Abbasso i terroni!

di Pasquale Giannino

“Ingegnere, ha visto lo schifo di Napoli?” mi fa Davide. “Lo schifo di Napoli?” “Insomma, lo scandalo dei rifiuti…” Il locale è gremito, sono già le nove e devo correre in ufficio. Ho un meeting di quelli tosti, oggi, sarà un bagno di sangue. “Ah, le discariche… Senta, il caffè me lo faccia corretto per favore.” “Non gli bastano i miliardi che gli abbiamo dato?” incalza il barista. Io annuisco, in realtà non lo ascolto più. Il caffè è pronto. Lo mando giù senza gusto, come se fosse una medicina. Mi affretto verso l’uscita.

Quando ero piccolo aspettavo la domenica con trepidazione. Abitavamo in via XXIV maggio, la più centrale del piccolo borgo montano. Là vicino trovavi tutto ciò che ti occorreva. Sotto casa c’era la farmacia. Poi la via cede il passo a una interminabile gradinata che si inerpica fino al municipio. C’era una ferramenta e un negozietto, poco più in alto. Di quelli che non si vedono più: “Alimentari e diversi”. Qualche volta ci andavo a prendere il pane, la pasta, lo zucchero… Ci trovavo sempre una vecchietta cieca, zia Michelina, me la ricordo durante l’inverno, seduta vicino a un braciere mentre sua figlia serviva i clienti. Tutto avveniva in maniera molto lenta, con calma, discorrevano del tempo, dei matrimoni, dei morti… Qualcuno si attardava a salutare la vecchina e lei si schermiva: “Figlio mio non ti conosco, sono anni che non vedo”. Io aspettavo pazientemente il mio turno, frattanto ripetevo nella mia testa l’elenco delle cose che avrei dovuto acquistare. In verità la via non termina con la scalinata ma prosegue in un vicolo strettissimo, appena accessibile per la miriade di motocarri che l’imboccavano, lasciando spesso sui muri tracce evidenti del loro passaggio… Proprio all’ingresso del vicolo c’era un negozio molto strano. Ci trovavi di tutto: scarpe detersivi penne matite lampadine… persino un telefono pubblico. Eh sì, i cellulari e gli SMS non erano ancora arrivati… In realtà, quel telefono lo usavano delle famiglie che a casa non lo avevano. Ogni tanto vedevi zio Innocenzo, il negoziante, fermarsi sotto un’abitazione piuttosto trafelato. Suonava il campanello, aspettava che qualcuno si affacciasse dal balcone, poi urlava: “Al telefono!”. Zio Innocenzo era stato per molti anni in America, aveva investito così i suoi risparmi dopo il ritorno in paese. Quella sorta di emporio era pieno di elenchi telefonici. Quando qualcuno gli dava una banconota la controllava scrupolosamente, la guardava in controluce, l’accarezzava… Le più sgualcite le conservava sotto uno di quegli elenchi…
La domenica mattina scendevamo nel garage. Mio padre posava nel bagagliaio l’acqua fresca da portare ai nonni, salivamo nella Centoventisette, e lui iniziava le manovre per uscire. Là davanti lo spazio era così angusto che non avevi la possibilità di girare a destra e imboccare subito la discesa. Dovevi salire verso la scalinata, tornare in retromarcia sullo spiazzo di fronte alla farmacia, e se non c’era nessuna macchina posteggiata (evento alquanto raro nonostante il divieto di sosta), con un’altra sola manovra te la cavavi. Non appena mio padre accendeva il motore, zio Innocenzo spuntava dal vicoletto. L’abito della festa, quella gomma americana che non smetteva mai di masticare, ci salutava cordialmente. Pareva che dicesse: “Andate tranquilli, resto io qui a controllare tutto…”.

“Questa è la valigia della Svizzera” mi disse mio nonno, mostrandomi la vecchia scatola di cartone.
“Quanti anni avevi la prima volta che sei partito?” gli chiesi.
“Quarantasette.”
“Quarantasette? Come mai così tardi?”
“Tuo padre lo avevamo mandato nel collegio dei minimi, a Paola. Ci rimase per quattro anni, poi capì che la sua strada era un’altra.”
“Meno male!…”
“Del resto, per un ragazzo che è cresciuto in campagna quella vita dev’essere peggio del carcere…” L’ulivo sfiorava con le fronde il casolare. Mio nonno era seduto su una sedia impagliata davanti all’uscio, come sempre, quando mi raccontava le sue storie. “A ogni modo,” continuò “i monaci lo avevano istruito bene, non potevo mandarlo a zappare. I soldi per mantenerlo agli studi non li avevo, così pensai di scrivere a mio fratello. Lui era partito già da qualche anno. ‘Ormai sei anziano,’ mi rispose ‘è difficile farti entrare in fabbrica. Però potresti andare a lavorare da un agricoltore che conosco.’”
“E tu hai accettato?”
“Non avevo scelta.”
“Hai lasciato la tua proprietà per andare a fare il bracciante all’estero?”
“Il fatto è che la terra da noi non ha mai fruttato niente. Abbiamo sudato come ciucci di fatica tua nonna e io. Ogni mattina alle quattro eravamo in piedi. Io andavo a governare le bestie, lei mi preparava il pranzo da portarmi sui campi: salumi, patate, peperoni… Tutta roba nostra, non compravamo nulla. Mettevo ogni cosa nello zaino che mi ero portato dalla guerra, salivo in groppa all’asino e partivo. La nonna mi raggiungeva più tardi, dopo aver sbrigato le sue faccende. Tornavamo dopo il tramonto con le ossa rotte… In Svizzera il padrone mi trattò bene. Mangiavo a casa sua. Lassù la prima colazione non è come da noi. Qui ci accontentiamo del caffè, al massimo prendiamo una zuppa di latte. Lassù c’erano uova, salsicce, formaggi…”
“Alla faccia…”
“D’altra parte si lavorava sodo. E si moriva dal freddo…”
“Ma la notte dove dormivi?”
“Da mio fratello. Aveva una baracca poco distante…”
“Meno male che il padrone ti trattava bene…”
“In effetti la paga non era granché. Qualche tempo dopo riuscii a entrare in un cantiere. Guadagnavo quasi il doppio.”
“Allora ti sarai cercato un alloggio un po’ più decente…”
“Sono rimasto nella baracca fino al momento del ritorno, l’anno della tua nascita. Avevi appena un mese, non potrò mai dimenticare i tuoi occhietti scuri che mi fissavano…”
“Hai fatto quella vita da cani per tutti quegli anni?”
“Quattordici per l’esattezza. Sì, è vero, tuo padre aveva finito gli studi da un pezzo. Io però avevo in mente di comprarmi una casetta in paese. Era da sempre il mio sogno, passarci la vecchiaia con tua nonna. Poi i tuoi si sposarono, non avevano ancora un impiego stabile: gli dissi che avrebbero potuto arrangiarsi in quella casa… Mi sarebbe piaciuto restare qualche altro anno, ma i dolori alle braccia erano diventati insopportabili. Vincenzo rimase, lui è più giovane di me ed era ancora forte. Suo figlio lo aveva mandato a Torino, al politecnico…”

Ha nevicato per tutta la notte ma le vie sono quasi sgombre, i marciapiedi ancora no. Cammino lungo il ciglio della strada. Mi viene in mente quella nevicata di una ventina d’anni fa, giù in Calabria. Le scuole restarono chiuse per un mese, ne parlò anche il telegiornale: “Sono molti i paesi del cosentino rimasti isolati, fra questi San Donato di Ninea…”. I ragazzi erano contenti. Sinceramente io mi annoiavo. La scuola tutto sommato non mi dispiaceva. Poi, nel mio quartiere non avevo coetanei con cui bighellonare. C’era un vicino di qualche anno più grande. Sua madre la chiamavano “donna” Lidia, suo padre dirigeva un’impresa edile. Ogni tanto andavo a trovarlo, lui aveva “la pista”, quel giochino con le auto da corsa telecomandate che allora spopolava fra i teenager: ci facevamo delle gare memorabili. Solo una volta provai a chiedere ai miei di comprarmene una: mi risposero che dovevamo costruirci la casa…
Cassina de’ Pecchi è un paesotto alle porte di Milano. Non ha un centro storico, una piazza, un luogo di ritrovo… Però c’è la metropolitana: una mezzoretta e sei al duomo. Lo stabilimento campeggia fra i binari e la Padana Superiore, la torre svetta con le imponenti parabole. Quando fui assunto, sette anni fa, conobbi un perito anziano di quelli simpatici. Ce ne sono alcuni che ti fanno sentire una merda: primo perché sei laureato; secondo perché sei un pivello e gli strumenti di misura non sai neanche accenderli… Lui un giorno mi disse: “Ormai siamo così presi che non abbiamo neanche un minuto per i giovani… Hai mai visto un ponte radio?”. “Solo sulla carta” risposi. “Dai, vieni, ti porto sulla torre…” Quando entravo in ditta, i primi anni, il pianoterra brulicava di tecnici e operai. Salivo in ufficio, davo un’occhiata alle mail, poi scendevo in laboratorio e iniziavo la mia battaglia. Sì, era proprio una battaglia, personale, fra me e il mio apparato. Il più delle volte perdevo. Il mio capo voleva sapere lo stato di avanzamento del progetto… “Cosa vuoi che ti dica?” gli rispondevo “qui non va un tubo.” Dopo mesi e mesi di polvere e sudore e sangue, i primi dati incominciavano a girare. E io per un attimo mi sentivo Einstein… Oggi i corridoi sono quasi deserti. Avevano iniziato col vendere qualche reparto di produzione. Ora l’intera fabbrica è stata ceduta. Mi aspetta un meeting di quelli tosti, oggi, ma in fondo sono tranquillo. Stanotte ha nevicato, e tutto appare più lento. I visi della gente sono meno tirati, qualcuno accenna perfino un sorriso.

16 pensieri su “Abbasso i terroni!

  1. Molto bello e dolce… Un bellissimo ricordo e ok la dinamica dello scritto! Lamberti-Bocconi è contenta e ricorda che scrivere non è solo contenuto ma anche stile, forma e ritmo (e viceversa).
    Per quanto riguarda i baristi stronzi, forse sono una categoria a sé ben definita fatta per rovinare il caffè. A me ne è capitato uno recentemente che mi ha dato un bicchier d’acqua dopo il caffè, su mia richiesta. “Naturale o gasata?”. “Va bene di rubinetto”. “Ah, l’acqua del sindaco?” “…” “E’ buona, eh,l’acqua di Milano?”. “Uh sì, è buona”. “Ecco” – parte la scarica di veleno! -“sarebbe da mettergli dentro il veleno, tutti i marocchini che vengono qui a bere”. “…” “Eh, che vengono qui, gasati, gliela farei fare io la fine del topo!”.

    Mi piace

  2. Anna ti ringrazio. Il fatto sai qual è? Che noi italiani abbiamo sempre bisogno di un capro espiatorio per risolvere i nostri problemi. Ieri ce la prendevamo coi terroni oggi coi marocchini, coi rumeni che sono diventati rom-eni… A onor di “par condicio”, la mia terra non è da meno. Gli albanesi di Calabria si chiamano Gghiegghj. C’è un antico detto che dice: “Si vidi nu gghiegghju e nu lupu, ammazza prima u gghiegghju e doppu u lupu”.

    Fabry, ringraziarti è poco 🙂

    Buona lettura.
    Pasquale

    Mi piace

  3. Psquale, come al solito, ci hai abituato bene e lo stile è quello tuo, quello che piace a me.
    Mi hai commosso e fatto riflettere – come in tuoi altri racconti – e quel misto di autobiografia, sguardo sulla realtà e fantasia sono ben dosati come sai fare tu. Anni ed anni di artigianato scrittorio, di ottime letture e la scrittura è servita… tutta da gustare!

    Complimenti e un caro saluto

    Luca Ariano

    Mi piace

  4. Che dirti Luca? Mi hai letto nell’anima… Sei un Amico.

    Mario, mi gratifica sapere che ti ho dato qualcosa. In fondo non si scrive (solo) per se stessi. Salutami Torino.

    Grazie.
    Pasquale

    Mi piace

  5. Che dirti,Pasquale, questa volta mi sei piaciuto. Tutto ciò che riguarda ricordi puliti che tu hai ben collegato col presente, lascia una lettura piacevolissima, lettura dentro la quale il lettore,anche incosciamente,può interagire.
    un caro saluto dalla calabria
    jolanda

    Mi piace

  6. Ma no,Pasquale,forse mi sono espressa in modo improprio,ma era per ribadire quanta importanza abbiano anche per me i tuoi ricordi trasformati in racconti così convincenti.E anche se io sono un bel po’ più “vecchia” di te,alcune immagini o situazioni di cui parli,mi appartengono poichè in alcuni piccoli centri gli anni scorrono con una lentezza incredibile.
    un caro saluto
    jolanda

    Mi piace

  7. Ma sì Jolanda, era una battuta… Credo che tu abbia trovato la chiave: “In alcuni piccoli centri gli anni scorrono con una lentezza incredibile”. Solo un appunto, più che altro una perplessità: la “velocità” corretta chi la stabilisce?

    Ah, ovviamente abbracciami la nostra terra.

    Mi piace

  8. Come chi la stabilisce? la mia età meno la tua,o ancora la mia età meno quella delle mie figlie e rendersi conto che poco o niente è cambiato,almeno in alcuni piccolissimi-issimi centri.
    ti abbraccerò questa terra che sa ancora abbracciare
    jolanda

    Mi piace

  9. Cara Jolanda mi sono spiegato male. Intendevo: chi stabilisce il sistema di riferimento? Mi spiego: è più giusto evidenziare la “lentezza” dei nostri luoghi o piuttosto biasimare la corsa, talvolta forsennata, che coinvolge la parte “produttiva” del paese? Ora devo scappare…

    Mi piace

  10. Non credo ci sia un sistema di riferimento se non nel prendere atto di ciò che siamo rispetto a ciò che siamo stati.E non credo sia più giusto evidenziare la lentezza rispetto alla frenesia o viceversa.Forse possiamo fare qualche valutazione sulle risultanze dell’una o dell’altra. Fosse per me manderei vagonate di terra per farci giocare i bambini che non la conoscono e un po’ di sole e un po’ di lentezza dove manca,e,alzando poi,magicamente,una bacchetta variopinta,m’inventerei un sistema più umano affinchè i giovani che vogliono rimanere a lavorare qui,e sono tanti,ne avessero la possibilità.

    Posso avere la tua mail?
    ciao
    jolanda

    Mi piace

  11. Per toglierti il dubbio,quando puoi,torna per un breve periodo al paesello,vedrai,passeggiando per vicoli e scalinate che quelle cose le hai vissute davvero. Grazie per la mail,cercherò di farne buon uso.

    ciao
    jolanda

    Mi piace

  12. Pasquale ti avevo risposto qualche minuto fa,ma non so dove è andato a finire il commento.Ora non ricordo bene cosa avevo scritto.Comunque grazie per la mail.

    ciao
    jolanda

    Mi piace

  13. Pingback: Abbasso i terroni! | Giornale Interattivo di San Donato di Ninea (CS)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...