Giancarlo Consonni, “I mille violini delle reste”

Milòn

T’ó cunussüda
frégia fregìscia
cunt i gòmb che sprufundaven
in di muntògn ribaltâ di Dòge.

T’ó cunussüda
negra negrìscia
suta ‘j ûncc
dopu ‘na guéra
per truà ‘l muminiu
in del tò trassö.

O sentíi udû
de Porta Cinés
‘n del rö de Milòn.

Milano

Ti ho conosciuta
freddissima
con le gambe che sprofondavano
nelle montagne ribaltate dai Dodge.

Ti ho conosciuta
nerissima
sotto le unghie
dopo una guerra
per trovare l’alluminio
nel tuo vomito.

Ho sentito gli odori
di Porta Ticinese
nel letame di Milano.

Spassigiàt tra dó guèrr

M’òn purtâ
al Sancarlón d’Arùna
pièn de scalètt
per fòmm vedè
che ‘ndel có d’un sònt
se pœ giügà a trissèt.

M’òn purtâ
al Cotolengo
per ringrassià ‘l Signûr
de vèmm fa sènsa difètt
e de pudè
töcc i dì che diu cumònda
laurà tra cà e filònda
sédes ûr e ancà dersètt.

M’òn purtâ
a Redipuglia in cumpagnìa
perché éren gnamò dervî
ul spassi vital
d’Africa e d’Albania.

Tött quél ch’èm imparâ
l’è perché èmm viagiâ


Passeggiate tra due guerre

Ci hanno portato
al San Carlone di Arona
pieno di scalette
per farci vedere
che nella testa di un santo
si può giocare a tressette.

Ci hanno portato
al Cottolengo
per ringraziare il Signore
di averci fatto senza difetti
e di potere
tutti giorni che dio comanda
lavorare tra casa e filanda
sedici ore e diciassette.

Ci hanno portato
a Redipuglia in compagnia
perché non avevamo ancora aperto
lo spazio vitale
in Africa e in Albania.

Tutto quello che abbiamo imparato
è perché abbiamo viaggiato.

Dessutéri

Dessutéri
nòmm strüsâ suta i dî
nümer de mura
in del füméri.

La fèmina rintanada
la spécia.
Animàl eternu.

Dissotterro

Dissotterro
nomi cacciati sotto le dita
numeri di morra
nel gran fumo.

La femmina rintanata
aspetta.
Animale eterno.

Vudarìa

Vudarìa pèrdett
per ritruvàtt
cul cör a tumburlón.

E töcc sparnüscià
fa finta de vardàss de travèrs
cumè dü còn
che riéssen minga
a des’ciulàss.

Vorrei

Vorrei perderti
per ritrovarti
con il batticuore.

E tutti spettinati
far finta di guardarci di traverso
come due cani
che non riescono
a staccarsi.
(da Viridarium, All’insegna del pesce d’oro, 1987)

*

Sui sentieri arsi
i saltamartini in amore
mostrano il colore
avuto in dono.

Turchese, carminio, ocra, marrone
in breve volo.

*

Sull’acqua
si accoccola appena.

Vento o mare il gabbiano
sa l’arte
di farsi cullare.

*

Oltre i terrazzi il ponentino
soffia nei pini
passi di danza.

I cipressi sono già sulle punte.

*

Il respiro giusto
nel tempo assegnato.

Altro non è dato sapere
di chi ha costruito i sentieri.
(da In breve volo, All’insegna del pesce d’oro 1994)

Tópa

Tópa
béstia suréla
vöja de lüs
travèrs de la téra.

Talpa

Talpa
bestia sorella
voglia di luce
attraverso la terra.

Grüista

Se me piâs
de fà ‘l grüista?

Rinassessi üsèl
vöj turnà chí.
Chi umítt là in bass
ch’în trepilènt
e mi che ustíi
visín a Diu.

Gruista

Se mi piace
fare il gruista?
Rinascessi uccello
voglio tornare qui.
Quegli uomini in basso
scalpitanti
e io che bestemmio
vicino a Dio.

Semafur

Tòt môrt?
Tòt ferì?
Adèss se cumència a ragiunà.
I cantón di strâdt
cara ‘l mè sciûr
i semafur si a deven guadagnà.

Semafori

Tot morti? Tot feriti?
Ora si comincia a ragionare.
Gli incroci
caro signore
i semafori se li devono guadagnare.

Metró

Maruchítt cinés persiòn
algerítt tailandés
türch indiòn senegalés.
e in mèss nögn
facc de fiö de lader d’ubelísch.

Metrò

Marocchini cinesi persiani
algerini tailandesi
turchi indiani senegalesi.
E in mezzo noi
facce di figli di ladri d’obelischi.

Pòst

Di völt còmbiem pass
fín quasi a córr
‘mè per tegní ‘l pòst
in d’una fila.

Posto

Alle volte cambiamo passo
fino quasi a correre
come per tenere il posto
in una fila.

In cürva

In cürva
la se bandúna.

Ul pés l’è quél
d’un passarín
tegnü in di mòn.

Ma ‘l presuné
só mi.

In curva

In curva
si abbandona.
Il peso è quello
di un passero
tenuto fra le mani.
Ma il prigioniero
sono io.
(da Vûs, Einaudi 1997)

Ballare

Ballare
non ho mai ballato
nemmeno su un’aia.

Sognavo di lavarti
i piedi stanchi.

Lucertola

Dalle ombre profonde
dell’intonaco cotto
la lucertola
prova e riprova
il gioco
di venire al mondo.

La 92

È una fortuna
la 92 sotto casa.

E se mi va
prendo il giorno di spalle
sul sedile girato all’indietro.

Come

Stare leggeri.

Come quando
la vita ti bastona
e uno respira piano
per non fare male all’aria.

Elogio del piede

È sulla mano la fede
è del palmo la carezza
ma chi spezza i primi freddi,
chi nel buio del letto
si avventura a fare la pace?

E se fosse

E se fosse quello svagare
in altra stanza
vicinanza di aria e pietra
di dalie e orti
se fosse prossimità
l’altrove dei morti?

Già

Già il nuovo frumento
lo attanaglia la brina
e attende la candida cura.

La terra
le talpe accoccolate
si assopisce. Sogna
i mille violini delle reste
le instancabili ole di giugno.

Bacche

Piracanta asparagina
pungitopo rosa canina
screzi di scricchi scatti di svoli.

Si dà tocchi di rossetto
furtivi pallori
il pallido inverno.

Rosa

Come sospesa
nel rondò dei giorni
è la pienezza della rosa.

Ciò che manca
– un mondo, un sogno –
si palesa.
(da Luì, Einaudi 2003)

Alcuni giudizi critici
Quando ho detto che l’emozione va dalla parola al silenzio, ho pensato anche alla laconicità lombarda, la contadina in particolare. Ma in Consonni è qualcosa di diverso e più sottile. Ci sono, nel poeta, il riserbo, il pudore, la ponderazione. Ma anche la difficoltà – la coscienza dell’eccessiva gravezza della parola rispetto al silenzio nascosto che le dà vita – proprio come un fiore o un frutto dicono ancora troppo poco del seme che dà loro sostanza e forma. […] in questa poesia non c’è aggettivazione ma sostantivi che si accompagnano a sostantivi, cose che dicono cose.
(Franco Loi, 1987)

Consonni, che scrive dunque in un rude lombardo della provincia milanese, procede per frammenti narrativi, per sprazzi aneddotici; o li compone abilmente (come in Rösa de fiöm, Rosa di fiume) in un tutto screziato – dove affiora decisiva «la nostra bestialità» – realizzando una sorta di poemetto. Poeta colto, d’accordo, come lo sono i bravi dialettali d’oggi, Consonni è più vistosamente immischiato, coinvolto – con relativi rischi e vantaggi – nel quotidiano, senza esigenze speciali di purezza, senza ricerca di un casto rifugio.
(Maurizio Cucchi, 1988)

In questo paesaggio sono nate le poesie di Giancarlo Consonni, in questa lingua di pena rassegnata, di sorrisi sornioni, di rabbia composta, dove certe «a» si chiudono in o (le mani, i cani, diventano i mòn, i còn), certe «o» in «u» (il cortile diventa ul curtìl) e le enne e le emme finali s’allungano sonore e come sospese… Una lingua che ti resta nelle orecchie e negli anni si fa più densa, più spessa, che ti segue in una Milano ormai meno buia, meno fredda, ma dove pure una farfalla che va per conto suo può spaventarti e dove per le strade hanno i colori delle farfalle anche i ragazzi-espresso che portano pacchi e carte in giro col motorino.
(Raffaello Baldini, 1994)

La poesia di Consonni riposa su un passato assorto e interiore. Uno stacco poetico separa un’esperienza appena vissuta, e avvertita come illuminazione, da un ricordo che riemerge e dà senso al presente. Il tempo poetico è racchiuso nello stacco; e il silenzio necessario che esso richiama carica il lettore di senso. […] Una poesia dedicata al silenzio è inevitabilmente una poesia aperta al misticismo: in ciò sta, credo, la chiave interpretativa per leggere Consonni.
(Giuliano Della Pergola, 1995)

[…] si assiste ad un moto che dalla gravitas terrigna tende alla tentazione del volo, alla esplorazione dell’aria e della luce. È perciò tempo di transizione, di attesa per una stagione nuova. In questo senso, se vogliamo intendere spiritualmente, questa poesia ha certi tratti dell’inverno […] in essa si assiste ad un segreto rito di morte e di rinascita a nuova vita, più vicina a quella del vento e degli uccelli […]. L’importante è il volo. Ora è tempo d’attesa, non ansiosa, perché sicura dell’accordo che terra e cielo rinnovano nella primavera.
(Vittorio Cozzoli, 1995)

Qual’è il soggetto di queste poesie? La vita. […] La natura è ancora lì, con luci e odori, materna; poi umiliata, ridotta ai margini, nella parte cittadina, ma pur sempre disperatamente viva. Anche il discorso pare ridursi a brevi suoni, talora ordinati a una precisa epigrammaticità; ma nei silenzi tra una frase e l’altra si stringono associazioni, s’accendono epifanie. Sempre sottintesa, pure nelle concentrate affabulazioni, una schiva fraternità fra gli esseri.
(Cesare Segre, 1997)

La natura di Consonni è formicolante e polifonica: ma si tratta di una polifonia di sentimenti, quelli che conosciamo, per omologia, nel linguaggio degli animali. […] Ma Consonni è anche un poeta di pigra sensualità: e conquista nei suoi versi, quella piccola epopea di sementi stoppie e fieno quei venti di papaveri e biancospini, quella pioggia di polloni.
(Massimo Onofri, 1997)

È una sinfonia delicata e definitiva, dove la natura riprende finalmente il suo incontrastato dominio. Non è più l’uomo a fare da padrone: animali, piante, cose riprendono il loro battito, la loro voce, il loro sguardo. Il lettore è preso da una vertigine quando sente che l’osservatore non è più l’autore ma gli infiniti occhi del mondo che hanno ritrovato la loro naturale autonomia. E che sia autentica poesia lo si vede quando la nudità della lingua riesce a spalancare spazi incommensurabili.
(Cesare Viviani, 1997)

I versi si costruiscono dentro una sorta di ansia protestataria che mette in luce una vita agra, attraverso un tono ironico, molto spesso sarcastico, carico di domande e privo di risposte. La poesia diventa per questo autoironica lezione pariniana: non più una voce ma tante voci e ognuna racconta la condizione di «prigioniero» dello spazio presente.
(Fulvio Panzeri, 1997)

Essendosi forgiato uno stile personalissimo, epifanico e sorridente, ispirato da un candido amore per la vita naturale, per la creatività artigianale e per la spontaneità dei rituali quotidiani […], al quale giova talora l’emergere del mai compiaciuto ricordo d’infanzia, Consonni può ammiccare con grazia alla lezione dei maestri […].
(Giuseppe Traina, 2003)

Nota biografica

Giancarlo Consonni è nato a Merate (Lc) nel 1943 e dal 1967 abita a Milano, dove insegna Urbanistica al Politecnico.
Ha pubblicato cinque raccolte di poesia, tre nel milanese rurale di Verderio Inferiore:
Lumbardia, I Dispari, 1983, con introduzione di Franco Loi; Viridarium, All’insegna del pesce d’oro, 1987, sempre con introduzione di Franco Loi; Vûs, Einaudi, 1997, con una nota di Cesare Segre; e due in italiano: In breve volo, All’insegna del pesce d’oro, 1994, con introduzione di Raffaello Baldini (lo stesso libro è uscito contemporaneamente nelle edizioni d’arte Il Ponte di Firenze, con incisioni di Giancarlo Cazzaniga); Luì, Einaudi, 2003. Nelle edizioni d’arte Itaca ha inoltre pubblicato: Bestiario: 8 poesie con 8 incisioni di Giancarlo Vitali, con introduzione di Gina Lagorio, Milano 1999; Concerto: 8 poesie con 8 incisioni di Giancarlo Vitali, con introduzione di Marco Vallora. Diverse sue poesie sono uscite nelle Edizioni Pulcinoelefante di Alberto Casiraghi.
E’ autore di numerosi saggi sulla storia e il progetto della metropoli.

3 pensieri su “Giancarlo Consonni, “I mille violini delle reste”

  1. Metrò

    Marocchini cinesi persiani
    algerini tailandesi
    turchi indiani senegalesi.
    E in mezzo noi
    facce di figli di ladri d’obelischi.

    Bel rovesciamento di prospettiva, meno moralistico di quanto potrebbe a tutta prima sembrare.
    (E poi, diciamocela tutta: non fossero che furti d’obelischi…)
    Un caro saluto,
    Roberto

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  2. Un autore che non conoscevo, Giorgio; una bella scoperta.
    Una combinazione di eleganza ed essenzialità, in questi versi, con gli umori, i sapori e i cromatismi che più spesso troviamo nella poesia dialettale, assieme all’ironia sottile e leggera, alla bonarietà consapevole del destino ultimo.

    Giovanni

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  3. Grazie a voi, Roberto e Giovanni, della lettura e dei commenti!

    Amo molto la poesia di Giancarlo Consonni, una poesia aperta al mondo e una voce polifonica, nello stesso tempo inconfondibile e intima, che ha il timbro particolare dell’autenticità e del vissuto.

    Sa essere voce del popolo e dei tanti del popolo, ma essendo anche e sempre quella di chi scrive, come trasmessa dall’infanzia e da lontane origini. E ciò grazie anche all’uso della lingua lombarda di Verderio Inferiore.

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