K

Uno dei tanti vizi umani consiste nello “scoprire” qualcuno (cantante, sportivo, poeta, uomo politico, ecc.), metterlo su un altare, tributargli omaggi quotidiani e mandare al rogo per lesa maestà chiunque osi mostrarsi tiepido. È un fenomeno che avviene un po’ dappertutto, ma in Italia è considerato quasi un dovere: noi non siamo capaci di vivere senza idoli, in politica, in musica, nello sport e in ogni campo dell’attività umana. Anche in letteratura.
Sapendo che le cose stanno così, quando l’aspirante intellettuale scrive un articolo o una recensione, non dimentichi di infilare il prescritto omaggio al mostro sacro e sarà in regola con le norme dell’establishment. Per esempio, secondo i canoni correnti e fino al prossimo contrordine, è possibile trattare Faulkner con una certa sufficienza, è permesso snobbare l’Ulisse di Joyce purché non si dimentichi di elogiare i Dublinesi, ma guai a criticare il Mostro Sacro (e per “criticare” intendo anche solo avanzare lievi dubbi su aspetti marginali): si rischia la pelle!
Da quando gli italiani hanno scoperto Franz Kafka, verso la fine degli anni ’50, l’hanno canonizzato, beatificato e santificato. Più o meno nella stessa epoca l’hanno scoperto anche nel resto del mondo: dappertutto è stato giustamente riconosciuto come una pietra miliare della letteratura mondiale, ma in Italia si sfiora l’idolatria. Guai a chi si azzardi, non dico a ridimensionarlo, ma anche solo a guardarlo con occhi disincantati. Guai a considerare pura e semplice comicità gli spunti di ironia yiddisch. L’intellighenzia strilla in coro: niente affatto! Il mostro sacro non può far ridere o anche solo sorridere. Il mostro sacro fa pensare.
E per salire la scala del suo pensiero è obbligatorio vivere i suoi dolori, le sue malattie, le sue tristezze (solo le tristezze, mi raccomando! Nessuno si azzardi a immaginarselo allegramente in birreria mentre scambia battute da fratelli Marx con gli amici!). E non solo: è obbligatorio essere andati in pellegrinaggio a Praga, preferibilmente in novembre, quando piove e fa un freddo cane. È obbligatorio conoscere le lettere più insignificanti del Nostro, saper citare aneddoti, confidenze e gossip. È obbligatorio ricordare in ogni pubblica occasione che la filiale ceca delle Assicurazioni Generali ebbe l’onore di pagargli uno stipendio per qualche mese (ormai lo sanno anche i gatti, ma guai se dimenticate di dirlo). È obbligatorio soprattutto prosternarsi davanti al Sommo, all’Inarrivabile, a Lui che non ha mai scritto neanche una virgola sbagliata e, anche quando è evidentemente sbagliata, be’, è sbagliata così bene che diventa giusta!
Al di là delle esagerazioni, è vero che Kafka rappresenta un punto di svolta nella cultura universale. Anche se la sua tematica è estremamente semplice, proprio per questo colpisce nel profondo. È stato lui a smascherare l’assurdità della condizione umana, questo vivere senza scopo, con la gobba piegata sotto il peso del senso di colpa, senza sapere di che colpa si tratti. (Eppure, per tutti gli anni ’60 le parole-chiave nell’interpretazione di Metamorfosi, Castello e Processo, furono alienazione e spersonalizzazione, come se il senso di colpa non ce lo portassimo dentro ab origine, ma fosse causato dal sistema economico e sociale. Nel frattempo, con bella sbrigatività, a est della cortina di ferro Kafka era all’indice e le sue opere circolavano alla macchia).
Come arriva Kafka a precisare la sua tematica? Attraverso l’osservazione dei rapporti con il padre, con le donne, con il mondo, si dice. Ma nella seconda metà dell’Ottocento tutta la cultura europea stava dibattendo il problema del senso di colpa. Il brodo di coltura in cui nascono Kafka e Freud viene dalla generazione precedente. Kierkegaard aveva riscoperto l’angoscia esistenziale. Schopenhauer aveva individuato la colpa nell’esistenza stessa e non vedeva altra salvezza che il rifiuto della vita. Nietzsche esaltava la volontà di potenza proprio per sottrarsi al giogo del senso di colpa. Wagner oscillava fra suggestioni nietzscheane e prefigurazioni freudiane. Maeterlink trasportava i colpevoli Pelléas e Melisande in un trasognato n’importe où.
Kafka non crede alla volontà di potenza, alle catarsi psichiatriche o alle rassegnazioni orientaleggianti; sente profondamente la realtà del senso di colpa, sente l’impotenza di fronte all’ineluttabile, e trasporta tutto ciò in un mondo surreale, crudelmente autoironico. Chissà dove, chissà quando, abbiamo commesso un delitto; l’abbiamo rimosso dalla memoria e non meritiamo neppure che la colpa ci venga contestata; saremo puniti, punto e basta. La vita è un intervallo fra la sentenza e l’esecuzione. Un intervallo nel quale capita anche di ridere amaramente.
***
Detto questo, e reso omaggio alla drammatica semplicità di questa visione, bisogna pur valutarla sotto l’aspetto filosofico e letterario.
Dal punto di vista filosofico si può solo dire che l’impostazione di Kafka, come quella di Leopardi, non contiene errori logici ma è incompleta. Coglie solo una faccia della realtà. Avrebbe bisogno di aprire la visuale sul panorama e invece la concentra in un microscopio.
Ma quanto all’aspetto letterario lasciatemi tirare il fiato, perché qui ci vuole il coraggio di Fantozzi al cineforum. Premesso che la corazzata Potëmkin rimane un capolavoro dell’arte cinematografica anche se, visto e rivisto decine di volte, diventa “una cagata pazzesca”, dichiaro e sottoscrivo che i romanzi di Kafka sono pietre miliari della cultura umana, ma sono di una pesantezza insopportabile.
E c’è poco da meravigliarsi. Con le sue premesse ideologiche Kafka può immaginare situazioni, ma non può sviluppare vicende, conflitti e scioglimenti. La sua narrazione manca di dinamismo, fatta com’è di situazioni senza via d’uscita. Come andrà a finire Gregor Samsa è già scritto nell’incipit; non ci può essere un climax perché non c’è suspence; e il finale con la gita in carrozza della famiglia Samsa non è un anticlimax ma una pietra tombale. In mezzo, ci sono troppe pagine in cui la stessa situazione viene riproposta cento volte, con variazioni lievissime, spesso insignificanti. La narrazione kafkiana (tranne in qualcuno dei suoi primi racconti) è totalmente priva di azione. Kafka non proietta un film: presenta una fotografia, poi la ripresenta con un particolare ritoccato, e poi ancora con un altro particolare corretto, e poi di nuovo, e di nuovo ancora, e così via. Dubito che Kafka abbia “inventato” questo modo di narrare per meglio raccontare l’ossessione. Al contrario: credo che vivere l’ossessione gli abbia fatto perdere il contatto con il lettore di narrativa. Il procedimento per accumulo è tipico della saggistica tedesca, usa a stabilire un principio, illustrarlo e ripeterlo infinite volte per pestarlo in testa al lettore zuccone.
Si dirà: la vita degli uomini qualunque è fatta così, è un monotono accumularsi di piccole variazioni sullo stesso tema. Ma tutti gli scrittori sanno che la narrazione non può riprodurre pari pari la realtà. Deve organizzare i fatti, tagliare le pause, introdurre senso. Anche chi ritiene che la vita sia un inutile dibattersi nel vortice del caos e astrattamente apprezza il modo di narrare kafkiano non può ignorare che, quando si rappresenta la realtà come fanno le telecamere degli impianti di sorveglianza, il risultato è la noia. Parliamoci chiaro: le pagine memorabili del Processo sono una decina in tutto. Sono così stupende che bastano ad assicurare all’autore la sua meritata fama, ma annegano fra centinaia di altre pagine dominate da una noia irrimediabile.
Insomma, guardando a Kafka con occhi disincantati, sono portato a considerarlo un grande intellettuale, ma uno scrittore sopravvalutato. Il suo ritornare ossessivo sulla stessa situazione, avrebbe bisogno di misura per concentrare la forza dell’esposizione, per non disperderla. Invece Kafka si dilunga come se non avesse l’idea della misura, come se non sapesse che il romanzo ha bisogno di una vicenda, mentre il taglio adatto per fotografare una situazione è il racconto.
Se la Metamorfosi fosse lungo la metà e accennasse all’aridità dei familiari non più di un paio di volte, il surrealismo della metamorfosi di Gregor (il vero atout del racconto) risulterebbe meglio bilanciato rispetto alla messa in berlina degli egoismi borghesi (tema trattato da Balzac a Zola, e ormai esausto). Invece Kafka calca la mano sulla mentalità filistea dei signori Samsa come se i lettori fossero degli imbecilli che, per afferrare un concetto peraltro ben noto, hanno bisogno di sentirselo ripetere fino alla nausea.
E che racconto fulminante sarebbe il Processo se Kafka l’avesse condensato in una quarantina di pagine! Macché: ne ha volute dieci volte tante. Il risultato è che la maggior parte dei lettori non lo compra, la maggior parte di chi prova a leggerlo lo lascia a metà, e i pochi che arrivano fino in fondo sono così sfiniti che quasi non gustano la stupenda pagina finale.
Peccato.

17 pensieri su “K

  1. Eh sì, anche Kafka avrebbe avuto bisogno di un editor… Ma dai! I racconti di Kafka hanno più a che fare con la saggistica/la riflessione filosofica che con la narrativa. Se fosse vivo e accogliesse le correzioni che gli proponi, diventerebbe forse un narratore migliore, ma sarebbe uno scrittore normalissimo.

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  2. sono affascinata da questa analisi. A me Kafka piace, anche se gli riconosco quella pesantezza che tu dici. E comunque non ho letto tutta la sua produzione. Il Processo l’ho letto tutto, s’intende… con quel certo sfinimento ben descritto qui, ma anche con l’ammirazione per aver saputo descrivere così bene una situazione che è assolutamente attuale. E ho rabbrividito nel finale…
    Credo anch’io che con i racconti vada meglio. Comunque, a me … me piace!

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  3. Apprezzo la sincerità di questo pezzo, anche se, Riccardo, cadi nell’errore di mescolare certe difficoltà di lettura tue personali, resistenze legittime e probabilmente condivisibili da altri, cioè noia, pesantezza ecc. con presunti limiti letterari di Kafka. Può darsi che oggi non siamo più abituati ai ritmi narrativi di Kafka, in questi tempi così veloci e aleatori. Tuttavia sarebbe salutare, terapeutico riuscire a lasciarsi andare all’opera di chi, un giorno, disse “Io sono letteratura”. Ed è vero purtroppo per lui, per fortuna per noi. Per la letteratura Kafka rinunciò a vivere, a sposarsi, forse a guarire o ad avere una vita sana. Kafka è letteratura, e Il Processo è forse il suo libro più perfetto. Non ha un solo tempo morto, è denso di immagini di una potenza che forse, oggi, e credo sia anche il tuo caso Riccardo, si fa fatica a reggere.

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  4. Kafka, noioso? ho letto il processo tutto d’un fiato, senza un solo istante di cedimento, incollata alla sedia dall’inizio alla fine. ha ragione #3: non si può imputare a K l’assenza di lettori ma a chi leggendo non è in grado di entrare nel suo ritmo narrativo. è lui che decide il tempo non il lettore. sarebbe curioso dire di wagner che dovrebbe accorciare Der Ring des Nibelungen per renderlo ascoltabile o chiedere a mahler di dare una sforbiciata alla nona sinfonia.

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  5. Elena, non sarebbe curioso: sarebbe delinquenziale! Ma non ti pare che la struttura narrativa kafkiana sia totalmente diversa da quella wagneriana? Nel Ring c’è fior di sviluppo narrativo, conflitto, climax. Nel Processo niente di tutto ciò. Se poi vogliamo sostenere che è lo stesso letterariamente valido, allora vorrà dire che la validità letteraria non è un valore universale se qualcuno, per avere accesso alla riflessione filosofica del testo, deve attraversare lunghi momenti di “fatica della lettura”. Per questo sostengo nel post che Kafka è più grande come intellettuale che come narratore.

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  6. La fatica, nella lettura, è come nella vita. Una rottura di palle, spesso inutile.

    Un’opera di Mahler si ascolta al massimo in due ore, cara Elena, non lo puoi paragonare a un romanzo di FK (l’altro, ovviamente).

    Non c’è nulla di sacro e intoccabile, nell’arte. Molte sinfonie mahleriane (io amo Mahler di un amore sconfinato) secondo me (e secondo Quirino Principe) avrebbero avuto bisogno di qualche ritocco. Magari è da presentuosi dirlo, invece che pensarlo solamente.
    Certe poesie di certi grandi per quanto mi riguarda avrebbero potuto rimanere nei cassetti.

    Salieri ai suoi tempi era più famoso di Mozart. Faletti di Ferrazzi.

    Eccetera.

    FK

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  7. @ riccardo la mia voleva essere solo una provocazione ed avrei potuto usare altri esempi, musicali e non. ciò che intendevo dire è che per me un’opera d’arte, sia essa letteraria sia essa altro dalla letteratura,se è un’opera d’arte, è un tutto integro e indissolubile.in kafka, non sono un’esperta, non ho fatto studi su di lui parlo solo di come io ho letto i suoi lavori, il gioco dell’assurdo sembra essere espresso sia come trama narrativa sia come contenuto del romanzo. come se per leggere servissero più dimensioni di ascolto, più livelli di attenzione, come se l’apparente assenza di architettura andasse a scavare più a fondo in colui che legge la voragine di non senso e di incapacità di avere presa sulla vita, incapacità dell’autore che poi diventa il non senso e l’incapacità di presa o la paura di essa, che abita ciascuno di noi.
    non posso chiedere a K uno sviluppo narrativo diverso senza chiedergli di rinnegare la sua parabola esistenziale che è letteraria e biografica nel medesimo tempo.

    @Fk
    mi sono annoiata così spesso a leggere ciò che circola nel web, racconti e quant’altro, che sono d’accordo con lei: troppo spesso la fatica è una rottura di palle inutile.
    quanto alle sinfonie di mahler forse lui stesso le avrebbe ritoccate se non fosse morto così giovane, ma in vita non lo ha fatto e se qualcuno crede che avrebbero bisogno di una sforbiciatina provi dove e in che modo, non modificando quelle ma scrivendo qualcosa che assomigli solo vagamente alla potenza struggente di quella musica.

    di faletti non so nulla,di salieri poco, non parlo di ciò che piace agli altri ma di ciò che leggo e giudico da me stessa, aggiungo, per finire, che certe poesie di chi grande non è farebbero altrettanto bene a rimanere nei cassetti ma ciò non accade,oggi meno che mai grazie al web, purtroppo.

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  8. Come lei saprà certamente la decima di Mahler è stata scritta praticamente da altri, con risultati penosi, mi pare.

    E’ ovvio che la sua musica non si tocca, come non si tocca Kafka. Ma quella di Riccardo non è una provocazione: è un punto di partenza, credo per parlare di altro e di altri.

    Guardiamo all’arte: certe cose di Duchamp appartengono al momento, faccio il primo esempio che mi viene in mente. Non basta la storia, ecco. Sono provocazioni e basta, appartengono alla storia dell’arte, meno all’arte stessa.
    I Beatles: stesso discorso. Roba di bassa lega, quasi tutta, diciamolo. Canzonette accattivanti, e stop. Ma hanno segnato una cesura importantissima. MC Cartney (Lennon meno) è stato un ottimo melodista. Non certo un genio. O lo vogliamo paragonare a Mozart?
    Oggi Magritte, per esempio, farebbbe un’ottima figura tra gli illustratori. Allora, grazie al “gruppo” dei surrealisti, invece, è entrato nella storia.
    Warhol ha avuto un paio di idee geniali e su quelle ha fondato un movimento interessantissimo.
    Su Nazione Indiana un tizio se la prendeva con Solmi perchè secondo lui Andrew Wyeth è un pittore provinciale perchè dipingeva nel Maine e non ha partecipato ai grandi movimenti.
    Dimenticava di dire (o non lo sapeva) che Wyeth è stato forse il pittore americano più amato dalla gente. Non è cosa da poco, a parte che ha dipinto dei gran quadri. Certo, non era Pollock, che ha inventato un genere.

    Spero di non essere uscito troppo dal seminato.

    fk

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  9. Io a Praga sono andato, più che altro, per vedere Praga medesima, che di roba bella ne ha una montagna, compresa Bila Hora, dunque. Però io pensavo al Golem, al vecchio ghetto, alla sinagoga, in pellegrinaggio son andato alla Birreria U Calika dove il buon soldato Sveick si faceva delle succhiate di birra pazzesche.
    Però lì non mi hanno lasciato entrare a bere, a mangiare perchè era già tutto prenotato da settemila austriaci, orcoboia, per cui andammo a ristorarci in una osteriaccia, pregevole purtuttavia per il popolo presente.
    A Kafka là ci ho pensato poco, preferivo guardare, vedere tanti bei quadri, su a Hradcany, gironzolare per Mala Strana, stazionare sul Karlov Most, comprare e cucinarmi rape e salamini, bere la vera Budweiser di Ceske Budejovice.
    Però tutto quello di Kafka che ho letto mi è piaciuto.
    Certo che il detto signore ci aveva lama affilata e acuto intelletto e lingua e andava dentro alle cose, per me è da leggere pian piano, con calma, ritornarci sopra, poi uno con l’età cambia e pure le prospettive.

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  10. Ho letto non molto tempo fa una confessione di un critico musicale fra i più influenti e reputati. Confessava che, dopo decenni spesi a cercare di rintracciare il presunto esoterico messaggio nascosto nel Flauto Magico, si era dovuto arrendere alla constatazione che non ce n’era alcuno. Il Zauberfloete è nient’altro che una bella favola inventata da Schikaneder per il suo teatro di marionette. Mozart l’ha messa in musica, punto e basta.
    Dico questo perché non credo che si debba mettere su un piedistallo l’opera d’arte. La Divina Commedia è composta da cento canti, almeno venti dei quali sono artificiosi e pesanti. E allora? E’ forse meno capolavoro la Divina Commedia per questo? Oppure, siccome capolavoro è, dobbiamo rinunciare a dirci che quella ventina di canti sono malriusciti?
    E se possiamo permetterci un po’ di senso critico con Dante, non dovremmo concedercelo con Kafka?

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  11. E se possiamo permetterci un po’ di senso critico con Dante, non dovremmo concedercelo con Kafka?

    Uhm. No. Mi sembra un punto di vista sbagliato. Quando ci avviciniamo a un’opera d’arte, dovremmo partire dal presupposto che l’artista ha sempre ragione. Se trovi che Kafka non sia dinamico, dovresti chiederti perché non lo è. Gli artisti non sbagliano mai. Se cominci a segnarne gli errori a matita rossa o blu, non riuscirai più a leggerli.

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  12. Non mi ritrovo nell’analisi di Riccardo. Ben vengano però le note dissonanti in mezzo a una sterminata letteratura critica su Kafka.

    La sonnecchiante immaginazione dell’Ottocento fu improvvisamente risvegliata da Franz Kafka, il quale raggiunse ciò che i surrealisti teorizzarono dopo di lui senza mai veramente realizzarlo: la fusione tra sogno e realtà. E’ questa, in effetti, una vecchia ambizione estetica del romanzo, già presentita da Novalis, ma che richiede l’arte di un’alchimia che soltanto Kafka arrivò a scoprire un centinaio di anni più tardi. Questa enorme scoperta, più che il termine di un’evoluzione, è un’apertura inaspettata: sappiamo ora che il romanzo è il luogo in cui l’immaginazione può esplodere come in un sogno e che esso può affrancarsi dall’imperativo apparentemente ineluttabile della verosimiglianza (Kundera)

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  13. A questo punto, se la fatica è una gran rottura, meglio andare al fast food. Del resto siamo pieni di poesie “mordi e fuggi”, laddove la riflessività viene vista come un terribile titano da evitare. Non c’è nemmeno più eroismo in ciò, poichè nemmeno vi è iniziativa e volontà nell’affrontarlo. Oggi è meglio bandire o esiliare che combattere.

    Del resto, Di Achille ve ne fu uno soltanto…

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  14. p.s.Il punto e basta su Mozart e il flauto magico non condivido e rimando a: Viaggio intorno al flauto magico di Francesco Attardi. Uno degli ultimi testi usciti.

    Sono d’accordo sul fatto di non mettere un’opera d’arte sul piedistalla, ma non trovo nessun canto della Divina Commedia mal riuscito.

    mi sembra una cosa superflua i Promessi Sposi in toto.

    Ma dette così le cose sono solo opinioni, l’oggetto di volta in volta preso in esame dovrebbe essere sezionato e commentato rigo per rigo.

    D’altra parte la civiltà del commento è stata sostituita dalla civiltà della critica e non sono persuaso che con questa operazione ci si è guadagnato granchè…

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  15. Insomma, se ho capito bene, o il libro lo si prende in toto così com’è (e poi, non ho capito bene in base a quale criterio, lo si dichiara opera d’arte), oppure lo si rigetta in toto (anche qui non capisco bene in base a quale criterio).
    Io credo che si possa dire, con Lumina, che I promessi sposi non merita tutta la prosopopea che se ne è fatta, ma che pagine come quelle della sommossa per il pane sono eccellenti. E allo stesso modo, sono convinto che anche Lumina, nonostante le sue asserzioni, non legga gli ultimi canti del Purgatorio con la stessa soddisfazione estetica di quando legge p. es. il “folle volo” di Ulisse. Del resto, questa cosa non me la sono mica inventata io: “quandoque bonus dormitat Homerus” (non cito chi l’ha detto perché se no magari Lumina me ne cita dieci altri).

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  16. Non penso che un libro debba esser preso o rigettato in toto. Questo no! un libro posso ricordarlo anche per una singola pagina o frase. Per esempio, l’autore postato da Binaghi, Nicolàs Gomez Davila, molto probabilmente lo ritengo di grande valore pur non condividendo quasi tutti gli aforismi postati qui su Poesia e lo Spirito. Ma ne contiene tanti altri straordinari e cmq molti di quelli che non condivido li riconosco frutto di una mente altamente pensante, da ascoltare. Sì, certo, non tutti i canti sono proprio dello stesso livello, ma non vedo però quest’enorme dislivello. Di Manzoni ahimé non salverei nulla!
    In quanto a cos’è un’opera d’arte la domanda è ontologica, scienza che è più viva che mai! Potrei rispondere a questa domanda, non con una citazione, ma con un testo su cui in futuro si potrebbe conversare: La Fidanzata Automatica di Maurizio Ferraris, Bompiani, 2oo pagine. Un volumetto che si occupa proprio di cos’è un’opera d’arte, sia libro che altro.
    Ti faccio i miei auguri Riccardo e i miei complimenti per i tuoi articoli.
    p. auguri anche a tutti gli altri

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