“Psicofantaossessioni” di Faraòn Meteosès

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KM 1999

Esserci stati, quando ci dovevamo essere,
dietro le barricate, entro le scuole a studiare il Maoismo
contro i conservatori, a fianco i progressisti,
lungo i corsi centrali, nelle piazze,
durante le marce autogestite,
alle manifestazioni non violente
per i diritti civili, per le lotte sindacali
accanto agli ultimi partigiani, agli antifascisti;
senza essere stati brigatisti rossi,
dei N.A.P., del Potere Operaio,
perché mio padre avrebbe potuto viaggiare
su quell’Italicus, sulla Stella del Sud,
mio zio sostare a piazza Fontana,
mia madre fare la spesa al Mercato Trionfale
… ma eravamo troppo giovani per sapere, per capire
ciò che era successo, quanto era accaduto.
Esserci stati, quando ci dovevamo essere,
essere stati sessantottini anche solo in settanta,
aver commentato sulla sconfitta
della Nazionale in Messico,
sul viaggio interstellare di Gagarin,
sul primo allunaggio di Armstrong e di Aldrin,
aver assistito al concerto di Jimi Hendrix al Brancaccio,
alle prime dei film di Luis Bunuel,
ballato i Bee Gees al Piper con Renato Zero,
aver visitato il museo di Dalì,
giunti ad Amsterdam con l’Interail,
a Cristiania dei tempi d’oro,
scappati in Nepal a ritrovare sé stessi,
fumato la marijuana a Benares,
allucinati di moderno induismo
o tatuati col segno del Tao,
augurandoci di non essere stati vietnamiti, afgani,
non nati per caso in Indocina,
per uno scherzo del destino nella Steppa dei Chirghisci
… ma noi siamo stati sorpassati dagli anni ottanta,
dai capi firmati Valentino, dall’edonismo Reaganiano,
dai PC, dai 7e30, poi dai 7e40,
alle otto meno venti tutti a cena, più tardi ad un party,
a un dopo-cena con tanto di olivette
e cosi non abbiamo avuto l’opportunità,
il piacere, la stravaganza
di terrorizzare, attaccare il potere politico,
stupefare, ridicolizzare la società,
ma guardato nel monitor in tempo reale
yugoslavi, albanesi, zairesi uccisi come le mosche,
cadere nella tela delle multinazionali
e a chi a loro ha svenduto arsenali di seconda mano
è lo stesso che ha inviato aiuti umanitari,
educato alla dittatura i vassalli come Said Barre
e gli sforzi di Troskij, di Ghandi, di Malcom X
a che cosa sono serviti? A che pro, il loro martirio?
Esserci stati nelle praterie del Tennessee
tutti nudi ma dignitosi del proprio corpo,
abbracciati agli alberi come fratelli,
nel tripudio con ghirlande di fiori sulla testa,
danzando in cerchio come a Stonehenge, in posizione yoga
respirando coi diaframma nel momento dello zenit,
sovrastati dal volo dell’Aquila
e invece noi abbiamo addentato l’Agnello Pasquale,
la Colomba della Pace,
sentito il sapore di Dio attraverso il cibo,
abbiamo trangugiato, masticato le ostie,
stracolmi dello Spirito Santo,
immersi nel benessere apparente,
tornati per il prossimo millennio già mangiati,
detersi, immacolati, già confessati
per nulla cresimati solo al matrimonio e cristocentrici,
catto-mafiosi ed italioti per nulla europeisti,
per nulla cosmopolitici ma turistico-pedofili,
autorizzati a deflorare le bambine tailandesi,
a fare stragi d’innocenti in Brasile
per conto del Capitalismo, in nome di quello stesso Dio
che ha permesso tutto questo!
Esserci stati nelle accademie,
nei conservatori sperimentali,
nei campi-studio e lavoro
col metodo Montessori,
con nozioni di psicologia bioenergetica,
attori in psico-drammi,
come figuranti della Metro-Goldwyn-Mayer
in un grande ruggito-conato di vomito,
espulso tutti “i direttori artistici, gli addetti alla cultura”,
buttato giù da una rupe-discarica
la più “fetosissima” immondizia commerciale
… ma che da quelle buste-placente di plastica
non nascano i nostri figli insicuri, paurosi,
senza valori precisi, senza uno scopo,
seppur minimo nella vita
e le nuovissime generazioni ci si ritorcono contro,
perché questo è ciò che hanno ereditato:
una libertà a caro prezzo che dovranno essi stessi pagare,
mentre i nonni ogni giorno muoiono
per l’estrema vecchiezza abbandonati in cronicari
dopo terribili terapie geriatriche,
intanto ad alcuni non è concessa la Morte,
ad altri è permessa la Vita per la Madre-provetta
e pochi altri più longevi resistono
e lasciano medaglie ai nipoti,
loro, ultimi eroi di una patria che non c’è più,
se non sulla carta di un mondo
che esiste soltanto nella sigla dei programmi satellitari.
E noi che abbiamo più di trent’anni suonati,
abbiamo piantato un fiore sopra il cavalcavia
dell’autostrada del Sole al Km. 1999,
mentre lassù sfreccia un concorde,
là transita il treno per Lourdes
tu mi consigli di contrarre una pensione integrativa,
d’installare un impianto a GPL
… di comprarmi la casa a riscatto.

Da: “Psicofantaossessioni” di Faraòn Meteosès
Lietocolle, 2007
Prefazione di Claudio Comandini

Libertà e rottura, rivelano queste poesie di Stefano Amorese (alias Faraòn Meteosès) che prende chiaramente le distanze da accademismi e poetiche prevalenti attuali e passate; ma non dalla storia e dalla vita reale, attraverso le infinite voci che le raccontano e l’hanno raccontata. Una volontà, parrebbe, di raccordo diretto delle proprie esperienze e percezioni ad una propria formanda lingua, che batte libera con empito teatrale attraversando e metabolizzando paesaggi su paesaggi, rompendo gli argini di un dire “stitico”, per dirla col prefatore, che “spesso scambia per poesia sfoghi incolori”. Qui, invece, i versi pulsano ed esondano – con un affollarsi di nomi, oggetti, sigle, richiami, espressioni di gergo comune o tecnico-settoriale, o in latino e in inglese – senza nulla omettere, offrendo quadri di vita finanche sporchi ed enfi di tutte le scorie. Ed è proprio questa deliberata ipertrofia che rivela l’intento dissacratorio dei componimenti, i fianchi adiposi d’una civiltà incastrata e sempre più soffocata, ormai, nel tunnel di una modernità o post modernità spesso desolante.
I testi si compongono di versi lunghi carichi di una forza che radica su un ritmo e una musicalità giocata su assonanze e su scelte e accostamenti lessicali, il tutto preordinato – al di là della sostanza del discorso – a un’efficacia dicitoria.
Talvolta, come per la poesia KM 1999, l’affollamento polimorfico di elementi dirada per assumere l’ordine di un discorso articolato e logico.

Giovanni Nuscis

Faraòn Meteosès è l’anagramma e lo pseudonimo di Stefano Amorese (Roma 1965). Già militante in diversi gruppi di poeti ed artisti dell’underground romano, conquista la celebrità per le sue letture poetiche nelle pubbliche piazze della capitale e per la realizzazione di rigorose autoproduzioni editoriali. Al suo attivo “Per ludum dicere”, rappresentazione di teatro di poesia, altre performances, pubblicazioni su riviste e in rete.

10 pensieri su ““Psicofantaossessioni” di Faraòn Meteosès

  1. Senza offesa a Stefano, che le parole ce le ha e il talento anche, e proprio perciò “scendo” a commentare: ma questo componimento mi sembra pesante e necrofilo, e personalmente cambierei proprio argomento. Non solo perché come stile la Bomba di Gregory Corso è già caduta da molto e Ginsberg, che pure era un mito, ha fatto un brindisi con Carlo Feltrinelli e poi se ne è andato anche lui. Ma perché 1) guardare così indietro in modo piatto non crea nulla; 2) il “dentro” del mondo/uomo non è mai cambiato. La Storia non è che un eterno ritorno dell’identico in salse diverse: e allora la Forza non sta nel declamarne il menù degli anni passati, ma semmai nel mettersela in bocca, scomporne gli elementi con denti e saliva, un po’ nutrirsene e un po’ vomitare.

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  2. Devo precisare, Anna, che il testo è anche il meno recente della raccolta – pubblicato a suo tempo con Arpanet. Qui, però, oltre ai connotati di scrittura a cui ho fatto cenno, emerge forse più chiaramente la weltanschauung dell’autore.

    Ho notato con piacere che Stefano Amorese è ospite da ieri anche nel blog “Blanc de ta nuque” di Stefano Guglielmin. A lì rimando per la lettura di altri testi più recenti.
    http://golfedombre.blogspot.com/

    Giovanni

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  3. Gentile Lambertibocconi, concordo a tratti con alcune delle tue considerazioni, ma intendo precisare
    che molte bombe, di quelle “vere” ancora esplodono, purtroppo qua e là su tutto il nostro
    dilaniato planisfero. E questo potrebbe essere già un argomento di discussione…
    d’indignazione da trasmettere alla carta.
    In quanto ai brindisi… credo ce ne saranno ancora molti altri, emblemi di sodalizio, pregni indubbiamente
    anche di buone intenzioni,
    fra artisti e potere culturale più o meno consolidato. Ma non è questo il punto.
    Questa composizione, scritta appunto nel 1999, volge indietro lo sguardo e le spalle alla storia recente
    per trarne alimento, spunto ed esempio, per chi come me non ha vissuto o soltanto in parte, nella piena maturità,
    quegli anni difficili
    e affascinanti, che sono lo strascico, come è ovvio, del ’68. Essa si risolve in un atto diverso e alternativo,
    di piantare “un fiore sopra il cavalcavia”, non di attentare la vita di chi vi passa sotto con la propria autovettura,
    per un vandalo gioco assassino, dato dal piattume, dalla noia, quasi sempre dall’ignoranza.
    A quelli che buttano i sassi dai cavalcavia. A loro è dedicata. A loro rigetto il mio conato!

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  4. L’ho trovato una specie di tritacarne delle ideologie, dei tempi; senza scrupoli. Mi è piaciuto proprio per questo, perchè non ha paura di dire protestando, anche sbagliando, nel caso. Un riappriopriarsi, da parte della poesia, di modi non più molto in voga, e dei quali abbiamo ancora bisogno, credo.

    fk

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  5. Caro Lamberti Bocconi che significa quel “scendo”? Mi ricorda molto un famoso scendo in campo d’infausta memoria. Oppure intendeva abbassarsi a commentare ?
    Non è polemica vorrei solo capire cosa intendeva.
    pepe

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  6. Il mio “scendo” era fra virgolette, una mezza spiritosata di stampo espressivo, niente di più. Lo “scendere in campo” che ricordi tu, mon dieu! Io piuttosto mi ricordo meglio di Anna Oxa, “non scendo, resto su, non scendo, vacci tu”. Abbassarmi a commentare, poi: ma mai e poi mai! Commento sempre a manetta, e per giunta il blog è mio! 🙂 Commentare su LPELS piuttosto è un salire… Ciao.

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  7. Bene. E’ sempre meglio precisare perché ho imparato a mie spese che la scrittura immediata di internet è sempre a rischio di travisamenti e micidiali equivoci
    grazie per la risposta
    pepe

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  8. Non so se il paragone possa farti piacere o no, ma nella prima parte mi hai fatto venire in mente gli Offlaga Disco Pax. Da “ma che da quelle buste-placente di plastica”, comunque, i versi mi sembrano più convincenti, con una climax e una anti-climax sul finale che rendono il ritmo come magma malinconico, freddato dal ghiaccio. Grazie!

    Michele

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  9. … non conosco gli Offlaga, ma ora che me ne hai parlato, farò qualche ricerca mirata. c’è però un breve passo legato ai testi delle canzoni che è quello che ho virgolettato: “i direttori artistici, gli addetti alla cultura” da Franco Battiato (Patriots 1980).
    grazie a te

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