Roma per le strade

Me la guardo, Roma, attraverso gli occhi degli scrittori.
Di questi scrittori.

Non molti romani di nascita. Tutti romani nell’anima.

Guardo Roma leggendo di luoghi vissuti e sento che la città cambia. Costantemente. Non solo dentro gli occhi di chi la vive, ma anche (soprattutto?) nelle epoche, nel tempo.

Quando la casa editrice Azimut per la sua non-antologia “Roma per le strade” ha chiesto a 13 autori (famosi, noti ed esordienti) di scrivere un racconto con l’unico vincolo di parlare di una strada di Roma, probabilmente ha pensato a quanto potesse essere forte e manifesto lo spirito del luogo, quella presenza magica, simbolica, religiosa che nel luogo risiede e lo fa tale in energia e stupore.

Ed invece gli autori hanno domato le strade, proponendo al loro genius loci un patto: memoria contro autoironia, sogno contro simbolo, diario contro magia.

Strade che evocano sensazioni sconosciute, scarnificate di tutte le simbologie che dimorano nel mio ricordo; strade diverse ed uniche, a volte incomprensibili, a volte rivelatrici.

Davanti ad una cartina della città cerco di indovinare un percorso spostandomi di racconto in racconto, ma riesco solo a creare nuovi nodi di linee e di pensieri.

Partendo dalla felicità neorealista del contrabbandiere di Piazza dei Mirti (Alessio Brandolini) ci si può inoltrare nel cuore di una Torpignattara (Paolo Di Reda) multietnica e medicamentosa e, voltando pagina, raggiungere (come si fa nei sogni) Ponte S. Angelo dove, di notte, si possono perdere cuore e calore in una nebbia d’altrove (Guido Farneti); poi conoscere Assunta che è stata assunta (potrebbe essere diverso?) nel palazzone dal quale assegna previdenze a tutti quegli scrittori che hanno scritto qualcosa ma non hanno mai pubblicato nulla (Cristiana Lardo) e, tornando indietro, inoltrarsi nel delirio di Mario Lunetta che, in compagnia di Borges, sbuca dai palazzi e dai sotterranei dello Stradone di San Giovanni.
Da Testaccio rigatoni-e-pajata che Monica Maggi mostra, invece, in una veste sensuale e selvaggia, alla Garbatella sulla scena dell’assassinio della bella lattaia di Piazza Da Carbonara (Danila Marsotto) e di nuovo indietro e lontano fino a Via della Conciliazione dove s’affaccia il dolore della vecchiaia rifiutata (Francesca Mazzucato), mentre, di nuovo oltre il fiume, s’annoda, nel romanesco inventato da Fabrizio Patriarca, la notte dei transessuali e degli infamoni del Serafico.
E la via crucis di Fabio Pierangeli da Termini a Via Latina fra gli altarini dei drammi di strada si conclude lontano, più a nord, nel quartiere Prati del quale Tiziana Privitera racconta lustri di vita, di cambiamenti e di piccole memorie del cuore borghese della capitale ed ancora lì indugiano gli occhi per sorprendersi del potere a più facce fra consigli d’amministrazione della RAI e vecchi comizi del PCI a Piazza Campo de’ Fiori (Renzo Rosso).
Ed infine la cupola di San Pietro indorata di tramonto che nel suo brillare scioglie i nodi di amori finiti in ricordi inalienabili (Crisiana Rumori).

A Roma si può fare questo.
Roma è una città che accoglie e lenisce. E spesso inganna.

Eppure questa raccolta di racconti, oltre a condurre, sorprende.
E leggendola mi sorprendo a scoprire che lo stesso luogo, che finora ha evocato un’immagine, può suscitarne altre che s’intersecano o si sostituiscono ed accrescono il grande ventre assolato e splendente di questa città.

2 pensieri su “Roma per le strade

  1. un’operazione molto interessante, Isabella. leggere la città dalla parte dei narratori può fare solo bene alla medesima. legare ogni via a una storia è il miglior navigatore che io riesca a immaginare.

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  2. Mi sono trasferito a Roma un anno e mezzo fa, per frequentare l’università. Sarò retorico, ma non posso fare a meno di dire che è stato amore fin dal primo istante: mi sono sentito a casa come mai prima.
    E’ molto tempo che cerco una definizione per quella sensazione, quel torpore, che le vie e i grovigli della Capitale concedono a chi li attraversa. Forse, in maniera quasi inattesa, le strade deformate dal traffico, l’ordito sfilacciato del Tevere, la costante diversità dei volti, l’irripetibilità di ogni curva, ogni piazza, ogni cupola, finiscono per diventare una calda protezione. Un utero.
    Spero che in quest’antologia, già da tempo nella mia “lista dei desideri”, qualcuno abbia saputo trovare le parole giuste per Roma. E’ difficile. Impossibile, direi, ed è bello così: Roma si vive solo camminando…

    Michele

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