Lai di Penelopo – di Fabio Franzin

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scrivere degli abbaini

scrivere degli abbaini dice, in grafia
sghemba e frettolosa, un mio appunto
solitario dal margine destro del foglio
a quadretti di un notes consunto

ora, a distanza di anni, non so più
cosa mi spinse a segnarmi quella breve
frase esortativa; se non che lo feci
mentre mi trovavo a passeggiare
per il centro storico di Merano
una sera caliginosa di fine novembre

il bavero del soprabito rialzato
come un paraocchi a indirizzare
lo sguardo a quelle alte finestrelle
illuminate, ai vetri appannati evocanti
una nicchia, quel tepore cui ho smesso
ormai di anelare. Scrivere degli abbaini
scrissi, allora, come se avessi già intuito
tutte le mie ormai così prossime nostalgie,
come se avessi già palpato la densità
del buio che continuo a dover attraversare
prima di poter rivolgere in alto, di nuovo,
l’aspettativa di un abbraccio, di qualcuno
che mi indichi il margine estremo di me stesso.

****

Stretto è ormai il nodo
del silenzio. Il nome azzurro
dorme fra erbe selvagge
piegate dalla bora. Basterebbe
che una frase avesse ritrovato
le sue brune e tarlate ali

che calasse, complice il buio,
in questa pianura priva d’echi.
Ma è stretto, ormai, il nodo
viola del silenzio, e galassie
di voci si incendiano all’urlo
rauco che strazia ogni aurora.

Non ci accorgemmo che già
per lenti gesti, per passi sempre
più strascicati, stavamo diventando
statue, ma le spine già ci avvolsero,
risalirono, lente e incessanti in noi
come parole antiche: scrissero
graffi sulla nostra pelle, lievi
strisce mute di un crudele alfabeto.

****

Penelopo

Parole. Come refe, per cucire
le ferite nel ghiaccio. Con cura.
Poi ciprie di suoni a lenire
il disagio dei colpiti. La paura.

Allevo i voli fuori stormo,
il deviar di rotta dei folli
al rollio dei conteggi, formo
geometrie di neve e polline,

recingo di argentea filigrana
la cornice nuda di un’ipotesi,
frugo ogni anfratto, in ogni tana

infilo sillabe, nei più freddi mesi
rammendo i coralli, poi di lana
viola rivesto il silenzio. La sua tesi.

****

Pioggia d’alfabeti, e fiabe
lievi come neve, sugli abeti.
Ora è con gli occhi
che sei costretto a bere
il succo amaro delle foglie

e devi dare il suo posto alle cose,
ai sentimenti. Devi capire
quale sia il costo di ogni carezza,
cosa sia troppo e cosa poco
e cosa strozza la parola ancora in gola.
Devi intuire il grado esatto di silenzio
che ci vuole affinché il suo volo spicchi
oltre il tranello dei brusii, oltre i boschi
bui del cicaleccio e della bugia.

Fare in modo che non bruci un nome,
che un nodo di segni ed erbe
intrecci, sulla tua fronte,
la più sacra costellazione.

****

Ho già cancellato le mie tracce
nel tuo corpo. Con cura. Le impronte
digitali. Ho già richiamato indietro
tutte le parole in cui credesti,
le creste di quelle ali che tentai
di farti spuntare, allora, sulle spalle.
Ed ora che un fascio di luce purifica
ogni centimetro della tua pelle pallida,
ora che un gesto resta prigioniero
di un’intenzione e la storia sorvola
in una zona interna, dove il dolore
urla fra pareti di notte e cotone

la mano si chiude, deturpa
la carezza che ancora vi trema
e alla memoria non rimane
che leccare quella ferita
con la calma di un cane
entrato per sbaglio fra le colonne
di una cattedrale, fra i caldi
bagliori delle sue vetrate.

****

Sparpaglia i pensieri
il vento. Li ingarbuglia.

Così nel sorriso richiuso
vi si insinua un capriccio
di rovi e rovine. Così
nel ricordo della tua mano
nuda fra le mele
il ronzio di una nausea
senza nome adultera
la grazia che serbava.

Un torpore di sillabe
percorre l’aria con erbe
strappate a condensarsi
in uno sciame di voci e soffioni
e i fiori si schiacciano
contro le schegge dei vetri
di un casolare abbandonato.

La parola più cara gravita
in un’atmosfera carica di cenere,
foglie e ali secche di formiche.

****

Le volte che sembra persino
un abbraccio il buio, e stanco
segui l’ombra che percorre
e copre il tavolo come fosse
una leggera tovaglia stesa,
con un colpo solo, sopra
il posacenere, il bicchiere,
la bottiglia e le tue mani

che abbandoni lì, inerti
per paura che l’ombra
si impigli nell’anello muto,
per timore di udire lo schianto,
il fragore dei vetri

che il giorno illumini
le schegge, sul pavimento,
le gocce di sangue
che si inseguono
sino al divano.

(Immagine: Alberto Sughi – Il cespuglio, 1971)

7 pensieri su “Lai di Penelopo – di Fabio Franzin

  1. Ho già cancellato le mie tracce
    nel tuo corpo. Con cura. Le impronte
    digitali. Ho già richiamato……

    Momenti di vera commozione, mi sembra di intravedere, che mi evocano tutto un mondo sommerso, ma intenso e presente. Grazie.

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  2. Un uso dell’enjambement raffinatissimo, di una musicalità rara. Sono versi riflessivi, a volte definitivi, che però riescono ad avere la naturalezza di un panno steso al sole, magari proprio dirimpetto ad un abbaino. Il procedimento introspettivo mi ha ricordato certi periodi di Musil che sto leggendo nella sua opera prima, “I turbamenti del giovane Torles”. La lirica che più mi è piaciuta, comunque, è indubbiamente la prima. Grazie e a presto!

    Michele

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  3. Schegge, tracce, sillabe come fili di una tela infinita (ed interminabile), note a margine abbaini… mi sembra questa una poesia invernale, di briciole, silenzio e residui da cui ricomporre un tutto. Molto nelle mie corde.

    Complimenti all’autore e grazie a Franz per questo azzeccato post di fine anno. (La prima è quella che preferisco – forse perché gli abbaini mi fanno pensare all’infanzia e ai demoni della soffitta).

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  4. E’ un inedito, che Franzin ci ha voluto regalare. Sono d’accordo con Francesca. A mio avviso, abbiamo a che fare con un poeta di grande valore. (Recentemente Andrea Raos ha postato un suo bellissimo poemetto su Nazione Indiana, consiglio di leggerlo, basta scrivere il nome dell’autore nella finestrella “search”).

    FK

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  5. Saluto e ringrazio i lettori de “La poesia e lo spirito” che sono intervenuti a commentare i miei “Lai”, ringrazio soprattutto l’ormai caro amico Franz, e colgo l’occasione per augurare a tutti, redazione e lettori, un 2008 sereno e di pace.
    Sembra, anche dopo il vile assassinio di Benazir Bhutto, che “questa bellezza” non riesce a salvare il mondo, la violenza che impera è, ormai, un dato incontrovertibile e incontenibile, purtroppo, ma noi, noi che ci affidiamo a entità così fragili come le parole, sentiamo che esse fanno argine a tale violenza, che bastano, forse, a salvare noi stessi; se riescono a raggiungere anche qualcun altro, allora, la carezza immaginata ha trovato la pelle in cui scivolare.

    Grazie a tutti, buon 2008. Fabio Franzin

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