Canti emiliani dei morti di Giuseppe Caliceti

L’idea sottostante a Canti emiliani dei morti è raccontare un lungo pezzo della vita del suo autore, dall’infanzia – Giuseppe Caliceti nasce nel 1964 – fino al 2000, anno della morte di suo padre. Il libro è strutturato in quattro canti ed è scritto in forma di poesia narrativa. Si tratta perciò di un’opera dove i versi, la loro costruzione e la costruzione strutturale del tutto, dove la ricerca e la sapienza sul tipo di linguaggio proprio della poesia, cioè denso e profondo, libero di pescare da qualunque dimensione, e inoltre musicale – si accompagnano alla precisa voglia di raccontare una vicenda. In termini paradossali: se non fosse poesia sarebbe un romanzo. Ma la poesia ci sta bene per noi che leggiamo, e sta bene anche a Caliceti, che nell’Introduzione dichiara di essere consapevole del fatto che in questo modo gli riesce più facile raccontare quello a cui tiene, e che pertanto lo accetta e lo svolge così, il compito.
Scrivo questa recensione e la mia maggiore voglia è quella di non dire banalità, di non dire sciocchezze, intellettualismi, scontatezze. Di non salire sul trenino kitsch facile da prendere dell’adesione al ricordo di un passato che in parte è anche il mio. Vorrei staccare il fatto che anch’io come Caliceti sono over-quarantenne, dal tentativo di cercare quanto e come possa valere il libro per chi ha altri anni. Non mi va un mero discorso generazionale, mi sollecitano invece contenuti, immagini ed emozioni. Roba fina? Sì. Qui la trovo? Sì.
Sta di fatto comunque che siamo adulti e in qualche modo lo siamo diventati. Ecco una verità incontestabile che soggettivamente, santiddio, è già piuttosto difficile da capire, se non da credere. Una cosa seria, quella di essere nati negli anni Sessanta, e di cui non mi lagno affatto: quando eravamo piccoli, tutti i grandi avevano visto la guerra, tutti i grandi venivano dall’Italia contadina, anche i cittadini, tutti i grandi avevano un universo che era uno, da trasmettere ai loro figli, fosse di valore-amore o fosse anche, nel caso estremo, di negazione o sparizione o assenza o botte. Figurarsi nel Reggiano, che è sapido ancora adesso. Figurarsi un maestro elementare, come il papà di Caliceti.
Canti emiliani dei morti è un libro che ha avuto gestazione lunghissima, una specie di racconto infinito che ha doppiato la vita di Caliceti, e che lui continua a scrivere anche adesso, in continue puntate successive; un lavoro in progress, un diario, si potrebbe anche dire. Un diario lavorato: la storia di una vita in presa diretta dall’interno, uno scrivere-azione costante, con cura e pretesa, articolato e orchestrato, mescolato e messo in forma. Il lavoro è altamente limato e costruito, tanto che leggendolo ho pensato che seguisse un modello ideale di tipo sinfonico, dal ritmo unitario nascosto sotto architettura – e poi ne ho trovato conferma nell’Introduzione: quindi vuol dire che la cosa è vera ed è riuscita. Me ne sono accorta dal sapiente ritornare di alcune suggestioni sparse per il libro, a creare un ritmo nascosto, vicino a modo suo ai ritmi segreti delle giornate e degli anni.
Questa storia è la storia di Giuseppe Caliceti, un ragazzo emiliano figlio di un maestro contadino, un bambino che prima nasce, ma dopo cresce, va a scuola, studia il violino. In certi anni particolari e con delle passioni particolari. Osservare, vagare, campagna, precipizio all’indietro, il crogiolo dello scrivere che verrà. Una frase da pag. 12: “La verde spiaggia della nostra verde infanzia. I conigli prima di essere scuoiati crescono liberi e felici di farsi le tane, liberi e felici sotto i tronchi alti dei pioppi da cui nasce il vento. Potare insieme le viti. Irrigare i campi. Preparare fascine per l’inverno. Costruire un enorme recinto di rete. No, non ero libero. Non ero felice. Non lo so. Non posso dirlo. Non si può ricordare una felicità. Ricordare una felicità è già una tristezza”.
Quindi poi c’è la scuola superiore, il passaggio oscuro e cocente che forse nessuno capirà mai dall’infanzia all’adolescenza, con l’irrompere del dramma della socializzazione e del confronto con gli altri. E siccome Caliceti lavora di fino il suo libro intarsiandolo con citazioni di altre poesie e altri libri, ma anche di ritornelli vari e di canzoni, anch’io metterò qui dei versetti di una canzone dei Tre allegri ragazzi morti: “Ogni adolescenza coincide con la guerra, che sia falsa che sia vera, ogni adolescenza coincide con la guerra, che sia vinta che sia persa”.
Le ragazze, la scuola. Che istituzione da paura, che gorgo! Con azione pura, ormonale, fra il tutto e il niente, con incoscienza d’oro nascente, cosa capita a Caliceti? Sono anni in cui politica e socialità striano le fibre della crescita. Allora lui comincia a frequentare teatro, musica, poesia. Ha un amico, un maestro, Corrado Costa, che compare lungo tutto il libro. E’ anche uno dei primi morti a ben vedere, in questa cavalcata sovrapposta in forma scritta a una vita, il cui titolo evoca esplicitamente la gran lettura misterica del Libro tibetano dei morti.
La poesia italiana contemporanea entra dunque come interesse e come partecipazione nella vita di Caliceti, iniziato alla scrittura e ai suoi riti di socialità nel clima della neoavanguardia, poi Gruppo ’93. Nel libro compaiono decine di nomi e situazioni, e ne viene fuori come una traccia di storia della poesia nei decenni recenti in Italia: una poesia che ha cercato di esserci anche come movimento, con intenti anche di aggregazione e teoria, che senza dubbio qualcosa è stata e qualcosa ha fatto. Mi ricordo, ci andavo anch’io giovanissima a situazioni di poesia , però avevo sempre la sensazione che ci fosse un sottofondo forzato, eppure ero nel pieno della scoperta del mondo: io come un cagnolino che batte la coda li guardavo tutti come fossero semidei, quelle persone che parlavano, anche gli uomini più aggressivi e depressi, anche le – poche – donne, che a differenza degli uomini mi parevano tutte non convenzionali. Se giovani come me ce ne fossero stati altri non saprei: forse pochi, oppure si atteggiavano e mi confondevano le idee, ad ogni modo ero troppo timida, difficile perciò fare testo. Caliceti meno, mi sembra, suonava il violino, faceva da spalla nelle performances, si buttava.
E tra i ricordi più personali, le amicizie di ogni genere, l’amore, la poesia, la politica, il libro va avanti e Caliceti racconta, racconta, nomina, fa riferimenti agli innumerevoli episodi che hanno costruito la sua vita e che ovviamente noi non sappiamo. Monologo suo, a volte tanto privato che non si capisce, ma evoca. Diario, annotazioni, giù tutto, tira giù tutto, dai forza! Tira su tutto. Io che leggo lo seguo: dove so, so, dove non so seguo. Come ho detto, mi fido, vedo – compenso inventando e credo. Sono qui con Giuseppe Caliceti che mi racconta la sua vita, massimo rispetto dunque, guardo a che pagina sono, pag. 61 – e vedi che roba, il mio anno! che combinazione – e non mi interessa la nostalgia. Vediamo di avanzare. Ormai lo scritto è vorticoso, lui è in piena, sto leggendo il vissuto dell’amore serio, l’incontro con la donna che diventa sua moglie; la tensione espressiva è totale, mirata a restituire, nelle parole dell’Intro di Caliceti, “la complessità degli eventi psichici e fisici che mi attraversano e in cui sono immerso”.
E poi infine nel quarto canto il big bang, epico direi, di come muore suo padre e di come questo evento tagli in due la vita. Siamo all’incomprensibilità della vita stessa, un corto circuito fra eternità e tempo in forma orrenda, perché sono i momenti in cui l’eternità strappa le carni mortali con la sua unghiata più nera, ma in questo stesso modo sulla tela strappata e insanguinata ci mette una firma anche il senso del tempo. Parassitario, chi lo sa? il tempo. Una complicità occulta fra la morte e la vita che davvero conturba. Fortunati coloro che sanno leggere e scrivere, che è un modo in più per ruminare questo mistero, esprimerlo, consolarsi, boh, cercare di capire, cercare di creare un senso a partire dalla propria avventura. Fine per ora, aspettiamo il seguito.

Canti emiliani dei morti di Giuseppe Caliceti è pubblicato da vibrisselibri e liberamente scaricabile dal sito http://www.vibrisselibri.net

3 pensieri su “Canti emiliani dei morti di Giuseppe Caliceti

  1. Sembra un libro molto interessante, me lo leggo di sicuro.
    Però.
    “Ricordare una felicità è già una tristezza”
    Non sono daccordo.
    E’ il retrogusto, che assicura la sincerità del vino.

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  2. mi intriga il concetto di poesia narrativa.

    Per me è un po’ come il concetto di interismo rossonero, di laicità papista, o, più immaginificamente e restando sul politico, delle note convergenze parallele.

    Qualcuno mi aiuta a vederci più chiaro? 🙂

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