L’onda marchigiana

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(prima parte)

Non esiste la linea marchigiana, non esiste una comune cifra stilistica degli autori marchigiani. Per alcuni che negli ultimi anni si sono voluti addentrare in un dibattito simile non esistono neppure le Marche come regione e tanto meno come comunità linguistica. In gran parte condivido lo scetticismo dei più e anche il pessimismo derivante da una storica assenza di contatti tra i cosiddetti poeti marchigiani. Però, però, però non si può nascondere che dal secondo novecento in poi questa regione ha continuamente prodotto voci poetiche di tutto rispetto a volte persino eccellenti.

Comunque sia, per evitare facili speculazioni rispetto ad una possibile eredità leopardiana, mi sento di affermare che Giacomo Leopardi, nel suo genio assoluto, è spesso un peso col cui confrontarsi piuttosto che un faro che indica la via. Giacomo è frutto del caso, così come in giro per il mondo lo sono stati nello stesso secolo Baudelaire e Whitman. Mentre non è frutto del caso l’onda poetica che ha caratterizzato una regione marginale come le Marche a partire dal dopoguerra fino ad oggi. I probabili fattori sono da ricercare in fenomeni storico sociologici e in una configurazione geografica chiusa ed aperta insieme. Come mi è già capitato di scrivere una diffidenza di fondo insita nella natura della popolazione sfumata da una geografica assenza di confini ben delineati può generare una spinta creativa intima piuttosto diffusa nella popolazione. Così attraversando il dolore dei conflitti e dalle ceneri della seconda guerra mondiale è nata una prima generazione di grandissimi intellettuali e poeti che con le Marche hanno un rapporto privilegiato per nascita o per affinità. Parto da Tonino Guerra nato nel 1920 a Sant’Arcangelo di Romagna, sceneggiatore dei maggiori registi italiani da Fellini a Germi, da Petri ad Antonioni. La poesia di Guerra, per lo più scritta in un dialetto romagnolo che dalla Romagna del sud è parlato fin nelle Marche del nord; appunto l’assenza di confini certi, segnalata da autorevoli interventi come quelli di Rodari e Pasolini sì è fatta sempre più spazio fino a raggiungere le vette altissime del neorealismo letterario.Pasolini stesso diceva che la Romagna di Tonino Guerra è solo apparentemente individuata. Le Marche del nord, il Montefeltro, il paese di Pennabilli sono da sempre rifugio e ristoro, fonte dalla quale attingere per il poeta de “I scarabocc”. Altra figura indelebile legata a questo lembo di terra e più in particolare alla città di Urbino dove nacque nel 1924 è sicuramente Paolo Volponi. Narratore, scrittore e poeta capace di interpretare come pochi in Italia la contraddizione dell’evoluzione economica e dello sviluppo industriale. Pur avendo cari i temi sociali come narratore, da poeta Volponi ha gettato un occhio sublime sulle colline appena aspre dell’urbinate. Di lui, quasi in un tentativo di screditamento si è parlato come poeta eccessivamente ottimista (pensando ad un recente spot girato dal succitato Guerra, viene da dire…. Per fortuna che le Marche sono la regione di Leopardi!). In realtà Volponi vide prima di altri, ma i poeti sono soliti farlo, gli effetti collaterali della crescente facilità telecomunicativa, la fine delle speranze ideologiche, la crisi morale e umorale di un’intera nazione. Anche per lui il rapporto con Pasolini fu privilegiato, non solo per i tanti scambi e confronti letterari ma soprattutto dal punto di vista umano. Da ricordare il suo cameo in Mamma Roma, opera cinematografica di Pasolini tanto alta da permettersi citazioni mantegnane. Nell’ultimo numero della rivista Il nostro lunedì, curata da Francesco Scarabicchi e edita dal Comune di Ancona c’è un bellissimo scritto di Volponi sulle Marche che comincia così: – … Proprio un cerchio di terra marchigiana, uno dei tanti fra gli Appennini e l’Adriatico, che costituiscono la regione chiamata Marche… -. A condividere con Volponi l’ultima pagina della rivista di cui sopra, presentata giusto il 21 dicembre 2007 ad Ancona, c’è un altro poeta che per grandezza mette i brividi: l’anconetano Franco Scataglini, nato nel 1930, una figura che oggi appare agli occhi dei giovani poeti disattenti piuttosto marginale, nonostante la sua presenza in antologie essenziali come “Dopo la lirica” curata da Enrico Testa per Einaudi e pubblicata nel 2005. Scataglini non solo è stato poeta raffinatissimo, impegnato in una lunga e proficua ricerca linguistica ma anche punto di riferimento per la generazione di poeti successiva alla sua. Con lui si sono formati Gianni D’Elia, Francesco Scarabicchi e il critico letterario Massimo Raffaeli. Scataglini oggi rappresenta, almeno a mio giudizio, una poesia e un’umanità che si va perdendo. Di lui, dai racconti che mi vengono fatti traspare la vocazione al dialogo con le nuove generazioni, la volontà di comunicare, la chiarezza dei rapporti e la profondità della ricerca. La sua poesia tocca apici degni dei grandi poemi medievali. Tra i tanti, Scataglini, appare come colui che fa pesare di più la sua assenza alle generazioni contemporanee. Un’altra presenza soffice per distanza ma cruda e ampia per calore è quella del fermano Luigi Di Ruscio, anche lui nato nel 1930 ma residente ad Oslo da una vita. Nonostante la vita e per fortuna della vita Di Ruscio è tutto marchigiano dalla poesia alla lingua parlata, dalla sensibilità alla schiettezza, dalla fatica al sublime. L’ultimo e forse unico poeta operaio nel senso della professione e la professione insieme alla geografia della sua terra (adesso che ci penso cos’è l’Infinito leopardiano, scevro di metafore, se non lode alla geografia melodica delle Marche?) sono state linee guida di una poesia talmente densa da superare i chilometri, i linguaggi, le invidie degli autori di poco conto, soprattutto marchigiani. In una cena maceratese dello scorso anno Di Ruscio ironizzava sul fatto che in tanti anni di militanza poetica per poter essere a Macerata “da poeta” aveva dovuto aspettare l’invito di un tedesco (Rehinard Sauer, curatore insieme al sottoscritto delle attività letterarie del Comune di Macerata) e parlarne con un autore nato negli anni ’70 come me. In realtà Luigi Di Ruscio mi appare oggi, seppur norvegese di adozione, come il prototipo del marchigiano, con tutti i suoi pregi e tutti i suoi difetti che lo rendono amabile anche nella sua apparente scontrosità. Le Marche appunto, un posto di confine, senza confini dove i poeti sono accolti, dove i poeti sono costretti ad emigrare; un luogo fisico, una terra in fondo indefinibile, quindi letteralmente impossibile da finire e cioè Infinita.

8 pensieri su “L’onda marchigiana

  1. ciao, come al solito non sono del tutto d’accordo con te! credo che la nota lettura leopardi=frutto del caso sia una leggenda da smontare – l’ultimo libro di sara lorenzetti sull’epistolario amoroso di caterina franceschi mi sembra vada proprio in questa direzione, dimostrando come l’ottocento marchigiano fornisse in realtà humus fertilissimo di vivacità intellettuale e sensibilità creative (malgrado o forse persino grazie alla egemonica presenza di antiche forze reazionarie). idem dicasi per whitman naturalmente, ma quella è un’altra storia.
    e poi perché parli di assenza di confini geografici ben delineati? mi pare che l’isolamento del territorio costituisca una delle poche evidenze…

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  2. Grazie, Alessandro, per questo tuo intervento, di cui attendo la seconda parte.

    Quanto alla “storica assenza di contatti”, credo che i poeti di valore siano sempre figli unici, nella loro terra e ovunque.

    Giovanni

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  3. Da marchigiano(anche se di poco, visto che sono nato a pochissimi chilometri dal confine con l’Abruzzo) non posso che sentirmi coinvolto da quello che hai scritto.
    Come a volte succede, ciò che mi ha colpito di più è stato uno dei particolari meno rilevanti, qui addirittura inserito fra parentesi: il paragone che hai tracciato fra “l’Infinito” leopardiano e la geografia marchigiana. E’ bello pensare che le colline della nostra regione siano come un valzer delicato di similitudini, così diverso da certi tipi di metafore turgide e aggressive(tanto per riprendere il parallelismo: guarda caso, D’Annunzio nacque in Abruzzo, la regione del Gran Sasso e dei Monti della Laga…).
    Non ho letto molto né di Scarabicchi né di D’Elia(ma, del primo dei due, ho da poco ordinato “L’esperienza della neve”).
    Tra i miei “vicini di casa”, invece, citerei Enrica Loggi e Lorella Rotondi. Oltre, ovviamente, ad Eugenio de Signoribus: la sua poesia è enigmatica e scontrosa, eppure è difficile evadere dal suo vortice. Quando apro “Ronda dei conversi” ne esco sempre stanchissimo, e con poche informazioni chiare in testa. Eppure è una raccolta di un fascino quasi filosofico.

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  4. Grazie per la lettura, vengo proprio ora (tarda) da una serata tra poeti marchigiani e colgo l’occasione per rispondervi

    A Rena. Sulla casualità di Leopardi ritengo casuale la nascita e l’esistenza di un genio, di una figura al di sopra dei giudizi. Condivido, subendone le critiche, l’idea che l’ottocento marchigiano ma poi anche il ‘900 e oltre siano stati terreno fertile dove crescere. Ma rispetto al genio mi viene da dire che non ha radici e patrie (anche se magari le ha). Per quel che riguarda i confini ben delineati sicuramente quello nord e quello sud non lo sono, ad ovest nonostante gli appennini c’è sempre stata roma, l’est m’è sempre parso un mare di viaggi più che di barriera. In questo senso non ha confini.

    A Giovanni. Grazie a te per aver letto e commentato; essere figli unici ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi, non riesco però a tracciare una linea che divida gli uni dagli altri.

    A Nightswimmer (come sarebbe bello rivolgersi a te per nome). Hai fatto bene a prendere L’esperienza della neve, è un gran bel libro, rispetto ai tuoi vicini di casa De Signoribus risiede in un olimpo difficile da scalare, Lorella Rotondi è un bene umano prezioso, la tengo sempre nel cuore e con lei Firenze tutta e la sua splendida casa di Greve in Chianti, Enrica Loggi è un suggerimento che non mancherò di cogliere

    grazie a tutti

    Alessandro

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  5. La mia “patria letteraria” in questo momento è a metà tra Veneto e Piemonte (tra Torino, Padova e Vicenza), però, Macerata resta sempre legata per me ad un passato di affetti, ricordi, collaborazioni, letture… senza rimpianti, con qualche delusione, ma anche anche con una serie di immagini (luoghi, volti, etc) che conservo volentieri.
    Cristina

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  6. Riprendo il discorso sulla base delle risposte di Re dell’11 gennaio e di Alessandroseri del 14.
    Sul rapporto tra caso e genio e sul concetto di genio sarebbe necessaria una discussione molto più approfondita cercando di non cadere nella metafisica romatico-idealistica.
    Sull’humus culturale su cui è fiorita la poesia leopardiana si consultino, oltre ovviamente al volume della Lorenzetti, che resta un contributo parziale, i due volumi dal titolo “Microcosmi Leopardiani.Biografie,cultura, società”, edito da Metauro nel 2001. Si capirà come la regione Marche fosse un bouillon de culture davvero in ebollizione: medici, scienziati, traduttori, cantanti, storici dell’arte, pedagogisti, politici,militari, nobili e borghesi. Di tutto questo si è nutrito Leopardi che ha saputo trasformare una informe energia in poesia eterna.

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