Pro e contro le briciole (Scuola di poesia, 5), di Massimo Sannelli

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Lettore, il problema non è uscire dalla cameretta e diventare uno scudo umano dove uno scudo umano *serve*. Devi essere chi sei, e chi non è Majakovskij o Cardenal o Torres – vive in un altro mondo [chi parla un’altra lingua – e performare *nel modo più alto*, o combattere, non è venerare la stanza segreta – deve risplendere nella sua lingua privata: la cameretta non è un carcere, di per sé; la cameretta è l’uomo interiore: perché vi siano l’una e l’altro, occorre un IO; ciò che Bene negava a se stesso e ciò di cui Majakovskij si è privato, come ogni vittima o eroe]. *Sei* TU? Sii un IO coerente.

Non tutto è la performance [terribile e solenne] di Marina Abramović sulla carne bovina [la guerra, il sangue, gli altri]. L’arte parla anche la lingua dei *letti* sfatti di una vera vita, e di chi vi giace: *My Bed* di Emin (un letto, invaso dai nostri scarti notturni/diurni), *Living Means Not Good Enough* di Trockel (una ragazza in pantaloncini che legge sul tappeto, in mezzo a mucchi di libri), *Andrea Candela* di Elmgreen & Dragset (un manichino, realistico, circondato dagli Oggetti del Ventenne Tipo). Sono opere degli anni 1998-2006, contemporanee ai nostri blog, ai nostri festival e alle nostre antologie: cioè parlano di noi a noi, nel nostro tempo. E *mostrano*: sia l’interno domestico sia gli *oggetti* [normalissimi, anche squallidi] della casa. Ma l’esito su chi guarda non è così limitato, soprattutto quando il letto è il letto di Tracey Emin. Si canta «qualcosa pari alla vita» [e il Dioniso intravisto da Luzi non è un Vincitore, ma è «gualcito da droga e malattia»]. Quel letto ti farà anche schifo (c’è di tutto, sopra e intorno): ma PARLA FORTE, cioè vive.

2

Benvenuta la cameretta. Benvenuto il letticciolo, di cui un’arte si è vantata, vendendo il minimo in cambio del massimo. Ben venga anche in poesia: ma qui l’espressione [ridotta] della mia vita, delle mie «piccole cose» e dei miei elettrodomestici in mansarda, deve diventare un’icona; altrimenti, è il solito letto sfatto, il solito caos di libri, il portatile acceso e dimenticato, e le rate per pagarlo: la NOIA e la noia e la noia; i versicoli sfatti, più del letto e del cibo scaduto, che marcisce in frigo, tra le birre [in poesia tutto si riduce all’evocazione, attraverso significanti; e tutto è più *difficile*: non hai suoni e immagini] [ma i rifiuti abbandonati e la cenere delle cose, raggelanti, in una lingua che ha *rinunciato al fuoco*, appaiono nella poesia di Marco Giovenale: niente di eroico; ma è difficile considerarla piccola poesia o rumore o crepuscolarismo; non lo è, e Marco è, veramente, un poeta: prima di tutto perché *conosce la nostra lingua*. Lettore, io ne sono molto attratto e molto respinto: perché il gusto si appaga, e la poesia non delude ed è bellissima; ma al cuore manca *sempre* il suo amor de lonh – e lo invoca; anche qui, lo invoca; invoca, per esempio, certi Sud mondani, certi fanghi a ottomila km da qui; benché la Città Barbara non sia poco selvaggia. Oppure il cuore invoca solo due mani, di cui nulla lo ha privato e a cui nulla, ora, lo avvicina; di nuovo è solo, e leggere lo strazio di una «casa esposta» gli fa dire: excrucior!; il cuore cerca Rimbaud, per elezione e consolazione; la carne vuole sangue – come scrisse un Martire]. Parlo per me: dove c’è la Grazia [*rarissima*, come in Marco], ma non appare la Cerimonia – come lettore, io sentirò una mancanza [in me]. Come *lettore*. Questo è il mio limite – e questo limite sono io.

3

Poeta, lettore: tu e io sappiamo che non è facile fare la poesia delle «piccole cose». È più facile – lo so bene – scrivere dignitosamente (senza infamia e senza lode) sul Brasile che scrivere con fama e con lode sulle piccole cose di una vita qualunque, qui e ora. Ma se sbagli sul Brasile, avrai *almeno* testimoniato [mi esprimo male e in fretta; tu mi capisci; chi guarderà lo stile, se parli dei meninos? Sarà apprezzato l’engagement, se non lo sarà la dizione]; ma se la tua poesia è la polaroid del letto sfatto e del treno partito e della piccola nostalgia qui-e-ora, e senza grazia senza potenza «per la mia commozione» [solo per la mia; che per te è noia, e dici bene] – la caduta è certa. Contilli difende Scarparolo. Io non riesco a difendermi da chi può pensarlo. Viene Busi, e ne ride, e guarda e passa. Non ho niente da opporre: se non i Nomi, come al solito, e i loro livelli. Nulla è più evidente e nulla è meno condiviso.

4

Gli scarti e il letto dovrebbero essere un’icona solenne o un diario autoironico. Un Nome, per questo, è Antonio Porta; un altro buon Nome è Raboni, che poté permettersi di *dire* «accendino» e «nescafé» come se avesse scritto «intelletto d’amore» e «anima» [dietro le parole, c’era un grande signore, liberale e liberissimo, consapevole dei suoi mezzi]; un Nome è De Angelis, lo sai; due Nomi sono Rosaria Lo Russo (per la serie dei Crolli: «le cose incriminate dunque s’inchinano») e Franca Mancinelli (per Mala Kruna: «ora in te è un rudere la casa / franata in una notte, ora / la betoniera mastica la calce, / il tetto spiovuto, la preghiera»). Ora lo stile si conforma agli oggetti, immessi nelle «brevi lettere» o nei «biglietti agli amici» o nelle dediche (molte), eppure tenta l’oltraggio, e ci riesce. Mentre le «briciole nel taschino» di Cucchi si fermano prima: sono, al limite, un’allegoria – e lì (nell’allegoria e nel taschino) rimangono. Pensa, lettore: nella «breve lettera» 56, Antonio Porta è «a occhi aperti / seduto nel cesso incantato». Eppure, ecc. – continua tu, sai che cosa voglio dirti e perché, e a che cosa ti invito. Non tutto è cicatrici mestruo morte martirio; alcune cose sono la luce sul Simone di Luzi; altre sono il mondo che si vede, espresso da descrizioni *vere* o lettere al mondo, anche dal cesso. Ognuno sa se essere Kavafis o Boccaccio o Milton o Plath: e tutti sono grandi.

[8 gennaio 2008]

49 pensieri su “Pro e contro le briciole (Scuola di poesia, 5), di Massimo Sannelli

  1. Brevi Lettere n. 67

    non penso a te, mia cara, non penso al lavoro
    (come dovrei, come devo, per garantirmi
    per garantirti…)
    penso al legno dei miei zoccoli
    a come è cresciuto, come l’hanno tagliato, levigato
    così conforta i miei piedi nudi, troppo delicati, no
    non sto diventando matto, vedo
    quello che vivo, per mezzo delle cose, ne vedo
    ne vivo, temo, troppe e il metro, lo sguardo
    si allunga all’infinito, ho paura che sia
    una fune per appendermi, dondolarmi
    dentro un buco del cielo, uno strappo
    ma tu lo sai
    preferisco vivere, perfino guardarmi guardare,
    adesso esco, sta suonando l’ora d’aria
    e il danzatore disegnato sul piatto
    muove i primi passi…

    Orvieto, 28 – 31.12.1981
    Antonio Porta, da L’Aria della Fine

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  2. grazie a Rosemary Liedl Porta – la prima, per Giustizia. nel ricordo (comune) di Antonio Porta, che forse non è abbastanza ricordato (e ringraziato). per me, soprattutto, è la presa di distanza dal “gioco del massacro”: “preferisco del linguaggio quel che ha di divino, e non mi importa, amici, di quello che direte. parlo da ingenuo (come Freud), do per scontato il male e cerco il bene, disperata-mente”.

    *

    immagini

    Tracey Emin : My Bed
    http://www.saatchi-gallery.co.uk/artists/artpages/tracey_emin_my_bed.htm

    Trockel

    “Andrea Candela”

    Marina Abramovic
    Balkan Baroque

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  3. “My Bed” di Tracey Emin mi viene da associarlo ad un’altra sua opera che purtroppo è andata distrutta in un incendio: Everyone I have ever slept with, “tutti coloro con cui ho dormito”. Si tratta di una tenda normalissima, un igloo da campeggio, ma al suo interno la Emin aveva “scritto” (con un lavoro patchwork) tutti i nomi delle persone con cui ha condiviso il sonno – dai genitori, al fratello, agli amici/amanti. La trovo una cosa bellissima e commovente – coloro con cui dormiamo sono coloro con cui dividiamo la parte arresa di noi, quella che non possiamo mai dire del tutto. Per contro il Letto sfatto con tutto ciò che in un letto può circolare, è lo scarto, il residuo, la nostra imperfezione e scabrosità, ciò con cui necessariamente dobbiamo misurarci. Sono due facce della stessa medaglia. Tutta l’arte e quindi la poesia – dice qualcosa di noi confrontandosi con questi due aspetti, superando lo scoglio di quel letto sfatto. La nostra vita, Massimo, è fatta di piccole cose, anche se viviamo nel mezzo di una tragedia, saranno le piccole cose a renderci un terreno. Penso alla Confessione di un teppista di Esenin: l’immagine più abbagliante non è la Russia di quegli anni, pur evocata, ma il cibo diviso con il cane.

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  4. Ritorno (dal *ritiro*)- con occhi troppo grandi per la pochezza vista dietro le quinte dell’italico “SHOW” (e si *deve* leggere e scrivere). E saluto tutti e tutto rimane: senhal – per il Senso che.

    e ora? dove sono le mie *piccole cose*?

    io ho perso. le mie piccole cose. tutte.
    i volti appesi – al sughero sottile,
    i fogli sospesi – al bacio – di una *calamita*

    come mi chiamavi e tutti i nomi che ero
    i miei rumori: la lamina [argento]

    tata turchina: la magia era chiara
    c’era *una volta* per me – un cielo
    pieno. nella fossa ho solo appunti
    e cocci sparsi: fumo di tutto

    – quello che ho perso

    la salute, il peso, lo smalto
    che ho perso. i figli che ho perso.
    che verso. un altro caffè: amaro
    [sostiene – non voglio riposo,
    non c’è riparo, solo ricordo…]

    le mie torri di libri, i miei angeli a schiera
    le rosse a tributo [le serate, le scene]
    secche e dìspari, sempre – e diari
    e pagine messe, e magie perse
    [cinta di candele: coro di luci]
    vicoli misti: pelle e pietre.

    le mie piccole cose erano troppe.
    *ti ho lasciato*. e nuda di tutto vedo
    marcire – il cuore che ho perso.

    [da Lamer. Inedito sentito. Patito romano. Al *massimo* volume]

    Chiara

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  5. qui d’accordo su tutto. e qui dici dieci per dire dieci. e senza contorsioni. speriamo serva. serve? intanto serviamo!

    lorenzo

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  6. le “piccole cose” possono martellare per eccesso di angoscia (come in Crolli di Rosaria Lo Russo) o per eccesso di precisione studiata (come in Sanguineti, capace dell'”enumerazione caotica”: “nella mia vita ho gia’ visto le giacche, i coleotteri…”). tra una via e l’altra (con mediazioni: perche’ anche la poesia di Chiara Daino contiene angoscia e precisione) si inserisce una via media: lirica [e mai senza forza, anche culturale: “fumo di tutto”, dove FUMO e’ sia verbo sia sostantivo], dunque *allusiva* [e cosi’ SEMPRE, e cosi’ SIA]

    la strategia di un letto che contiene (porta) anche assorbenti usati e preservativi – e tutto il resto di cui siamo i compratori compulsivi [la decenza interna ed esterna dei nostri CORPI chiede sacrifici, in primo luogo economici] – puo’ anche NON essere una strategia. cosi’ in poesia. in poesia tutto e’ simulabile, per egemonia, per intelletto, ecc. [le Ceneri di Pasolini, scritte da Sanguineti, sono una specie di pastiche pasoliniano – *voluto*], ma IN POESIA TUTTO PUO’ ESSERE NON SIMULATO, e *NATO* COME SI VEDE. My Bed puo’ essere la versione artistica del marketing intelligente, che costa e chiede molti soldi, o (secondo me) *e’* il letto su cui Tracey ha meditato di uccidersi: non simulazione, ma NECESSITA’ [il marketing verra’ dopo, e il ricco Saatchi verra’ dopo].

    questo rende tutto piu’ complesso. ora, lettore, non capirai mai fino in fondo se Dante (e’ un esempio) fosse un uomo libero un fallito o un servo di partito. Davanti a Paolo e Francesca, pero’ – che tu ricordi bene, sei stato innamorato innamorata – – tu non chiedi niente a Dante, e non ti chiedi niente. ma il problema non si limita all’effetto che quella cosa quel poeta quel testo hanno su di te: il problema e’ come se quando quanto incide sulla storia [cioe’ – dico come mi viene – quanto affascina e consola e irrita l’umanita’]

    quando Dante cade come corpo morto cade (un verso di soli bisillabi, cinque con le iniziali CCCMC, per qualche evocazione che ci sfugge… a meno che i bisillabi non evochino lo stesso nome bisillabo Dan-te) – tu e io cadiamo, il mondo dei fedeli d’amore cade, il mondo vi si riconosce… Benche’ qualcosa sfugga ancora [questa inesauribilita’ – non sono io a dirlo – e’ parte della poesia, in generale]

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  7. il dioniso [minuscolo] che appare a Luzi e’ questo. contro ogni sincretismo semplificato, contro ogni semplificazione. Mario Luzi era saggio e onesto: sapeva di non sapere, come tutti – ma era *informato*. e quando rivendicava di non essere “del tutto cervellotico” (nella prefazione al Libro di Ipazia, mi sembra) diceva: so e non so, studio *ma* intuisco. i giovani poeti – noi – aderiamo troppo ad una cosa o all’altra: chi sa, sa troppo, e gela se’ e gli altri; chi non sa, e’ senza stile, senza gusto, senza futuro… e il suo apparente calore e’ solo ingenuita’.

    dioniso e’ gualcito. eppure e’ un dio. eppure non e’ un dio. eppure uno o la moltitudine canta e danza [il mondo e’ il mondo, il mondo esiste, il mondo non va da Los Angeles a Mosca ma continua… in India, in Bangladesh, e ancora oltre…]. contro il LIMITE formale e sociale si pone un TROPPO e un ECCESSO: devianze canterine e ballabili, anche se disperate. quanta vita e vita fedele alla vita – sono altre *evocazioni* di Luzi.

    ***

    Gli uomini che riposano nel loro limite –
    come navi dentro la boccia
    loro nella loro melodia. Sì,
    ma tu dammi il tralcio dei ritmi,
    il festone frondoso delle cadenze.
    Tu cantami qualcosa pari alla vita –
    scoppia

    in alto l’antica melagrana
    di frenesia e di dolore –
    e uno

    sotto il suo sanguigno
    farnetica, oppure una moltitudine –

    dioniso,
    non è male ravvisarlo, dioniso di sempre
    che per eccesso di fuoco
    e intemperanza d’amore non ha retto all’urto,
    s’è sparso sulla pietra del mondo
    così
    e che così grondante ci sorride
    da un volto troppo vivo,
    terreo, gualcito da droga e malattia, eppure sorride.

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  8. Mi è venuto in mente un altro nome: Sophie Calle e la sua meticolosa osservazione (ossessione?) non tanto de “l’altro” (e sconosciuto) quanto dell’impronta del suo corpo sul letto, i luoghi che l’hanno visto passare, la tazzina vuota: un medianico tentativo di contatto che passa attraverso cose\luoghi\feticcio (la stanza d’albergo, la vestaglia, i numeri di telefono rubati da un’agendina) e che forse ha a che vedere col presente (la “Storia”) più di quanto sembri. E’ questa una strategia ricorrente del contemporaneo alla ricerca di quel peso inamovibile del verso che diventa poi “astorico” nel “cadde come corpo morto cade” (come poi, vallo a sapere)? Si procede per frammenti, per spazi metrici, per volumi (Giovenale), per commodities (Lo Russo), per “cocci sparsi” (Daino), “finte” piccole cose? (siamo ancora tutti modernisti?!)

    Questo mi piace assai: IN POESIA TUTTO PUO’ ESSERE NON SIMULATO (ma bisogna saper leggere “bene”, o no?)

    renata

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  9. si’, anche Sophie Calle (mi affascinava – e fa orrore – l’idea dello sconosciuto seguito per quindici giorni a Venezia, della stessa Sophie che si fa seguire da un detective; un’allegoria dell’ispirazione e della malattia, quasi). tutto questo sta nell’arte, meglio che nella poesia. perche’ e’ nell’arte e nel teatro – sto improvvisando / che il poiein/FARE e’ piu’ evidente. i poeti vivono (felicemente?) nella mediazione (la stessa parola lo e’ – e non c’e’ altro: anche le mie parole di ora, da webpoint al freddo, sono mediazioni e selezioni – ma cerco di metterci *tutto*). i poeti non cercano le contaminazioni facili: l’integrazione con, l’immissione di (e questo e’, ancora, Giovenale, con le foto *angosciose* della casa esposta e dei rifiuti).

    e l’idea di rubare foto ai clienti del bancomat, ancora… e poi ricostruire – abbandonando la banca lo sponsor il mecenate il committente. e’ contemporaneo – piu’ che mai – legarsi e slegarsi, inserirsi e abbandonare la presa – credo [una stanza tutta per se’: e’ il secolo di questa cosa ambita e difficilissima]. [in questo secolo i concetti di forma e di tecnica – e dunque di abitazione e coabitazione, famiglia e patria – sono stati stravolti, barbaramente e con grazia]. quanto alla carita’ – non avra’ mai fine. perche’ la mia deformazione (orgogliosa) e’ questa: Calle e Emin e Abramovic non mi sembrano bestemmie e bestemmiatrici, ma *preghiere*, vere preghiere, anche se si vedono il sangue il sesso aperto lo sporco le lenzuola sconvolte… *non hanno nascosto nulla*.

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  10. A me sembra che la poesia (l’arte espressa in questa determinata forma) sia diventata ultimamente sempre più “Esposizione”: dell’essere “poeta”, della sua “corporeità”, della sua voce che legge ad alta voce, del performare… L’operazione di Sophie Calle, su tutte, è emblematica: dare in pasto le frustazioni di una privata lettera d’addio a un pubblico (femminile) autorizzato a leggerla a suo modo, a interpretarla più o meno consapevolmente, e così a trasformarla, di volta in volta, da voce a voce. I poeti come Marsia scorticati.
    un abbraccio a Massimo e saluti a RE.

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  11. CORREZIONE
    prima volevo dire, e ho saltato due verbi :

    i poeti non cercano le contaminazioni facili: ma cercano e vogliono l’integrazione con, l’immissione di (e questo e’, ancora, Giovenale, con le foto *angosciose* della casa esposta e dei rifiuti).

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  12. lei ha preso aghi e fili
    con movimenti amorosi delle dita
    ripara le mie lane per l’inverno
    io mi sento umiliato e penso che per dispetto
    voglio morire di freddo.
    Scrivo queste parole mentre lei cuce
    da quale regione di venti gelidi arrivano?
    da quale piega del mio cervello velenosa?
    arrivano queste fiale di odio, mi chiedo

    28.8.1981
    da Invasioni, 1984, pag. 35

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  13. tornando: certo, il lettuccio, la cameretta, va tutto bene, ma “devono” diventare “icone”. ecco, sì, certo. un allievo reale di una tale scuola chiederebbe subito al magister: come possono diventare icone? quali sono i meccanismi essenziali? quali sono i presupposti? o: quali sono le condizioni di vita necessaria, o sufficienti? ma chi può rispondere a questo? tu come rispondi?

    lorenzo

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  14. @ Lorenzo
    ti risponderei come un magister alchimiae: lege, lege, perlege, ora, labora et invenies. prima di tutto: a che *cosa* serve nominare le cose? a che cosa serve la “copiosa nominazione” di cui parla Luzi? serve a sancire che siamo realistici, e quanto lo siamo, e come abbiamo i piedi per terra, ecc. [Pellico vive, Pellico trionfa, e il conte Monaldo ha la “testa quadra”; ma il conte Giacomo, per bocca di Tristano, ride della bibliografia dell’Ottocento]; o serve ad *altro*?

    Kafka scrive (ultimo racconto della sua vita mortale) il racconto (o la recensione) dei concerti di Josefine. l’esempio è lo schiacciatore di noci: tutti sanno farlo, nessuno avrebbe “il coraggio” di farne una performance. ma chi trovasse questo coraggio, anche se fosse un mediocre schiacciatore – e se trovasse “l’attenzione” dei topi, tutti; quello sarebbe il primo artista, il Demiurgo delle Noci (i topi lo dimenticheranno comunque, dice il Narratore: come siamo immusicali! quanto amiamo non coltivare la storia!)

    come si fa a rendere storia icona necessità la LANA, i FILI, il CESSO? intanto: chi legge Porta deve essere disposto (per principio, come in una fede: e non siamo lontani dalla fede) a credere che Porta – già storicizzato, già storia (per noi, che non siamo topi: *non dimentichiamo*) – sia un Nome. dopo la fede, l’attenzione: Porta non sta parlando *del* cesso e *della* lana o *del* vaso rotondo (la poesia) o *della* terra molle. gli argomenti sono più arditi – appunto. parlare DI è – nel caso della poesia – parlare A (e oltre: nella *durata*). per esempio, sta prendendo le distanze dal suo passato (altissimo, già evidente e lirico). “ma se una donna ascolto dietro una parete… o una risata…”. [è qualcosa che conosco anch’io, e ne conosco la pace: il progetto di nozze e di figli che consola; parlo di me]

    e le “piccole cose” non sono né un ostacolo né una benedizione. si può fare (grande) poesia senza cose. ma le cose devono diventare qualcosa di intermedio tra il SIMBOLO (ma non so chi *osi* il simbolo, oggi) e l’INSTALLAZIONE (ma il corpo dello scrittore si introduce nel testo, tra le cose). la solennità di un cerimoniere – come fu Beuys, come fu Grotowski – appartiene a questa esaltazione delle cose (sacra).

    oppure: si può scegliere una via totalmente opposta, e non meno eroica. si può decidere di comporre poesie uguali alla venere degli stracci di Pistoletto o a My Bed: tutto, tutto, senza mediazioni ed eccezioni. anche metricamente: scrivere come nelle Linee di Florinda Fusco (cariche di “piccole cose”), in una non-metrica (l’immetrica?) che *non usa* gli spazi metrici – li occupa. oppure si possono scrivere poesie come quella (inquietante e bella e afasica) di Quasimodo, alla fine, sui due giovani assassini francesi, Claude e Jacques. con l’ambizione da Kublai Kan di fare una mappa 1:1 dell’impero. perché *no*? considerando la nostra mortalità, e la caduta di tutto ciò che siamo/abbiamo – sarebbe un’opera (paradossalmente) nevrotica e romantica – *titanica*.

    o icone o fotografie – entrambe con il carattere. si tratta di persone: i testi scritti da persone. il testo è una persona.

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  15. questo è l’inizio della poesia di Quasimodo. in cui l’anno 1956 basta, da solo, a fare un endecasillabo. e “senza alcuna / ragione” in enjambement è (credo) linguaggio giornalistico. dunque: ecco le *cose* in una lingua che Mengaldo, nell’antologia, chiama “dettato afono” (mi sembra). questa poesia *contiene* tutto, e ha ancora filtri – ma esalta la loro dissimulazione (basta vedere la metrica ‘mista’). qui le cose sono più immediate che nel tempo in cui Quasimodo diceva “e mutarsi consegnato alla terra, gli occhi arsi e la mente”. non più *facili*, ma apparentemente più immediate. (la poesia delle cose non è la poesia facile, e non si identifica con la poesia facile). in principio è l’ansia (credo), che arriva in questo momento e che non trattengo… perché tutto si pone ancora all’indicativo, tanto le domande quanto le risposte: pietre le une e le altre, forse…

    Claude Vivier e Jacques Sermeus,
    gia’ compagni d’infanzia d’alti muri
    in un orfanotrofio freddamente
    a colpi di pistola, senza alcuna
    ragione uccisero due amanti giovani
    su un’auto ferma al parco di Saint-Cloud
    lungo il viale della Felicita’
    sul calar della sera
    del ventuno dicembre
    millenovecentocinquantasei.

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  16. in Poesia, Anno II, numero 4, aprile 1989, pag. 3-4

    Mettersi a bottega

    C’è una domanda che mi sono sentito rivolgere più di una volta, con una punta d’ansia, a volte, e a volte con un punta d’ironia: “Si può insegnare la poesia?” Nella maggior parte dei casi gli interroganti avevano già scontato una risposta: no; un no legato tenacemente al pregiudizio di scuola crociana della poesia come”espressione del sentimento”. Curioso pregiudizio, fondato su un’ovvietà, dal momento che la poesia non può che essere espressione di qualcosa che possiamo tranquillamente chiamare “sentimento” senza doverci per forza riferire al “sentimento romantico”; ma un’ovvietà piegata ingenuamente (“ingenuo” sarebbe infatti il “sentimento”) verso la sottovalutazione della forma e dello stile, verso la negazione dell’importanza della tecnica della poesia. I greci antichi, che hanno inventato sia la parola “poesia” (poiesis da poiein, appunto, fare, produrre) che la parola “tecnica” (da téchne, arte) come è ben noto, avevano invece incluso tra le “tecniche” anche quella “poetica”, intendendo il fare poesia come lavoro linguistico per eccellenza, indirizzabile a fini diversi, dalla lirica all’epica, com’è altrettanto noto.
    Quando invece la mia risposta arriva, sorprende e sconcerta perchè è un sì, molto deciso, la poesia può esser insegnata, perfino nelle scuole elementari; basta rovesciare la prospettiva e far notare semplicemente che se un sentimento da esprimere c’è o se qualcosa “ditta dentro”, o ispira, o costringe a dire, è necessario uno strumento per dare corpo linguistico all’immateriale, visibilità all’invisibile consistenza al “soffio” (l’anima, sempre per i greci antichi). Per quel che riguarda le scuole, elementari o medie, l’intenzione non è certo quella di creare un esercito di “poetini”, ma fornire, piuttosto, le chiavi del gioco linguistico, insieme a una visione critica dunque non passiva del linguaggio. Poiché sappiamo bene che la caratteristica fondamentale del linguaggio della poesia è segnare una differenza, imparare a leggere correttamente una poesia, significa far capire ai bambini e ai ragazzi che il linguaggio non è un dogma, non è un’imposizione assoluta e che la comunicazione può avere livelli diversi, dal quotidiano al poetico, per l’appunto, e che tutti questi livelli hanno valore sociale, dal momento che la fondamentale necessità di farsi capire (non fosse altro che per sapere che ora è) si trasforma poco a poco in necessità del processo del conoscere e poi di analisi della conoscenza e poi di critica del sapere e poi di proposta del nuovo, anche con valenza politica.
    Allora,da dove si può cominciare? Naturalmente dall’esperienza. Intendo dire che quando ho cominciato a tenere corsi di scrittura poetica, ero più che altro forte della convinzione di poterlo fare ma anche confortato dall’aver prima sperimentato a livelli diversi (nelle scuole elementari, medie e superiori, in Italia e negli U.S.A., lo dico per pura necessità di informazione); per insegnare a leggere la poesia era stato necessario condurre per mano gli studenti dentro i meccanismi espressivi, a volte con l’ausilio prezioso delle varianti (da Leopardi a Ungaretti, seguendo la ben nota lezione di Giuseppe De Robertis) a volte confrontando poesie riuscite con poesie, a mio giudizio, fallite, di un medesimo autore e spiegando le ragioni della riuscita e quelle del fallimento. Quando gli studenti mi hanno chiesto qualche indicazione bibliografica mi sono trovato nell’imbarazzo, non della scelta ma del quasi vuoto. La manualistica esistente era di difficile comprensione, vale a dire il contrario di quel che si richiede a un manuale. Gli autori di vari libri sulla metrica piuttosto che sui principi fondamentali della lettura della poesia mi sono spesso sembrati preoccupati di parlare ai colleghi d’insegnamento piuttosto che agli studenti, di far vedere quanto erano aggiornati invece che di cercare di farsi capire, di comunicare con chi può umilmente chiedere di essere informato correttamente, senza presupporre che sappia già tutto o quasi.
    Il primo corso che ho tenuto a Milano, nel 1987, presso la libreria Rinascita (per iniziativa della direttrice, Franca Berrini) è stato più di introduzione alla lettura della poesia che di composizione poetica in senso stretto, salvo le ore dedicate alle prove degli studenti, lette e commentate insieme, segnalando pregi e difetti, senza “correggere” troppo ma cercando di assecondare ogni percorso individuale. Mi sono anche reso conto che molti studenti, non tutti, naturalmente, aspiravano alla poesia pur conoscendola poco, pur avendo letto quasi niente. Era dunque indispensabile applicarsi più intensamente alla lettura prima ancora che alla scrittura.
    Sono arrivato al secondo corso, organizzato da ”La Casa Zoiosa” di Milano (ottobre-dicembre 1988), con più carte da giocare. Era uscito un buon manuale, colto, informato e umile, vale a dire chiaro nell’esposizione senza rinunciare a nessuna nozione tra tutte quelle che abbiamo acquisito negli ultimi trent’anni di lettura critica della poesia; sto parlando del Manuale del poeta, di Mario Santagostini (Oscar Mondadori, 1988, pagine 198, lire 9.500). Finalmente un testo da adottare con piena convinzione, in grado di fornire una serie pressoché completa di risposte tecniche (ritmo, metrica chiusa, verso libero, rima, ecc.) e con alcuni eccellenti affondo nel vasto territorio del senso e delle ragioni della scrittura poetica. Il mio compito è allora diventato meno arduo perchè avevo a disposizione un codice interpretativo da metter in comune con gli studenti, una base di reciproca comprensione che prima dovevo ricostruire da zero.
    Come al solito ho chiesto agli studenti di dirmi perchè partecipavano al corso e una risposta mi è sembrata riassumere tutte quelle che riguardano il vero e proprio apprendistato della poesia. Me l’ha data uno studente di Genova, laureato in fisica e occupato nel campo dei computer, questa: “La mia aspirazione è mettermi a bottega da un poeta. So che è difficile, ma vorrei essere seguito oltre questo corso, per imparare fino in fondo i ‘segreti’ del linguaggio della poesia”. “Mettersi a bottega”, una frase bellissima che mi ha riportato davanti agli occhi la grande tradizione dell’umanesimo, quando gli aspiranti artisti si preoccupavano prima di tutto di impadronirsi degli strumenti dell’espressione. Oso dire che tutto il corso prendeva senso a partire da quella frase.
    Con un buon manuale e una buona impostazione (quella della bottega umanistica, per l’appunto) ho potuto lavorare bene sulle poesie degli allievi, che hanno mostrato qualità notevoli e forte capacità di apprendimento, unito, in qualche caso, a una sorprendente consapevolezza critica, tanto che posso tranquillamente confessare di avere a mia volta imparato molto cercando di insegnare, stimolato da interrogativi che esigevano una vera risposta.
    Punto focale di quelle lezioni è stato il rapporto contenuto-forma e gli allievi hanno cominciato a alzare qualche velo su questo nesso che può apparire misterioso, enigmatico, dal momento che forme identiche, il sonetto o l’ottava, ma anche la “Sera Fiesolana” di D’Annunzio e “L’anguilla” di Montale, danno esiti opposti sul piano della comunicazione. Hanno capito che la forma esprime sì un “sentimento” che prima di quella forma esisteva solo a livello di pulsione embrionale, ma che il “sentimento” a sua volta costringe, con la sua necessità e urgenza, la forma a piegarsi, flessibile, per dire un’altra cosa, per esprimere una diversità rispetto alla propria matrice d’origine. L’invenzione di una forma nuova può fare, senza dubbio, la gloria imperitura di un poeta, ma genera, se ha successo, infinite altre possibilità espressive,seguendo le sollecitazioni del poeta nuovo nel tempo nuovo.

    Milano, 3.3.1989

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  17. @ Rosemary
    è un testo fondamentale, in tutti i sensi. grazie di cuore. e questo è per me e per tutti, in ogni caso e in ogni lavoro: “Punto focale di quelle lezioni è stato il rapporto contenuto-forma”.

    ***

    e questi sono gli appunti per una conferenza alla fondazione Mattei, il 25 gennaio a Genova, con l’appoggio di Chiara Daino e Patrizia Bianchi (e di Mario Fancello, sempre) (e siano ringraziati, tutti – ognuno per il suo *impegno*). sono appunti grezzi, senza formattazione: l’appoggio necessario per *parlare*.

    *amanuense*

    se tutti sono poeti – e quasi tutti lo sono – è inevitabile che la poesia si abbassi verso la deficienza o il buonismo. esattamente come accade in televisione: ciò che è per tutti deve essere o troppo ingenuo o troppo simulato o troppo demenziale [per esempio: le assurdità delle trame del Medico in famiglia e di Orgoglio]

    i musicisti che lavorano con la poesia lo sanno: il testo – soprattutto il testo antico e storico – non è una cosa dolce e imbelle, ma un problema. per esempio: Saffo ci sembra il non plus ultra della dolcezza, Saffo ci consola tanto, e soffriva come noi – – quando Luigi Dallapiccola ne mette in musica i Cinque frammenti, Saffo non è trasformata in tenerezza, ma è o «molto flessibile» o molto severa; di certo Dallapiccola non ne mostra nessuna dolcezza; così le Due liriche di Anacreonte dello stesso Dallapiccola non hanno nulla del mito del poeta lezioso, ma sono l’occasione per comporre “canoni” e “variazioni”, con serietà (anche troppa). La Noche oscura di Giovanni della Croce è una poesia quasi ingenua, nelle sue rime persino ‘facili’, benché esprima perfettamente l’assoluto – nella versione di Goffredo Petrassi per coro misto e orchestra, l’apparente facilità della Noche scompare, e l’assoluto si impone sùbito, in una musica tesa. i musicisti non hanno falsi pudori di fronte alla poesia; soprattutto, non sono suggestionati dal mito della poesia come nuvola, dolcezza, sentimento untuoso. Vale a dire: i musicisti danno forza alla poesia perché la riconoscono come una realtà forte. I musicisti sono molto pratici. I musicisti – non a caso – hanno orecchio. E hanno anche un pubblico esperto a cui rispondere: dunque trattano seriamente la poesia. Eppure non la studiano: la intonano, sapendola leggere.

    questo vale anche per l’insegnamento della poesia. insegnamento significa due cose: leggere un testo poetico oppure spiegare l’origine del testo poetico. io dovevo fare la seconda cosa, per alcune classi di seconda media: dire da dove nasce, e in che modo, una poesia. dunque ho fatto un gioco: ho spiegato che cosa NON è una poesia, come NON si fa una poesia. o meglio: ho dato delle false regole, che non potevano non essere abbandonate quasi sùbito. così è stato. – – siccome era il primo incontro dei ragazzi con la poesia dal punto di vista di chi la fa – in primo luogo volevo che la poesia non sembrasse una cosa da stupidi, un gioco per mani senza nervi, una cosa morta e snob. ci sono esperimenti di poesia-come-gioco: i Draghi locopei di Ersilia Zamponi, il Poemificio di Paolo Gentiluomo; e certamente la poesia è anche gioco; ma io temo che la poesia-gioco e la poesia-artificio perdano di vista che la poesia è anche il contrario di un gioco. e il contrario di un gioco non è la serietà, ma il LAVORO, in cui i movimenti e le astuzie acquisiti nel gioco possono essere ripetuti. il poeta è un ex bambino, che riutilizza la sua antica fantasia, come chi gioca [Freud, Il poeta e la fantasia]: ma non dobbiamo esagerare l’ingenuità dei bambini. I bambini sono naturali, nel bene e nel male – ma non sono stupidi; non privi di occhi per vedere [e vederci]. soprattutto questi bambini e questi adolescenti – vogliono cose molto definite, e quando le vedono – non si tirano indietro.

    l’anno scorso, una sera di febbraio, il sette febbraio: ho disegnato su un foglio il contorno della mia stessa mano, la sinistra disegnata dalla destra. devo ad uno scrittore-artista, Federico Federici, un’idea lampeggiante, da poeta: il sonetto (4 strofe, 14 versi) assomiglia alla mano umana. perché? perché le 4 dita allineate, escluso il pollice, assomigliano alle 4 strofe del sonetto. ma considerando anche il pollice, le ossa delle dita sono 14. il gioco delirante che ho proposto a scuola è stato questo: prendere 14 termini da una griglia di 10 sostantivi, 10 verbi e 10 aggettivi. scegliere a caso i 14 elementi e disporli su 5 linee: il risultato era uno SCHELETRO; questo scheletro doveva ricevere i muscoli e il resto: dunque i verbi all’infinito andavano coniugati, i sostantivi concordati con gli aggettivi; e anche allora mancava qualcosa: la punteggiatura, che impone il ritmo; il titolo, che se c’è deve introdurre la poesia e se manca deve suggerirne l’indeterminazione [e anche questo doveva essere spiegato: e 25 giovani, con me e i loro insegnanti, non riuscivano a dare un titolo a una poesia di 5 versi: e dicevo: vedete com’è difficile, non è una cosa da stupidi, da gente senza nervi…]. ma alla fine dicevo: credete davvero che un poeta scriva così? con questa finta precisione, che in realtà è idiota? credete davvero che un poeta non abbia bisogno di libertà dalle convenzioni? credete davvero che un poeta debba volare, con ali che non ha, quando è in grado di imporre anche i propri limiti, come l’attore diversamente abile che simula benissimo il volo, nel teatro di Pippo Delbono? Il libro che descrive queste esperienze, più simili alla vita che alla scuola, si intitola Amanuense, anche in omaggio ad un’espressione di Marina Pizzi: amanuense di tasti, cioè il poeta, sempre, anche con le dita su una tastiera. Queste sono le pagine che descrivono – con un andamento a singhiozzo, quasi balbettando – il delirio pedagogico [o antipedagogico]:

    LETTURA: pp. 29, 33, 39, 40 di Amanuense

    il libro non è solo il resoconto delle lezioni (molto libero, e in una lingua polverizzata e interrotta). Ci sono anche i testi scritti da alcuni ragazzi, dopo aver dimenticato e distrutto la griglia assurda che avevo proposto [lo scheletro della poesia-mano era diventato IDEA DELLA MANUALITA’, idea della poesia come libertà intelligente dai vincoli, che abbiamo conosciuto e da cui ci affranchiamo]. poi il libro incorpora alcune prose diaristiche: in un periodo difficile, per me, per motivi diversissimi (molti motivi), mi era chiesto di fare questo corso, di insegnare la poesia. e io l’ho fatto; ma dovendone fare un libro, non ho potuto dimenticare le condizioni reali in cui insegnavo (e performavo, e ridevo, e gridavo – tutto è stato molto vivo, ora dopo ora, sempre, in tutte le classi).

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  18. sinceramente: mi ha fatto un certo effetto (ri)vedere concetti (!) che sono in questa scuola, e che ripeto spesso: neocrepuscolarismo, ecc. L’eco fa sempre impressione (ti accorgi di aver parlato, di essere stato sentito; e chi voleva scomparire si dice: ho lasciato una traccia – e ora *posso* scomparire?).

    Ronchi sta nelle “piccole cose” – con il vantaggio del distacco, come dice: vengo dalla filosofia, dal cinema, faccio il libraio, ecc. E Valentino scrive così, ad esempio:

    Così sarà di certo
    semplice questa sera vestiti di poco, da estate,
    entrare piano e dire una preghiera, sedersi
    sul fondo della chiesa, umida dal lato del mare,
    nel centro esatto della piazza del piccolo paese.

    che in realtà non è così giovanile o così incontrollato (c’è anche un endecasillabo nascosto: “entrare piano e dire una preghiera”; e Guglielmin lo sa meglio di tutti: “sapiente organizzazione degli accenti”); in un certo senso è *anche* “prosa tagliata in versi”, come la definisce Gabriele Pepe (ed è un mio modo di dire); ma non è scrittura *estranea* alla letterarietà, capìta bene o capìta male (ma non è questo il problema, ora). insomma: è poesia (molto) prosastica, ma non BARBARA e non INCOLTA. il problema è che coincide esattamente con il suo autore; che dunque assomiglia al suo testo – e allora dov’è il problema? [abbiamo parlato a lungo, e con forza, qui – di corpi somiglianti e testi in maschera – e viceversa]. forse il problema è doppio: gli accenti ci sono, ma manca una *forma* riconoscibile (gli accenti sono quasi dispersi, nel magma; e mancano le *apparenze* come le parentesi e i tagli di Sanguineti – per esempio; dunque non è immediatamente identificabile: ha il corpo di un uomo comune, che si disperde nella folla – è un esempio grezzo); e questa vita assomiglia a molte vite.

    Giampiero Marano parlava di regime della visibilità e di poesia-problema. quello che (mi) colpisce – sempre, di fronte alla poesia semplice-visibile (per modo di dire) (e non diciamo “poesia di mercato”, ché il problema NON è il mercato) – è la distanza. da un lato, sembra che le avanguardie [non dico Villa, ma Porta e Rosselli, ad esempio] non siano penetrate, in nessun modo; dall’altro, che la vita complicatissima ipertecnologica ipercinetica che stiamo facendo *tutti* – tutto tranne che una vita ‘naturale’ – sia all’esterno, *non detta*. e se [PROVOCAZIONE] la poesia ‘semplice’ o ‘pop’ non fosse ‘naturalistica’ come crede di essere? questo “parlare come si mangia” – espressione spaventosa, ma chiara – è *già* un’altra accademia o un’Arcadia (e non un diario, come sembrerebbe)? [ora: non mi riferisco a Valentino, che è un uomo giusto – ma alle condizioni reali di una cultura più vasta, che sono da sempre più urgenti…]

    di fronte alla poesia della visibilità – il mio orecchio [folle, e anche isterico, e lo so bene] sente che si parla di *storia* e non di forme. e l’orecchio sente poco la forma; cioè sente qualcosa di non risolto da *questo* punto di vista – non trova i suoni, non distingue bene… così, delirando e improvvisando – come prima risposta, sul momento.

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  19. @ Lorenzo
    molto semplicemente: il computer che stiamo usando non è una macchina semplice, né antica; la rete che stiamo usando non è semplice, ma complicata, e non è antica (io sono nato nel 1973, ho fatto in tempo ad usare *molto* le lettere di carta, con tempi di azione-reazione di 10-15 giorni: non esisteva ancora la “posta prioritaria”); gli strumenti che usiamo sono nuovissimi e complicatissimi. tutto si globalizza e si complica (muore la signora Bhutto e la borsa di Tokio ne risente; il presidente degli USA visita, e non solo per cortesia, il Golfo Persico). volevo dire questo: che niente è ingenuo e semplice, a livello di OGGETTI (=tecnologia) e di CRONACA. la poesia delle piccole cose non ne risente in nessun modo (a parte gli esperimenti di Della Mea – che però non è tanto minimalista). le piccole cose sono i piccoli rapporti, le piccole storie della “piccola comunità”, ecc. – cioè la poesia è indietro di 100 anni? [non è una domanda polemica, ma neanche *retorica*]

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  20. massimo, forse troppo semplicemente? e se la poesia fosse avanti di cento anni? o magari soltanto di dieci? ci sono, poi, le prospettive. un computer non è certo più complicato del nostro cervello (“immaginiamo facilmente mallarmé davanti a un calcolatore elettronico” ha scritto qualcuno, o qualcosa del genere). la coscienza dell’uomo ha la capacità di ruminare tutto, come la bocca della vacca. di rendere tutto semplice (i.e., ridotto ad unum, e meno complicato di sé). la poesia dà soluzioni per la coscienza individuale (come la Diesel dà soluzioni per il look). per come possiamo armonizzare in noi, individui, conoscenze, esperienze, pulsioni, etc. tu dici: questa non mi va bene perché “sembra” che non vi siano penetrate le avanguardie, “sembra” che non vi sia penetrata la complicatissima tecnologia. “sembra”, ma è davvero così? se davvero fosse così sarebbe poesia, se pure non barbara e non incolta, davvero ingenua. forse stai solo dicendo: questa soluzione è parziale, lascia fuori troppo reale? non è una soluzione efficace, per la coscienza individuale, oggi. ma davvero questa “efficacia” non si potrà misurare così: parla o non parla delle piccole cose, la forma è esplicita o implicita, la vita è qualunque o eccessiva. troppi “distinguo” da fare, forse. alla prossima. scusa il disordine.

    lorenzo

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  21. dicevo (tentavo di dire) proprio questo: “forse stai solo dicendo: questa soluzione è parziale, lascia fuori troppo reale”. e (mi permetto di dire) che è *evidentemente* così (parlo in modo limitato, perché parlo di quello che conosco; eppure in modo perentorio: l’indicativo, che è sempre un dito puntato su e contro; io stesso sono ambiguo, qui). il cervello non è semplice, ma conviviamo con un cervello da milioni di anni (senza conoscerlo tutto; senza usarlo del tutto – senza ironia; ma è una convivenza usuale, ormai). ma: le macchine – no. la tecnologia – no. la rete – no. la virtualità – no. la globalizzazione – no. il blog – no. il prolungamento *smisurato* (e innaturale, secondo me) della vita – no. la moltiplicazione a dismisura dei disturbi mentali [e degli stupefacenti, e degli psicofarmaci] – no.

    la poesia si àncora sempre a qualcosa di molto limitato e molto visibile, molto da piccola comunità (dicevo) e borgo selvaggio. le piccole storie della piccola vita (non parlo di Valentino, ma in generale) non sembrano ambientate nel 2008. le birre (32) nel frigo di Martino Baldi potrebbero essere state depositate nel 1968. questa – è una scelta anche politica? è una limitazione? è una posizione purgatoriale, quindi né anarchica né engagée? (a me *sembra* che sia un Purgatorio: anche *antipolitico*?). sia chiaro: anche Giovenale fotografa case familiari e oggetti comuni; ma, scrivendone, qual’è la sua *lingua*? prima di tutto, è SUA. in secondo luogo, è una LINGUA. in terzo luogo, non è la lingua usuale. il problema di Valentino non è la falsità, perché è poesia *sincera*. il problema (forse, forse, forse, sembra, sembra, sembra – e *mi* sembra) è la sua *indistinguibilità*, tematica e linguistica.

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  22. va bene massimo, la rete e la virtualità sono recenti, ma non è detto che debbano diventare per ciò l’oggetto esplicito della poesia. l’uomo convive con innovazioni da quando esiste, mettiamola così.

    sull’indistinguibilità tematica e formale di ronchi, non sono assolutamente d’accordo con te. è un poeta che ha una voce, e non perché è sincero (lo sono anche quelli di “scorie contemporanee”). e.g., non riesci a distinguerlo dai neocrepuscolari de “la gru”? non riesci a distinguerlo da lombardini? eppure: non c’è *una* metafora (ciò non accade altrove, neppure in baldi), la forma (come dici tu) c’è ma non è riconoscibile, etc.

    ciao,
    lorenzo

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  23. ma il problema è come quello dei corpi NON simili ai testi. dunque la storia è una cosa, il testo un’altra. poi i crepuscolarismi sono differenti e differenziabili (e più differenziabili che differenti) – così come la metrica stretta di Gozzano non si paragona ai versi liberi di Corazzini. eppure – e in termini pop (altissimo), ora Marco Giovenale si chiede questo :

    http://slowforward.wordpress.com/2008/01/14/grande-e-piccolo/

    perché è sempre su *questo* che si costruisce quella storia che i poeti non vogliono (qualcuno direbbe: non *possono*). il crepuscolarismo d’epoca contava sulla mortalità dei corpi, debolissimi e riempiti dalla morte (quando Montale, ancora 30 anni dopo, dice “l’enorme presenza dei morti”, i morti sono all’esterno e sono la storia, oppure è Mosca ingessata; ma Eugenio è sano; Corazzini e Gozzano *morivano*, come moriva Scipione: loro, in *prima* persona). ora i nostri corpi medicalizzati si candidano al secolo di vita – *ma* la poesia si comprime e si trattiene. e NON FA PAURA. e si pone (lo ripeto, ne sono convinto) in un PURGATORIO. ma senza l’altissimo mestiere e l’altissima *sensibilità* (anche metrica – e vuol dire *tutto*, in un campo di *forme*) di Luzi. le contrazioni sono distruttive, dove manca un mestiere che faccia di necessità virtù.

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  24. [ma è *chiaro* che parlo, sempre e anche qui, a partire da ossessioni personali: la mia brutta intolleranza per la frase “vissi al cinque per cento”, e per cose simili – perché non assume il carico di una magnificenza? sì, credo che sia per questo: perché il neocrepuscolo, la piccola comunità, la piccola vita che va a Praga e a Londra, ma scrive come se non fosse uscita dal borgo selvaggio nebbioso e dialettale – questa chiusura non è né religiosa né laica, né animalesca – è solo limitazione, secondo me. e Pieri mi diceva “ascolta i musicisti, sono meno provinciali dei poeti” – e sono anche meno devoti alla sacralità banalizzata, e cercano di magnificare, a modo loro e con i loro mezzi. dunque i musicisti massacrano, orrendamente: quello che diventano i piccoli versi di Balestrini nel Contrappunto dialettico alla mente di Nono – ad esempio. eppure: Nono innalza e *migliora* Balestrini, senza paragone.

    non tutto è scuola e non tutto è insegnabile. ma chi insegna farebbe male a non dire: dico questo perché lo penso, e lo penso perché ci sono cose che – con mio peccato, forse – *non suonano* o *sono pericolose*. chi si ferma è *perduto*. il Purgatorio è lungo. la mia ossessione è il “sentimento del tempo”. e io penso spesso alla “passeggiata veneziana” di Galindo: se deve essere l’*istante* – cogli l’attimo! – allora bisogna che la presa dell’istante sia *potente*…] [performare, bene, è una cerimonia più difficile dell’installazione]
    massimo

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  25. Dall’ultimo banco, Massimo, annoto che si discute di poesia “delle piccole cose” (all’apparenza inevitabile) e poi ci si chiede perché la poesia non faccia paura. Chiedo di ricordarmi poeti che in passato abbiano messo paura, abbiano creato un allarme. Non me ne viene in mente neanche uno. Piuttosto, oggi uno a roma a fatto scivolare 500.000 palline colorate dalla scalinata di trinità dei monti a piazza di spagna, a roma. Te l’immagini? cinquecentomila palline colorate che corrono come topi giù dalle scale.

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  26. ciao Alessandro… Dante crea allarme (i nomi che nomina sono nomi veri: mettere all’Inferno Farinata è come metterci oggi uno statista degli anni ottanta – la proporzione, temporale e strategica, è la stessa). Pasolini crea allarme, anche senza motivo (quando viene querelato perché un personaggio di Accattone ha *quasi* il cognome di un onorevole), e con motivo (la poesia – “brutti versi” – contro i “figli di papà” a Valle Giulia). Santacroce crea allarme, anche esistendo e respirando. l’allarme lo crea Cattelan, che piaccia o meno. le palline scagliate e rotolanti – sono una poesia, certo: velocità leggerezza molteplicità e altre categorie calviniane si avverano. [parlo per immaginazione, non ne so nulla, non ho visto niente]

    [e poi giro sempre tra i banchi, non mi siedo mai alla cattedra. semmai *sulla* cattedra. lunedì ricomincio ad insegnare a scuola. non esistono ultimi banchi: chi si ferma è perduto, e io giro! e girando – lo sai: gli ultimi diventano i primi…]

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  27. dalla discussione qui e sul blog di guglielmin ho avuto l’impressione che, almeno per ciò che riguarda il caso di ronchi, vi sia una non perfetta intersezione di interessi, prospettive, conoscenze. per esempio anche tu massimo prescindi completamente in queste poche note dalle coordinate filosofiche – tanto evidenti e centrali – del lavoro di ronchi, perché ti volgi altrove. ma anche queste coordinate, questi contenuti, questo sapere sono “parte del reale” e lasciarlo fuori impoverisce, quanto lasciar fuori altre cose (forma, assoluto, pane celeste).

    exultate in tremore!
    lorenzo

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  28. mi è venuto in mente adesso questo, che forse ti può interessare massimo: si può tentare una critica alla poetica di ronchi e di altri nostri coetanei secondo altre coordinate, rispetto alle “briciole”, ossia da un pensiero di Mandel’stam che stigmatizzava con violenza il “buddhismo occidentale”, il “buddhismo estetico”
    che s’era fatto strada nel romanzo (Flaubert) e poi nella poesia del XIX secolo, trasformandosi in una religione del nulla per fessacchiotti. [Se ritrovo il passo lo posto]. ecco la poesia di ronchi è piena di “tautologie estetiche” (e questo anche per le sue derivazioni filosofiche), del senso del “ecco è tutto qui, è tutto qui”. ecco forse questa è la radice che ti fa gridare alla “lesa complessità” massimo, ma come vedi è una radice non ingenua. per cominciare a criticare, qui, si dovrebbe partire più che dalle briciole dalla filosofia come l’abbiamo conosciuta fino a ieri. [i poeti sono più provinciali dei musicisti? e i filosofi italiani? più o meno dei poeti?]

    ciao fammi sapere se l’idea ti convince,
    lorenzo

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  29. Jankélévitch e Guyau sono citati da Valentino – va bene. infatti sono parte di un suo presente.

    ma il *resto*? il resto è una vita dignitosa, piena di amore e passione, legata ad affetti umani e dolci e veri – tutto questo è realtà di gentile aspetto, certo, come lo è la stessa filosofia [ma allora ogni informazione che tocca il cervello è realtà: comprese la pubblicità e i calendari pornosoft e l’immagine – ritoccata – di Simone De Beauvoir nuda, di spalle]. a me (parlo per me) manca il resto: cioè abbiamo creduto che la poesia realistica fosse democratica, mentre (forse) è estremamente SELETTIVA. Recife e le favelas sono lasciate a Pasolini; o al Chatwin di turno. a noi (lo ripeto): il piccolo mondo (antico).

    non è un caso che ora siamo solo *maschi o uomini* a parlare, qui. segno che si sta discutendo di una cosa *impoetica* E politica (in un certo senso: potere): che cosa è l’arcadia, come ci si entra e perché, e (non) facendo che cosa. cosa che a me (parlo semplicemente) non interessa.

    rimangono, oscenamente, i TESTI [perché, spogliandoli di tutto, nudi, *turbano* molto]. possiamo interpretarli all’infinito (e spesso con una prosa superiore agli stessi versi: segno che non sono grandi versi) – ma ciò che è scritto è scritto.

    un musicista prenderà quello scritto e lo devasterà – liberandolo, professionalmente e spiritualmennte. scriverò presto una sesta puntata, anche per liberazione dall’impronta maschile.

    e oggi mi scrive un amico, dolcemente, e mi dice: parli con forza, ma si sente che hai un peso di cui vuoi liberarti. si tratta, anche (e non solo), della gabbia virile. e lo dico nel momento in cui per me cambiano molte cose, in cui imparo (come un bambino) a parlare, a “vomitare” e “masticare” le parole, perché lo chiede un’esperienza teatrale che sta venendo… si nasce di nuovo, e incipit vita nova.

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  30. @ Lorenzo, ancora
    i poeti provinciali rispetto ai musicisti: ti rimando a Mangiati dalla musica di Marzio Pieri (e a tutta la sua *opera*). e poi a Contro i poeti di Gombrowicz. e in generale – all’evidenza. ripeto: la musica di Nono su Balestrini è maggiore dei versi di Balestrini.

    è tutto qui, tutto è quello che è, tutto è stato (Nietzsche ne ride e piange in Zarathustra), gli alberi sono alberi le donne sono donne le case sono case – Sbarbaro, il buddismo *triste*, ecc. Ma: i testi dicono, ancora, all’orecchio, altro. in ogni caso uomini parlano a uomini, vir vivit viriliter – eppure qualcosa *stona*.

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  31. già dimenticavo, vuoi “odiare l’intelligenza”. deciditi però (silenzio, parola, concetto, immagine etc. etc.). ti saluto e ti auguro il meglio, credo che serva a poco continuare a parlare qui con te, e non è una sconfitta per nessuno, ma un’evidenza, nemmeno dispiacere. capiterà di parlarci altrimenti. alla solitudine siamo tutti abituati. “maschi… oltre ai coglioni c’è di più…”. firulì firulà…

    ciao,
    lorenzo

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  32. ci *deve* essere di più (nel corpo, che è esteso, e nelle parole, che estendono il corpo). “altrimenti uno parla da solo” – disse Pavese. [la masturbazione ha una certa fortuna nella poesia contemporanea: detto senza ironia]

    l’intelligenza è un debito alto e costa cara, come l’ironia (di Rorty) e la critica (di Feyerabend). ma qui si parla di versi e strofe, oh che sarà! che sussurriamo nelle alcove. sussurriamo di *cose*, interpretate come idee. ma non sono solo idee. quale *appagamento* dà un testo?

    e per mia *deformazione*, io *credo* che quando i maschi si moltiplicano (in forma di parole), e le donne tacciono, stia accadendo qualcosa. cioè si stabilisce come dividere la preda, intorno al fuoco acceso, come nel 50000 avanti Cristo… l’ho sempre pensato, e mai detto *chiaramente*. Donne ch’avete intelletto d’amore, ecc.

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  33. Lo sapevo che mi tiravi fuori pasolini. e dunque. pasolini non è un poeta. così come isabella oggi. questo è il punto, azzeccato, nella tua scuola. poesia e corpo. il poeta deve alzare le chiappette e andare fuori, se vuole mettere paura. con ogni mezzo possibile. il terrore viene dal fatto che può farlo e spesso, troppo spesso, e ha paura.
    faccia. corpo. gente. confronto. da un certo punto di vista “spettacolirazzazione”
    E ben venga, dico io, se hai la faccia di dire quello che pensi davanti a tutti. Ma dillo, santo ddio. Dillo.

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  34. A proposito dell’osservazione molto acuta di Lorenzo sulle tautologie estetiche della poesia di Ronchi, potrebbe essere interessante analizzare in parallelo la poesia di Ronchi e quella Simone Zafferani: credo che i punti di partenza (il materiale della poesia) siano molto simili, ma i punti di arrivo non lo siano affatto. Mi rendo conto che così tiro il sasso e nascondo la mano, ma il mio accesso alla rete in questi giorni è sporadico e non sarò in grado di seguire la discussione.
    Qui sotto un testo di Simone Zafferani:

    «arrivederci amore»
    devi dire piano. Sii onesto nel tuo
    parco di abbandoni, sazi come mandarini giunti
    a un dolcissimo disfacimento.

    Credi alla maturità dura e cocente, a un sole
    uscito tra le carte a dire: tutto è avvenuto come doveva.
    In una quieta eresia del pensiero, prova
    a ritessere il tracciato come lo credi, come poteva essere
    o come è stato.

    E ancora, credi. Affidati. Impara l’estesa
    categoria della purezza, dei filari assolati che l’estate
    se vuole imporpora di sé.
    Passeggia ancora, dimenticando,
    ripetendo che ogni abbandono è come
    l’uva al suo stadio di fermentazione, un sole esploso
    nella sua piena carità di fare
    il giorno semplicemente più accogliente.

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  35. cara alessandra, non conosco (ancora) simone zafferani ma lo cercherò senz’altro. grazie per l’indicazione. discutiamone quando hai tempo.

    lorenzo

    p.s. ma sei l’alessandra palmigiano coalgebrista??

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  36. @ Lorenzo: ti ho scritto al tuo indirizzo su uniroma1 (mi dà un permanent fatal error) e su unisi. Se non dovessi ricevere su unisi, potresti mandarmi tu per favore un messaggio?

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  37. Testo critico in: Cento poeti per l’Europa del Terzo Millennio
    Edizioni Accademia Internazionale Il Convivio
    Castiglione di Sicilia 2007.
    Enza Conti
    Nelle poesie di Ines Scarparolo c’è musicalità, ricerca di parole, la necessità di comunicare attraverso un linguaggio completo che va dalla lingua italiana al vernacolo. Per quanto riguarda l’utilizzo del dialetto, come espressione poetica, possiamo scorgere un vero e proprio recupero di un passato storico, attraverso il quale è possibile cogliere antichi timbri fonetici, che sono il segno tangibile di un dialetto integrale, incontaminato, quale fusione dell’intenso rapporto tra il pensiero, il cuore e la storia biografica.
    La Scarparolo ci da la possibilità d’incamminarci dentro la storia di una regione, il Veneto, attraverso voci autentiche. Leggendo le sue poesie si scorgono temi e forme metriche che sembrano modellati su una lingua classica, una lingua che si manifesta, però, in modo immediato senza veli e consente di sentire l’eco distante dei ricordi che, pur appartenendo al passato, è sempre presente attraverso le testimonianze del tempo che fu.
    L’Autrice opera un >vero e proprio riacquisto della lingua, consegnando ai lettori degli strumenti fonetici che lasciano scorgere flessioni linguistiche di un vissuto attento (El to posolo, mama). Dai suoi versi emerge subito che la poesia è dentro il poeta, radicata profondamente sia nelle azioni, che nel pensiero, cioè fissata al filo della sua filosofia esistenziale. Nella sua poetica c’è un universo immenso, che si colora e parla grazie alla forza evocativa delle immagini, dalle quali scaturisce l’intrinseco desiderio di voler comunicare. Pertanto non è casuale la ricerca di emozioni, che rafforzate da giochi verbali divengono frutto di un’azione mentale libera, desiderosa di instaurare un rapporto intenso con il lettore.
    Da ciò emerge la concezione lirica del poeta, cioè quella guida che accompagna la vita, in quanto piano culturale ed esistenziale interagiscono tra loro. L’effetto è di una melodia contenuta che sgorga da un ritmo intcriore sul filo della memoria, ecco perché (La vita contìnoa fiorire) «E la vita continoa fiorire | anca se l’omo, | tante volte, pianze». Con questi versi si ha la sensazione di essere dinanzi ad un colloquio dove l’animo poetico parla a se stesso e al mondo, nel momento elegiaco della trasfusione di sé negli aspetti della vita. Ecco perché si può affermare che nei versi della Scarparolo c’è il poeta pensatore, c’è l’Essere che guarda all’evoluzione storica e sociale, ma soprattutto c’è l’Io capace di fermare l’attimo, che attraverso la poesia diviene modello dell’espressione umana.
    L’Autrice veneta trasferisce nei versi il segno incisivo di un iter personale, frutto di un’introspezione che si affida a un dialogare intimo. C’è infatti il mondo delle cose, della natura, della vita affettiva e dei sogni fatti: «Profumo | de rasa… | Co canto de anguane | el vento me cuna», cioè la forza di riappropriarsi delle piccole cose attraverso il suono di un linguaggio sempre vivo, che coincide con l’esperienza del vivere. Passato e presente si intrecciano fino a raggiungere l’unitarietà tra sentimenti e ricordi. Il ricordo è un elemento cardine nelle poesie della Scarparolo, quel ricordo che è il presente del passato, come afferma sant’Agostino. Ma la poetessa dimostra di saper andare oltre il fugace, tant’è che dalla passione di Cristo coglie la sofferenza degli uomini che s’incamminano lungo la strada della vita portando la croce sulle spalle, (On Cristo de sti ani). Nella sua poesia c’è soprattutto il desiderio di creare un momento di riflessione che non si ferma solo alla composizione, ma va verso l’essenza del messaggio. L’autrice crede nel valore della parola, ecco perché modella la sua poetica sul!’utilizzo di un linguaggio non sperimentale, ma vicino alla realtà, che si nutre di una sostanza umanamente e stilisticamente incisiva.

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  38. FORSE PUO’ ESSERE UTILE ANCHE QUESTA RECENSIONE DI NICOLETTA CORSALINI:

    Dalle poesie della silloge Ed è già Quiete di Ines Scarparolo si sprigionano una limpidezza e una delicatezza più accentuate che nelle precedenti pubblicazioni, probabilmente ciò è dovuto ad una scelta accurata del proprio registro poetico; esse imprimono un andamento pacato ed armonico ai versi e contribuiscono a creare un’atmosfera priva di specifici connotati spaziali o temporali.

    È l’Amore il sentimento cantato dalla poetessa in queste composizioni e, da lei, viene vissuto non in modo statico, così, a volte si colora di accesa passionalità, altre di dolce malinconia, altre ancora di sofferta consapevolezza per un’inevitabile, naturale separazione futura.

    Cristina Contilli, nella sua prefazione, acutamente, rileva che le poesie di Ed è già Quiete “raccontano l’evolversi di un rapporto dall’impeto del desiderio e della passione alla calma dell’affetto e della tenerezza”, un rapporto che rimane, sempre e comunque, straordinariamente intenso poiché è soltanto il modo di amare che varia nel corso del tempo mentre i palpiti, le gioie e perfino i timori restano sempre acerbi. L’autrice, in svariate composizioni (Dove sarà, Insieme a te, Io sarò lì…) conferma che il suo amore per il compagno è sempre vivo.

    In copertina, viene evidenziato che questa silloge è vincitrice della 13ª edizione del Premio Letterario Internazionale “Trofeo Penna d’Autore 2006”, e, ad un lettore attento, non sfugge la doppia valenza del sostantivo “quiete” che compare nel titolo (lo stesso della poesia la quale chiude la raccolta) riferita sia alla sfera spirituale che a quella materiale. Anche la stessa natura, diventa un elemento il quale contribuisce ad evidenziare quest’atmosfera di soffusa tenerezza e perfino i momenti fantasiosi e sensuali condivisi con l’amato sono mitigati da dolci baci e carezze che hanno il potere di smorzare i traumi di pensieri struggenti.

    È da rilevare la capacità di Ines Scarparolo di elevare il suo personale sentire ad una sfera universale e di infondere musicalità ai versi, brevi o brevissimi, di queste poesie d’amore, le quali si susseguono seguendo un percorso logico ed armonioso, conferendo a questa silloge un impatto emotivo immediato e piacevole.

    E PER CHI VOLESSE FARSI UN’IDEA DELLA PRODUZIONE POETICA DI INES E DEI GIUDIZI CRITICI CHE SONO STATI SCRITTI SUI SUOI TESTI:

    http://www.literary.it/autori/dati/scarparolo_ines/ines_scarparolo.html

    Esistono autori su cui il giudizio critico è ancora in via di definizione (l’altra volta si discuteva della poesia di Martino Baldi e di Christian Sinicco su cui esistono valutazioni critiche contrastanti) ed altri, la cui opera ha già ottenuto dalla critica letteraria una valutazione complessivamente positiva, perciò Ines Scarparolo può soggettivamente piacere o non piacere col suo genere di poesia molto musicale ed armoniosa, ma abbastanza tradizionale nella struttura, però appartiene a questa categoria di poeti, su cui la critica ha ormai espresso un giudizio sostanzialmente positivo, che si può sempre rimettere in discussione, ma di cui non si può negare l’esistenza, perché, per la definizione della propria poetica, risulta utile farlo…

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  39. INES SCARPAROLO è nata a Vicenza, dove vive, nel 1946. Ha pubblicato nove libri di poesia ed un libro di racconti: ” S’ciantìse” (Torino, Penna d’Autore, 1997), “Ascolta” (Torino, Penna D’Autore, 1997); “Quando fiorisce il pesco” (Melegnano, Montedit, 2000); “Tra nubi erranti” (Arezzo, Edizioni Helicon, 2001); “Giochi di colore” (Torino, Penna D’Autore, 2002); “Il respiro dei fiori” (Vicenza, Editrice Veneta, 2002); “Sogni nella valle” (Patti – ME, Nicola CalabriaEditore, 2004), “Grappoli di stelle” (Torino, Penna D’Autore, 2005); “Per te, amico!” (Chieti, Edizioni Cannarsa, 2006), “Ed è già quiete” (Torino, Edizioni Penna D’Autore, 2007”. Ha curato con Cristina Contilli i libri: “Elegia per Nadia Anjuman” e “Dall’Arcadia al Romanticismo: il percorso di una poetessa vicentina dell’Ottocento. Vittoria Berti Madurelli”, tutti pubblicati dalle Edizioni Carta e Penna di Torino. E’ inserita nel volume “Letteratura italiana contemporanea: testi, contributi, aggiornamenti” (Arezzo, Helicon Edizioni, 2005) e nelle antologie “Poeti europei” (Catanzaro, Carello Editore, 2004) e “Forever Spoken” (Owings Mills, Poetry.com, 2007). Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, tedesco, spagnolo, greco moderno, portoghese e rumeno.

    Il fatto che “difendo Ines” come è stato scritto sopra, non significa che non apprezzo poeti come Pavese o Kavafis, ma, se si parla di scrittori contemporanei, cito anche, tra quelli validi, Ines Scarparolo e, se uno va a leggere le recensioni nella scheda di Ines su literary che ho linkato in un commento precedente, vedrà che sono comunque in buona compagnia… poi, se Ines deve scontare in questo blog il fatto che è una mia amica e che abbiamo curato due libri insieme, uno sulla poetessa afghana Nadia Anjuman ed uno sulla scrittrice vicentina dell’800 Vittoria Berti Madurelli, mi dispiace per Ines, ma a questo punto io non posso farci nulla!!!

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  40. io parlo di testi, non di fidanzamenti rotti e di parole dure. che importanza hanno? nessuna. qui non sconti nulla, perché questo sito non è mio, non è personale, e io sono solo un ospite (e lo ricordo sempre). i testi reggono o no. ma questo è inutile: se io sono inetto, inadatto a parlare, è inutile che tu mi parli. nessuno viene a difendere più di tanto i testi che reggono male. e allora è possibile esibire i gioielli di famiglia, le critiche, ecc. – ed è legittimo. tu non sai quanta disperazione creino questi muri. significa che la poesia è solo la rappresentazione di una forma, non una forma. è legittimazione che non si legittima, e ha bisogno di altro. ma al gioco del massacro non ci sto – scrisse Porta contro il mio maestro. e aveva ragione. la porta della storia è una porta stretta, entrarci costa una spaventosa fatica – disse un altro maestro.

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  41. Se i testi di Ines o di altre poetesse che a me sembrano valide “non reggono”, perché sarebbero stati recensiti positivamente? Anche facendo la tara e togliendo le recensioni dei poeti con cui un autore può avere rapporti di amicizia e di collaborazione e che quindi possono essere state scritte in buona fede, ma non in modo del tutto distaccato ed obiettivo, restano sempre le altre… saranno pure inutili “gioielli di famiglia”, ma sono sempre la testimonianza del riscontro che l’opera di un autore riceve presso i contemporanei… il che non garantisce che un certo autore o autrice tra cento anni sarà ancora letto, ma gli dà comunque una maggiore probabilità di essere letto e ricordato anche in futuro rispetto ad altri che quei riconoscimenti non li hanno avuti… poi sarai pure un ospite in questo blog, però, non si può dire che non fai tutto il possibile (ed anche di più) per creare delle polemiche, abbastanza “violente”, con altri scrittori che portano avanti una poetica diversa dalla tua…

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