Aborto

Ogni tanto i miei post provocano una reazione un po’ stizzita: ma insomma tu da che parte stai? Ho constatato che rispondere la verità (e cioè che di ogni questione vorrei capire bene la sostanza, invece di prendere posizione a priori per poi trascinare a forza i fatti dalla mia parte) serve solo a fare incupire chi mi rimprovera. Questa volta è anche peggio, perché non ho una preparazione medico-scientifica, non sono un esperto di morale, e cercare di approfondire l’argomento leggendo i giornali è una pia illusione. Parlo della questione dell’aborto e della necessità o meno di riformare la legge 194. Scommetto che, se si facesse un referendum, la maggioranza degli italiani prenderebbe posizione seguendo pedissequamente le indicazioni dei partiti. In effetti che c’è di più comodo che appaltare ad altri (religione o politica) la propria coscienza? Io invece in queste cose sono masochista: mi piace soffrire, e con la mia coscienza voglio vedermela da solo.
Probabilmente la faccio (troppo) facile, ma ho la convinzione che uccidere un essere umano vivo sia omicidio. Quindi, il bene e il male dipendono dal momento in cui un essere umano diventa vivo. Ora, in Italia e in molti altri paesi civili, la legge ammette l’aborto entro questa o quella settimana di gestazione ma si guarda bene dal dichiarare che in quel momento il feto diventa un essere umano vivo. La legge si disinteressa del problema morale. Si limita a dire: chi crede che il feto non sia un essere umano vivo può abortire nei modi previsti dalla legge, chi crede il contrario se la veda con la sua coscienza.
Da un certo punto di vista, si potrebbe anche considerarla una presa di posizione ipocrita. Ma lo stato non può fare diversamente se vuole tutelare il diritto di alcuni da chi vorrebbe coartarli, senza però coartare questi ultimi. Altrimenti non resta che lo stato etico, cioè quello che dice ai cittadini: che cosa è bene e che cosa è male lo so soltanto io; voi fate quello che dico senza discutere, se no finite al gabbio.
Dunque, lo stato liberale può proibire e punire le conseguenze aberranti dell’esercizio della libertà, ma non può restringere la libertà in quanto tale. Tanto per scendere dall’astratto al concreto: una volta che la sperimentazione medico-scientifica sugli ovuli fosse proibita in Italia e permessa altrove, e una volta che ciò consentisse (altrove) di raggiungere risultati decisivi per guarire da certe malattie, cosa dovremmo fare, rifiutarci di usare quei risultati perché ottenuti in un modo che da noi è illegale?
D’altra parte, se è vero che i legislatori preferiscono non andare troppo contro l’opinione pubblica, è anche vero che, a volte, l’opinione pubblica ha bisogno che lo stato la difenda da se stessa. Chi non vorrebbe per sé e per gli altri il massimo della libertà? Già quando si dice il massimo della libertà possibile qualcuno storce il naso. Eppure la libertà deve avere un limite. Che non è soltanto la libertà degli altri, secondo il vecchio assioma illuminista, ma è anche il senso di responsabilità.
Facciamo un caso estremo, nel quale non mi sogno neanche di prendere una posizione: durante la guerra in Bosnia si verificò il caso di miliziani di una parte che, nel quadro di quella che si chiamò “pulizia etnica”, stuprarono e ingravidarono dolosamente donne dell’etnia nemica. Che dovevano fare queste donne? Chi può pensare di condannare anche solo moralmente quelle che decisero di abortire? Ma, d’altra parte, lui, il feto o il bambino (dopo tutto, chi lo sa qual è il momento esatto in cui si diventa un essere umano vivo?) che colpa aveva? Perché non aveva il diritto di vivere? Questo è un problema al quale, ripeto, non riesco a dare una soluzione né in un senso né nell’altro.
Ecco: come si fa a prendere una posizione chiara e netta su certi problemi? Come dovrebbe/potrebbe essere giustificato l’annullamento di un progetto di vita che forse è già vivo? E visto che a quel progetto hanno collaborato in due, perché solo uno dovrebbe prendersene la responsabilità? E lo stato esiste solo per tutelare la libertà dei singoli, o deve anche fornire una guida? Se tutto fosse lasciato alla assoluta libertà del singolo avremmo madri-nonne imbottite di ormoni raggianti e soddisfatte (chissà se il figlio-nipote sarà altrettanto soddisfatto?), mogli che chiederanno la fecondazione eterologa contro il parere del marito, e ogni genere di prevaricazione delle libertà altrui in nome della propria.
Immagino l’obiezione radicale: e chi ti dice che sia un male?
Già, ma chi garantisce che non lo sia? Può darsi che i manipolatori genetici non creino mostri, ma se poi succedesse? E ha senso impedire allo stato di regolare una materia per poi dipendere solo dal buon senso di chi magari non ne ha? E in ultima analisi lo stato, la società civile, deve limitarsi a sanzionare i comportamenti aberranti o ha anche il dovere di prevenirli per quanto possibile?
Confesso di non avere risposte. Personalmente credo che la procreazione debba essere responsabile (e non condivido certe opposizioni preconcette ai preservativi), ma ho grosse difficoltà a risolvere il problema della gravidanza indesiderata con l’aborto anziché con una maternità protetta e aiutata come si proteggono e si aiutano i testimoni dei processi di mafia, per poi affidare il figlio all’adozione di una famiglia che non aspetta altro.
Credo che le donne abbiano il diritto e il dovere di emanciparsi da una condizione subordinata che non ha giustificazioni. Ma se lo facessero rinunciando a essere donne, non farebbero innanzitutto del male a se stesse?

9 pensieri su “Aborto

  1. “(dopo tutto, chi lo sa qual è il momento esatto in cui si diventa un essere umano vivo?)” questa parentesi mi sembra quella fondamentale. Io mi sentirei di dire – sentendomi naturalmente tremar le vene ai polsi – che l’ovulo appena fecondato difficilmente può essere considerato “un essere umano vivo”, mentre d’altra parte al momento della nascita, quello che nasce è un essere umano vivo. Io credo che lo diventi un po’ alla volta, secondo quel procedere continuo con cui si svolgono così tanti processi naturali. Non c’è un istante esatto. Da qui, cautamente, io partirei per ragionare su quello che si può o non si può fare a seconda della situazione.

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  2. proprio perche’, come dici tu, questi sno problemi molto gravi e complicati (moralmente, scientificamente, filosoficamente….) risulta molto difficile pensare che uno stato laico e democratico possa imporre leggi ricavate da posizioni morali non condivisibili sa tutti senza ricorere ad un’ opzione di fede (religiosa e/o non religiosa) di tipo propositiva (in ultima istanza, dogmatica, cioe’ con verita’ di “fede” da accettare)
    Uno stato democratico su questo tema deve lasciare al cittadino la liberta’ di coscienza. Sara’ questa coscienza poi a fare i conti con se stessa, sia in modo positivo, che negativo. Ma il legislatore non puo’ assumersi questo ruolo (a meno che non sia uno stato teocratico).
    Quindi la 194, nel suo spirito di fondo, non va toccata.
    Andrea

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  3. Mi fermo alla quarta riga e domando all’auditorio: ma che cosa mai può voler dire “essere un esperto di morale”? Non è una disciplina!

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  4. ho scelto di non entrare nella discussione sull’aborto perchè ho una posizione assolutamente ai limiti estremi.

    Voglio però chiedere a tutti quelli che ne parlano se ha senso fare una questione etica, morale, ideologica di una questione che è solo ed esclusivamente pratica.

    Tutto qui.

    Ovviamente ci sono milioni di risposte. Ma nessuna di queste nasce dalla pancia di una donna.

    E quando c’è di mezzo la vita e la coscienza di una donna non riesco a fare speculazioni filosofiche.

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  5. Anna, io non ne so gran che, però mi risulta che esistano cattedre di filosofia morale. Presumo che un cattedratico di filosofia morale si possa definire un esperto di morale.

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  6. oggi è morta Ilaria. non l’ho conosciuta, non sapevo nemmeno che viso avesse. il viso non era importante. un anno fa, un pomeriggio come tanti, mio fratello, gli occhi lucidi e gonfi, mi chiese di pregare per una ragazza, un’amica, le avevano appena diagnosticato una terribile forma di leucemia. si,capita a molti, ma lei aveva qualcosa di speciale. Ilaria era incinta al quinto mese avanzato e aveva un altro figlio, Stefano di due anni appena.Ilaria non ha esitato nemmeno un momento: Claudia doveva nascere. ed è nata, l’hanno aiutata a nascere appena gli esami hanno mostrato che non ci sarebbero stati pericoli per lei. Ilaria non l’ha neppure vista . il parto e poi via, la piccola nell’incubatrice e lei in terapia intensiva, sala sterile, e chemioterapia come la bomba H e poi il trapianto di midollo. tutto inutile.
    era apparsa subito un caso disperato, negli ultimi tre mesi di gravidanza la terribile realtà,ma lei, un coraggio da leonessa, e chissà dove l’ha trovato. non ha voluto sapere di cure che potessero interferire con lo sviluppo della bimba, fino alla nascita, e Claudia è nata a dispetto di una sorte crudele.
    oggi ero in chiesa, e ho rivisto gli stessi occhi gonfi e lucidi di mio fratello e con i suoi ne ho visti tanti altri, piangevano per Ilaria che se n’è andata con il medesimo coraggio da leonessa col quale ha dato alla luce sua figlia: serena nonostante in questi ultimi giorno il male fosse davvero terribile da sopportate.
    non voglio polemizzare con nessuno, perdonatemi anzi se ho scritto qui queste cose. ma credo che quando si parla di aborto, di casi disperati, di ultima ratio, quando si parla di donne e della loro autodeterminazione sia necessario ricordare che esistono donne come Ilaria. a loro va il mio grazie, perchè credo che la bellezza di questa donna ci possa insegnare qualcosa di grande.

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  7. una storia commovente, romantica quanto vuoi
    ma capovolgila: la madre si arroga il diritto di far nascere un figlio a scapito non solo dello stesso, ma di quello che già ha! chi ti dice quanto influirà su di loro tale scelta? chi ti dice se Stefano si sentirà privato dell’amore di una madre a causa dell’altra figlia, magari detestandola? Non sarebbe stato più morale evitare una gravidanza ed aggrapparsi alla vita in nome del figlio che già hai? Sai, credo che nelle sofferenze si debba starci dentro fino al collo, per poterle capire e, comunque, non starai mai in ambedue le parti per poterle giudicare.
    Nessuna donna abortisce a cuor leggero, è un trauma che si trascinerà dietro per l’intera vita, ma la gravidanza non è uno schiocco di dita. Sono nove mesi di passione e fatica.
    Nove mesi nei quali si compromette non solo il fisico, ma anche e soprattutto la psiche.
    Io conosco una donna che dice di essere sempre stata contraria all’aborto. Che i figli una volta che arrivano bisogna metterli al mondo. Salvo poi abbandonarne due in giro per il mondo e questi stessi hanno fatto vite inenarrabili.

    Quella donna è mia madre.

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  8. @5: mi riferivo al termine “esperto” come si tende a usare oggidì, in senso tecnicistico, e che secondo me poco si addice alla filosofia… Penso alla costruzione della “cultura” contemporanea, affidata agli esperti che in televisione ti parlano per un minuto e mezzo di qualsiasi argomento. Si spera che la filosofia morale sia qualcosa di più!

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