Carolina Invernizio, la dismenorroica di Voghera – di Annalisa Busato

Carolina Invernizio

Cent millions de feuilletons
(ipotesi di trama con capitoli centrali intercambiabili)
Parte prima – LA FAMIGLIASTRA

Finalmente ritrovato il 127.mo romanzo di Carolina Invernizio, ambientato, con slancio futuristico, nel 2007. L’opera si conclude quanto mai tragicamente con una TOS (Terapia Ormonale Sostitutiva), la quale, subita dalla sfortunata protagonista, Carolina I***, in una condizione all’incirca simile agli arresti domiciliari, segna tragicamente la fine della rigogliosa vita onirico-fantasmatica di una fanciulla dal temperamento vivace e… sanguigno.
Carolina aveva regalato sfrenate gioie e trionfi intellettuali (orgasmi sublimati) al suo psicanalista, autore, per merito di lei, di: “Histoire d’I”, “Corpo Luteo e latenza dell’oblio”, “Il lettino di Procuste”, “Ciclo femminile e panni da lavare in casa” e dell’esaustivo testo:”Flusso di coscienza”.
Le opere di quel devoto seguace del viennese Dr.Freud avevano dato il via a dotte polemiche in ambiente accademico, specie dopo la pubblicazione su una nota rivista medica di uno sprezzante articolo, dal titolo “Sull’incidenza dell’allergia alla cellulosa nel vissuto onirico-mestruale della donna del sud-est europeo, Balcani inclusi”.
Purtroppo il manoscritto, trovato nel corso di restauri entro un antico baule, risulta gravemente danneggiato dal tempo e dalle intemperie. Per di più sembra sia stato diviso a metà, e dopo la sibillina scritta ” – pausa ” potrebbero esserci stati altri capitoli rivelatori… Ma saranno ritrovati?
Daremo in seguito notizie sulla fortunata trouvaille agli appassionati lettori della nostra Autrice, che rimane la più famosa e letta scrittrice del genere rosa.
Ecco dunque a voi l’incipit del romanzo “La famigliastra”.

Capitolo 1 (o “Primo ciclo: dal menarca a scendere”)
Il ritorno strisciante del rimosso (dismenorrea fa rima con logorrea)
Quella foto!
Forse elemento chiave del suo incommensurabile malstare era proprio la foto, che da sempre (così le pareva) troneggiava sopra il grande comò rosato, di bel legno di ciliegio, ereditato dalla nonna Amelia.
Qualsiasi malattia ha bisogno di un “organo compiacente” su cui fissarsi, di un punto debole, un ventre molle, ove lo spirito inguaiato può somatizzare:Carolina sentiva oscuramente che della sua numerosa e variamente complicata famiglia, di tutte le morbose storie emotive era lei l’organo bersaglio, in lei esse tutte trovavano sfogo e catartica espressione. Le torbide vicende dei I*** si erano alfine compiaciute di incarnarsi in lei, ultima figlia di molti inconfessabili peccati.
Fin dall’inizio, dal lontano giorno del menarca, tutto aveva iniziato a vorticare attorno al centro vitale del suo corpo fecondo. Il buon psicanalista presso il quale di recente lei aveva cercato aiuto proponeva di non sottovalutare il peso dell’influsso lunare sulle maree del suo flusso. Il trasferimento nella città di Mestre (nomen omen) di quel che restava della famiglia dopo che Nonna Amelia era mancata, aveva avuto sicuramente un determinante significato nell’insorgenza del sintomo.
A Mestre i bambini, nei loro gioco al dottore, osavano dire canagliescamente: “guarda che ti si vede Venezia!”e Carolina, all’inizio, era rimasta stupita, interdetta: lei non pensava mai al suo corpo femminile visto dal di fuori (“siedi composta, piccola”; “tira giù la gonna!”…), ma pensava sempre e solo al di dentro, era consapevole di sé e del suo corpo come di un caldo centro vitale, un accogliente grembo fecondo.
Il suo baricentro emotivo era lì, più o meno all’altezza dell’ombelico, un po’ più sotto e più dentro: ma sì, era proprio nell’utero, centro del femminile potere di riproduzione. E regolarmente, puntigliosamente, quel centro del Sé corporeo le si rivoltava contro, perché per parecchi giorni del mese riusciva a mantenere un totale dominio su di lei.
Era cosa risaputa, e tollerata con un mezzo sorriso da tutta la famiglia, che lei per una intera settimana ogni quattro, era fuori di sé, vaneggiava, smaniava, soffriva e soggiaceva spossata al suo “malessere femminile”.
Quel centro vitale parlava per suo conto, in quei fatidici giorni, e lei non poteva farci proprio niente.
“L’Es da cui siamo posseduti”, citava paziente il suo terapeuta.
“Non si spaventi, cara signorina: la forza biologica dell’Es sta parlando in lei, cerchiamo insieme di capirla”.
Ma Carolina era basita, annientata dalle sue stesse esternazioni, che rasentavano, insieme, l’emorragia e il delirio.
Ogni mese Carolina tornava a sentire l’arrivo di quel certo nonsocché, una sensazione diffusa di calore e di gelido brivido, accompagnata da ondate di morbinosa reverie e da una compulsione a parlare, parlare parlare.
Ebbene, i medici possono freddamente chiamarlo “sindrome premestruale”; ma questo malessere-benessere incalzante per lei era assai più che un accidente biologico: era uno stato d’animo che la portava in un mondo visionario e crepuscolare, ad un turbamento alto della psiche. Quasi un sanguinare dell’anima.
Ed ecco arrivare, assieme a quel calore vitale e torbido, il compiacimento di essere nella regola, di essere donna come non mai, e ancora un vago senso di disgusto e dis-piacere (vergogna, forse, del suo regale mestruare?). E frutto di questo oscillante ed erotico altalenare, ecco presentarsi una coorte di sogni conturbanti, che ciclicamente si riproponevano, saturi di emozioni erotiche vorticanti tra orgasmo ed incubo.
Poi, di giorno, altri sogni turbinavano, sogni ad occhi aperti, tutti figli di un persecutorio pensiero fisso, pensieri più intriganti di qualsiasi chiaro pensare. E lei doveva sfogarsi, lasciar scorrere il fiume delle parole, lasciarsi andare. E le sembrava di vedere e capire meglio ogni cosa, immersa e insieme svuotata da quel selvaggio. irrefrtenabile “flusso di coscienza”.
E i suoi lampi d’intuito, quelle istantanee folgorazioni, già da tempo giravano attorno allo stesso conturbante tema: lentamente si andava componendo, come in un’opera espressionista dai colori violenti, la visione di un gruppo di famiglia tratteggiato con pennellate vigorose.
Quel quadro ormai inequivocabilmente le stava imponendo una straordinaria e potente agnizione: era una foto (quella sul comò e insieme un’altra…possibile?) in cui più generazioni erano presenti, un albero genealogico vivente, nel quale Carolina vedeva ormai con chiarezza che somiglianze e parentele non quadravano, che i conti e i numeri non tornavano: c’erano tutti i suoi famigliari, ma nessuno, nella realtà, era quello che nella foto sembrava essere. E viceversa.
… A seguire, ogni 28 giorni, le tranches di questo appassionante feuilleton: ogni volta un nuovo episodio, rivelatore di dismenorrea/logorrea, la cui lettura può essere affrontata anche in ordine variabile, secondo l’estro del lettore. Carolina, a partire dalla foto di famiglia, scopre, mese dopo mese, la verità su ciascun singolo membro. Tale verità si svela in vaticinanti logorroici mono-loghi.
Anticipiamo alcuni titoli:

* La famiglia, mucchio selvaggio e groviglio di vipere.
* (Dall’al di là, parla nonna Amelia)
* Mater semper incerta
* Padre morto tragicamente al momento del parto (Trivellato…)
* Un padre putativo per Carolina?
* Vene varicose e rami dispersi dell’albero genealogico
* Grazie zia!
* L’importanza di non chiamarsi Ernesto (cugino? fratello? o chissà)
* Differenze di generi (i generi sono i mariti delle figlie?)
* Sorelle di sangue: rituali primordiali e sorellanza
* Adozione e rimozione
* VERSO L’AGNIZIONE TOTALE: “Io sono quel che penso che tu pensi che io sia”
* Quasi epilogo (-) pausa = TOS (Terapia Ormonale Sostitutiva) forzata per contenere l’incontenibile flusso di coscienza di Carolina.

5 pensieri su “Carolina Invernizio, la dismenorroica di Voghera – di Annalisa Busato

  1. Carolina Invernizio, modestamente,
    stava qui vicino a me, in Torino, Borgo San Salvario, Via Goito; però non si è mai presentata a casa mia, non ho capito perché.
    Forse perchè non ero ancora nato.
    Forse sono un figlio apocrifo di Carolina Invernizio.
    Ho dei dubbi atroci.
    Poi leggo il tutto pe’ vedere se si svela l’arcano.

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  2. L’autrice della “dotta trouvaille” è una psicanalista.
    Ultimamente, a un convegno di psico-buontemponi, ha tenuto un seminario sul tema “Corpo Luteo e latenza dell’oblio”, che non so bene cosa significhi. Lo scherzo letterario è comunque assai gustoso.
    G.M.

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  3. Mariobianco, a proposito: hai visto sui Feaci? Volevo postare qui la prefazione di Massimo Tosco, ma preferisco che lo faccia tu. Anche quella è una cosa goduriosa. E i testi dell’APT sono molto buoni (i Feaci ne raccomandano caldamente la lettura).

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  4. Grazie, giò. E’ avanzata una chela d’astice, te le sei meritata 🙂
    Che emozione rivedere la mia cara Carolina! Questa cosa mi costò sforzi esegetici non indifferenti, soprattutto “il bacio di una morta”… Saluti a tutti, un bacio a Franz.
    annalisa

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