Rose e gigli (scuola di poesia, 4), di Massimo Sannelli

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Lettore, ora ti raccomando di leggere *Nudo di madre* di Aldo Busi. In primo luogo, perché Busi è innominabile, tra gli intellettuali, anche giovani. Tu troverai un intero capitolo *contro la poesia*, che per Busi è la serva e l’epigona di cose troppo umane: un’antiopera e un antigenere che non contesta e non descrive, e si trasforma in un gioco sociale, inutile e ridicolo. [ricorda: se Busi ride di te, come ha riso del vecchio Montale «gelatinoso», è perché *se lo può permettere*: e tu non puoi dirgli niente, perché Busi non ha nascosto nulla di sé, né del suo sesso né della sua cultura; e non puoi rispondergli che tu conosci meglio la vita e che la ami, mentre lui è «suicidale»; di vite, Busi ne ha già vissute tre, quante le lingue che parla – eppure ride, in italiano].
Per Busi, la poesia così infinitamente ripetuta è vacua: tutti sono poeti, in ragione della volontà di *esporre il sentimento* caldo e il cuore rosso – cosa che Shakespeare e Rimbaud [che Busi difende] considerano abominevole. La teoria di Busi è in lingua di Scrittore, dunque in una forma assoluta e sacrale da tradurre per gli uomini. Ora, Lettore, ti prego: leggi *Nudo di madre*, criticamente; però leggilo. Dopo, sopporta i sorrisi dei colleghi e del Gotha «gelatinoso», che io ti esorto a *non* frequentare. Infine: chiediti se sia ancora il caso di scrivere *in versi* la tua poesia [e non, ad esempio, in prosa o con altri media: potresti sorprenderti di te stesso]

2
Dopo i corpi e dopo i nomi – i primi sono la cosa più ovvia, dunque la più soggetta all’ipocrisia; i secondi sono ciò che fa paura, perché sui nomi si fonda la *nominanza*, che è il tuo stesso futuro, come scrittore. Dopo i corpi e i nomi, e la trasgressione *impossibile* – a meno che tu non trovi una tecnica diversa, qualcosa che sembri realisticamente l’invenzione della poesia, come se la poesia non ci fosse mai *stata*: dovrebbe essere così, sempre –; dopo i corpi, i nomi, la trasgressione [del canone e delle abitudini]; Lettore, che mi hai seguìto: ora tentiamo un bilancio. Il nome di Pasolini è stato detto e ridetto, anche «a piene mani», secondo chi si stizzisce *ancora* [Pasolini, tanto mite e flebile, è ancora un problema grosso e brutto]; a piene mani si lanciano sempre, chi vuole e può, i gigli di Virgilio e le rose (e i gigli) di Boiardo. La questione dei corpi è scandalosa, per chi finge o si atteggia, o *non si muove*. Perché ciò che diffonde la vita è il tuo corpo; ciò che deve danzare – in modi diversi (le mani di Glenn Gould danzano; nel teatro del Kerala danzano anche le palpebre) – è il tuo corpo. Shiva stesso danza. Il santo e selvaggio Davide, poeta e re, «danzava con tutte le forze davanti al Signore» (2 Sam., 6, 14): *quasi nudo*, con scandalo di Mikal.

3
E anche la «questione della lingua» è stata gettata sul campo, e sùbito rimossa: non è ancora il suo tempo, e forse non lo sarà mai. La questione dei livelli è improponibile, esteticamente e politicamente: nessuno ammette di essere inferiore ad un altro. Ma io dicevo una cosa peggiore: lettore, poeta, forse non hai mai scritto una poesia che valga una sola canzone di Guccini. Perché – credo – il livello, che scende, non si paragona più a Celan o ad Eliot, ma a ciò che esiste di grande e di abbordabile nel nostro mondo: alcuni grandi autori di poesie cantate. Ora, e lo ripeto: la maggior parte dei poeti contemporanei non ha mai scritto un testo pari alla *Canzone dei dodici mesi*, ad *Hotel Supramonte* e a *Shelter from the Storm*. A nessuno piace sentirsi dire: ti manca il carisma, ti mancano le idee, e ti manca la *voglia di morire* su una strofa o un giro di parole. Danzi mai «con tutte le forze»? Danzi?

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Ogni buon testo – ogni opera dei Nomi che ti ho fatto, Lettore – è il corpo, l’orgasmo, la danza e la morte del singolo. Ma l’autore medio vuole vivere e vivere e vivere, molto laicamente, senza increspature metafisiche e sanguigne – e pubblicarsi senza distruggere niente di sé [non vuole essere *nudo*]; e vuole essere più borghese che folle, più (fintamente) bohémien che (realmente) barbaro. Vuole essere presente ma inutile. Vuole notificare il suo nome, non un’opera; in realtà, mortifica la vita che dice di amare. Urla che la vita è più grande della scrittura. Ed è vero (anche perché *la vita* è la vita di miliardi di viventi, umani e non umani; non esiste solo la nostra vita): ma si esalta la propria per non nominare una scrittura che non arriva a Guccini, e ancora meno arriva a Leopardi [e non contempla Davide: danzare nudi, danzare nudi per un Dio – è troppo trasgressivo].
Ma quando *fai l’amore*, ricordi? lo ricordi, com’è? – non ti abbandoni? pensi ai canoni? pensi alle antologie? Nel momento del piacere, che *non puoi controllare* – tu non ricordi neanche il tuo nome. Celebri così la tua *piccola morte*, anarchica e sinestetica. Allora il tempo è sospeso e l’io è morto, per «sovrumana dolcezza», ripetibile: dovrebbe essere così anche nella poesia. Forse non ti aspettavi questo paragone, senza contrasto. In realtà, tu non sei mai solo, né quando scrivi né quando ami. Tu hai testimoni, in un caso e nell’altro. E in un caso e nell’altro, lettore, ti stai esponendo – senza vestiti; quello che sei, lo sei; quello che porti, lo porti. In un caso e nell’altro, i tuoi limiti sono sottomessi ad un giudizio, e cadono, e i tuoi pregi si esaltano. E ti dico anche: quando scrivi un buon testo, allora la tua vita è all’apice. Non hai più signori, identità, miseria, colleganza poetica; stai vivendo *ora* le domande, come Rilke stesso ti consigliava, quando eri solo «un giovane poeta»; tutto è stato dato, eppure hai di più – in quel momento (in quei due momenti) solo il piacere esiste; e sei morto, certamente, o morta; e non sei mai stato tanto vivo, tanto viva. I «baci soavi e cari» sono il tuo cibo. Ciò che hai scritto – negro semen – è nato, per eccesso d’amore, che lo semina.

[1° gennaio 2008]

34 pensieri su “Rose e gigli (scuola di poesia, 4), di Massimo Sannelli

  1. Si, è la verità dell’artista, non ancora quella dell’opera.
    L’opera appartiene al mondo, e il canto non da meno. Bisogna che sia l’amore per qualcuno che ama, e l’ardore per chi combatte.
    Quello che scrivi, Massimo, è un buon testo, e un buon testo è un distillato d’oro sottratto alla cenere delle immagini, ma è perchè qualcuno lo abita leggendo, che diventa mondo.
    Nè psicologica, nè sintattica: l’estetica o è mistica o non sarà.

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  2. “l’estetica o è mistica o non sarà” – lo credo anch’io [con tutta la debolezza del mio “io credo”, e tutta la forza, anche: perché basta una notte di dolori – terribili – alla bocca a far dubitare dell'”io” e a limitarlo; a volte ho pensato che solo un Dio può dire compiutamente “io sono”; quello che dice Gesù]. Nudo di madre – paradosso dei paradossi – è vicino alla mistica (in quel senso non confessionale – Busi è *assolutamente* e orgogliosamente ateo). perché per Busi (non dico il fenomeno mediatico, dico lo Scrittore del libro) *tutto è stato dato alla letteratura*.
    massimo

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  3. …ma perchè il nome di Busi dovrebbe creare risatine? è probabilmente uno dei più grandi scrittori viventi, e “Nudo di madre” è qualcosa che davvero si avvicina alla mistica. Se ci si ferma a quello che Busi dà in pasto come immagine si rischia di non capirlo, ma se si segue tutto il “darsi” di Busi, allora si capisce anche il Busi televisivo ed è qualcosa che forse solo Bene ha saputo fare con altrettanta rigorosa indisciplina.

    andrea ponso

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  4. Questa “scuola di poesia” è proprio assurda ma proprio bella, la seguirò fino in fondo (anche perché, non essendo poeta, non devo neppure fare i compiti). Voglio essere presente ma inutile. Mi piace molto questo tuo nuovo accettare il colpo, guardare la ferita che si produce, e tirare avanti. Mi impressiona, davvero.

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  5. Primi appunti per le risposte alle 4 prime ‘lezioni’ di scuola di poesia di Massimo
    ‘in blog-blocco’, di Trogoloerudita, alias A.A.

    I puntata) Caro Massimo, ho letto la tua lettera lavorando all’antitesi di tutte le ipotesi da te citate, e con un orecchio teso all’ascolto dei racconti e delle confessioni televisive che i grandi vecchi dell’esilio -letterario e non solo- spagnolo concessero poco dopo il franchismo: chi tornato ‘per sempre’, chi in nostalgico passaggio, comunque spesso sfoderando, per narrare i ricordi di una Spagna lontana nel tempo, accenti lontani da quello castizo. L’esilio, la frontiera, in ogni dimensione e prospettiva appartengono un po’ a tutti poeti e a tutte le poesie che riescono a non cedere alle tentazioni del sedentario pensiero. In questi vecchi filmati, in cui si sogna e auspica che il quadro“Guernica” venga esposto in Spagna, domande di un cauto giornalista che osa, con torpeza, accennare a ferite appena chiuse, appena aperte in una Spagna che inizia a fare capolino dalle proprie viscere.
    Insomma, mi sembra, da un punto di vista quasi epicureo e stoico, un successo – si legga ‘avvenimento’ – decisamente strabiliante, quello di cui parli: giungere con la propria poesia a sconvolgere davvero ogni tipo di gerarchia spazio-temporale: la vicina ti presta il latte e ti regala un ombrello griffato, mentre in India ascoltano e leggono le tue poesie e insieme bevete dalla stessa scodella: di questo si tratta, credo.

    II puntata) Concordo con te e con la necessità di spalancare e liberare la poesia nelle sue forme tutte, scandagliando linguaggi artistici e comunicazione.

    III puntata) puntata) Poesia è un alibi infinito, che si può comodamente far coincidere ai precisi bordi di una cultura che deve imparare a cimentarsi, e insieme fare a meno di confini (Cocteau), stampelle (Dalí), pre-giudizi (noosfera).

    IV puntata) Perché le parole squarciano la pelle, squassano la carne (come Quasimodo già suggeriva traducendo Saffo e aprendo le porte italiane all’antologia palatina) e arrivano a istoriare la propria storia sulle ossa, in fondo alle domande dei corpi in mutamento.
    A volte ci si reprime credendo – modus arcaicus – che serva a dare il meglio di sé, si cerca di camminare in bilico sul filo, credendo che serva a farci diventare più forti e resistenti alle tentazioni di un mondo in cui il materialismo e la legge del possesso farebbero cedere (quasi) chiunque durante il cammino verso se stessi e verso gli altri.

    Poi però ci si può ritrovare soli, appesi a un alibi imperfetto e fastidiosamente crudo, come la carne devastata e irriconoscibile di un “Naked Lunch” consumato tra pagine mute, per poi Risvegliarsi, mirabile portento, in mezzo allo scenario del caleidoscopio, tra fratelli, sorelle, avversari, avversarie, vicini, vicine, che ormai si disperava di non trovare più, e in quello stesso mondo mutante che si sognava da anni, in cui lo stesso quesito sulla scelta tra l’io e gli altri non aveva – per fortuna – neanche più ragione d’essere.

    Si può diventare vittime di un astrazione che da innocua può diventare la peggiore delle “idolatrie”, come scriveva qualche anno fa Clara Janés: “E succede che, quasi senza rendercene conto, diventiamo preda delle idolatrie, ce ne lasciamo irretire – alcune sono più lievi e di carattere materiale, altre più gravi, di carattere intellettuali, e le coltiviamo tutte, sfuggendo involontariamente al silenzio interiore” (tr. dallo spagnolo di chi scrive)

    E bisogna danzare in ogni attimo, immersi in ogni azione, e da essa separati, danzare religiosamente, incessantemente, operosamente, proprio per poter recuperare il diritto alla percezione di questo stesso silenzio interiore, smarrito in un adamitico momento di distrazione dal cuore delle cose, dal proprio respiro che si fonde – ma non confonde – con quello dei mondi esterni, dei profili delle diecimila forme in movimento.

    Senza il vuoto punto del silenzio interiore, punto che diventa linea e parola, frase, locuzione, foglio-nel-mondo, Babele non nutre le menti, ma le confonde, Alessandria non edifica, ma è ridotta in cenere, Aracne non tesse, ma avvelena.

    Cercando di scalpellare via gli spigoli e di colmare le cavità dell’io individuale, lavorando ai fianchi dei propri limiti cercando di superarli: anche così ci si può smarrire. Ma i rischi sono lì per essere corsi o, anche, corrosi.

    Scintillare per quello che si è, senza porsi il problema del colore o della natura della luce che ne scaturisca.

    La danza di Shiva è tutt’altro che lasciva: è scalare il monte di se stessi senza temere baratri, vette, asperità, è nuotare nei fiumi, consci di farlo insieme a tutti, senza, come dici tu, aver timore della propria nudità, e neppure – chioserei – di quella degli altri. La tua ultima domanda è la più feroce, e la più tagliente e dolce insieme: non si fa altro che danzare, risponderemmo da queste parti, non si può, né – forse – deve, far altro che danzare. Sui vetri, nel fuoco, sul cemento o nelle sabbie mobili. Tra i cavi che portano alla luce e nella rete, scotennando pareti mentali e falsi movimenti.

    I quesiti che poni nella quarta puntata del tuo corso di poesia portano alla limpida e da me più che condivisa definizione di poeta come creativo essere androgino, in equilibrio sul proprio asse. In questo senso leggo molte delle questioni e citazioni che sollevi con grinta delicata.

    Questo è il mio cuore – diceva il poeta, poco prima di mostrare i variopinti origami che ne modellava con le sue pagine sottili – Davvero non ho mai pensato che fosse mio, credetemi, non lo custodivo per gelosia o avidità, ma per pudore, forse per colpevole, codardo sconforto.

    Un caro abbraccio e grazie, Massimo. Buon 2008 a tutti.

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  6. Tanto di giorno quanto di notte
    la poesia (quando scappa scappa)
    può sconvolgere le nostre rotte
    come l’Atlantide in una mappa.

    Solo,seduto sopra la tazza,
    il calamo in mano,l’ombelico
    in vista,io della nostra razza
    profetizzo,il fato predìco…

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  7. @ Andrea
    sai: il mondo delle Lettere è spietato e variopinto. ci sono Nomi che fanno sorridere *alcuni*; davanti agli stessi Nomi – altri si prostrano. Busi è uno di quei Nomi.

    @ Annelisa
    hai scritto con potenza e con grazia. a righe come queste non si risponde: si abbracciano e si meditano. Shiva non è un dio molle e lascivo. L’interpretazione della sua Danza è nei Passaggi di Dio, un libro BELLISSIMO – e quindi difficilmente parafrasabile o riassumibile – di Ivan Nicoletto, monaco dell’eremo di Camaldoli. DANZARE RELIGIOSAMENTE è la chiave: hai detto *bene*. non si tratta di altro. Mikal ne riderà *sempre*, comunque. e l’Altissimo punisce Mikal, secondo l’ultimo versetto di 2Sam., 6.

    @ tutti
    nel (veramente delirante, superbo, e bellissimo) libro di Henry Miller su Rimbaud (Il tempo degli assassini), si legge questo. e dice tutto: “Nell’apparizione di Rimbaud su questa terra non c’è qualcosa di altrettanto *miracoloso* quanto nel risvegliarsi di Gotamo, o in Cristo che accetta la Croce, o nell’incredibile missione liberatrice di Giovanna d’Arco? Interpretatene l’opera come vi pare, spiegatene la vita come voltee, per ora non c’è niente che lo faccia scomparire. Il futuro è tutto suo, anche se non ci fosse più futuro”.

    di un “popolo futuro”, al quale dice CONFITEOR, parla Eugenio De Signoribus: all’interno di Tavole (eccezionali) scritte o pensate dal seno di questa stessa Città Barbara.

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  8. da ieri, sulla Città Barbara si alternano neve e pioggia.

    fa freddo, comunque. e ho la sensazione di non fare abbastanza; anzi: di non fare MAI abbastanza. e scrivo sugli (o: agli) Esclusi dal Gotha: da Vincenzo D’Alessio (che ha scritto molte poesie belle, e alcune bellissime) a Patrizia Bianchi. dico che viene *anche* il loro tempo, e ne sono certo. e viene (lo so) anche il tempo di una mia maggiore libertà (di parola). prima *me la toglievo da solo*, per timore: che cosa dirà Mesa? che cosa dirà Cortellessa? che cosa dirà Surdich? ma era assurdo continuare così: continuare a non citare Patti Smith e Vasco e Busi [per esempio], per paura di non essere abbastanza *intellettuale*! – e poi: poi (rubo la frase a un grandissimo Sandro Penna) *ho trovato una cosa gentile*.

    ***

    la biblioteca di Alessandria diventa cenere. la Magna Curia di Federico II scompare con gli ultimi ghibellini, e di tutto il suo lavoro in siciliano restano poche tracce: il resto è ancora moltissimo, ma tradotto in toscano – dunque si perde e si acquista, si barbarizza e si tramanda e si *traduce* [lo stato pietoso dei resti di Federico all’ultima riapertura del sarcofago – a me sembrò un’allegoria: un autore medievale avrebbe proclamato il suo *ubi est gloria? ubi est vehementia? ubi est Stupor Mundi?*]. le istituzioni umane non possono competere con il tempo: soprattutto le più superbe (il Reich “dei mille anni”, l’Impero su cui “non tramonta mai il sole”, ecc.). e ogni istituzione umana si lega, in qualche modo, ad una sua lingua (ad una sua retorica, o a scelte, o ad omissioni: per esempio, nella scuola siciliana, c’è l’omissione della politica, a differenza dei Trovatori).

    in *Nudo di madre* Busi scrive cose importanti anche sulla “questione della lingua” – con le durezza che è propria di Busi, e che Busi (lo ripeto) *si può permettere*.

    ***

    copio e incollo una serie di appunti di ieri, per la terza lettera. forse sono più utili qui, adesso:

    di che cosa si parla quando si parla di poesia? dell’io? della poesia? della storia? della volontà di riconoscersi nei *propri* autori? torno a dire: Gonzaga non è De Chirico – non per mancanza di perizia tecnica, ma per *mancanza di storia*. di che cosa si parla quando si scrive una poesia che riguarda la “merda gialla”, il “frigorifero”, le “trentadue lattine” di birra? di che cosa si parla in una poesia che racconta la colf filippina che non sa dell’undici settembre? di che cosa si parla quando si scrive sulle proprie masturbazioni? di che cosa si parla quando si parla di Pellico? di che cosa si parla quando si antepone Pellico a Leopardi? insomma: perché tanta PAURA DELLA POESIA? perché tanta PAURA di una poesia che non voglia essere solo una parte della vita, ma *tutto*? perché si ha tanta paura di ciò che non è (neo)crepuscolare? anche la Metamorfosi di Kafka è ambientata in un appartamento – ma è (assolutamente, e *sacralmente*) UN’ALTRA COSA. anche Amelia Rosselli parla della mansarda e delle mestruazioni – ma (lo ripeto) con Maestà, Potenza, Inusualità e Furore. anche K. Satchidanandan parla di come lava una figlia diversamenteabile, che da sola non potrebbe – ma non è vita piccola.

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  9. @ Massimo ed Henry Miller: quanta retorica che grondate! Non la reggo. Guardate che è miracolosa l’apparizione di ognuno di noi. Anzi, vorrei dire persino che la nascita di Cristo è stata tanto miracolosa quanto il mio risveglio ogni mattino nel letto. E non lo dico in senso svalutante.

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  10. ogni vita – non solo umana – che appare è un miracolo (se si pensa ai milioni di anni che ci vogliono perché appaia un solo insetto sulla Terra; mentre noi – è scritto – non abbiamo il potere di sbiancare uno solo dei nostri capelli; e Salomone – è scritto – non era bello e ricco come uno degli uccelli del cielo; e Dio se ne occupa). ma Rimbaud – *scrisse* ciò che scrisse. buon risveglio! (e un sorriso, davvero)
    massimo

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  11. “Nell’apparizione di Rimbaud su questa terra non c’è qualcosa di altrettanto *miracoloso* quanto nel risvegliarsi di Gotamo, o in Cristo che accetta la Croce, o nell’incredibile missione liberatrice di Giovanna d’Arco? Interpretatene l’opera come vi pare, spiegatene la vita come voltee, per ora non c’è niente che lo faccia scomparire. Il futuro è tutto suo, anche se non ci fosse più futuro”: scusa Massimo ma la frase riportata è questa, e non ci vedo molto sullo scrivere! Per fortuna che Cristo, Budda e la Giò non hanno scritto niente… (sono sveglia dalle 5,30 ma ricambio il sorriso).

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  12. non c’è nulla di offensivo nel mio commento precedente,ci mancherebbe!E’soltanto uno scherzo (forse da imbecilli,mi scuso per questo) sulla sacralità della poesia e sul rischio di confondere il proprio ombelico con quello del mondo. Sto leggendo,e faticando a capire e non capire,cose straordinarie da persone straordinarie.

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  13. “Per favore, un poco di pace!” Sono le ultime parole pronunciate prima di morire – dopo anni di silenzio ché parlare non serviva a niente, meglio esprimersi attraverso il linguaggio dei petardi… – da zi’ Nicola, il misterioso e surreale vecchietto de “Le voci di dentro” di Eduardo. Massimo, come sai svolgo una professione che è l’antitesi della poesia e del sentimento: sono qui con la volontà di prendere appunti, studiare, capire. D’altra parte le tue non sono lezioni ex catedra, la lezione vera scaturisce dagli interventi (grazie agli spunti che ci offri). Ora, come ho avuto modo di osservare qualche tempo fa, reputo che la sconfitta della poesia e dell’arte in genere è sancita da una rinuncia: mi riferisco all’opera realizzata o potenziale (dichiarazione di intenti, questi tuoi seminari…) che anziché cercare una propria collocazione nel coevo dibattito culturale, magari alimentandone gli sviluppi (Pasolini docet), si accontenta dell’attività masturbatoria: in altre parole preferisce guardarsi allo specchio e godere della propria immagine riflessa (e deformata). Ecco Massimo, questa è la mia sintesi di tutto il dibattito. Può darsi che mi sbagli ma la mia percezione è che ci sia una contraddizione di fondo: da una parte il rifiuto del mondo dall’altra il rimpianto di esserne esclusi. Non so, mi viene in mente la Emily Dickinson…

    Ciao.
    Pasquale

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  14. Ciao, Massimo. E grazie per questo bellissimo dono di inizio anno.
    Un saluto e un augurio a tutti.

    fm

    p.s.

    Solo una curiosità di ordine “tecnico”: come mai è scomparso il link con cui rilanciavo questo post?

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  15. …caro Massimo, mi fa piacere sentire il nome di Ivan Nicoletto, mio carissimo amico e davvero uomo di una profondità vertiginosa e semplice. Ti dico che tra breve uscirà un suo nuovo libro, e te lo saluto non appena lo sento… tra l’altro, forse ci vedremo nei prossimi giorni perchè penso di ritirarmi per un po’ all’eremo dove ivan vive…

    andrea ponso

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  16. “Nudo di madre” di Busi è un gran libro, capace di trasmettere energia buona; c’è un mettersi in gioco totale dell’uomo e dello scrittore; e proprio -e solo- da questa sua libertà tangibile, e da quella che sostanzia libri come questo – è possibile trarre senso di libertà e, forse, altra o inedita libertà; come in queste lezioni, dove si potrebbe anche dire “non condivido”, in tutto o in parte, ma nelle quali, comunque, uno spirito forte e autentico pervade ogni parola.
    Un grazie sentito a Massimo.
    Giovanni

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  17. Carissimo intramontante Massimo, colgo, tra una lacrima e l’atra del mio sudore, ciò di cui da anni parliamo: la calma della verità alla quale non serve altro se non la capacità estatica dell’affronto e dell’affondo. Io sento che hai ragione e misuro le strade a passi lenti per non perdere tutte quelle cose da guardare che il tempo ci nega. Vorrei diseremitarmi, vorrei non dover assistere ai complotti a due o alle discussioni fitte fitte che sembrano un tubare, fatte solo per strappare una pagina (che veramente poi bisognerebbe strappare) di una rivista di Poesia. Eppure nonostante in molti plaudono a queste tue lezioni gli stessi molti sono troppo marmorei per muovere anche solo un *dito*. Io nel mio piccolo, cercherò nel frattempo di far danzare con tutte le forze per Dio, ciò che di me meglio si denuda e balla, il mio *dito*. Speriamo basti! Un abbraccio fraterno
    Alessandro

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  18. grazie sempre e auguri a te, Francesco. i trackbacks, o come si chiamano loro, li cancelliamo, ma possiamo anche tenerli, per chi lo desidera.
    un abbraccio
    fabrizio

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  19. @ Francesco
    ti abbraccio, come posso, da qui. lo sai.

    @ Alessandro
    “diseremitarmi” – è un verbo bellissimo. è come levarsi i vestiti – anche se sono vestiti di re, di poeta, di sacerdote-sacrificatore, ecc. – e santificare Dio con gli atti (Davide era un grandissimo *poeta*: avrebbe potuto cantare e suonare; invece DANZO’ mezzo nudo; forse danzò anche male – ma il Signore *gradì* la spoliazione; gradì l’abbandono). e non si tratta di conquistare antologie o gioielli di famiglia e rivendicare che l’amico il critico il professore hanno scritto una riga su di noi – non contano. fa piacere – un piacere umano e naturale -, ma non conta. contano i gesti, con le loro conseguenze. e (mia ossessione) conta la MEMORIA (Daniel Barenboim, nel dialogo con Said, dice: “…per me Beethoven non è un compositore del passato. O contemporaneo. E’ un compositore moderno: la sua musica ha la stessa importanza di quella scritta oggi, a volte anche maggiore”).

    che cosa avviene, qui? in pratica, che *cosa* avviene? niente di speciale o di NUOVO. si parla di ciò che si fa, si discute su ciò che si è; e si fa qualche nome e qualche Nome. allora (per esempio) provo a contestare il piccolo realismo (perché non è che a Recife si soffra diversamente che a Piacenza o nella Città Barbara; ma lì un’intera nazione urla, e preme; e “il popolo futuro” verrà da lì, e da posti simili).

    ci sono urgenze, ci sono decadenze che devono essere, almeno, segnalate. e ci sono ferite, in ognuna e in ognuno, anoressie e depressioni e lutti; e istanti di piacere, nei quali le viscere delirano (Catherine Millet, per esempio: racconta le cose più sconvolgenti sul sesso; ma niente la emoziona – lo confessa – come un semplice indice – che è già nudo – quando accarezza semplicemente un semplice polso, che è già nudo: nulla di erotico, appartemente. e in realtà: un gesto che può *illuminare* una giornata, o forse una vita). quando penso alla poesia – penso a queste cose. e penso (lo dicevo a Baldi, nell’altra lettera) che la poesia non ESPRIME una personalità (anche se lo fa, certo, non può non farlo, e Leopardi dice che il colle GLI fu caro, e Saffo dice che LEI vorrebbe essere morta); la poesia grande HA una personalità. un grande libro è una persona. da un grande libro – ci si aspetta quel dito teso verso il polso; quell’istante di letizia e di abbandono e di piacere [con tutte le qualità assurde e non dicibili di un rapporto *così*]

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  20. Grazie, Fabrizio: era proprio, unicamente, una curiosità, visto che di ‘ste robe continuo a non capirci niente.

    Un abbraccio a te e a Massimo e un saluto a tutti.

    fm

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  21. Caro Massimo intanto auguri!
    E’ sempre un’esperienza profonda leggere le tue lezioni, di vita innanzitutto e quindi di poesia.
    Io non amo la poesia sacrale quella in contatto diretto con lo spirito santo ma amo la poesia che ti cambia le prospettive, i pensieri, le certezze, i dubbi, le santerie, le priorità, l’umore, il cuore, lo stomaco, le viscere, il cazzo ecc.
    Io parlo di corpi e di nomi e mi stupisco delle ossa di Lucy, della malattia e della salute, del gelo e del fuoco, ma non riesco a dire mai abbastanza bene, mai ad esprimere veramente qualcosa che resti oltre la distanza tra occhio e cervello.
    pepe

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  22. Poi, un aiutante del boia, le maniche rimboccate fino al di sopra del gomito, prese delle tenaglie d’acciaio fatte apposta, di circa un piede e mezzo di lunghezza, lo tanagliò prima al grasso della gamba destra, poi alla coscia, poi alle due parti del grasso del braccio destro; in seguito alle mammelle. Questo aiutante, benché forte e robusto, fece molta fatica a strappare i pezzi di carne, che prendeva con le sue tenaglie due o tre volte nello stesso posto, torcendo, e quello che egli toglieva formava ogni volta una piaga della grandezza di uno scudo da sei lire. Dopo questi tanagliamenti, Damiens, che urlava forte senza tuttavia bestemmiare, alzava la testa e si guardava; lo stesso tanagliatore prese poi con un cucchiaio di ferro, dalla marmitta, un po’ di quella droga bollentissima e la gettò a profusione su ciascuna piaga [“Gazzetta di Amsterdam” – 1/4/1757]. Tenagliate nelle carni e carezze ai bambini, cristi che si guardano le piaghe e poi ti fissano dritto negli occhi, donne sadiche, odorose di mestruo ed intelletto d’amore, ani sfondati da cazzi che battono segnali Morse sull’organo del Linguaggio. Viscere, sangue, merda, lacrime, urla e visioni. Prova a filtrare via da questo mondo il Male e la Pazzia, per attribuirli a Satana o a Lucifero, e vedi cosa rimane. Nature does not abhor evil; she embraces it. She uses it to build. [..] Death, destruction, and fury do not disturb the Mother of our world; they are merely parts of her plan. Only “we” are outraged by the Lucifer Principle’s consequences. And we have every right to be. For we are casualties of Nature’s callous indifference to life, pawns who suffer and die to live out her schemes.

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  23. tutto deve essere tradotto. tutto deve essere giustificato. Campana cita Baudelaire che cita satana, ma non è satanico. sentivo che se ne sarebbe parlato, ed ecco alcuni appunti, per un omaggio a Dino che era nel sito di Gianfranco Fabbri:

    …il «canto» è anche «l’angolo esterno o interno formato da due muri che si incontrano», secondo il vocabolario: in un «canto» Faust, che «era giovane e bello», «amava raccogliersi […] mentre la giovane ostessa […] passava e ripassava davanti a lui» (La notte, 14). Non ci sottraiamo al doppio senso: Orfeo canta il canto, Orfeo si isola nel suo canto. La pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta testata d’angolo: «bellezza semplice di tristezza maschia» (Passeggiata in tram in America e ritorno).

    *

    Non bisogna sottrarsi neanche all’identificazione mortale del sangue – che per noi è vitale: perché le persone irrorate dal sangue di Dino (DINO che è DIO) siamo noi. Nel testo di Whitman la citazione sarebbe «The three were all torn and covered with the boy’s blood»: nella versione orfica i «tre» sono un soggetto esteso e generico: they, essi, cioè tutte le spighe bagnate del sangue del sacrificato («il mio sangue tiepido era bevuto dalla terra»: La notte, 16) e tutte le Donne che dilaniano Orfeo. Dove non c’è Nessun Dio (Pampa) non manca un uomo-dio, e nomen omen: il giovane e bello Dino sarà il dio-uomo, cioè la Vittima. Ma sarà anche un «uomo libero»: libero dal vecchio Dio e dal laccio della religio. Non sarà libero dalla morte e dal dolore, poiché questa terra non è per un dio (così come non è per lo Zarathustra di Nietzsche e per lo stesso Nietzsche): qui bisogna morire, bisogna morire orficamente, bisogna che Orfeo muoia, e che muoia da Orfeo. Non solo: bisogna che altri vivano, purché sia colpito al cuore il destino della lingua italiana – scopriamo le carte, ché il problema è questo – nata dal «divino santo Francesco» (che «accetta il suo destino nella solitudine»: La Verna, 7) e da un «imperatore dei Germani» che al tempo di Francesco fu Federico II. L’Italia non è più la vera patria di Dino: «Cercavo idealmente una patria non avendone» (a Cecchi, 13 marzo 1916). E il senza-patria, che non è del tutto «uom salvatico» (Bacchelli, Dino Campana triste a morte, «La Stampa», 17 aprile 1954) 1954), farà anche l’archeologia culturale della patria sconfessata: della patria e – perché si tratta della patria di uno scrittore – della Lingua/Letteratura. Alcuni muoiono per lei, e a causa sua, e per modificare lei.

    *

    Perché c’è tanto Ordine nella nostra Letteratura? Perché – nell’altro «canto» – c’è tanto sangue, tanta passione offesa, tanta omosessualità nascosta, e tanta malattia mentale, nella Letteratura Italiana? Perché non vedere che ottocento anni gridano qualcosa che non riusciamo a capire? Il Faust-dio-Dino è, come Francesco, nato «in terra di umanesimo» e sensibile alla «luce gioconda dello spirito italiano» (Faenza): e questo umanesimo-luce è esangue e insanguinato nello stesso tempo, di epoca in epoca: finché il Problema del Problema – il centro della Bufera – non sarà chiarito una volta per tutte. «Letteratura? Non so. Il mio ricordo, l’acqua è così» (La Verna, 10): la bella pietra aspra di Dino non è letteratura, e nemmeno vita, perché ogni vita è viva – ma è lo scialo vero di una vita precisa, o la vera autodistruzione del Corpo del dio.

    Quello che non è stato ancora spiegato, e che fa paura, è *il contenuto dell’eccesso dell’arte*: in poche parole, l’utilità della morte che vivifica la «terra» e noi che sopravviviamo ai *Martyr Poets* che «did not tell – / but wrought their Pang in Syllable» (Emily Dickinson, poem 544). Forse il Progetto è delirante e nasconde una santa impotenza che non crea nulla (questa è l’interpretazione di Pasolini in Descrizioni di descrizioni, anno 1973). Ma il Progetto c’è e il «cadavere» (La Verna, 10) esiste in forma di parole vere: se questo non è amore – sia pure un amore dissociato e folle, non raccomandabile, e tutto il resto – non si sa veramente che altro sia amore.

    ***

    e senza sangue senza mestrui, ecc. – c’è qualcosa? sì, basta costruirlo (Luzi, per esempio, era poeta della luce).

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  24. da via Prè – la nostra qasbah mediterranea, nella Città Barbara. il sacrestano di San Giovanni mi chiede come va, rispondo che ho mal di denti da giorni. e lui sorride, e dice: non ho questo problema, già persi *tutti* i denti (a me ne mancano sei, intanto; e niente è nascosto, e ne ho scritto).

    sono da leggere, almeno leggere – e *ritmare* – le nuove poesie di Francesca Matteoni in rebstein.wordpress.com. e lì Fabrizio scrive una cosa semplice, che ha l’autorità delle cose semplici (e vere): “riconcilia con la poesia, che è lavoro strenuo sulla forma (cosa spesso drammaticamente dimenticata)”. così. intanto oggi ho riscritto un saggio in inglese On our mind, sulla poesia contemporanea italiana. e dicevo: dimmi come traduci Dickinson e ti dirò chi sei, e perché Tanta Paura dei t-r-a-t-t-i-n-i e delle Maiuscole? l’ho inviato ad un’amica in Iran. che mi risponde: anche nelle traduzioni in persiano – i trattini mancano. “strenuo lavoro sulla forma” – da fare, sempre. ecco un biglietto di diario, dal centro di Via Prè; sembra di stare in un ventre caldo, in un ventre di madre o di balena. si sta bene. hic manebo, hic manebo optime.

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  25. appunti [mattina del 6 gennaio. dopo aver ascoltato che l’imperatore Cosroe si commuove davanti al mosaico dei Magi, nei quali si riconosce]

    ho sempre detto e scritto, e spiegato anche ai ragazzi della scuola [e quello che dico loro – è ciò a cui *credo* di più, sempre]: un poeta non scrive singole poesie, ma LIBRI; libri che sono percorsi; libri che sono secondi terzi quarti corpi; questi libri, se sono buoni, non esprimono ma HANNO una personalità. Eppure: i singoli testi esistono ancora [come membra del corpo], le parole esistono [come cellule del corpo], e i sintagmi, e – ancora – esiste la forma [l’epidermide, intesa – secondo Betti Marenko in *Segni indelebili* – come struttura dell’identità: a partire da questi rapporti si potrebbe studiare il testo come opera di somiglianza e di nuova identità; un *tatuaggio* sulla pelle?].

    dunque isolavo citazioni di Baldi e Sinicco, come *ogni critico* ha sempre fatto (è vero che è un istituto spietato; come il giglio di Leopardi è “crudelmente succhiato da un’ape”; ma si fa: lo fece Aristotele e lo fa Marco Berisso). il critico è – come piacerebbe o dispiacerebbe ad Elio Copetti – un boia; lo so bene. Eppure le parole sono lì, per tutti, stampate e pubblicate (a proprie spese; e questo lo rende ancora più vincolanti, per chi scrive); la loro presenza crea la versificazione. il medico vede l’intero, ma studia *parti*, più o meno malate, e in ogni caso *riconoscibili* (il muscolo è muscolo, il sangue non è muscolo; una parola non è un’altra).

    ho isolato citazioni, ed è sembrata bestemmia: ho isolato i segni di un lirismo enfatico e di un realismo minimale, anche se minuzioso; ed è sembrata una bestemmia contro l’unità e la complessità dei libri. Ma – lo ripeto – le parole hanno *ancora* un significato e la loro organizzazione [collana, percorso, corpo] è *ancora* ciò che fa – invece di non fare – un libro. La reazione è stata basata sulle morale-delle-intenzioni, che ci sono e io non avrei capìto: dunque veniva detto che il libro è più complesso profondo motivato stratificato. Io dicevo “stile” e la risposta era “idee”. ma finché la poesia si chiama “poesia” – la forma delle idee *è parte dell’idea*. e le reazioni in prosa erano vere *poesie*, perché, finalmente, un uomo *poteva urlare*, senza la gabbia lineare della poesia – che evidentemente vincola anche chi la fa [perché non scrivere poesia già *in prosa*, allora? è un onore fare ciò che hanno fatto anche Baudelaire e Bousquet].

    sul rapporto, ovvio, parola-idea: Leopardi – al solito – dice splendidamente, con il cursus poetico della sua prosa *straordinaria* (qui: nove elementi divisi da virgole, con una parola piana alla fine di ogni elemento, ad eccezione dell’ottavo, che prepara la fine, lenta, del nono *arto*, ancora piano): “Nelle parole si chiudono e quasi si legano le idee, come negli anelli le gemme, anzi s’incarnano come l’anima nel corpo, facendo seco loro come una persona, in modo che le idee sono inseparabili dalle parole, e divise non sono più quelle, sfuggono all’intelletto e alla concezione, e non si ravvisano, come accadrebbe all’animo nostro disgiunto dal corpo” (Zibaldone, 2584: 27 luglio 1822). Nella pagina successiva, Leopardi paragona “gli organi intellettuali dell’uomo agli esteriori, e particolarmente alla mano”. Il poeta è un “amanuense di tasti”, secondo l’espressione, bellissima, di Marina Pizzi, che è poeta.

    [come negli anelli le gemme, come l’anima nel corpo : “mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio”: Cantico dei Cantici, 8, 6]

    [“Ma un cuore grande è sempre indiviso e indivisibile, sia che ami un coniuge, sia che ami un fiore del giardino. Questo ho capito, dopo averlo diviso io pure tante volte…”: Adriana Zarri, Dodici lune, Camunia, Milano 1989, p. 159]

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  26. la maestà la potenza l’inusualità il furore; e nella canzone, dopo, anche la GRAZIA:

    Qui all’occhio chinato erica e cardi all’occhio
    levato falchi e il sole. Tu non potrai durare
    a così grande splendore di metalli e silenzio. Portati
    più giù presso i frutteti selvatici, i rossi sorbi
    e la gente che lavora a distanza di valli sotto
    il caldo che s’annuvola, lana follata, il sole
    al suo tramonto vagante di rose caduche
    a coperta approntata per la notte.
    ATTILIO BERTOLUCCI

    *

    CANZONE :

    *

    ciò che consola il cuore, quando si capisce che i bei vincoli, gli antichi vincoli, cambiano segno e valore, e chi fu vincolato va oltre. non deve essere odiato l’amore umano; tutt’altro; ma voglio riconoscere il mio. la prima che incontri per strada che coprirai d’oro non è una Principessa, a quest’ora e tra via Buozzi e Via di Francia – ma una donna che si vende per 30 euro. forse. chi non ha i soldi o non vuole cedere sale e torna a casa. senza emozione, nulla. senza cultura, nulla. senza passione, nulla. senza corpo, nulla. senza voglia di morire su due parole, nulla. senza un luogo in cui andare, nulla. non tutto è pars destruens.

    alcune cose – e sono moltissime – *rimangono*, con il quadrato virtuoso e la Grazia, ancora. le cerco nei cantanti per urgenza e per dire: poeti, vi prego fate cose come Enjoy the Silence… prego questo, in una lingua di quasi-poesia che ora mi sembra quasi la sola possibile… ti sento – vorrei incontrarti!

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  27. Buon anno a tutti cari, molto interessante il video, peccato che l’audio non sia il massimo (che bel gioco di parole è?) ci sento un poco di riverbero metallico, non so se intenzionale. Mi porto via che il poeta deve assomigliare alla sua poesia.
    Buona serata

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  28. altri appunti (da una “poesia in forma di rosa sui fatti dell’anno 2004”, scritta in clinica, alla fine del 2004), nel solito cursus senza centro; fluttuazioni, da un campo all’altro; senza cattedra di “scuola di poesia”, ma alla scrivania della reception di Villa Serena, con il divieto di dormire [il motto dannunziano – PER NON DORMIRE – si avverava…]:

    Ciò che è chiaro [in senso buono e in senso cattivo] non ha bisogno di superinterpretazioni, anzi le interpretazioni troppo analitiche uccidono i libri scadenti (Nietzsche, l’altezza d’ingegno, ne era consapevole: io voglio essere letto come si legge Orazio; ed è il tempo di Ecce homo, che vola ad altre altezze: mentre la mente gentile sta morendo). Ecco un punto fondamentale: siamo alla vigilia di un passaggio della poesia alla dimensione pop? Ed è un vantaggio? Se noto una sgrammaticatura – completamente diversa dalle imperfezioni volute/giustificate di Amelia Rosselli – o un ritmo che cede, e tremo e soffro come se mi fosse stato tolto qualcosa, sono un retrogrado? non ho capìto? o mi riferisco a qualcosa che oggi non c’è e non ci può essere? Può essere, questo, uno spunto di discussione: insomma, l’ACCADEMIA o il POP, lo stile o l’assenza di (ogni) stile, la bellezza viva e la bellezza morta. (la bellezza più morta che viva).
    Il lettore attento sa che la poesia dei Grandi non è l’arte di dire tutto, ma una selezione di contenuti, esprimibili con/in/da una lingua selezionata. I siti terribili di poesia non lo sanno più: la volontà di dire tutto è sempre più forte. Il percorso di Montale si moltiplica all’infinito: dal dire poco, selezionando un mezzo alternativo a quello dei “poeti laureati” (ma sempre en poète), al dire tutto, esagerando: umano troppo umano, mentre “la vena si smorza”.
    E’ vero: uno stile non medio, ma forte, e ideologicamente non generico, ma connotato, rischierà il ridicolo e/o l’orrore, in futuro. Ad esempio: “Un’affettuosa devozione al Duce Fondatore dell’Impero dinamico genio politico e aviatorio consacrato alla sintesi alla velocità e alle immancabili conquiste del futuro” (Filippo Tommaso Marinetti, Prefazione-Manifesto della letteratura giovanile, in Convegno Nazionale per la letteratura infantile e giovanile, Stige, Roma 1939, pp. 7-10: p. 10); e nello stesso libro, Giacomo Tauro: “Credere, obbedire, combattere, per il consolidamento e la grandezza del rinnovato Impero Romano sotto l’egida di Gesù non è forse il comandamento supremo del Fascismo ispiratoci dal Duce sotto l’usbergo della croce Sabauda?” (p. 145). Tanto basta a ricordare che la maturità, la civiltà, la cultura e la fede non sono sufficienti ad evitare derive: sia nelle idee sia nello stile (esiste, evidentemente, uno stile fascista, nella scrittura e nei comportamenti). Marinetti e Tauro, come noi, erano adulti colti in dialogo con altri adulti colti, come noi: neanche noi siamo vergini o immuni da una vergogna che tra due generazioni potrebbe esserci rinfacciata.

    Nel quarto petalo odoroso, ma vicino a disfarsi – è precocemente vecchio… e timido… –, si contempla una diffusione. Scrivere moltissimo e pubblicarne i risultati sembra, come è, l’effetto di una grande disperazione rispetto al prima e di una grande speranza per il dopo: una rivoluzione da fare, che non ci sarà, un amore infinito per i “corpi senza anima” o per Chi si incarna; e ancora, forse: la volontà di prestare a poco prezzo molto, e moltissimo in cambio di nulla (Fortini e Pasolini, quasi ossessionati dallo scrupolo di insegnare agli ignoranti).
    Il rischio è che tutto si riduca ad una calligrafia (mia): le cose possono essere dette solo a condizione di tradurle. O forse è sempre (stato) così: non a caso esiste una vita che si chiama privata.

    Nel quinto petalo, prezioso, si contempla una moltiplicazione: “il mondo è pieno di occhi”, come ha scritto Mesa, e Internet è un occhio in più, o una bocca: si visita un sito di informazioni (terribili), poi un sito di poesie (ingenue, ma non false; che non aggiungono e non tolgono nulla a nulla), poi si sente il bisogno di dire, e si entra in una piattaforma per scrivere in un weblog. Nessuno di noi è una bestia feroce, ma riusciamo a sembrarlo. Ecco un altro motivo per pronunciare a bassa voce, se deve essere pronunciata, la parola poeta, e per rifiutarla a se stessi.
    Al secondo sguardo si sentono ritmi che cedono – e forse è colpa di un provincialismo stilistico, che ama solo rose e buoni ritmi – e imperfezioni o ingenuità da eliminare. Non tutto è perdonabile, neanche in questo campo; né è perdonabile in ragione dell’età: devo dare tutto quello che posso, perché non ho altro (da dare) (e ancora meno da prendere). Nessun lavoro pubblicato ora è definitivo: quello che ora si pubblica è un frammento, che aspetta di diventare perfetto. Non si è (mai) in Arcadia, ma *non si tange nel limo*.

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  29. Ho cercato di prevedere il tuo percorso
    la linea guida nell’incontro
    tra l’arco delle ciglia
    e il tuo sguardo che fissa
    il punto di fuga fuori dalla tela
    fino alla struttura in legno
    che stende la storia
    e attende gli eventi
    scritti dietro al cavalletto;
    il tuo corpo che si attarda
    in una larga confessione,
    l’orizzonte che si svende
    e si richiude.

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