit”, and this thread’s title is “know yourself”. this discussion on poetry collects several opinions. we are different men and women, and our ages are different too, so our feelings are(pain or love, and so on). our ideas are as various as our faces and hearts. but: this is the goal we are looking for: to write a page looking like our lives. different pages and voices – and lives. you’re great. thanks, really
    massimo

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  81. Devo confessare che a me riesce più facile definire ciò che non è poesia piuttosto che il contrario. E’ pur vero che leggo troppa poesia fiacca nei toni, povera nei contenuti, a bassa intensità e forse per questo cerco una scrittura densa, materica,
    avvolgente, spaesante, sonora nel senso che il suono stesso diviene linguaggio allo stato puro.
    pepe

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  82. Massimo, tu devi essere un po’ confuso su questa storia del corpo – sarà che ami vedere nello straziato corpo di Pasolini il martirio della poesia, e così via.
    Ti ho ampiamente risposto – e figurati, a me Venditti piace. Se vuoi continuare a interpretare la mia figura, continua all’infinito commentando.

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  83. Massimo, vorrei porle due domande formulate in maniera banale ma forse, proprio per questa ragione, alle quali è difficile rispondere. Se non vorrà rispondere quindi avrà tutta la mia comprensione.

    Perché scrive? Che cosa la muove? (a parte l’Amore che quello mi pare di aver capito)

    Che idea ha della poesia? O anche, che cos’è la poesia per lei?

    Sono le risposte che mi interessano, non il dibattito.

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  84. Ciao Massimo,
    mi è piaciuto il paragone col pianista. Oggi tendiamo a dimenticare che anche il poeta deve lavorare su se stesso, si deve affinare. Io non riesco a scrivere romanzi, perché non reggo il ritmo dello scrivere in continuazione per troppo tempo. Tutte le ultime poesie, le ho scritte di getto, ciò non significa che non abbia lavorato sul concetto di poesia. Nei limiti delle mie capacità, cerco di affinare le mie capacità studiando e rimirando i testi altrui.
    Buon lavoro,
    Marco Milone
    marcomilonepoeta.blogspot.com
    mellart.blogspot.com

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  85. Quando Massimo ha inviato la prima mail, annunciando la Lettera ai poeti, quel tono evangelico e quant’altro di vaticinante, oracolare, accusatorio nello stile colmo di dissimulata sicumera, mi aveva a dir poco urtato. Col poco tempo a disposizione, almeno una volta al giorno, sono tornato a leggere i post, ritrovando voci note e qualche conoscente. Logorrea o meno, questo blog offre più di un valido spunto di riflessione letteraria, esistenziale, e segna in modo emblematico la cifra di qualche carattere. In particolare, riguardo al tema scrittura-corpo (sul quale sto conducendo ricerche, anche come atleta e poeta, attraverso un canzoniere e un diario propriocettivo) il post 46, di Alessandra Palmigiano, legato a un’esperienza fenomenologicamente circoscritta, non del tutto passata attraverso il filtro letterario, mi ha colpito, incuriosito. Gradirei dall’autrice qualche ulteriore informazione relativa alla sua ricerca. Infine, se con altra lettera, Massimo volesse aprire una discussione strettamente (tecnicamente) focalizzata sul rapporto corpo-scrittura, sarei molto felice di partecipare. Un saluto a tutti,
    Tommaso Lisa

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  86. Caro Tommaso, la ringrazio molto dell’interesse. Riesco a scrivere veramente poco, e sulla poesia ancora meno. E ciò che scrivo sulla poesia è asistematico e poco filtrato, come lei ha giustamente notato nel caso del testo postato qui sopra. Può trovare una selezione di miei testi poetici ed altre osservazioni sulla poesia
    in questo sito:

    http://www.liberinversi.splinder.com/post/7284651#more-7284651

    Se mi volesse contattare,

    apalmigi@science.uva.nl

    Grazie ancora,
    Alessandra

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  87. # nel blu
    perché scrivo? a proposito di corpi [non ho detto del mio]: perché il respiro manca. perché *non so parlare* altrimenti. perché nella vita concreta non distinguo la destra dalla sinistra, se non per abitudine. perché non ho il senso dell’orientamento. *ma la scrittura ha un verso* e una direzione. la poesia corre e non si perde. perciò non la conservo: ho un elenco delle pubblicazioni, ma non le pubblicazioni. Marco Giovenale mi ha regalato i miei stessi libri con dedica, per impedirmi di disperderli: ma ho disperso anche quelli, *soprattutto* perché avevano la dedica. con questo “altro parlare” posso servire a qualcosa; mentre tutto il resto si perde, ma in una direzione (e voglio questo). che un amore guidi – è ovvio e comune. che un amore dia e tolga, anche. da un lato cerco i “vetri di paradiso che facciano sembrare bella la vita”; dall’altro preparo la strada al “popolo futuro” – mia ossessione e mia curiosità. ho bisogno della poesia: non dimentico mai quello che devo ai suoi libri [suoi corpi; o Corpo]. sulla poesia: Amelia Rosselli disse all’Espresso che la sua poesia non era prosa, e per contrasto (in quello stesso numero) Sanguineti pubblicò una poesia sulla poesia come escrezione e sterco e copròlito. direi che sono due possibilità parallele. la poesia *non è* prosa – vedi quello che dice Gabriele – è un’ovvietà, ma fino ad un certo punto. ci ricorda che non abbiamo in mano una fotocopiatrice, ma uno STRUMENTO (anche musicale).

    @ Tommaso
    continueremo a parlarne. e quanto al tono oracolare, ecc. – fa parte della “nobile arte”! ma non è simulato, ecco – posso dirti questo, senza finzioni. e ti aspetto.

    @ Christian
    anche a me Venditti piace. ma ti chiedevo di rispondere sull’enfasi lirica [dalla quale Venditti stesso non è immune: “la notte scura non ci fa paura”!]…

    ***

    che cosa accomuna *tutti* gli interventi, da Palmigiano a Sinicco a Vegliante? [altri hanno risposto in privato] – la passione e la *virilità*. non quella comica e unta che dice “sadomaso” e “leccare” e “ironia” – ma quella che santa Caterina invocava nel suo Papa. e questo è importante, in tempi in cui le parole amore-amicizia-onore-felicità perdono l’orientamento e il senso. e così stiamo, bene o male, nel fuoco che ci affina tutti.

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  88. …virilità, in senso nuovo: quello che dici, lo dici; quello che sei, lo sei; quello che scrivi, lo dici lo sei lo scrivi a maggior ragione – quello che ci viene insegnato dai maestri e da molte donne [che ridendo di *noi* ci hanno insegnato a non ridere di *loro*; non erano posasperma, ma *creature*; e ci hanno insegnato a *parlare*, scrivendo avanguardie più incarnate di quelle maschili – grazie ancora, Solmi; grazie ancora, a Marina Pizzi per l’intervista ad Asmar Moosavinia]. non siamo molto lontani dal “corpo vaginato” di cui parla Valère Novarina in un libro poetico e discutibile e fondamentale (“Per Louis de Funès”). e dagli attori (e dagli atleti) – arrivano provocazioni *utili*; il ginnasta era un gymnós. il *nudo*: del suo corpo, niente di nascosto.

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  89. Dopo aver letto tutto, mi domando: a che pro?

    Poesia, Poeta: parole pronunciate di continuo anche qui. Eppure, mai come oggi ci si è dimenticati dell’eternità nella contemporaneità: trattasi di trarre l’infinito dal finito. Leggere, vivere e cercare i mezzi per esprimere la vita. Dialogare con il passato- poiché in vita non c’è possibilità di dialogo-, pur serbando in se stessi l’idea che si frequenta un fantasma, aiuta ad illuminare di luce il movimento della vita contemporanea, e il passato si farà presente, chissà. E forse il presente troverà la morale e l’estetica del proprio tempo, per minima e lieve che sia.

    Sentivo di dover dir ciò… e torno a domandare/mi: a che pro?

    f.s.

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  90. “Chi scorge una differenza tra spirito e corpo non possiede né l’uno né l’altro”: di Wilde in Wild – il pensiero “selvaggio” [che procede per istinto] lega persona e parola. E così: non solo – per Poeti e Poesia. E l’esempio ha radici quotidiane: affidereste i vostri canini a un dentista con la bocca marcia? Vi fareste prescrivere una dieta da un nutrizionista con problemi di peso [per eccesso o per difetto]? Sono *credibili* nell’esercizio delle loro professioni? E ancora: sarebbe *credibile* – Laura Pausini se scrivesse e cantasse un testo brutal death metal? Et cera…
    La PAGINA è un PALCO – e la mano dell’autore *si riconosce* quando l’autore è. Colei/Colui che è.

    E sia – per rispondere – ancora: a Sinicco. “Questa storia del corpo” – è IL CORPO DELL’AUTORE con la SUA storia [rilegata nel darsi/dirsi/donarsi]

    Chiara

    P.s. la Grazia è la Sorpresa: Grazie a Solmi. Che ha letto. E con coraggio, sempre: sia marchio sia lista.

    Baciamo le Penne!

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  91. Pasolini non è soltanto un cinquantenne che ama i ragazzi di vita fino a morirne. Se consideriamo questa caratteristica come parametro della sua grandezza dobbiamo riconoscere che ci sono molti altri “poeti” almeno altrettanto meritevoli… Francamente, il capitolo di Petrolio sul sesso orale fatto con una ventina di ragazzi nella stessa sera non ha alcunché di poetico né di prosaicamente valido: questo per la mia preferenza verso una scrittura ricca di understatement che lasci spazio all’immaginazione, ma credo sia condivisibile. Pasolini non era neanche uno di quei tre o quattro poeti del Novecento che sarebbero stati ricordati post mortem secondo la profezia di Moravia. Come intellettuale invece aveva capito tutto, già allora. Fu uno dei primi a intuire la pericolosa deriva che avrebbe intrapreso il modello di sviluppo dell’occidente (anticipato di molti anni da Corrado Alvaro, ma questo lo sanno in pochi). Oggi quel degrado che lui aveva predetto in maniera così lungimirante lo viviamo sulla nostra pelle. Ecco Massimo, vorrei chiederti cosa pensi di questo Pasolini. Per quanto riguarda lo scrittore in versi, reputo che la sua poesia promani più dal cinema che dai libri.

    Ciao.
    Pasquale

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  92. “Pasolini non era neanche uno di quei tre o quattro poeti del Novecento che sarebbero stati ricordati post mortem secondo la profezia di Moravia”
    beh, il fatto che se ne parli, che noi ne parliamo, contradice implicitamente quanto asserito. che l’intellighenzia ufficiale (i poeti laureati e i professori accademici, per capirci) snobbi PPP forse è un altro paio di maniche.

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  93. @ Pasquale

    per moltissimi, Glenn Gould è il dio del pianoforte (Marzio Pieri ha scritto: ci passavamo i dischi di Gould, *come l’ostia nelle catacombe*); per Alfred Brendel, Gould è un incrocio fra uno stupratore e un inventore. a me il catalogo dei venti uomini in Petrolio sembra un poemetto; per te non regge né come poesia né come prosa [per inciso: è forse la sezione più limata di tutto Petrolio]. e così via [ma questo vale per tutto e tutti]

    *

    Pasolini non era un interprete qualsiasi. difronte alla realtà (politica, Eni, Dc, Palazzo, ’68, ecc.) aveva un doppio sguardo: da un lato, *sapeva qualcosa* (e Fortini sospetta che Pasolini avesse informatori “del Nord”); dall’altro, era *profeta*. non per modo di dire, ma in realtà; e per lui *consapevolmente*. così *profeta* e *profezia* sono parole usuali della sua scrittura. ora, il profeta deve comunicare: o tradursi o farsi tradurre. [Mosé era “tardo di lingua” – parlava Aronne, a suo nome]. l’ultima lettera di Pasolini è per Scalia, e chiede una *traduzione accademica* delle intuizioni *viscerali*. il tempo stringeva e lo zelo *divorava*.

    che cosa ammiro nel Pasolini ‘politico’? Lo sai: questa urgenza, che rinuncia a scrivere ‘bene’. di una cosa sono convinto: l’esperienza di uno scrittore è sempre un’esperienza di scrittura. sempre. e gli *scritti* corsari – basta vedere il titolo [inciso : Pasolini e il Corriere della Sera nascono il 5 marzo: 1876 e 1922]

    ma: per convenzione si distingue l’uomo dall’opera e un genere dall’altro (lo fece anche Lello Voce in un post durissimo: grande regista, poeta mediocre, uomo esecrabile). in Pasolini la distinzione è impossibile, secondo me: tout se tient. perché così *voleva*. perché il *capire tutto* che tu gli riconosci non è né diverso da (né alternativo a) tutto il resto. perché il cinema non è solo cinema, ma *cinema di poesia*; perché la prosa ingloba i versi, e i versi la cronaca, e la cronaca il sesso, e il documentario ha una “voce in poesia”, ecc.

    e poi Pasolini *muore*. e che piaccia o meno – è *questo* che lo separa da tutto e da tutti; *anche da noi*. la pietra scagliata cade – ma con rumore. ne restano le immagini, perché muore un uomo *pubblico* [ma non solo: dotato dell’*aura*. esempio: Gian Ruggero Manzoni lo incontra diciottenne, e Manzoni supera Pasolini di 20 centimetri, come un gigante; e Manzoni sente che ha di fronte *qualcuno* e *qualcosa* di superiore – parlo in modo intraducibile, lo so bene. e anche questa aura – lo rende *diverso da noi*: dov’è un poeta *sacro*?

    la pagina è un PALCO, come scrive chi conosce l’una e l’altro. da quel palco si vede meglio. anche un morto, dal palco – PARLA [in silenzio]

    ***

    Francesco chiede: a che pro? è una domanda abbastanza retorica. alla quale non si può rispondere né sì né no né indicando un fine. oggi [sul piano dei poeti]l’infinito è impensabile – non può essere altrimenti, in un mondo che rinuncia a pensare al suo futuro immediato; ed è impossibile l’eterno. la questione degli stili è legata alla questione del futuro. [e questo è naturale: qualità dei tempi; ma è anche triste]

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  94. Chiara, mi devi spiegare qualcosa sui processi di formazione dell’opera? No, io non credo intervengano solo i ricordi o l’esperienza (che non sono corpo), ma tutte le teoresi che l’artista sceglie di mettere in gioco e che nutrono la “finzione”, nel senso della fictio.
    Ha senso dire che il ricordo di mio padre con la bava alla bocca preda di una crisi nervosa interviene come ricordo nel testo reazione della nostra velocità? http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article32
    Il testo ha già la sua valenza. Ora che lo sai è più intenso (o il contrario).
    Oppure di un altro testo ti potrei dire che un mio compagno di scuola si è impiccato…perché faceva uso di droghe, perché tutta la sua famiglia era disgraziata, perché?
    Oppure ti potrei parlare di quanto io amo, e ho amato una persona…ma vedi, queste cose non accadono solo a me, e quindi una ricostruzione dell’arte attraverso la vita è un modo un po’ banale di considerare l’opera d’arte assieme al processo di formazione, il fare.
    Nel processo di formazione interviene tutto l’artista, che in una serie di momenti successivi si pone alcuni obiettivi, e orienta ciò che sta facendo e si fa orientare dall’opera: nel caso di quel libro uno degli obiettivi era (per rispondere all’enfasi di Sannelli) pure l’utilizzo di materiali di derivazione mediatica come gli slogan. Mi interessava capire se l’opposto degli slogan produceva effetto (Sannelli dice di no, o che non gli piace, altri dicono di sì, o che piace: per me l’importante è che sia motivato in quanto, ad esempio, l’immagine della morte di un bimbo palestinese, e successivamente del padre, per via di un cecchino israeliano, e la vicenda di un palestinese che si fa saltare, e il tutto relazionato all’ipocrisia delle dichiarazioni politiche, della politica che non vede, tutto ciò porta alla morte del significato, di quello che io, personalmente, attribuisco, ed estremizzando il significato stesso dell’universo, di un universo come la persona umana, e come dice saggiamente Benussi, più che l’intelligere, di tutto ciò mi interessa il sentire nella rappresentazione; ma mi interessa certamente sapere come sia riassumibile il sentire in tutto questo cosmo che è la conoscenza di se stessi, e che Sannelli pare possedere come suprema sapienza interpretativa).

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  95. Massimo, Pasolini fra le altre cose era un uomo del sistema. Prova un po’ a cercare un produttore cinematografico, se riesci a trovarlo ti offro da bere… Quel capitolo di Petrolio può essere anche il più limato ma rimane pornografia allo stato puro. Niente a che vedere con la grazia ingenua e straziante di “Ragazzi di vita”, quella sì, una gran prova letteraria, ancorché stilisticamente parlando ben lungi dal plurilinguismo gaddiano. Quel capitolo di Petrolio non fa bene a nessuno, né ai “froci” né al mondo del sottoproletariato che lui tanto amava. Figuriamoci alla poesia… Sono d’accordo sull’urgenza, la condivido, in qualche modo la vivo. Anche il considerare l’uomo nella sua complessità più che il poeta, lo scrittore o il regista mi pare condivisibile… Sull’apologia della morte ci andrei un po’ cauto. Di recente è stato ucciso in circostanze simili – schiacciato dalla propria macchina – un ingegnere di “trentatré” anni che si era appartato con dei ragazzi nei pressi di Cosenza: non se n’è accorto nessuno… Bisogna riconoscere che Pasolini riusciva a combattere il “palazzo” muovendosi con disinvoltura fra le sue stanze. E questo solo un genio può farlo.

    Pasquale

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  96. non serve a molto, ma testimoniamo: il pezzo sui venti pompini in Petrolio è una meraviglia (secondo me – ma va beh io penso che tutto Petrolio sia un capolavoro di prosa un romanzo italiano che può stare accanto ai grandi romanzi del Novecento internazionale). tra l’altro, è Pasolini che tocca il proprio apice: la gloria e il limite della sua capacità di vedere, di leggere le determinazioni culturali, ideologiche etc. nella carne dell’individuo. questa sorta di “fisiognomica moderna” (passata attraverso la semiotica) è al centro della sua opera di poeta (ossia di poeta e romanziere e cineasta e intellettuale): impossibile scienza dell’individuo. [per il resto, mi pare che le intuizioni di pasolini sul sociale e sulla politica non fossero originali, ma sono interessanti perché sono scritte da un poeta, e dunque sono scritte in modo potente. come pura analisi politica – temo (ma il mio giudizio non vale niente in questo) – non hanno grande rilievo].

    saluti,
    lorenzo

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  97. grazie Christian. ma “sannelli” non possiede nulla: semplicemente segnalava. a “sannelli” interessava (perché questa si chiama, ancora, “scuola di poesia”) il rapporto con l’enfasi, la stessa che trovi nelle Lettere d’amore di Ligabue, per esempio. e non disprezza Ligabue, anzi; e non disprezza Tiziano Ferro (è grande, davvero). e “sannelli” dice solo: c’è una tensione pop [e il pop è cultura], che parla in un certo modo, anche enfaticamente. la certificazione del pop-poesia non arriva tramite le autoproduzioni di cui i nati negli anni settanta parlavano negli anni novanta (ricordi? Pirella… gli antilibri…); arriva tramite un libro pubblicato da un editore specializzato in poesia – lietocolle. e con l’avallo critico di una Storica. a “sannelli” interessano queste cose. e torno a dire: la tua prosa è la tua poesia. anche il commento che hai scritto per *Chiara* è una poesia. in ultimo: “sannelli” si chiama “massimo”, e tutti lo chiamano così, e un giorno rinuncerà del tutto al suo cognome.

    @ Lorenzo
    anche tu: cuore in mano, mente aperta. quello che deve essere, finalmente. e grazie di aver parlato di “fisiognomica poetica”. Christian, che piaccia o meno, e di certo non è scienza – io parlo di questo. “pensavo quant’è inutile farneticare”, ecc.

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  98. Un dialogo? Eccomi. Certo che quell’inizio è ascendente, ossia (si fa per dire) fondamentalmente positivo. E ciò non deve stupire da parte di un poeta pieno di /energheia/ quale Amelia Rosselli, di cui ricordo ad es. queste parole in un nostro dibattito “femminista” come usava a quei tempi : “Certo, sono stata impressionata molto da scritture femminili, quella di Rimbaud soprattutto”. Quell’ascesa “positiva” secondo me prevale su ogni altro livello d’interpretazione traduttiva. E dunque, di fronte a Il borghese non sono io /–+, –+, -+/ che tralappio d’un giorno all’ /–+, –+, +’/ altro coprendomi d’un sudore /+-, -+, –+, -+/

    “Le bourgeois ce n’est pas moi /–+, -+, -+/
    qui translope d’un jour à l’au- /–+, –+, -+/
    tre, me couvrant d’une sueur” /-+, -+, +-, -+/
    ecc. (ove gli stacchi discendenti del terzo verso, sia pure in sedi diverse, fanno semmai risaltare l’ascesi dominante). Allo stesso modo, l’inizio della celebre “Poesia delle rose” di Fortini doveva per forza di ritmo rinunciare al pesante “poussière”, al lunghissimo “quelle dureté”, e cercare altre soluzioni. Ad es. “Rose, rose di polvere, quanta durezza” (7 + 5)
    “Roses, roses poudreuses, quelle âpreté” (6′ + 4′)
    (è la stessa cadenza). Il resto segue… Non vorrei scomodare Dante, almeno per oggi, ma è uguale…
    Sarà un piacere scambiarci altri esempi, su testi vostri più “attuali”, magari (anche questo è un modo di dire), se vi pare.

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  99. @ Pasquale

    la “disinvoltura” è un effetto della grandezza o dell’*aura*: sono certamente gli amici a riconoscerla; ma soprattutto la riconosce il Palazzo. che tace o si oppone – ma sa *sempre* chi è l’avversario. scrivi che Pasolini “riusciva a combattere il “palazzo” muovendosi con disinvoltura fra le sue stanze”: la tribuna del Corriere, di cinque marzo in cinque marzo; i produttori, ecc.

    Quella classe politica/industriale – in ogni caso – parlava *ancora* la lingua di un intellettuale 0[formazione alto- o piccoloborghese, liceo classico, università settaria, ecc.]. il Palazzo uccide chi è – paradossalmente – degno della sua stima (e ne parla la lingua – dico: la lingua di *allora*).

    ***

    dell’omicidio in Calabria: so tutto. la prima a parlarmene fu mia madre, al telefono: *sapeva* che era una storia *ripetuta*. e anche a lui (è la terza volta che lo scrivo, qui): sia lieve la terra
    massimo

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  100. oh, a me pare che oh, eh? sia anndato tutto abbbastanza bbene, eh? oh, il pranzo è stato regolarmente, eh, oh? servido, eh? e il signor sannelli da ggenova ha vinto la nostra puntata, oh, de il pranzo è servito. eh? oh. purtroppo il signor sinicco non ha indovinato il contorno, eh? oh, vabbè, gli diamo una confezione de il pranzo è servito de la giochi preziosi, eh oh? e buon ritorno a scassabilaccio, eh? oh.
    e bbuonasera a tutti.

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  101. @ Massimo: nel tuo post hai dimostrato di voler dire che una cosa è poesia e un’altra non lo è: cioè le motivazioni che io do alla mia poesia sono poesia, mentre la mia poesia non lo è – questo è un po’ paradossale, cotanta motivazione per nulla. Ti direi di leggerti, come aggiornamento per la scuola, un post di Metabolge, tratto da un libro di Testa, che proprio tratta criticamente l’immagine. Ti si chiariranno le idee su enfasi e/o intensificazione
    http://metabolgia.wordpress.com/2007/12/17/una-jam-sessione-su-immaginazione-e-metafisica-con-andrea-borsari-rino-genovese-paola-cantu-paolo-costa-andrea-peri-italo-testa/

    Buon natale, e marinate la scuola se dovesse ricominciare a gennaio:-)

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  102. @Nessuno (as usual). Inserire un link ad una discussione talmente vaga (o “ampia”, se suona meglio) non mi sembra una gran mossa. Meglio sarebbe applicare la propria pretesa “competenza” sull’oggetto stesso della discussione, e dimostrarne così l’efficacia. Sulla questione in sé (ovvero se fra la poesia di Christian e la sua persona “vi sia” qualche sorta di grave disarmonia che ne compromette il valore) mi dichiaro totalmente agnostico. Chiaramente se al posto di “vi sia” ci mettessimo un “si avverta”, il problema cambierebbe natura, e lo si potrebbe trattare in termini abbastanza rilassati. Il fatto è che il campo della poesia non ammette una simile “riduzione” relativistica, e dunque la mia unica obiezione era in termini di coerenza (quindi un’obiezione “pedante”) perché Massimo pare davvero “incarnare” la logica (splendori e miserie) del campo poetico, mentre Christian sembra fare ricorso ad elementi estranei, a delle legittimazioni dal sapore quasi burocratico (quel testo della Benusso … suona noiosamente convenzionale). Egli non può opporre a Massimo un “non mi conosci abbastanza e quindi spari ca..te” perché un simile criterio tapperebbe la bocca a tutti poeti, che amano avventurarsi in sentenze sul mondo, sulla società, sulla storia, su qualsiasi cosa, sulla sola base della loro magica facoltà “intuitiva”. Ma se un poeta può criticare mortalmente una società parlando di foglie d’autunno (e questa affermazione non desta in Christian la minima perplessità) perché mai Massimo non potrebbe “radiografargli” l’anima attraverso il profluvio di indizi “fisiognomici” che ragionevolmente si irradia da una qualunque opera che abbia un minimo di “carattere” (nel senso di Harold Bloom)? Non si può “ragionare” contro una simile sentenza, si può soltanto provare ad opporgli un carisma più forte, ovvero una suggestione più intensa. Ma questo è difficile, perché i testi di Massimo, anche i più improvvisati e contingenti, per quanto disorientanti, emanano sempre una forza particolare che non è mai la forza “condivisibile” di un ragionamento. Per criticarlo realmente bisognerebbe uscire dai presupposti impliciti (affatto cultuali) del campo poetico ma questo comporterebbe, per tutti quanti gli attori, molti più rischi che non opportunità.

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  103. blague de noel pour elioc… ((è stato dimostrato che esiste una successione transfinita di meta-critici (à la Elio C.) capaci di giudicare dall’esterno della coerenza del sistema precedente e di consigliare ai flatlandisti del sistema precedente circa l’opportunità di valicare i confini del loro mondo per accedere alla dimensione successiva, the next linguistic game. aspettiamo dunque con ansia il meta-critica (alpha+1), dove alpha è il rango del meta-critico “Elio C.”, per avere lumi sull’opportunità e sui vantaggi di abbandonare i presupposti della meta-critica à la Elio C. per passare a quella successiva))

    lorenzo

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  104. oh beh… ma una blague è per l’appunto una facezia…

    [ad ogni modo, se proprio vogliamo, sarei interessato alla tua dimostrazione (probabilmente non facile) del fatto che gli assiomi di cui parliamo (i “presupposti impliciti”) e le regole di inferenza usate (la “logica” poetica) NON costituiscono un sistema formale (ossia che l’insieme dei “teoremi” non è ricorsivamente enumerabile). magari ci pensiamo a Natale. io non ci ho mai pensato ma, detta così, non mi sembra proprio ovvia].

    ciao,
    lorenzo

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  105. cari tutti, scusate, sono malato… le scuole sono fatte per essere marinate e i maestri per essere mangiati in salsa piccante. vedi Uccellacci e uccellini. il fatto è che qui si parlava anche di altro, per esempio di nomi, per esempio di questioni retoriche – Christian, cercavo solo la coerenza. che non si insegna – ma si mostra (e senza rancore). era grave citare le Lettere d’amore nel frigo di Ligabue? non riesco a scrivere oltre, oggi. coraggio e luce, soprattutto a qualcuno che “si preoccupa per me”
    massimo

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  106. Caro Lorenzo, intuisco un certo trabocchetto 🙂 Sai benissimo, per formazione accademica (che è anche mia) che la “dimostrazione” come intesa nei sistemi formali è cosa essenzialmente diversa dalla dimostrazione del senso comune. Nel primo caso è una derivazione, dalla sequenza più o meno elegantemente predeterminata, ma dall’applicazione pur sempre “rigida” e “meccanica”, delle regole d’inferenza (a partire dagli assiomi) – nel secondo una faccenda assai più “morbida”, che ha a che fare con persuasione, retorica, e più in generale con la manipolazione dell’emotività, qualcosa insomma che si inabissa irrimediabilmente nei corpi, nell’enciclopedia, e nel profondo mistero della coscienza soggettiva. Quindi, molto semplicemente, i presupposti impliciti del campo poetico sono delle “invarianti” strutturali (e strutturanti) di natura alquanto problematica, prodotti della storia spesso largamente inconsci, che non possono fungere da assioma perché non sembra possibile escogitare per essi delle regole di inferenza “rigide” che non si mettano a generare immediatamente dei risultati umoristici, quando riproiettati dal piano formale sopra ad un piano semantico. Quindi anche in “logica di campo” il termine logica è puramente metaforico. Se così non fosse l’odiato Odifreddi avrebbe già sbaragliato l’intero campo umanistico 🙂

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  107. anche la debolezza diventa un ‘metro’ – come in me ora. Elio: è interessante la fede che *si deve* (*volendo*) concedere ad un poeta – diversa dalla fede richiesta ad altri tipi di testo (ad altri tipi di persone? io credo a nozze mistiche tra corpo e testo; nozze indimostrabili; matrimonio felice). è proprio quello che dicevo nella prima puntata: le intuizioni – in mancanza di patenti accademiche – sono lasciate sole, e chiedono parole come le tue. altrimenti le intuizioni diventano il sonno della ragione. Dante dice che Amore lo macellava vivo, lo sfigurava in viso, e gli amici non sopportavano di vederlo – ma “lo fedele consiglio de la ragione” lo sosteneva. qualche grammo di ‘logica’, dunque… E il nome di PPP continua a “suonare dentro”, perché non è stato digerito…
    massimo

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  108. Caro Elio C., non si trattava di un trabocchetto. Ti chiedevo una “dimostrazione” (del tuo reciso asserto “non si tratta di sistemi formali”) come se ne danno normalmente nella pratica matematica, che come sai non viene di norma condotta all’interno di un sistema formale. Te la chiedevo perché mi stupiva la tua sicurezza nel fatto che la coppia “presupposti impliciti” (nelle discussioni estetiche) e “logica poetica” usata non costituisce un sistema formale (nel senso preciso di questo termine (ovviamente non si tratta di un sistema formalizzATO)).

    Ora, mi sembra di capire dalla tua risposta, metti in campo un qualche principio di “non formalizzabilità stretta” per le discussioni estetiche (o solo poetiche?). Sono sicuro che sarai d’accordo con me nel dire che questo principio è lungi dall’essere – se non dimostrato – stabilito, fondato e riconosciuto come “vero”. Sostenere che le conclusioni che Sannelli e Sinicco possono produrre in base al loro “sistema di ragionamento” – se è possibile descrivere questo con un qualche grado di esattezza (ma forse il tuo principio esclude proprio questa possibilità) – formano un insieme ricorsivamente enumerabile non mi sembra una cosa tanto assurda, né il contrario una cosa tanto ovvia.

    Mi chiedo adesso, se ti stai appellando veramente a un principio di non formalizzabilità, come tu possa, nello stesso tempo, farti portavoce di una meta-visione che pretenda di abbracciare, dal di fuori, i “sistemi” (non formali) che supponi stiano usando Sannelli e Sinicco. A meno che la tua posizione non sia un puro e semplice scetticismo “recast” in terminologia più moderna e luccicante. Ma questo ti farebbe simile più di quanto nessuno possa desiderare al tragico Odifreddi.

    Saluti,
    Lorenzo

    p.s. Mi complimento con Solmi per la sua raffinata ed alquanto originale battuta sul mio cognome.

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  109. anch’io mi complimento con lei: per aver detto con ironia che è la battuta è originale.
    è ben chiaro che non lo è. ma per lei questo e altro. per lei, carlucci, posso dare il peggio di me. lo farei solo per lei, anche se davanti a un pubblico. per uno che scrive come fa lei, con la supponenza delle supposte già inserite, io sono capace dei voli più abissali. delle picchiate più kamikaziche.
    il solmi si sofferma su di lei e lei, carlucci brother, mi loffia questa battutonzola?

    saluti, nonostante

    rs

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  110. guardi, sarò generoso, Le farò un regalo di Natale, e spenderò per Lei, e per la Sua prontezza a dare per me il peggio di sé, Oh Solmi, una battuta addirittura – se non erro – di Protagora: meglio leggere i Suoi insulti che le Sue poesie.

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  111. @Lorenzo
    Non pretendevo una meta-visione privilegiata sui “sistemi” (non formali) di Sannelli e Sinicco, che ne possa “ridurre” il comportamento ad uno schema prevedibile e quindi, in un certo senso, esaurirli. Al contrario, quei “sistemi” sono al mio punto di vista più opachi di quanto lo siano al tuo, e fra di loro reciprocamente. Questo perché a me manca una sensibile quota di quelle “coordinazioni” (risposte estetiche al linguaggio) che si formano soltanto in virtù di una lunga esposizione (ancor meglio – presumo – se “attiva”) alla poesia, circostanza che mi nega certe forme di adesione evidentemente condivise all’interno del campo (spero tuttavia che la mia attività nell’adiacente campo artistico, sempre incombente, anche se per nulla “organica” al mio discorso critico, mi preservi almeno dalle peggiori forme di scetticismo refrattario). La mia posizione è quindi più umile di quanto non appaia: mentre cerco di assimilare quanto si presenti come integrabile, cerco anche di dare voce al mio punto di vista – nell’ipotesi che la differenza che incarno (che a priori non privilegio né discredito) possa servire per lo meno come “mezzo di contrasto”.

    Effettivamente la non formalizzabilità di questi ambiti io la davo per evidente: se per te non è così sospetto ci sia sotto qualche malinteso da chiarire. Le dimostrazioni matematiche non vengono formalizzate per motivi di economia e convenienza cognitiva, ma ogni loro passo dovrebbe, almeno “in linea di principio”, essere passibile di formalizzazione completa, altrimenti non si tratterebbe di matematica.

    Ovviamente non nego che dei “modelli astratti” possano svolgere anche nell’ambito poetico ed estetico il loro consueto e fondamentale ruolo di supporto (persino le strutturazioni palesemente fasulle dell’astrologia possono fornire un supporto efficace alla proiezione ed organizzazione di saperi fisiognomici). Ma davvero non riesco ad immaginare una formalizzazione che possa arrivare a rendere pertinente il concetto di ricorsività. Se riesci a delinearmela un po’ (anche dei riferimenti in rete vanno bene) riconsidero la questione e poi ti dico.

    @Massimo
    Concordo sulla crucialità di una *fede*, tema che sembra poter condurre a prospettive abissali (che forse costituiscono il vero magnete nei riguardi del mio interesse).

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  112. lei carlucci è talmente originale che ha bisogno di attaccarsi a protagora, se non erra.

    io invece le dico che lei confonde i miei buffetti sulla guancia per insulti.

    lei è troppo sensibile per mettersi a polemizzare con me.

    il mio regalo di natale è: l’ho avvertita.

    saluti, nonostante,

    rs

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  113. caro elio, grazie per la risposta. capisco da ciò che dici che il malinteso nasce forse dal tuo modo – particolarmente articolato – di dire, per es. a Sannelli: non capisco tutti i presupposti del tuo dire (il tuo sistema mi è “opaco”), né condivido tutti quelli che comprendo, ma ciò non ostante, il tuo dire mi arricchisce in questo e questo senso.

    mi dici poi che davi per “evidente” la non formalizzabilità del discorso estetico. mi chiedi prove o argomenti per il contrario. ti confesso che non mi sembra il luogo più adatto, e ti dico anche che la mia opinione in proposito non è decisa. per tanto potrei darti, tutt’al più, argomenti per la tesi debole seguente: non è evidente che i “teoremi” di Sannelli non siano ricorsivamente enumerabili. niente di “evidente” lo fa pensare. questo non significa dire che io sono capace di descrivere gli assiomi e le regole di ragionamento di Sannelli. ti basti pensare a questo: non è “evidente” neppure che l’universo non sia “ricorsivo”.

    [a proposito, circa la “formalizzabilità” di “in linea di principio” delle dimostrazioni matematiche (“altrimenti non si tratterebbe di matematica”), ti indico che esiste un certo grado di opacità anche lì (e perché l’opacità dei sistemi di Sannelli e Sinicco dovrebbe essere radicale e quella matematica soltanto accidentale ed eliminabile “in linea di principio”, se non per una mera questione definitoria (“altrimenti non si tratterebbe di matematica”)?): non è chiaro, per es., quali assiomi siano necessari per la dimostrazione del Teorema di Fermat, quello famoso. troverai X e Y, entrambi matematici iper-rispettabili, tali che X dice: “è dimostrabile nella teoria dei numeri” e Y dice: “non è dimostrabile nella teoria degli insiemi generali”. per questo posso darti un link caldo: http://cs.nyu.edu/pipermail/fom/%5D.

    saluti,
    lorenzo

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  114. Elio, ho risposto a Sannelli in modo appropriato, ma ho trovato poco interessante la volontà di Massimo di dire: questa è poesia, questa non lo è, adducendo un principio del tutto personale, senza alcuna motivazione – allora ho postato la prefazione di Benussi che richiamava tutta una serie di modelli e collocava la mia operazione in un sistema (che tu lo ritenga noioso, non è un modo di confutare); ho sottolineato soprattutto la parte in cui si parlava delle relazioni che la mia opera produce, mentre per Massimo essa non presenta livelli. Se vuoi lo ripeto all’infinito, giusto per riepilogare. Ho chiesto a Massimo di produrre una critica, e lui mi critica sull’enfasi (che deriva in ultima esame da come io utilizzo immagini e simboli in modo da produrre dei messaggi). Massimo è una persona che non lavora sull’elaborazione dell’immagine al fine di dire qualcosa di comprensibile, oppure le affermazioni che troviamo all’interno dei suoi testi hanno a che fare del tutto con la propria esperienza, sono così egotiste che alle volte appaiono moraliste. Ora, io lavoro sul versante della rappresentazione (nell’opera che Sannelli confuta) e non mi tiro indietro né dal dire né dall’indicare, e siccome so che l’opera ha le caratteristiche di una finzione mi interessa che alla base vi sia innanzitutto uno sguardo etico ben preciso (dovendomi confrontare con la realtà politica e storica). Già da questi primissime note – che piaccia o meno quello che faccio – puoi capire i livelli su cui la mia opera si svolge. Se vuoi ti faccio gli insiemi su cui l’opera poggia, e poi parliamo più diffusamente di logica modale!

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  115. Amai (Umberto Saba)

    Amai trite parole che non uno
    osava. M’incantò la rima fiore
    amore,
    la più antica difficile del mondo.

    Amai la verità che giace al fondo,
    quasi un sogno obliato, che il dolore
    riscopre amica. Con paura il cuore
    le si accosta, che più non l’abbandona.

    Amo te che mi ascolti e la mia buona
    carta lasciata al fine del mio gioco.

    Massimo guarisci presto 🙂

    Pasquale

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  116. La mia impressione Christian, è che in tutto questo tu ti sia preoccupato principalmente di restaurare la tua immagine ferita. Nel tuo cozzo con Sannelli io avevo riconosciuto qualcosa di archetipale (grossomodo espresso da questa citazione) che dava in fondo lustro ad entrambi (ritrovarsi divisi su un dilemma epocale, o addirittura eterno, sarebbe un bel segno di fondamentale autenticità) ma se preferisci configurarlo nell’alternativa [“Sanelli profeta pazzo” oppure “Sinicco wannabe ottuso”] allora è chiaro che uno di voi due dovrà uscire da qui con i piedi in avanti :-=
    Sarebbe meglio ammettere che siete parti in lizza per una ridefinizione della poesia (e delle sue gerarchie) più consona alle rispettive esperienze, che siete entrambi “legittimati-ma-non-troppo” da curriculum e relazioni. In fondo, che tutto non si coaguli (ed annacqui) in un’unica gigantesca consorteria (magari in caccia di denaro pubblico) rende l’impresa complessiva più credibile ed interessante. Quindi scusami, ma ti attendo ad “interazioni” migliori, più puntuali (attente a ciò che gli altri scrivono) e disinteressate. Mi sembra ingenuo indicare delle pile di materiale e suggerire “studiaMI finché non capisci quanti livelli ci siano nella mia opera”: meglio sarebbe riconoscere che, considerate le caratteristiche della poesia, il suo livello di inflazione, ed il fatto che non ci si trova fra Milord con tempi illimitati a disposizione, l’attenzione rappresenta forse la più fondamentale delle poste in palio.

    @Lorenzo. Sono lieto del chiarimento, il tema residuo è intrigantissimo e spero avremo occasione di ritornarci sopra: avrei un certo insieme di “ragioni” da esporre per corroborare la mia posizione, ma si tratta di ragioni “gestaltiche”, estetiche forse, chiaramente esterne al campo logico-matematico. Sinteticamente posso dirti che alla tua domanda “e perché l’opacità dei sistemi di Sannelli e Sinicco dovrebbe essere radicale e quella matematica soltanto accidentale ed eliminabile ‘in linea di principio’, se non per una mera questione definitoria?” risponderei facendo appello alla storia naturale: la differenza sta nel fatto che quelli poetici sarebbero teoremi relativi a corpi formati in un certo modo, quelli matematici no (io ritengo la matematica l’unica autentica “metafisica”, tutte le altre “metafisiche” sono soltanto belle favole che possono aiutarci a vivere meglio).
    E con questo faccio i miei più sinceri e migliori auguri A TUTTI e mi inabisso nelle festività.

    Mi piace

  117. caro Pasquale – grazie, guarisco, non proprio “presto”, ma guarisco. e ho corretto le bozze dell’Antigone che dieci mesi fa usci’ in parte su lpels: “a voi uomini piace / solo una donna morta…” [ho avuto *bisogno* di questa forma poesia-monologo per “evocare”? ma vi e’ *anche* della prosa, che non evoca niente: e parla di vicoli prostitute e prostituti e fame e istanti di luce, luce vera… perche’ non mancano, non sono mai mancati, grazie a Dio]. quindi “elaborazione dell’immagine al fine di dire qualcosa di comprensibile” – si’… forse… non so. lo diranno le Voci a cui il testo sara’ affidato. le Voci – diranno.

    Christian, vedi – oggi nel dormiveglia immaginavo di parlarti, e ti dicevo: scrivi in prosa. non in buon italiano, ma in un italiano barbarogiuliano; e scrivi poesia in dialetto. pensa a che cosa e’ Flavio Santi in italiano (come poeta) e a che cosa e’ in friulano (nel *suo*) friulano. quanto alle accademie: l’annessione in accademia arriva tardi, ormai, e i primi a saperlo sono gli stessi accademici. senza rabbia, ma davvero con un sorriso: va’ oltre.

    lo Squalo di Hirst si sta decomponendo – pare. io non l’ho mai visto, ma Anthony Julius in *Trasgressioni* annuncia questa Decomposizione. e basterebbe dire che la materia biologica decade, ecc. – ma non puo’ essere cosi’ semplice: deve seguire una spiegazione sulla deperibilita’, ecc. Ma un conto e’ la deperibilita’ di un olio di Bacon, un conto quella di un pezzo di biologia marina messo sotto vetro. e questo scatena interpretazioni interpretazioni interpretazioni… Io stesso ne ho scritte molte, e spesso in un linguaggio atroce [riscrivero’ TUTTO, ogni cosa – e vorrei chiedere scusa a Paolo Fichera per il testo pesantissimo – non falso, spero, ma pesantissimo – che scrissi per il suo Speziale: scusa a lui e ai lettori di un geroglifico].

    George Steiner [uno dei regali mentali che devo a Paolo Zublena] e’ piu’ nel giusto, in Vere presenze. La critica serve, spesso. piu’ spesso serve se stessa, e crea mausolei pesanti. dai quali non si esce: sono costruiti all’esterno del Sepolto, ma la chiave e’ all’interno, e basterebbe girarla. eppure quella coltre di parole “fa gola di piu'”, come se fosse la buona birra di Paolo Conte…

    note confuse, da internet point, respirando male… vi abbraccio, davvero
    massimo

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  118. Massimo, e continui, pure col dialetto (tra l’altro mia madre non parla in triestino, ma in istroveneto, perché nata a Isola d’Istria) e cerca di fare meno incubi…

    Caro Elio, a me non frega di ristabilire nulla, però mi dà fastidio che si critichi senza motivare (Massimo cincischia o no in eterni ritorni delle stesse affermazioni?) e con la supponenza di chi pensa di sapere cos’è buono e cosa non lo è, cosa è poesia e cosa non lo è, e così via – puoi trovare questo mio atteggiamento in molti post, anche senza che si parli espressamente di me: non sopporto chi critica e non motiva… Se, più semplicemente, Massimo scrive che preferisce la mia produzione in dialetto o la mia prosa, o scrive che la mia poesia non gli piace, e fa rientrare tutto in una questione di piacere, lo accetto – ma non è così, perché lui sa cos’è la poesia e cosa non lo è, lui fa la scuola di poesia, lui è il magister. Ma cosa siamo veramente, e non più di questo: individui di questa società, con problemi concreti, giusto per tirare avanti; credersi qualcosa di più, anzi, credersi, almeno per quanto mi riguarda (forse non riguarda l’atteggiarsi di Massimo, che tu metti in relazione alla profezia, mentre a me pare solamente un atteggiarsi e basta, un modo di porsi), è una mancanza di rispetto in relazione a qualsiasi interlocutore.
    Poi, e ti prego di perdonarmi Elio, non ti conosco e magari interpreto le tue proposizioni nel modo meno opportuno.

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  119. caro Christian – in fondo non conosci nemmeno me… ma non conta. il tempo stringe, sono ancora debole e io semplicemente scrivevo un’esortazione alla potenza. e ti dicevo: e ripeto: in che rapporto è la tua figura di giovane con il linguaggio enfatico; in che rapporto è la struttura accademica ed editoriale con il pop (anche Marco Merlin anni fa mi parlò di poesia pop – non parlava di te). è un atteggiarsi? cerco di essere fedele ai nomi, e tu stesso ti chiami Christian: e questa è scuola di poesia. in cui sono invitato ad insegnare, come tu, se vuoi, sei invitato a leggere. semplicemente. ma ora il webpoint deve chiudere. vivete felici, non posso stare oltre. e auguri, forti, a tutti: nomen, omen, amen. (e a Fabrizio, di corsa, da qui)
    massimo

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  120. La mia come poesia pop, nel senso di popolare (spiega cosa intendi per il termine pop)? Puoi spiegare inoltre qual è la tua definizione di “liguaggio enfatico”, poiché io non formo nel senso del mettere in rilievo alcune particolarità del linguaggio, ma mi interesso di alcune funzioni che dovrebbero investire il processo di formazione, e nell’opera che citi mi preoccupo anche di diversificarle, anche per non poggiare la semantica su un’unica stampella, fatto che mi annoierebbe.

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  121. Caro Massimo, cerca di guarire, di respirare bene, e il mio augurio di Natale per te è: se sei innamorato di Christian, faglielo capire in modi meno contorti. Per tutti: che tutti possano vivere l’amore, non solo quello universale ma anche quello personale individuale di un essere umano verso un altro – senza vergogne senza infingimenti e senza repressioni. Come se fosse sempre la prima volta, completamente staccato da normative sociali e culturali, senza uno specchio alle spalle di denti che ringhiano – perché sei brutto, perché ti piacciono gli uomini, perché ti piacciono le donne, perché bisogna sposarsi per dimostrare qualcosa; come se venisse dal cielo, dal proprio cuore infante. Un augurio di amore puro per tutti. Magari ammutolire, io per prima. Un buon augurio nemmeno di Natale ma di tutto e niente, come dicesse Miao il gatto. Miao.

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  122. (sorriso di imbarazzo timidezza costernazione e pudore) – ma non avrei *speranze* con Christian… meglio battere in ritirata *prima*! e comunque: *non si volta chi a Stella è fisso*, scrisse un Maestro “irritato e irritante”. [per ‘amore’ – oh Dio – di Christian – avrei scritto almeno una poesia: ma non c’è; niente poesia, niente amore]

    *

    e il pop è il semplice che si gonfia, il colloquiale che è anche retorico, eppure comprensibile, eppure ‘stonato’ rispetto ad Ungaretti – come faccio a dirti che cosa è pop, ora, con l’acido che sale alla bocca? pensa alle Lettere d’amore nel frigo di Ligabue.

    e l’amore può fiorire, certo, e deve. senza infingimenti, e senza sbagliare Stella… ché questi sbagli si pagano *cari*. vivete felici!

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  123. bariffi, pensi se un prete (il nostro don, per esempio) facesse come lei a messa: “Che dio ci benedica!”. lei è rivoluzionaria.

    grazie massimo, viviamo felici… ma quando?…

    saluti, nonostante tutto. ma proprio tutto.

    rs

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  124. Sono stata fuori per Natale e qui vi siete scatenati… io credo che sia oggetivamente difficile definire cosa è poesia e cosa non lo è e d’altra parte questa distinzione mi ricorda troppo il Croce citato dal tutor della mia tesi di dottorato, per cui Dante era un poeta e Pellico non lo era, perciò non valeva la pena studiarlo… d’altra parte nell’800 la poesia aveva ancora un discreto numero di lettori e quindi si poteva dire di un poeta che era addentro alla propria epoca, che sapeva cantarla e raccontarla, oggi, i lettori sono pochi ed è difficile per tutti gli scrittori (anche quelli che scrivono in prosa) raccontare l’epoca, in cui viviamo.
    Cristina

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