Contro gli idoli (Scuola di poesia, 6), di Massimo Sannelli

1
non è bella come te questa Luna, è una sottana americana questa Luna – chi cita Lucio Dalla [e non Kurtág] farà brutta figura. Eppure, lettore: se ascolti *Blow* di Donatoni, musica colta – ha un andamento jazz, a tratti. Berio compose dei *Folk Songs*. I musicisti, ancora, i musicisti. I danzatori come Davide, santo. E tutto questo fa parte di un altro mondo, comunque: in cui improvvisazione e solennità non sono i due corni opposti di un dramma, ma i campanili tra cui potresti stendere corde, e danzare, come Rimbaud. L’autodidatta ispirato e il superintellettuale si incontrerebbero a mezz’aria, «senza pensieri come gli angeli».
Traduzione: gli idoli che hai costruito nella tua mente, e che confondi con le cose, sono pesanti. Hai il diritto di liberartene. Quegli idoli sono – se guardi bene – le basi della nostra stessa mediocrità: dunque malattie, travestite da idee e facce dure. E tu non *credi*, ma *credi di credere*: perciò il tuo credere (a qualunque cosa, a qualunque istituzione umana accademica politica critica) è un dio, ma non è Dio. Ricordi Eckhart? Se usi un modo [e io aggiungo: un obbligo sociale e stilistico] per adorare Dio, tu non adori Dio, ma quel modo [e ripeto: un obbligo sociale e stilistico]. Perciò: l’autodifesa critica di una poesia è valorosa e onorevole, ma è un atto più militare che estetico. Cioè vuoi essere contemporaneamente naturale e innaturale, attento e folle – ma questo non può essere. Il dualismo è atroce, ma è più abituale, quindi è *preferibile*.
Noi, intanto, o l’«ambiente poetico», continuiamo a celebrare i piccoli riti e a venerare gli idoli, nella mente e fuori. Intanto (è mattina) una docente di Lettere mi telefona e dice: le letture di poesia sono noiose, anche quelle dei Grandi. E’ molto più divertente – mi dice, e ha ragione – urlare e sciare con le suole di cuoio sulle rampe di gomma (la scuola non ha scale, ma rampe, come un garage). Qualcosa *si muove*, e qualcuno, anche se non è giovane; altri e altro, no.

2
La questione delle «briciole» e delle «piccole cose» è suicida/omicida come l’elenco dei Nomi. Se lo stile delle Piccole Cose è vero e utile e storico (storicamente necessario) – questo sarà il futuro. Se no, no. Ma non sarà comunque il futuro dei singoli poeti: perché – detto e ripetuto, fino all’eccesso, quasi con disperazione (a nessuno piace sparire, a nessuno piacere vedere un altro che sparisce) – al limite, saranno ricordati uno stile e un periodo, con i loro specimina; non i nomi, non distinguibili. E la poesia non ci chiede questo: non ci chiede di scrivere documenti sociologici (materiale per esercitazioni mentali, domani), ma opere.
Lettore, tu conosci la mia ossessione, perché la ripeto sempre. Ma tertium non datur: o è vera o è falsa. Se è falsa, io sono già morto, perché questo discorso toglie l’ambiente da un uomo, e lo lascia senza (i primi, quelli considerati *eterni*) amici. Se è vera, il tuo lavoro è sia esteticamente brutto sia storicamente morto. E forse questo secolo scimmiotterà il Novecento, almeno finché vi saranno italiani italofoni: accanto al crepuscolarismo, e dopo, un D’Annunzio. Dopo l’altro D’Annunzio, un crollo, una rinascita, uno stile franto, un nuovo realismo, una nuova guerra e una nuova pace. Infine *cessabit lingua*, e ciò che resta si immeticcerà meglio, a danno delle piccole cose e dei diari.

3
Nel *Contrappunto dialettico alla mente* di Nono, i testi di Sánchez e di Balestrini vengono violati e rotti. Ma nella quarta sezione, il manifesto politico sul Vietnam («Lo zio Sam vuole te, nigger…») è letto, quasi semplicemente, e si *capisce*: è complicato da urla parallele e suoni elettronici, ma non è incomprensibile. Cioè: la chiarezza arriva dopo il disordine, e *dentro* il disordine, e il disordine la segue, negli ultimi 30 secondi. Poi arriva il silenzio. Dovrebbe essere così sempre. La chiarezza non è chiara. La chiarezza è un risultato, non uno stato. Per molti di noi, la chiarezza è solo una catena volontaria, il Purgatorio o l’installazione minimale – in ogni caso, il ferro e il fuoco. Tanto che ho pensato: non è spontanea, ma accademica. Ma quando la chiarezza viene dal disordine e da una cultura forte, che sa *anche* improvvisare e sa *sempre* solennizzare: allora leggi Paola Febbraro, leggi Elio Talon, leggi Miłosz e Brodsky e Walcott – con timore e tremore, con gratitudine forte. Altra è la chiarezza che dice “verde Inghilterra” e altre unioni aggettivo-sostantivo, classicissime ed enfatiche: «esili polsi». Ma l’uomo, giovane, che le scrive, è ancora altro: un cristiano, un uomo che ama la vita, un incrocio (simpatico) tra un monaco e un pirata. Ma anche Andrea, se scrive così, scrive di un uomo che non esiste o che non gli assomiglia. Posso dire la stessa cosa di me, per il passato – e a poco a poco, correggerò e riscriverò tutto, per il presente e per il futuro. Questo significa perdere molti amici o testimoni: va bene. Purché io stesso deponga i *miei* idoli.

4 [da *Per quanta memoria si perderà*]
Fa pietà anche Warhol. Nel suo diario fa pietà, quando dice: avevo una gran voglia (o un grande bisogno) di pisciare. E Warhol lo fa, si libera sotto; e forse attraversa stanze e stanze, dove sono i pacchetti non aperti, in cui c’è *qualunque cosa*. Gli stessi pacchi rimarranno vergini, fino alla morte del padrone. Le scatole contengono il ben-di-Dio, rallegra i sensi. La materia è abbondante e spessa. Dopo, dopo, Warhol scrive: mi sono sentito così solo e nessuno mi ama e nessuno mi vuole; allora io ho pianto. Warhol scrive che ha pianto. L’autore piange solo. Può solo piangere, se non c’è acquisto umano, in terra, che dia pace.
Non riempirai la casa di oggetti belli, nel loro packaging impossibile. Non ha parlato mai *un uomo*. Io ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, ti amo, in quanti modi ti amo? Così presenti, e così discrete cose-persone, non quelle andate via, andate a Roma: non si muoveranno più da qui.

[17 gennaio 2008]

75 pensieri su “Contro gli idoli (Scuola di poesia, 6), di Massimo Sannelli

  1. Eppure alla catena del passato siamo legati. Doppia elica dominante. Le quattro forze dell’apocalisse. E se la storia è zavorra allora dobbiamo liberarcene ma se invece son radici allora siamo alberi: il massimo che possiamo fare è restare fermi e mirare al sole. Ma la storia di cui parlo è fatta di uomini che hanno lasciato segni per noi che siamo qui ora forse ancora illusi di saper leggere, almeno in parte: la parte legata al suono dell’emozione ma l’opera quando è davvero tale è irriducibile all’umana vanagloria.
    pepe

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  2. La magnolia viene sconvolta, è un’immensa magnolia, è piu grande di una immensa quercia, aggredita da raffiche di vento sempre piu frequenti, mare di foglie lucide che si guarda dal basso in alto, in cui affondano e si sollevano i grandi respiri di foglie, in cui la pressione, la velocità dell’aria, sembrano praticare una respirazione artificiale, premendo con le mani sovrapposte appena sotto lo sterno, riprende a respirare con una violenza imprevedibile, è il suo respiro che guida le mani inutili che vengono sbalzate via, è l’ansare dei suoi vuoti e dei suoi pieni che attira e respinge il vento, ancora piu forte, che ci mette più violenza, svanendo ogni impressione di regola, travolgendo e superando la magnolia gigantesca, abbandonata a un turbinìo caotico, privata del ritmo della respirazione, emettendo serie di suoni altamente incostanti, scuotendosi in un brillìo frenetico, con passaggi estremamente rapidi tra i toni lucidi e quelli cupi, tra i verdi e i rossi e un nero tanto indecifrabile da mimare l’assenza di ogni colore, concentrandoli tutti di colpo, neutralizzati condensando il nucleo principale, spostato dal centro, più verso l’alto, è mobile, verso destra o verso sinistra, è una palla, è un uovo di plastica, si gonfia, mole che diviene debolezza e impaccio, impossibilità di fuga e di agile difesa, impotente opposizione frontale, per cui verrebbe spaccato, trascinato via, estirpato fin dalle radici che rivelano in quel momento all’improvviso una grande fragilità, a causa del rigido gigantismo, se fosse costretto a una resistenza decisiva, se il vento non lo oltrepassasse aggirandolo sui fianchi, se non venisse risucchiato dietro nell’imbuto del viale di carpini, penetrandovi d’infilata, ostruendo il cunicolo che i carpini hanno formato saldandosi alle estremità dei rami in modo da costruire una galleria vegetale, un soffitto curvo compatto di foglie intersecanti, a vari strati, spesso più di 80 centimetri, resistente molto più di un intreccio progettato, data l’insistenza della casualità nel continuo, apparentemente non più necessario, sovrapporsi e infiltrarsi di nuovi rami e di nuove foglie, quando poteva sembrare tutto finito continuando la sua crescita, tessendo sopra e dentro se stesso, pur conservando la sua trasparenza, senza sottrarre luminosità all’interno della galleria, man mano che lo spessore delle stratificazioni cresce acquistando le foglie un colore sempre più chiaro, togliendo opacità al tessuto, tanto da far pensare al fluire di strati acquosi sovrapposti, a molti acquari sovrapposti, in movimento, in conseguenza della velocità delle foglie, permettendo di vedere tutti gli uccelli che ci volano attorno, chi come noi, sospinti dal vento e inclinati un po’ all’indietro per tentare una posizione di equilibrio con lo sguardo, data la posizione, forzatamente rivolto verso l’alto, percorrendo, per linee irregolari, il canale acquatico-vegetale, cercando di capire come se la cavano nel momento della massima violenza, percepisce quei voli a brusche deviazioni, improvvisi sbalzi di quota, osservando come sono costretti, allora, a cercare rifugio, a trovarlo, incapaci di reggere a lungo, facendosi trascinare, assecondando fin dove possibile le forze contrarie per non sprecare troppe energie, tuffandosi di colpo nell’istante di calma propizio, spinti dall’alto, cadendo, lasciandosi cadere immoti nello spessore del fogliame intersecante dove il vento non c’è, frenato dagli strati esterni, dal lavorìo, turbinando, delle foglie che si alzano come peli, così come si quietano di colpo, perfettamente silenziosi e immobili, tanto che una volta accovacciati dentro, io e Matteo non riusciamo a capire dove sono finiti, pur mantenendo la stessa posizione inclinata, camminandoci, sorreggendoci l’un l’altro per la schiena, dirigendoci verso la casa, superando, col reciproco aiuto, la barriera di un vortice, in una zona di calma relativa, protetti dalle mura, raggiungendola, accucciati, spingendo al massimo le ginocchia in avanti,

    Antonio Porta, da Partita, Feltrinelli,1967, capitolo sesto,

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  3. Caro massimo, leggo e mi perdo (e, quel che è peggio, finisce che mi ripeto), tu sii comprensivo. Domande: ma le opere si possono davvero scrivere “da soli”? Eppure la “noia” dell’ “ambiente poetico”, delle letture poetiche, delle poesie, ecc…. ma chi ce lo fa fare? bisogna occuparsi della questione del “nuovo”? bisogna occuparsi della questione del “divertente”? io direi di sì, ma mi pare più una questione di metodo (di studio?) che di politiche culturali (o di militanza!). dunque proponi di tentare altre arti, altri media? sono interessata. spiegami ancora un po’.
    re

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  4. @ Rosemary, prima di tutto: grazie. molto semplicemente, ma VERAMENTE, E SEMPRE: si legge bene solo quello che è scritto bene. come in Partita.

    @ Re
    non ha importanza quello che ‘io’ propongo. le ‘mie’ idee sono i miei idoli, dunque non hanno tanta importanza o peso o valore. Ma: la noia di un possibile fruitore, che non vuole fruire, è (secondo me) essenziale: un pungolo nella carne! e la commistione dei media: sì, e con urgenza, e con tutti i sensi del corpo. il nuovo non c’è, ma FU (la mia solita impressione è che Marinetti e Pagliarani e Laborintus siano *ancora* nuovi, ancora non assorbiti, e feroci, e distruttivi nei *nostri* confronti…)

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  5. ma a quei Grandi – non a tutti, ma a molti – mancò la pietà. questo li rende postumi, anche quando sono *ancora* in vita. preferirono la contestazione e il gioco (in senso intellettuale, come Giuliani e Pagliarani) alla spinta verso i cenci. Sanguineti, a Genva, vive per scelta in una periferia popolare – ma nessun uomo è meno popolare di Sanguineti. e non è un uomo falso, con tutti i suoi torti (molti) e le sue (non poche) ragioni.

    se cade la Spagna – diceva e temeva Vallejo, e aggiungeva: “dico per dire!”. ma se l’Occidente si spegne [consapevolmente e inconsapevolmente], e se il baricentro culturale del mondo si sposta, e se la nostra poesia si attacca al meno senza essere la “letteratura minore” (di *Kafka*!) – non si tratta di un dire per dire. i musicisti non scherzano con la poesia. la innalzano e la complicano – non è il caso di riferirsi a grandi Sperimentatori [i 4 ultimi Lieder di Strauss, con tre testi del ‘pacifico’ Hesse sono esplosivi, e il loro linguaggio è ancora tonale, ancora *comprensibile*…]. ora non si tratta di dire (come mi pare faccia Gambula su absoltepoetry) che solo l’attore sa interpretare e solo l’attore può, ecc. Di certo, l’attore sa che la voce è aria, che l’aria viene dal corpo, che il corpo è intero, che l’attore lavora con i piedi e con il palato, ecc. I poeti non ne sanno molto. Ma il poeta deve gettarsi di più, alzare le chiappette, come diceva Ansuini dal suo ultimo banco…

    bisogna – in ogni caso – scrivere vetri che facciano sembrare bella la vita: BUONI TESTI.

    e soprattutto: in queste lettere tendo a citare o NON citare i poeti della poesia ‘chiara’, come se fossero colpevoli. in realtà, c’è moltissima mediocrità anche tra chi sperimenta con la lingua: per eccesso di enfasi, per mancanza di controllo dei mezzi tecnici che tenta di usare, per eccesso di fede nel computer, per mancanza di orecchio verso certi Vecchi (Tape Mark di Balestrini è *esaltante*, altre combinazioni di oggi non lo sono) – e perché la sperimentazione con la (e della) lingua è VANA (cembalo che tintinna) se non è accompagnata dalla sperimentazione con la (e della) vita. non sono parole mie, ma di Amelia Rosselli. in sostanza: nessuno di noi – engagés, sperimentatori, ecc. – conosce bombe e fame. così ci siamo *limitati* a scrvere cose innocue. e ci siamo *limitati*, in generale.

    e, attenzione, *non c’è cosa più brutta di una brutta poesia sperimentale*: l’orecchio allenato sente disastri, e prova fastidio…

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  6. Io mi illudo di essere, a modo mio, anche un (poeta? parola troppo impegnativa diciamo poetante) “sperimentale” ma non dimentico ciò che la tradizione mi ha lasciato a partire dal verso classico fino a quello libero con tutto quello che c’è in mezzo e prima e oltre. Se ricerca deve esserci è sì nel linguaggio, nel senso più ampio del termine quindi mei linguaggi, ma soprattutto deve concentrarsi in profondità, intensità e densità per graffiare, evocare, illudere, risvegliare, morire, nascere. Deve far sentire oltre al bip della coscienza il rettile che sta dietro, il sangue che scorre, il maleodorante cumulo di sterco e il sogno angelico di purezza.
    pepe

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  7. vigono altre regole per la poesia “sperimentale”? non è forse come (mi viene in mente) la danza contemporanea, basata “necessariamente” sulla classica? sia per citazione che per messa in forma, intendo. “L’improvvisazione dipende dall’erudizione” dice Lorenzo Thomas – e così le possibilità del linguaggio dipendono dalla pratica, dal “dominio”, dalla gestione di un medium così saturo di altri usi, mescolato fino alla nausea con TUTTO (ma anche la poesia lirica più vicina ai moduli tradizionali soffre di questi problemi, o forse meno, perché può attingere alla sua dispensa di stilemi già pronti? mentre la sperimentale “deve” sporcarsi un po’ di più? rischiare un po’ di più?)

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  8. La poesia non ha bisogno di “autodifesa critica”.
    Questa è legge. Se non lo sai capire, caro lettore, mi spiace molto per te. Il problema è proprio quello di scegliere. SCEGLIERE = Sapere che fare. Scegliete cosa volete essere. E, per favore, nessuna posa, caro aspirante p.

    -mich-

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  9. @ Massimo. Grazie per i ringraziamenti,
    Lascio la parola a Antonio:

    “… non credo che la poesia debba essere soltanto lirica. La poesla deve essere anche narrazione, racconto, provocazione linguistlca, frutto dell’esperienza anche politica dell’individuo. Tutto questo materiale che un tempo poteva essere considerato ”sporco”, non poetico, entra di dirltto nella poesia moderna e contemporanea. Il problema, quando si scrivono poesie narrative, per teatro, o poesie lunghe, nasce dallo stile, dal ritmo che bisogria inventare di volta in volta, perchè la poesia lirica, tutto sommato, è il frutto di una illuminazione, felice o infelice (dipende). La poesia lunga ha bisogno di una elaborazione più lenta e dello sviluppo di alcune intuizioni iniziali, tutto diverso da quello della poesia lirica. (…) penso che scrivere voglia dire sostanzialmente sperimentare nuovi linguaggi, almeno in poesia. Per la prosa il discorso è diverso. Nella prosa prevalgono altre cose. In poesia invece il momento della sperimentazione linguistica è essenziale”. (…)
    “La poesla è molto marginale e per uscire da questa marginalità occorre abolire il pregiudizio che la poesla vada letta nella propria intimità come un fatto privatissimo. lo credo che bisogna tornare (e di fatto si sta tornando con le letture pubbliche, con quest’idea della poesia per il teatro) a un contatto con la società più diretto. Non dimentichiamo che nella Grecia antica la poesla era soprattutto poesia orale. L’idea che la poesia debba rimanere chiusa in un libro mi dà fastidio».
    (domanda) – Ma in definitiva, la poeela, non è un «prodotto» inutile?
    «È giusto porsi queste domande radicali. Una verità elementare è questa: la poesia continuerà ad esserci finchè ci saranno nuovi poeti. Ma la poesia non deve rimanere un’attività molto privata che interessa solo pochi specialisti: deve riconquistare un interesse presso il pubblioo giovane per la sua sopravvivenza.
    Quando vado nelle scuole a leggere poesie, c’è molto interesse per il poeta, per le poesie, ma anche moltissimi pregiudizi. Si pensa che il poeta sia una persona diversa dagli altri, stramba, sacra, sacerdote, vate: tante cose sono state insegnate nella scuola in maniera maldestra. Bisogna diventare più comunicativi. Oggi ci sono due grandi tendenze: da una parte una poesia fortemente oscura, che tecnicizza l’oscurità e dall’altra il tentativo d’essere più comunicativi, di usare la lingua in maniera meno criptica, meno acculturata. L’unica speranza che io vedo (ed è decisiva) è che nella scuola si affronti la poesia con metodi nuovi. Uno di questi è quello che molte scuole ormai praticano è di chiamare i poeti contemporanei ad incontrare gli studenti. Bisogna eliminare le diffidenze nei confronti della poesia”.
    (domanda) – Direi che non ha risposto alla mia domanda: la poesia è utlle o inutile?
    “La poesia. è ritenuta spesso inutile perché difficile. Ma considerare la poesia inutile è un assurdo, perohè la poesia è un linguaggio fondamentale della cultura umana, da Omero in poi. Dire che è inutile la poesla significa asserire che è inutile parlare e pensare. Una delle funzioni del linguaggio è la comunicazione, ma l’altra è quella che produce il pensierio umano. L’uomo senza linguaggio non è pensabile”.

    in Libertà, 11 maggio 1988, stralci dell’intervista a cura di Francesco Mannoni

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  10. @ Gabriele
    tu sei nella storia, perché la conosci. e i tuoi endecasillabi non giocano – SONO. la tua poesia è irta e trascendentale (in senso musicale, alla Liszt). e tanto basta – ed è moltissimo. dunque l’epoca la mette da parte – e non dovrebbe essere così. la condizione è frustrante, molto; a te è chiesto lo sforzo, infinito, di resistere a questa condizione. ti abbraccio in questo.

    @ Renata
    vedi: è più facile indicare testi che spiegare, in generale. nei campionamenti di Padua o nelle Orde di Fichera – io non sento (*io* non sento – non dico che non ci sia e che non si senta) una soluzione. la sperimentazione è il campo in cui *non gode* chi si *contenta*. Porta dice: “Bisogna diventare più comunicativi”. per esempio: io sono uscito da gammm, di cui ero parte, e fondatore. non sono mai riuscito a lavorarci, se non per una manciata di prose di Suchère e per un gruppo di poesie già edite, di cui si occupò (in realtà) Broggi. dunque ne sono uscito per disperazione. mi sentivo inutile e sentivo di essere fuori posto (e lo ero). perché? forse non sentivo carità, ma dimostrazioni e installazioni. la serietà di Marco e di tutti era ed è enorme – ma non ero felice, e da qualche tempo mi pongo il problema, per la prima volta, di essere almeno sereno, se non felice. (ma anche la felicità arriva, presto). che cosa cerco di dire? che improvvisazione ed erudizioni sono basi – ma possono (e non devono) diventare idoli – e ideologia (idologia?). io non credo a niente, in un certo senso. dunque credo ai Nomi – che sono *oltre* quel Niente: essi, veramente, sono. e sono i Nomi che tutti, se siamo onesti, riconosciamo. una poesia perfettamente sperimentale e perfettamente realistica, per esempio, è sotto gli occhi di tutti: i Cantos di Pound, e soprattutto i canti pisani.

    questo posso dire, ora. sempre con il cuore in mano e (nella koiné della Città Barbara) *mettendo l’anima in piazza*.

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  11. “quando non ci sarai più né io
    sarò più con te
    insieme sciolti nelleacque
    un altro airone, un altro sguardo
    altre parole simili a queste
    e chi contnuerà a parlarti
    ci sarà non io
    e il pensiero non mi à tristezza né gioia
    ma quiete, soltanto, felicità del limite
    “un paio di brache francesi
    per un mattino francese”:
    vivere un intero mattino,
    questo è un risultato,
    la mia lingua batte su questo mattino,
    vi stelle estranee siete dove siete
    io rimango al di qua
    in prreda al vento

    da *Airone*

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  12. è il tema dell’Inno alla morte di Ungaretti, per esempio – ma con quanta *aria* in più (solo l’ultimo verso dell’inno, con la sillaba tronca, salta verso il cielo, si inoltra e sporge)… il primo martella in novenari classici, e Porta scrive versi *liberi*. entrambi usano il suono della /R/, ma l’effetto è diverso, per la diversità degli accenti.

    la poesia ha questa grazia (parlo semplicemente e male): si basta, e annulla l’enfasi, non la cerca e non la vuole (la carità – ricordo – non si gonfia e non si vanta; non chiede spiegazioni, né dell’elogio né della critica; si dà, riceve, restituisce *settanta volte sette*, ecc.)

    per la prima volta, davvero *per la prima volta* mi sono posto il problema della *felicità*. c’entra e non c’entra. tutto è esposto.

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  13. concordo Massimo: sulla grazia della poesia che si basta e sulla *felicità*, un caro saluto e auguri per il tuo lavoro che sempre è una ricerca anche quando non è *integralmente* condivisa, Viola

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  14. ciao Massimo,
    sulle Orde: sì, non sono definitive, sono un principio di qualcosa che sta cominciando. diverse da “Lo speziale”, diverse dagli “INNESTI”, ma sempre a loro collegate dallo stesso cuore. Appena inserite da Francesco le ho già riscritte in parte, lo sto facendo (come ti ho detto), togliendo gli ultimi feticci e le ultime identità, alleggerendo la pesantezza, come mi ha fatto capire un’amica (poeta) meravigliosa. Non vedi una soluzione in loro? A “oggi” neanch’io. Perché metterle (pubblicarle) se non definitive? Perché avevo bisogno di “fissare” una fermentazione, soprattutto a me stesso. Tendono a qualcosa che non ho ancora raggiunto. Ma non c’è sperimentalismo o realismo in me, ma una poesia organica, una sintassi organica.

    Paolo

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  15. @ Viola
    una ricerca non deve essere *integralmente* condivisa. basta mostrarla e vederla, e dire. che la poesia è una “stretta di mano” è vero, ma è anche troppo. più spesso, è nulla o gioco del massacro. oppure: due persone che si parlano, basta questo, è moltissimo, nei tempi bui…

    @ Paolo
    era proprio quello che intendevo, ripetendo “conosci te stesso”. basta ascoltare (ascoltarsi). qualcosa strideva, a partire dalla loro impaginazione – prima di tutto. il testo non è in più, ma (disse una mia antenata, in un altro contesto: amore) è *la rosa che porti sul petto*. non può non piacerti, non può non convincerti. bisogna cambiare la rosa o cambiare aspetto (e vestito). può anche darsi che la rosa sia splendida, e che noi *non ne siamo degni*. in questo caso bisogna scegliere: lascio la rosa? divento un altro? se la poesia non è tutto – a che serve?

    e la giornata non è stata facile. ho preparato un pieghevole per il teatro, il 3 febbraio. ho tradotto in inglese un articolo sulla verginità, per Alice Rosati. ore e ore. in mezzo, e durante, lo strazio (in mente) (ma non la fame, stavolta). e di nuovo, come un martello: “tu hai il diritto di essere sereno”. parole materne, speaking words of wisdom, buone parole, sempre, a cui tengo fede. di tutto il resto, umano troppo umano, resta sempre meno.

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  16. Ciao Massimo,
    Ho letto “orde”, non ancora riscritte, e le ho citate: trovo interessante la via che paolo intraprende con questi testi, ancorchè non definitivi:(stridenti? non stidenti, preferisco im-puri).
    Quanto alle “Soluzioni”: Non mi sembra che Padua o Fichera siano gli idoli della “sperimentazione”. E poi, perchè cercare in loro e negli altri soluzioni? a quali questiti, poi?
    Da parte mia, sono alla ricerca di poesia, è di questo che ho bisogno per conoscermi-ascoltando, e non certo di vie e strade ri-solutive per la cosiddetta “P.”

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  17. caro Michele… ho parlato secondo quello che *sentivo*. quello che sentivo, l’ho detto. come stamattina, a scuola: anche dicendo parolacce, anche parlando della mia antica dislessia (forse). quello che penso, lo dico. anche sbagliando. ma ho detto quello che sentivo. e sentivo in quei testi una mèta non raggiunta. in generale, però, la mia impressione è che cose molto vecchie, e vecchie di decenni, suonino ancora fresche e potenti, senza paragone – e questo, *questo*, è il segno (in me) di una grande stanchezza… le vie della P., però, sono *anche* le *nostre* vie: l’esaurimento dell’una allegorizza quello dei secondi…

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  18. Massimo,
    forse devo astenermi dal ripetertelo, qui oltre che nell’email privata, ma mi pare – spero di non sbagliarmi – che sia tu a chiedermelo: quello che scrivi è molto difficile per me, almeno per me (anche a te: devo scappare da scuola per capire la lezione??). I commenti hanno messo un po’ di luce in alcune mie lacune, più che il tuo testo; seppure mi viene da pensare che così le tue lezioni di poesia siano nemiche dell’ignoranza, pure credo, o credo di credere, che discutere di chiarezza non sia mai una cosa troppo chiara, dipenderà dal fatto che la chiarezza è un risultato – che non si può anticipare…?
    Senza nostalgia, è la struttura del sonetto che mi hai insegnato nelle dita l’unica tua lezione.

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  19. ciao Paolo… scappare da scuola è quasi doveroso – purché si sappia dove andare. oggi torno dall’altra scuola, quella in cui parlo male e dico ad alta voce “palle” e “casino” e “fregarsene”, e i piccoli capiscono… ma qui non parlo ai piccoli, e alzo il tiro. la chiarezza non esiste, esistono solo territori e confini comuni. la traduzione improvvisata che posso farti ora è più o meno questa: evitare il ridicolo, evitare signori e padroni e antologie, collocarsi nella crisi di questa nostra lingua, e battezzarla e accettarla – e ripeto: evitare l’enfasi, evitare il ridicolo della “Inghilterra” e di certi stilemi da neoavanguardia (nessuno è senza peccato, me compreso)… ma tu sai queste cose – vivendole e scrivendole. non capire è anche virtuoso, se il testo da ‘capire’ è più una profezia che un istituto. in generale, comunque – parlo di poesia, la insegno qui e a scuola, e me sto allontanando (o forse mi allontano solo dai suoi riti: quello tremendo, lo sai perché ne abbiamo parlato, del *mangiare insieme*, trasformando una serata di performance in un elogio del salmì; o una cena assurda in cui il poeta P. e il critico G. parlavano ad alta voce della verginità della poetessa L., *alla sua presenza* – queste cose stupide sono la morte della poesia) (non sopporto le cose *unte*: nella gastronomia e nella vita)

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  20. Questa lezione mi piace. Mi hai fatot riflettere che forse l’idolo peggiore da uccidere è il lettore, e mi è venuta in soccorso una breve poesia di Federico Blo che ti riporto, a tema.
    Federico Blo scrive sui tovaglioli nelle osterie, oppure sui triangoli strappati dei manifesti, appena dietro:

    Muori lettore, con la tua brama di alzare
    Le vesti e guardare sotto, tu che entri
    In casa d’altri e provi tutto il guardaroba, tu
    Che apri i cassetti e dici che su quella mensola
    Dovrei mettere una serie di ninnoli di vetro,
    Scimmiette, elefantini, cammelli, muori
    Calpestatore di moquette altrui tu
    E la tua disattenzione, oppure tu
    E la tua attenzione, la tua pretesa
    Di comunione, stai indossando calze
    Da donna ti stai pettinando con la spazzola
    D’un altro stai usando il mio spazzolino
    Vattene via e che il bivacco
    Non ti sia più consentito.

    Qui non sei desiderato.

    Vuoi emozionarti?

    Masturbati da solo
    E smetti di fissarmi.

    Guardone.

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  21. grazie Alessandro… anche oggi, fretta e corse. ci parli di Federico, per favore? ho in serbo una piccola caccia al poeta per un altro ex ragazzo, se vive ancora, a Milano, e spero che viva, e che gli assistenti sociali del 1973 non abbiano indovinato un destino che non meritava, perche’ era un piccolo genio inurbato, dal Sud. se vive, ha 50 anni, piu’ o meno. come dire altro, oggi? quello che non riesco a dire e’ ancora tra le righe sempre. nulla e’ senza cuore, credo.

    la pretesa di comunione e’ come la stretta di mano di Celan – vera ma troppo ripetuta, tramandata e quindi tradita. piu’ semplicemente, e’ questione di comunicare su un pavimento che non traballa, cercare le parole. non la dittatura dello spettatore, secondo una Biennale di Venezia, ne’ dell’autore. ma neanche riferimenti a comunita’ astratte. ce ne sono di vere, lasciate in un silenzio che e’ la loro tomba. dunque, appena possibile, cercare il ragazzo-poeta del 1973, ad esempio – e non solo. e azzerare l’enfasi, su ogni *troppo*- il troppo chiaro il troppo oscuro il troppo autentico il troppo sperimentale il troppo tradizionale. la questione e’ migliore e diversa, credo.

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  22. chi corre scrive e respira male, e sbaglia ritmi e parole, e scrive *salmi’* invece di *suppli’*, e anche peggio… vi chiedo scusa, davvero. la mia vita e’ diventata una corsa continua, in cui il movimento brucia il grasso o l’*unto*… un anno fa scrivevo questo, e ci credo ancora – contro ogni enfasi e untume, e in omaggio a Lei, in liaison con l’*esposta*

    https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2007/01/06/lesposta/

    massimo

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  23. Sintetizzando queste prime sei lezioni, sono d’accordo nel considerare il libro quale soggetto minimo e centrale della discussione critica; sono anche d’accordo nel lasciarlo fare ai professionisti del discorso. Sono meno d’accordo quando il professionista del discorso vuole vedere nel libro quello che non c’e’ o non vuol vedere quello che c’e’; voglio dire: anche il professionista e’ interno al sistema e il suo occhio e’ piegato nella formazione e nelle coordinate entro le quali fa il suo lavoro, anche il professionista cammina sulla stessa strada e non puo’ guardare oltre cio’ che il suo sistema visivo gli mette a fuoco. Il professionista del discorso e’ dunque co-autore dell’opera (Sannelli versus Daino, Talon, Giovenale, ecc. … ma non versus Baldi, Sinicco, Fichera ecc.), ma ancora non spiega perche’ noi col nostro corpo dovremmo credere a lui col suo corpo (che non e’ il nostro) e dunque alla sua versione della Storia.

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  24. si può spiegare il *credere*? da una postazione milanese, in piedi? ecco.

    si può spiegarlo, quando (speranza contro speranza) qualcuno esalta Pellico e Scarparolo, e non Leopardi? io sono un inetto, per chi lo pensa. torno a chiedere: di che cosa si parla quando si parla di poesia? dei molti io, dei molti no, dei molti che non possono…

    la questione dei Nomi (lo prevedevo, era facile) è omicida e suicida. ma Talon non è Sinicco. nessuno dei due è Pound. ma l’orecchio sente i suoni, trova la potenza e la MUSICA e la forma, ecc. Ma come farlo passare? se dirlo, il solo dirlo, sembra una strizzata d’occhio? io voglio veramente essere morto, rispetto a queste cose. e in parte lo sono.

    perché puoi credere al mio corpo con il tuo corpo? potrei risponderti: perché la vita si è dedicata, tutta, a cose simili. e tu potresti rispondere: anche una prostituta sul marciapiede potrebbe dirlo del suo lavoro, a ragione. in realtà: a questa domanda non si può rispondere, e qualunque risposta suona superbia. se vuoi credere, credi; se no, no. quanto al guardare oltre: qui si parla pochissimo di poesia, e molto di musica, di performance, di convenzioni da abbattere (perché nessuno si è scandalizzato quando ho scritto: non mandiamo più i testi a Buffoni?).

    in mancanza di amore, non c’è credere che tenga. e io non voglio essere ‘creduto’ o aver ragione. chi ama Ines Scarparolo ne ha tutto il diritto. solo che ai suoi occhi Zanzotto e Giovenale e Guantini sono tre idioti. ai miei occhi, è l’esatto contrario, con la stessa presunzione.

    che cosa comunichiamo? a chi? e con quale solennità? per chi non la sente (e questo non ha NIENTE ha che vedere con religione e laicità), è inutile. allora meglio mangiare supplì, meglio dire che la notte è bene riposare, meglio pensare a far soldi e sesso, meglio vivere decenni decenni decenni, meglio lasciar morire gli altri, l’idiota Rosselli e l’idiota Pagnanelli. begli idioti, loro.

    può essere così. ma se non fosse così, se non *è* così – chi si è illuso ha perso. e ha perso l’occasione di ascoltare MERAVIGLIE, non nuove, ma vecchie di 50 anni. quanto a me, tethnaken d’adolos thelo.

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  25. Massimo, non volevo farti arrabbiare. Non e’ questione di nomi, quanto probabilmente di posizione sulla strada che tutti percorriamo; se questa strada e’ l’elevazione spirituale alla quale anche molte filosofie e religioni tendono, via via perdendo i contatti con il corpo-materia, mi pare che noi tutti si faccia strada assieme ad altri a noi vicini. Allora, se la strada e’ un insieme di purificazioni e rivelazioni e tu nei hai avute piu’ di noi (o in altro modo: se sei piu’ avanti nel cammino verso lo stato finale di puro spirito), sarai anche in grado di spiegarcele. Se sei ancora molto attaccato al tuo corpo, il corpo urtera’ e dara’ dolore. Ma non insisto oltre, anzi, mi scuso, ho gia’ detto qualche puntata fa che non credo al dolore come forma matrice dei nostri discorsi, cosi’ come non credo al corpo e corpo non ho. Saluti cordiali.

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  26. no, Giuseppe… solo molto stanco, in un senso molto quotidiano. ma: se di stili non si può parlare, di solennità nemmeno, di corpi no (e io sono molto attaccato al mio, e urla sempre – ma l’unto, l’unto no, in nessun senso; e il sesso non gli è mancato, per anni, neanche quello, e io ne parlavo), di Nomi ancora meno – allora di che cosa dobbiamo parlare? certamente siamo tutti sullo stesso cammino, e tutti esposti al peccato, in tutte le sue forme di azione o di omissione. ma i testi? sono la scusa per stare sul cammino spirituale e sul mare dell’essere o sono *cose*, dunque forme, dunque sottoposti al giudizio e ai sensi? e perché siamo severi con tutto e tutti, e indulgenti con *queste cose*?

    aut aut aut. o inconsciamente noi disprezziamo la poesia (compresa la nostra) o preferiamo l’angelismo alla pratica o non consideriamo *ricchezza* i testi. e allora – perché scrivere? di che cosa? a chi? intanto Busi ride e spende e regala e scrive e insegna; e se ci vede, guarda e passa, e ride di più. il 25 febbraio compie 60 anni. lo stesso giorno, Paola Zallio ne compie 47, dovunque sia, che scriva o meno. è stata la mia prima allieva – e l’ho aiutata a uscire da una palude. ora non scrive, che io sappia, e si è eclissata. ho fatto bene o male? un percorso di arte – cioè di COSE e opere e testi – non dovrebbe mai fermarsi. dico così, a bassa voce, ancora appeso al banco (minuscolo) di internet…

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  27. “e allora – perché scrivere? di che cosa? a chi?”

    Be’, puoi scrivere per cercare la tua via; puoi scrivere per alleviare un dolore; puoi scrivere per non pensare; ma fondamentalmente dovremmo scrivere perche’ chi ci legga possa trarne anche un minimo moto sulla sua, di strada; ecco allora che qualche poesia di Baldi, mi riferisco almeno all’ultima (“canzonetta”) del suo libro uscito per Atelier, puo’ valere tutta la produzione dei gammm, se messa in mano ad una donna che ha abortito. E di donne che abortiscono ce ne sono molte di piu’, nel mondo, che di assemblatori di rifiuti del quart’ordine; e ce ne saranno anche quando i rifiuti da assemblare saranno altri di altro tipo, tanto che di quelli odierni si sara’ persa traccia. Ecco allora che la tua attenzione ai rifiuti e a chi basa la sua poetica su quel tipo di materiale potrebbe non valere quanto tu senti che valga, perche’ il tuo sentire potrebbe essere condizionato dalla tua stessa relazione personale col tema. Ed e’ anche giusto cosi’, pero’ chi ha un’altra formazione, un altro tipo di rapporto con il corpo, un altro corpo propriamente inteso, trova vera presenza in altri autori e non dovrebbero esserci credo o amore tali da farti dire che gli uni siano piu’ forti e gli altri piu’ deboli: sono semplicemente diversi.

    Ma ora vengo al punto: dobbiamo ascoltare chi ha camminato poco? Perche’ alcune scritture reggono e altre non reggono? Forse perche’ alcune dimostrano la misura (o la compassione o lo stile o altri attributi canonici o magari tutti assieme) raggiunta da chi molto ha camminato, molto ha visto e molto si e’ lasciato alle spalle. Tu citi Dante e Leopardi, li conosci e li studi; molti di noi li conoscono e li hanno studiati: per essere utili a chi ci legge, dovremmo rapportare il resto -viventi compresi- a quelle vette, e pazienza se nessuno si avvicina: nessuno sia menzionato.

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  28. è UNO (e non l’unico) dei motivi per cui sono uscito da gammm. quanto al camminare molto poco – che cosa conta, ora, aver letto molto? in realtà si scrive per creare anche iconografie. vera presenza, certo, e corpi diversi. ma qui non si tratta di questo. qui si tratta di eludere i testi in quanto i testi. certo che nel ragazzo scappato di Pavese io posso riconoscermi; e nei rifiuti, per esperienza di stracciarolo, ecc. Ma ci riconosco per somiglianza. se il concetto di Pavese fosse espresso come film manifesto pittura, ecc. – mi ci riconoscerei ugualmente, e di più. ma allora,ripeto – perché esprimersi in versi? il problema è di legittimazione, sempre: chi sono io per dire queste cose? perché le dico? e sembra già che le dica per difendere circoli e scuole. non è così – ho lasciato tutto, e non dolorosamente. perché (ho imparato) ho anch’io *il diritto di essere sereno*.

    e in ogni caso i concetti di Steiner sono ASSOLUTI. il suo libro è superbo (in tutti i sensi). ma come avevo scritto un’altra volta: io dico “stile stile!” e la risposta è “idee idee”. nelle idee posso riconoscermi, ma il loro medium, dalla carta alla tela, non importa. ma io mi chiedo se una poesia debba essere qualcosa di riconoscibile, che si infutura – o no. potrebbe anche essere così. e questo ucciderà la poesia: la morte della forma, della musica e del *corpo scritto*.

    alla scolarca superbo, io, dunque vengono mostrati i gioielli di famiglia, le critiche, le biografie, i links, ecc. Ma se io non sono nulla, perché c’è l’esibizione dei gioielli (come hanno fatto Sinicco e fa Contilli)? Basterebbe mettermi in silenzio. E se sono legittimato a parlare, perché tanta rabbia? torno a dire: I NOMI. e anche i testi, in quanto forme. torno a dire: di che cosa si parla quando si parla di poesia? e quanto ai diversi che non sono forti o deboli: ho già detto che a me piace anche Baglioni, ma la storia appartiene a Dylan. e io non oserò mai dire che Baglioni è come Dylan. posso amare il primo e sopportare il secondo – per esempio – ma la storia è di Dylan. altrimenti è come a Telemarket: Gonzaga è un nuovo De Chirico. lo si può credere – ma non si può dire che abbia la stessa storia.

    e il mondo della poesia non ama che si parli di storia, in generale.

    ho parlato in fretta, prima di una corsa al treno. sono stanco. e dentro si sentono ispirazioni e idee, che dicono di lasciare la presa. non ancora – non prima di altro, piccole cose quotidiane. ma sempre, davvero: nulla senza cuore.

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  29. Io non ho mai né detto né scritto che Zanzotto, la Rosselli o Leopardi sono degli “idioti”, perciò, non farmi passare per “fessa”, perché io non ci sto al tuo sistema di forzare le parole altrui, se io dico che preferisco un poeta rispetto ad un altro (Pellico rispetto a Leopardi), non significa che il primo è un genio e il secondo è un’idiota, significa che tra due poeti ugualmente riconosciuti dalla critica, io ho una mia preferenza soggettiva e personale, la tua perciò è solo un’inutile e pretestuosa interpretazione che ti serve per giustificare la tua poetica… e se da una parte riconosci il mio diritto a difendere Alina Rizzi, Ines Scarparolo, Mariateresa Biasion, Silvia Bre, etc. dall’altra ritieni i nomi che io tiro fuori nomi di poco valore… io non accetto di essere il bersaglio delle tue ironie solo perché apprezzo un tipo di poetica diverso da quello che apprezzi tu…
    io facevo la tranquilla studiosa di letteratura dell’800 e di poesia al femminile, quando hai deciso, senza preavviso, di tirarmi in ballo, perchè avevi bisogno di qualcuno con un carattere “fumantino” e schietto da provocare, per vivacizzare questo dibattito…
    io ho cercato di essere sempre corretta e professionale nelle mie risposte, però, ora inizio a stancarmi…

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  30. INCOLLO ANCHE QUESTA RISPOSTA CHE IN UN CERTO SENSO COMPLETA LA PRECEDENTE:

    Sei tu che in questa scuola di poesia, tiri spesso fuori le tue vicende biografiche… io ho solo tirato fuori tempo fa la citazione di Stendhal per dimostrare che il povero Pellico veniva considerato da un autorevole scrittore contemporaneo un “grande poeta” ed ora ho incollato la biografia più due testi critici per Ines… sono fatti oggettivi, in quanto i giudizi su un poeta che sono stati scritti e pubblicati, rappresentano dei dati reali, di cui non si può negare l’esistenza… poi, se tu ritieni che citare dei giudizi critici positivi su degli autori, sia fare un “gioco al massacro”, significa che vuoi evitare il confronto, come ti disse giustamente anche Sinicco, io ti metto di fronte ad una valutazione critica positiva e autotorevole delle mie poesie, se tu la sai “smontare” e rimettere in discussione, bene, altrimenti non scrivere giudizi critici, privi di fondamento, su testi che io dubito persino che tu abbia davvero letto.

    Io di Sinicco ammetto di aver letto solo le poesie pubblicate sul sito della Lietocolle, perciò, non esprimo un giudizio sulla sua produzione, prima dovrei leggere almeno una sua intera raccolta poetica, però, ho notato che tu scegli ad ogni lezione un bersaglio, prima Sinicco, poi Baldi, poi a me e agli autori, viventi e non, che hanno a che fare con me, da Pellico fino ad Ines e Mariateresa… ora il problema non è zittirti, perché tutti hanno diritto di parlare e di esprimere le proprie opinioni… il problema è che questa è una “scuola” e, quindi, se vuoi fare della critica letteraria “scolastica”, dovresti portare degli esempi a sostegno delle tue tesi, tratti dai testi che valuti, positivamente o negativamente, se fai delle affermazioni, assolute, non supportate da riscontri, diventa impossibile persino discutere con te, perché viene a mancare una base metodologica comune, su cui intendersi e da cui partire del discutere del valore di poeti contemporanei o passati… la tua “superbia” per me consiste in questo: le tue affermazioni sono nette e assolute, o uno è un genio o è un idiota, non esistone mezze misure, non esiste il poeta discreto, ma non eccezionale, esistono solo i grandi nomi e attorno il nulla, mentre la storia della letteratura è fatta di alcuni grandi e di molti discreti scrittori che meritano lo stesso di essere letti e studiati, perché ci danno la misura dello stile, della poetica, della mentalità di un’epoca storica… io come studiosa di storia della letteratura non posso condividere questo “estremismo” critico, che tende a fare piazza pulita nel passato e nel presente di molti nomi che comunque hanno avuto un ruolo nella storia della poesia…
    spero di essere stata chiara, non solo per te, ma anche per gli altri lettori del blog…
    non sono un’ingenua, non giudicherei mai “idioti” dei poeti contemporanei o passati, ho il mio “canone” e le mie preferenze, ma da studiosa di letteratura mi interessa il riscontro e l’impatto che un poeta ha o non ha sulla propria epoca…

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  31. Trovo abbastanza surreale il tentativo di stabilire un ‘canone critico universale’ per distinguere la ‘buona’ poesia dalla ‘cattiva’, ma certo, tutto quello che fa discutere è bene accetto, e si sa, i blog, di questo si nutrono. Cari saluti.

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  32. vorrei rispondere come il Padre di Affabulazione: “quanta inutile buona educazione”. esistono i livelli mediani, certo. ma – il parlare sia sì sì e no no. niente da difendere, né lobbies né amicizie trasversali. torno a dire: la porta della storia è una porta stretta.

    a questo punto la mia reazione dovrebbe essere scomposta: lasciare la presa e la scuola. no, non ora.

    quanto all’estremismo critico – è su questo estremismo che si basa la stessa Accademia di cui rivendichiamo i titoli, come gioielli di famiglia. che poi l’Accademia sia un incrocio tra un fossile e un’arca di Noè, con pratiche poco raccomandabili – è un altro discorso. allora: che crolli l’accademia, ma che non se ne rivendichino i titoli.

    le parole sono importanti, non solo perché lo disse Nanni Moretti. le parole SONO importanti e HANNO un significato. così i nostri corpi. le affermazioni mediate dalla critica, con il mio brutto italiano lento da studioso (lo ero) – si trovano nel primo ciclo di questa scuola, che non nasce ora. la parola SCUOLA, in fondo, è il problema, e crea timore e tremore e rabbia. come al solito: chi è Massimo per dire che questo è un valore, quello no? massimo non è nessuno. credergli diventa rischioso (perché non ci sono basi, se non i miei libri) o virtuoso (perché in mancanza di basi, si tratta di credere per AMORE). dall’altra parte c’è chi scrive “un’idiota” con l’apostrofo: ma io sono superbo se parlo di poesia.

    le parole sono importanti. e questa è religione, per me. al punto che se la poetessa fiorentina mi dice “non farti più vedere, se lasci …” – io non mi faccio più vedere. e ai tentativi di approccio, dopo, io rispondo: o la tua parola non vale niente o vale molto. dunque alla poetessa fiorentina ho detto: se la tua parola vale, e se tu sei una signora, e ne sono convinto, io non mi faccio più vedere. sarebbe bastato che la poetessa chiedesse SCUSA, perché tutti possiamo sbagliare. ma non è mai accaduto. io non vedrò più la poetessa fiorentina.

    è meglio continuare a pensare che le parole valgano poco, e questo PERMETTE DI NON CHIEDERE MAI SCUSA – cioè: se la poesia è un manifesto, e non una cosa, noi non siamo responsabili della poesia. la storia fiorentina non è una metafora, ma è vera. e tradotto nell’aiuola feroce, nella poesia: perché i poeti considerano così poco importante la poesia? le parole che la compongono – e che si legano ai pensieri, e sono i pensieri, secondo Leopardi – sono OGGETTIVE; la metrica è VISIBILE; la forma è qualcosa. oppure parliamo di sentimenti, di livelli mediani, di gioielli di famiglia – e mai di qualcosa di grande. ripeto: possno piacerti Morandi e Peppino di Capri, ma la storia è di Tenco e di De Andrè.

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  33. cara Bianca : la parola *universale* non compare, qui. ma tu scrivi, perfettamente, nel tuo blog: “La fiamma, che mai prima aveva brillato tra quelle pagine, ora svettava incontrastata”.

    ecco – aggiungere la peste e il fuoco, a ciò che resiste rigido, come la gola dura che avevo settimane fa, prima delle prove estenuanti di queste settimane. che viva (e vive) il teatro, dunque – “di parola” e no. che viva la fiamma. “Flecte quod est rigidum, / Fove quod est frigidum” – sia così. l’importante è tradurre l’indicativo con molti condizionali e incisi – questa è una performance da webpoint, che ruba i secondi tra prova e prova… Non canone, ma quella che il grandissimo Pieri (e anche lui mi disse “‘un mi scriver più”, e obbedii, come è *dovuto* ad un maestro) chiama, forse, ancora, “ironia culturale” (e sappiamo con quanta rabbia, da fiorentino fuori tempo e fuori spazio).

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  34. ehi voi, non mi ero accorta che la discussione si fosse così animata! – e verso direzioni così inaspettate: non mi pareva che massimo ne stesse facendo una questione di canone, anzi…non stavamo cercando di uscire dalla retorica del canone (quali sono i parametri, chi decide i valori, ecc., tutta la paccottiglia sociologica rispettabilissima ma che non c’entra nulla con l’esperienza della poesia) per parlare della CRISI dell’istituto stesso della poesia come strategia di “salvezza” (tutt’altro che spirituale, direi), di “felicità”? O (se questi vi sembrano termini troppo stile testimoni di geova) “della poesia come fondativa di culturalità”, DI PAROLA?

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  35. Un’idiota con l’apostrofo, perché si parlava anche di autrici donne, quindi al femminile, ci va, o mi sbaglio?! In conclusione (almeno spero!!!) siccome io non sono un’estremista (con l’apostrofo, perché è riferito a me che sono una donna!!!), per me non esiste il tutto (il grande autore) che sovrasta e schiaccia il nulla (l’autore medio, basso o comunque tu voglia definirlo), ma esistono nella poesia diversi gradi e sfumature, poi, se questa impostazione non ti piace o non la condividi, non ti preoccupare, me ne farò una ragione e sopravviverò bene lo stesso!!!

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  36. Per rispondere a Renata, io credo che saggistica e narrativa abbiano un impatto culturale maggiore rispetto alla poesia che, nonostante tutti i tentativi fatti attraverso performance, poetry slam e letture di tipo innovativo, per allargare il cerchio degli ascoltatori e dei lettori, rimane sempre un genere di nicchia, letto soprattutto fai poeti stessi e dagli addetti ai lavori (studiosi, critici letterari, etc)… d’altra parte anche nell’ottocento i testi teatrali, ma anche i romanzi storici avevano rispetto alla poesia un impatto culturale più forte… allora, comunque, la comunicazione viaggiava ancora attraverso la parola scritta, letta, recitata, mentre oggi la comunicazione viaggia di più attraverso le immagini… almeno mi sembra che sia così…

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  37. Il fuoco. Chi conosce la fiamma sa bene che esistono tanti tipi differenti di sostanze combustibili e di fuochi. E la scrittura, come l’uomo, non è fatta solo di fuoco, la fiamma è solo il primo stadio. C’è molto di più, c’è metallo, cristallo, acqua, ghiaccio, terra, sabbia, umidità, escrementi, sudore, polvere (che sempre a quella si torna).

    Sì, la parola ‘universale’ non compare mai (ma la ‘felicità’ e la ‘salvezza’ non sono forse degli universali?).

    Sostituire alla “sociologia” una religione animista basata sulle parole che abbia come sacerdote (o Vate o Oracolo) il poeta critico di turno che magari fa performance webpoint (ma bravo in questo. Innegabile. One man band, imprendibile come l’acqua, o ingestibile come l’Uomo Ragno) e come agnello sacrificale Mario Sterpetti piuttosto che Ugo Straniero, ci porta in luoghi mai frequentati prima?

    Sembra più occupazione di chi difende un lussuoso maniero dai ‘poveri’ che quella di uno che fa poesia.

    Di solito chi cerca di abbattere un ‘regime’ lo fa per ragioni di potere, per sostituirsi ad esso nella scelta del Cerchio dei Giusti.
    Ma sempre di investiture divine, di cerchie ristrette, di ‘liste’ e di ‘eletti’ si tratta.

    Non attribuire valore aprioristicamente e in toto alle regole critiche elaborate dalle ‘accademie’ significa buttare via un patrimonio preziosissimo (e ancora utile), non l’accademia stessa (impara dal maestro, poi dimenticalo, e cammina con i tuoi piedi).

    Scendere dagli altari e lasciare liberi gli agnelli sacrificali: già questo sarebbe fare Poesia.

    Ma grazie veramente per lo scambio di pensieri
    e per l’ascolto.
    Saluti.
    Bianca

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  38. scusate, devo una precisazione. dicendo “paccottiglia sociologica” non è che abbia rispettato granché la riflessione più ‘squisitamente’ socio-culturale sulla p. va bene, ci può stare, visto il panorama è anche abbastanza inevitabile, ma credevo la discussione riguardasse questioni un po’ più ‘alte’ che non le leggi del marketing, chi muove i fili, chi è della scuola di chi, cosa vuole la ‘società’, ecc. ieri mi sono messa a piangere guardando un cartone animato, ci può stare no? ma cosa c’entra con la p.? (o forse c’entra? io non lo so, se fossi foucault magari qualche risposta saprei darmela, ma no, per questo vengo qui a fare domande). per carità, io non ci credo all’autore ‘neutro’, ‘oltre’ le beghe del mondo, seduto alla scrivania e titanicamente solo a manipolare la sua infuocata materia. lo so che tuttotutto c’entra, che la divisione ‘alto’\’basso’ riproduce annose gerarchie di potere, che spesso le ‘avanguardie’ non sono altro che figli che vogliono togliere di mezzo i loro stessi padri, ecc. ma quello di cui mi piace parlare alla fin fine come persona che legge e che scrive è cosa succede e come, cosa suona e no, chi parla di cose ‘urgenti’, chi inventa ‘l’importante’…perché è così politicamente scorretto parlare del VALORE? non assoluto, non universale, ma – come sempre è – negoziato.

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  39. Io mi emoziono leggendo la “Francesca da Rimini” di Pellico, però, è un valore universale o soggettivo?! Storicamente e in un ceto senso sociologicamente, mi dico, se si emozionavano anche Stendhal e lord Byron leggendola, significa che lì dentro c’è davvero qualcosa di valido, altrimenti, potrei pensare che si tratta di una mia percezione soggettiva che indica soltanto una mia affinità personale con quel testo… d’altra parte anche fossi io l’unica che si emoziona leggendo un testo del genere non è che un altro può in qualche modo impedirmelo o negarmi la possibilità di emozionarmi per un testo teatrale, un romanzo, una poesia che non hanno un riscontro universale?! In questo caso, il valore di questa mia esperienza di lettrice (lo chiedo a Renata) è soggettivo? Oppure è universale?! O è tutte e due le cose insieme?

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  40. Uffa, ancora simili rimproveri, dopo tutto quel che si è detto sul corpo, sul carisma ecc.? Non è evidente come questa scuola si basi su di un atto di fede (o di amore, oppure odio, in ogni caso: IRRAZIONALE)? Ognuno dovrà decidere “a fiuto”, cioè attraverso il corpo, se e quanto dare credito a Sannelli, quanto concedere all’ipotesi che il suo particolare percorso, e le sue particolari (pre-)disposizioni, lo abbiano infine portato ad un punto di vista *privilegiato* sulla poesia, capace di svelarne paesaggi panoramici altrimenti inaccessibili. Lo si può quindi ascoltare o meno, ma non mi sembra proficuo estenuarlo con richieste totalmente estranee a questi assunti, zavorrare il suo volo con assurdi oneri della prova, equiparando il suo punto di vista a quello di qualsiasi altro. Da quando contemplo la sua prosa come se fosse poesia, un quadro o un’installazione (solo che arrangia entità più eteree) non ho più delle obiezioni dirette da opporgli, né ritengo di essere in grado di corrispondere in prima persona al suo tipo di danza, alla quale preferisco quindi assistere in silenzio: la osservo ed essa mi conduce i pensieri su molte piste, che ancora non si coagulano in una risposta, né un simile coagulo mi sembra urgente o necessario. La sua scommessa è forte, molto probabilmente esagerata, ed io non sono affatto in grado di indovinarne l’esito. Ma devo anche ammettere che ciò che fa è fortemente originale, unico direi, ma non nel senso banale che nessuna cosa è perfettamente identica ad un’altra.

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  41. <<<<Non è evidente come questa scuola si basi su di un atto di fede

    ah, scusate, non mi era accorta di essere entrata in Chiesa. Avete ragione. In tal caso, non ha senso discutere di un Dogma, sarebbe come cercare di discutere dell’esistenza degli angeli con un teologo.

    Ps: Sannelli è un bravo poeta giovane, ma non è ancora diventato Cristo. Non conoso l’età del ‘bravo’ in questione. Ma di solito questa identificazione agli uomini scatta intorno ai 33 anni. E’ quasi fisiologico. 🙂

    Un caro saluto e scusate ancora l’irruzione nel Santuario.

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  42. sono negli intervalla insaniae della scuola di poesia fatta per i ragazzi della terza media. e devo dire: ho 34 anni! ma questo non depone né pro né contro. vi abbraccio, da qui, devo già lasciare la presa…
    massimo

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  43. Sei in piena crisi cristologica., rassegnati.

    Ma tranquillo. Ho già visto la luce e ho capito il mio errore. Mi metto in fondo alla Chiesa, alle spalle di Ansuini, attaccata al muro e con un piede in mezzo alla porta.

    Non spreco energie contro un dogma. Non avrebbe senso.

    Ascolterò in rispettoso silenzio, come si conviene quando si entra in un Santuario e quando mi stancherò, rivolgerò la mia attenzione al mondo enorme, sconfinato e ingovernabile che c’è fuori dal Sacro Portale, cioè, alla vita, cioè, alla poesia, che come Cristo sapeva bene, di solito, non abita nei Templi, non sta chiusa nei Tabernacoli, raramente è appannaggio dei Sacerdoti, nè tantomeno ha mai abitato a casa dei Mercanti.

    grazie comunque per lo scambio e un caro saluto.

    Bianca

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  44. Cristo sì, sempre: il Cristo di tutti: ce n’è uno solo, da duemila anni. e la crisi è solo personale, e non vale niente.

    dunque: si parla di Idoli. il mio Leopardi e il mio Pasolini non sono *solo* i due giganti che sono. sono *anche* i grandissimi garanti – e per me gli idoli – di una vita completamente dedicata, quasi posseduta. il Pellico di Contilli è certamente l’autore della Francesca e delle Prigioni: ma è anche l’idolo e il garante di una vita e di una poesia razionali equilibrate quadrate. per Contilli la poesia non è cosa per cui soffrire e morire, per me sì. dunque: nessuno è senza peccato, e ognuno ha il suo idolo (e poi *basta* – mi dico – con le dichiarazioni enfatiche: a scuola, poco fa, ho spiegato la metrica greca con gli urli-bestemmie di Testori, cri va criverà stasacrì estoscrì matacrì, e con l’inizio di Bollicine di Vasco: c’è più vita lì che in centomila discorsi di frate asino – i miei). in ogni caso: avremo sempre idoli, giganteschi o precari (soprattutto precari), e va bene. purché non iniziamo ad idolatrare il nostro credere, che non è Dio. dunque: fede, e basta.

    a Marco, che mi scrive in privato, rispondo in pubblico: sono uscito da gammm per motivi NON culturali. ma per stanchezza e distanza, non amorosa. tutto ciò è perfettamente (dunque: imperfettamente) umano, non culturale. gammm eccelle, ma massimo non trovava pane e aria, lì. e non per colpa di gammm, ma della voglia di avere mangiare respirare altro. questa non è polemia, ma vita. nel frattempo: ho deluso il maestro, Mesa, ho tagliato tanti ponti, ho iniziato a impostare la voce… volevo dedicare tutto, non una parte.

    e ora torno in classe, devo ancora ridere, far ridere… uscirne stremato, ma sereno, con Vasco nelle orecchie “e in corpo la lietezza”!

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  45. Massimo, è solo il mio parere e non conta nulla, ma glielo voglio dire: lei si parla addosso. Se vuole fare scuola di poesia, o poesia, o scuola, sarebbe il caso di cominciare a parlare ad altri oltre che a se stesso.

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  46. <<<e ora torno in classe

    bene, allora, e chiudo qui, ti lascio una frase da mettere accanto alle bollicine di Vasco.

    “Quando insegni, insegna allo stesso tempo a dubitare di ciò che insegni”. (Ortega y Gasset)

    Buona lezione!

    Bianca

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  47. cara Bianca – ho sempre detto ai ragazzi: le cose che insegno possono essere anche false e bugiarde, ma io ci credo. se inganno voi, inganno me stesso, prima di tutto e di tutti. vale anche qui.

    cari tutti – torno ora da una conferenza, con Patrizia Bianchi e Chiara Daino. Chiara – eccellente: è sempre di più *se stessa*. Bianchi – dal mio punto di vista, e per quello che Bianchi ha ed è – anche. sono felice delle mie *ultime* allieve. non ne avrò altre e altri (se non i ragazzi giovanissimi della scuola), non farò più lavori di editing, non spiegherò più che “si legge bene solo ciò che è scritto bene” (e non solo con questo aforisma, ma spiegando perché). ho detto: ho fatto lavorare i miei allievi – non i ragazzi della scuola, ma gli autori in cui ho creduto -, ho urlato contro di loro, li ho maltrattati per un avverbio o un incipit, e li ho aiutati a pubblicare – ma più di così, non posso. e temo per loro, adesso. li ho addestrati per qualcosa che non succede – e che meritano.

    poi arriva una stanchezza infinita. arrivano anche le molte telefonate anonime, tra le 3 e le 5 di notte, sul numero tim, 339 7459299. e perché? poi scopro che non è toccato solo a me, nella piccola aiuola.

    ***

    caro Bartolomeo – come non parlare anche di me, se tutto passa dall’esperienza? bisognerebbe scindere l’esperienza dal corpo. e come farlo? il modo c’è da migliaia di anni. si chiama: SCRIVERE. la scissione è l’impronta il marchio il solco della scrittura. che conserva traccia dell’impressore e del timbro, ma è già altro.

    e la migliore scuola di poesia è la stessa da cinquemila anni: leggere leggere leggere, da Ghilgamesh a ieri, ascoltare ascoltare ascoltare. massimo c’è e non c’è, conta e non conta; il Diario Ottuso di Rosselli e Come per mezzo di una briglia ardente – ci sono. chi li legge, sa già molto sulla poesia. e che importa sapere la differenza tra giambo e anapesto? Enrica Salvaneschi la sa perfettamente, ma le sue poesie – come mi disse una sua allieva – sembrano i buoni còmpiti di una buona esecutrice. voi vorreste esserlo? vi piacerebbe essere chiamati “bravi esecutori?” (in musica è un onore: Brendel; in poesia è povertà).

    ma Vasco Rossi di certo non conosce differenze teoriche. fa di più e di meglio: le USA. e i nostri piccoli schemi con lunghe e brevi, i piccoli scheletri dei metricologi (ma con voluttà…) – cedono a Bollicine: dattilo, trocheo, anapesto (sì, va bene, imperfetto, con una breve in più – lo so). che cosa penso della poesia? deve essere sincera musicale solenne corporale e torale, anche quando parla di cose piccole – e soprattutto allora.

    ***

    ora questo è un blog, quindi ha dei commenti. è legittimo che li abbia, e deve averli. e tutti parlano, e deve essere così: a che cosa serve un blog, *altrimenti*? perché non parlare? perché (da parte mia) *non rispondere*? e che cosa mi importa ora della mia piccola reputazione, se qualcuno chiede, e si infervora, e io anche? ci rendiamo conto che questo è un *miracolo*? qui ci si arrabbia – una volta tanto, e da settimane – per la POESIA, non per la politica o per ciò che l’uomo e la donna sono sotto la cintola. e io ne sono felice. che cosa è una poesia – *allora*? non c’è da andare tanto lontano. per esempio, una poesia è questa:

    C’è come un dolore nella stanza, ed
    è superato in parte: ma vince il peso
    degli oggetti, il loro significare
    peso e perdita.

    C’è come un rosso nell’albero, ma è
    l’arancione della base della lampada
    comprata in luoghi che non voglio ricordare
    perché anch’essi pesano.

    Come nulla posso sapere della tua fame
    precise nel volere
    sono le stilizzate fontane
    può ben situarsi un rovescio d’un destino
    di uomini separati per obliquo rumore.

    l’autore che l’ha scritta è un Autore: Amelia Rosselli, ancora.

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  48. che la scommessa sia esagerata (secondo Elio) è evidente; che la posta in gioco sia *esposta* quanto è *esposto* il suo oggetto – è la P., sempre – anche. i mass media sottolineano la crisi, contrastata dai consumi degli immigrati (e sottolineano anche: chi non ha niente, non risparmia; dunque compra tutto).

    l’esterno ci salva. noi, un po’ romanticamente un po’ gnosticamente – a volte amiamo la poesia per rifiutare la vita (dunque: la poesia è più emozionante e controllabile del caos esterno; per alcuni); altre volte esaltiamo la vita – che è bella densa forte complessa – per dire che la poesia non contiene tutto. dunque (per altri) è meglio stare nella vita. ma *un’espressione, anche virtuosa, non contiene tutto* (dovrebbe essere, realmente, *parola di Dio* – e anche allora avrebbe bisogno di glosse e interpreti e traduttori). né la vita è una forma, chiusa o aperta.

    non si tratta di stare fuori o dentro il tempio. che importanza ha? si tratta di agire dignitosamente, per esempio, con testi *ben scritti*, che non crollino alla prima prova della voce (umana, completamente umana) che li legge, e che sente sùbito un difetto di ritmo, di completezza e di suono. e serve? sì, se quei suoni e quella dignità andranno dove sono meno prevedibili, e più richiesti. tra poco sarà più caldo, tra poco si scenderà in strada… come (citazione, il solito PPP) “una piccola troupe”. ho parlato di me, ancora? non ho parlato di me?

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  49. A me scrive una signora che vive da qualche parte nell’appennino e mi dice che lei non s’intende di poesia, ma scrive queste cose (che mi manda) non sa neanche bene perché, ha letto che mi occupo di case editrici clandestine e vorrebbe che le rilegassi quattro libri a mano, se è il caso. ma non le interessa granché. lei rimane nel suo appennino a scrivere poesie che nessuno leggerà.
    Ecco, io quando incontro una poetessa, e lei lo “dimostra”, mi sto zitto.

    A dicembre sono stato in sardegna per la commemorazione di un mio amico poeta morto a 25 anni. Mai spedito una poesia a nessun editore, lui. gli hanno amputato una gamba a pisa, come sappiamo-bene-chi.
    Ed eccolo, un poeta: scrive, muore.
    fra queste due parentesi mancano totalmente tutti gli altri schiamazzi.

    Ecco, io, quando incontro un poeta, mi sto zitto, e capisco che devo stare zitto.
    Si chiamava Fabrizio Pittalis, affido il suo nome a questo mare di elettricità, vergognandomene un po’.

    Mi chiedi di Federico Blo Massimo. Federico Blo non si interessa di poesia, e forse è per questo che la poesia va da lui, a violentarlo.

    Fra l’urgenza dello scrivere e un piagnisteo per pubblicazione esiste o non esiste una differenza?
    (mi sa davvero che in mezzo cade l’ombra)

    Questa domanda punta il dito verso i grandi, i Rosselli, Gli Eliot, i Rimbaud.

    Secondo me questi sono grandi dal punto di vista della “celebrità”, ma credere che essi abbiano segnato, o significato o siano stati importanti per qualcosa oltre la loro stessa vita è, secondo me, un’illusione.(nostra, che guardiamo i morti da lontano, con le nostre facce pallide)

    Esistono centinaia di Rosselli che non faranno mai leggere le loro poesie a nessuno.

    Quindi quando si parla di grandi, si parla di grandi schiamazzatori, come potrei essere io, o te.

    Gente a cui è stato messo l’occhio di bue sopra, durante lo spettacolo, gente a cui “qualcuno” ha messo l’occhio di bue sopra.

    Non ritengo che Montale sia stato il poeta più sensibile del suo tempo, così come Ungaretti e via dicendo.
    Loro sono stati solo amplificati, si sono saputi districare, oppure qualcuno, dopo che sono morti, ha sbranato il loro cadavere.

    Tornano in soccorso ancora i versi Blo, che dicono:
    “La poesia è una cosa troppo complessa per esser descritta a parole”

    oppure, citando Massari (visto in un recente video) che citava qualcun altro.

    “La poesia è un comportamento”.

    Coraggioso tu, a esporre il tuo corpo qui, su questa piazza, e sai bene quanto stimo questa operazione, stai facendo poesia in questo modo, secondo me, non una scuola, e questo è quello che mi interessa, in questa circostanza.

    O stanza del circo. 🙂

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  50. nella stanza del circo, e nel giorno della memoria. Montale non era sensibile, ma in quel momento fu necessario (lo dice bene e meglio di me Busi nel Seminario). e i Rosselli che tacciono? e il mio Donato-terrone-inurbato a Milano, che era un genio, condannato a sparire già a 14 anni nel ‘mio’ 1973? tutto urge, perché tutto *muore*, e questo si sa e si vede…

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  51. Siccome viene citata spesso Amelia Rosselli, io pensavo di aver scritto un’idiota con l’apostrofo, perché, nel mio ragionamento, era compresa anche lei, poi sono andata a rileggere tutti i commenti con più calma e distacco e mi sono accorta che questo “controverso” apostrofo non c’è… d’altra parte Ansuini ha scritto “mi sto zitto” che non è corretto, ma in un blog che riprende il ritmo del linguaggio parlato si può anche accettare… e comunque tu e Ansuini siete secondo me un po’ “sadici” visto che per voi se uno muore ad un’età avanzata nel letto di casa sua e non si suicida come la Rosselli o non viene ucciso come Pasolini merita meno considerazione…

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  52. non pensavo di rispondere, ma lo faccio lo stesso. l’apostrofo è nel commento 31, riga 5: “e il secondo è un’idiota”. ma che importanza ha, ora? non è questo il problema. quanto al sadismo – il problema è l’orecchio. che non riconosce Pasolini e (ancora di più) Rosselli. Ma De Angelis (ad esempio) è vivo, e operante. e io (che non ho mai osato parlargli, e non sono capace di scrivere nulla di degno su di lui, perché è immenso) – *sono felice che De Angelis* viva. il problema è il solito: di che cosa si parla quando si parla di poesia? e perché tanta paura delle cose grandi? oggi ho scritto la settima puntata, la affido ora a Fabrizio. e che la notte sia serena, per chi può dormire.

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  53. Tu hai scritto (se non ho interpretato male) che esistono tante persone che scrivono versi della stessa qualità di Amelia Rosselli, ma che non arrivano come lei alla pubblicazione e che quindi restano degli sconosciuti… però in questo caso sarebbe anche peggio, sarebbe come a dire: “ho sofferto e non ho neppure la soddisfazione di vedere almeno riconosciuta la qualità di quello che ho scritto, perché per varie ragioni è rimasto chiuso in un cassetto.” Insomma, una “sfiga” (se mi passate il termine) doppia, né soddisfazione esistenziale né soddisfazione letteraria… se uno nella vita riuscisse ad avere tutte e due sarebbe meglio, ma almeno una concediamogliela!!!
    La poesia è un genere letterario, capace più di altri di esprimere l’interiorità di chi scrive e capace, in alcuni casi, ma non sempre, di raccontare l’epoca in cui viene scritta, per me non è niente di più e niente di meno, perciò, una persona può scrivere poesie in un periodo della propria vita e poi mettersi a scrivere altro: testi teatrali, romanzi, opere di saggistica…per me stiamo parlando di un genere letterario, non, come aveva notato giustamente anche Bianca, di qualcosa di “religioso”. Si può, perciò, passare una fase della propria vita immersi nella poesia, perché in quel momento corrisponde al nostro stato d’animo, ma anche all’evoluzione della nostra formazione culturale, e, poi, distaccarsene, per motivi personali (un lavoro più impegnativo che ci lascia poco tempo per scrivere, la nascita di un figlio che assorbe le nostre energie, etc), ma anche per ragioni semplicemente letterarie (riconoscere che si è più validi nello scrivere altri tipi di testi e che le proprie poesie non sono niente di eccezionale).

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  54. e se fosse VERAMENTE una religione? che cosa me ne faccio di una poesia che non è TUTTO?

    scriviamo *solo* per completare le possibilità di un genere letterario? ci trasformiamo in un sottobosco marginale e orgoglioso per essere i clowns del linguaggio e fare un gioco di società? [studiamo i sensi incantati e sovrumani di Cristina Campo – ma *non* siamo Cristina Campo: più studiamo e più ce ne distanziamo; io non vorrei che fosse così: parlo per me, per il modo che ho di vivere le *cose*]

    Cristina, dici che la poesia è un genere letterario, cioè (prosaicamente) un vestito da mettere e togliere. dunque: adorare gli idoli, ancora e felicemente. sia così. ma: e se fosse VERAMENTE una religione? che cosa me ne faccio di una poesia che non è TUTTO?

    Cristina – se questa è la tua idea di poesia, io non ho NIENTE da insegnarti. non ti dico che sei il sottobosco locale, perché io stesso non sono niente; ognuno, onestamente, sa chi è – e “li riconoscerete dai loro frutti” e dalla lingua che parlano, dalle loro imprecisioni e dai loro ipercorrettismi.

    non ho scelto di essere infelice. lo sono stato molto, a causa di persone che hanno dominato e giudicato la mia vita [e la mia via]. ho – come disse mia madre, e (come ho scritto) “chi insulta mia madre non avrà niente da me” – “il diritto di essere sereno”. e lo sono, più di prima. dunque: il dialogo è con tutti e per tutti, e continua. ma io *non credo* che noi lavoriamo per il divertissement o per lo hobby di un “genere letterario”. mi rifiuto di crederlo. e non me ne importa niente [non sono sempre stato il mago degli *asterischi*: sono un filologo, con una scuola pesantissima, *alle spalle*: so bene che cosa si intenda per genere letterario; ma qui, qui non è questione di limiti e zone – *importano altre cose*]

    Leggere “Nudo di madre” è devastante, per chi esalta l’amore per la vita per ipocrisia, per rinunciare a scrivere BENE – ma Busi non viene letto, né dal sottobosco né dal Gotha.

    rispetto al brutto e al piccoloborghese (siamo ancora lì, nonostante lo sfacelo che vediamo: c’è ancora chi si fa forte di valori piccoloborghesi) e al mediocre (ma solo rispetto al peggio, e non al meglio) dico “io voglio veramente essere morto”. ma solo rispetto a questo. la nuova puntata contiene esempi grandiosi, lumina de lumine; e contiene un Grande che ci prende in giro, tutti, in vita e in morte. D’Annunzio, dico – e anche lui, povero *idiota*, è innominabile, sia nel Gotha engagé sia nel sottobosco…

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  55. La mia ultima raccolta di poesie è stata pubblicata in versione bilingue italiano / greco da una casa editrice di Nicosia (Cipro) a gennaio del 2007. E’ stata una bella soddisfazione, però, quando mi sono trovata il libro in mano, mi sono accorta che quello era il mio limite, umano e letterario e che meglio di così non riuscirei a fare (almeno non in questo momento della mia vita)e così ho deciso di fermarmi e di provare a fare la saggista, spero, abbastanza seria e valida, perciò, credo di essere onesta con me stessa e di non valutarmi migliore come poetessa di quello che sono… quanti, infatti, si fermerebbero nel momento in cui i propri testi vengono tradotti e pubblicati all’estero?! Perciò, non mi sono fermata, per mancanza di riconoscimenti, ma per il problema contrario, perché mi sembrava che tante lodi e tante recensioni fossero gentilezze di scrittori amici e non una valutazione obiettiva delle mie poesie… quindi è vero la poesia è un vestito, ma, se io, d’estate, vado in giro in giacca invece che in costume e tutti mi dicono che mi sta bene lo stesso, io mi fermo, mi guardo allo specchio e mi chiedo: “E’ tutto normale oppure no?”
    Poi, se tu valuti la bravura di un poeta, sulla base delle discussioni che può avere avuto con te, per ragioni personali, la tua resterà sempre una prospettiva “falsata”.

    Link: http://www.literary.it/autori/dati/contilli_cristina/cristina_contilli.html

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  56. Mi spiego: con le mie parole volevo dire che che la poesia risiede dove gli pare, e non è la celebrità a e “ufficializzarla”. Quindi il discorso della “sfiga” è assolutamento relativo al punto di vista in cui ti metti tu. (non tu cristina, tu generale).
    Se per te una pubblicazione è soddisfazione, felicità, gioa, ufficializzazione che si è poeti, buon per te. (non è il tuo caso, per esempio, tu dicevi che sei passata alla saggista, per dire).
    Con me, esperienza personale, non funziona, nemmeno se mi pubblicano sulla bianca, nemmeno se de angelis e sanguineti partono a piedi da casa loro a 4 zampe per venire da me a dirmi che sono il più grande poeta mai esistito. Per me, e sempre per me, poesia è comportamento, è scrivere e morire. Questo è come sento io la poesia, il resto sono chiacchiere e schiamazzi a cui se vuoi puoi dare attenzione, altrimenti no. io ho la pena della pagina bianca, io vorrei smettere di scrivere e non ci riesco, non ci riesco. vorrei essere sereno e scrivere gialli. non è possibile, non è per me. tutto qui. se in questi ci vedi della religione, bé, e sia.
    poesia è tutto secondo me, non è un genere letterario. anzi, la poesia non accetta nemmeno la religione, non vuole idoli, non vuole nemmeno il lettore, come dicevo in qualche commento. Per questo non mi sento degno, per questo non mi definisco poeta. perché questa perfezione che la mia idea richiede io non l’ho nemmeno mai sfiorata.(gli esempi del mio amico poeta morto o dell’altra che non fa leggere le poesie a nessuno sono i testimoni della santità a cui si dovrebbe arrivare per esser poeti)
    Se non sono stato chiaro, ribadisco che questo è il mio microscopico punto di vista, che riconosco non valere per nessun altro all’infuori di me.
    Per questo non intervengo “mai” in discussioni critiche attorno alla poesia, per me sono tutti punti di vista validi ma, ribadisco, io sono incastrato nel mio corpo e la poesia la vivo come la vivo. in questo stato, esser celebre o meno mi cambia poco le cose.
    Spero di essermi spiegato un po’ di più.

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  57. Mi sento molto vicino all’ultimo commento di Alessandro. Ogni minuto della mia sciocca vita mi chiedo ma perché mi ostino a scrivere non so neanche io se chiamarla poesia? Non mi sento affatto migliore o meglio quando scrivo anzi. Ogni volta da qualche parte nello spazio-tempo mi si illumina una pagina bianca che il mio corpo e il mio spirito e il mio cuore e il mio cervello e le mie viscere cercano disperatamente di abbracciare con le parole. Sono stato anni e anni (ora sono un cinquantenne quasi del tutto rincoglionito) a scribacchiare da solo riempiendo quintali di fogli di ogni tipo e misura che poi spesso perdevo o abbandonavo o meglio lasciavo perdere e abbandonare da qualche parte quasi come una liberazione giurando che avrei smesso. Invece di lì a poco tutto ricominciava come prima. Finché un giorno mi dissi: “forse se riesco a pubblicare qualcosa riesco a calmarmi”. Fortuna ha voluto che riuscissi a pubblicare ma la cosa non è servita a molto anzi ha peggiorato il panorama perché ora altre domande, nuove ansie, nuovi timori mi accerchiano. Che fare con i libri pubblicati? Devo spedirli in giro così si fa credo ma non romperò troppo i coglioni? E poi vista l’enorme quantità di libri di poesia che circolano che gliene frega al critico di turno di un pepe gabriele qualunque? ma poi tutto ciò a che serve? Cercare sempre qualcuno che legga le tue cose, ne scriva qualcosa, appaia su qualche rivista che conta,o il tuo lavoro sui blog più frequentati,o magari vinca qualche premio in giro. ma a che serve? E ancora perché mi ci danno tanto in anima e corpo? Non trovo risposte ve lo giuro! L’unica cosa che so è che le cose stanno così.
    Scusate lo sfogo.
    pepe

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  58. Yes, sir: scrivere poesia è un’urgenza assolutamente *inutile* e gratuita ed è per questo che la si scrive, per un dono, per un suono, per un dire/dare..come un lampo o un lungo, lunghissimo estuario di sguardi e di voci, un saluto ad Ansuini e Gabriele, Viola

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  59. mi permetto di citare queste parole lasciate da stelvio di spigno in un thread su alcune sue poesie
    (qui: http://rebstein.wordpress.com/2008/01/10/voci-di-un-canto-ostinato-ii-stelvio-di-spigno/) poco tempo fa (enfasi mie):

    “Sotto a tutte le parole che scrivo, penso che ci sia davvero una spasmodica volontà di comunicare; sono profondamente solo, e il bianco, penso, è il non-colore che meglio si addice a chi voglia entrare nella vita altrui e lasciarci un suo graffito, un messaggio, un segno quale che sia. Sono contento che questa sensazione sia passata, che l’ospitalità della solitudine sia arrivata a destinazione. E’ per questo che scrivo, che scriviamo tutti, in fondo, anche quando le nostre vite sono, in apparenza, movimentate e intense.” (stelvio di spigno)

    ciao,
    lorenzo

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  60. rispondo di corsa a Gabriele, la questione più urgente. intanto: ti leggo, ed è una sorpresa. è uno stile che il critico vedrebbe vicino a Ceriani, ma Ceriani è più delirante e il contenutismo è più nascosto. qui: no. risposta alle domande con il cuore tra le mani [lo stato migliore e più alto: umanesimo *puro*]: potendo farlo, nonostante gli spasmi e la difficoltà, perché non farlo? nessuna risposta, né pro né contro. ma se non puoi essere tutte e tre le cose, che si contrastano(il silenzio, il successo, il tentativo di comunicare, che conta più di tutto) – quale sceglieresti? sceglieresti di comunicare, comunque, che serva o meno. e questo vale anche per me, che per stanchezza ritrovo i miei problemi di parola, proprio ora che devo entrare in teatro. ma se posso trascenderli, perché non farlo? ecco, questo ha molto a che fare con la poesia (con la religione).

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  61. Cari tutti, io mi diverto un sacco a leggere questa scuola – vado a volte cercando conferme, identità che mi certifichino e orientino, quel che basta per sentirmi “seria” – mi piace l’idea di scrivere per fare ricerca, invidio chi è dotato di buone fondamenta nella filologia, nella cultura letteraria di questa lingua, rimango affascinata dall’idioletto ultra-umano di certa critica (ancor di più se di giovani ambiziosi), comprendo la messa in scena, il potere modellante di quel gergo e rimpiango di non essere una “iniziata” – dopo un po’ mi consolo, non per auto-indulgenza, ma perché non ci sono poesie fuori dal rintocco materiale di ciascuno, mi pare, e ognuno deve fare i conti con quel che è, con le proprie vergognose verità (anche la più oscena: non sapersela raccontare), non solo con le brave corti di contemporanei autori.
    Con cui pure un po’ di si dovrà misurare, confrontare? (Se non altro perché sono tra i pochi ad aver voglia di leggere?!) Non lo so, mi riesce difficile immaginare uno scrivere senza “esposizione”: il darsi nudi avviene anche quando le poesie rimangono sui fogliettini nel cassetto, avviene a sé, comunque, perché si è scritto e da lì si è irrimediabilmente scaraventati nel vortice degli altri (il vero inferno!), reali o immaginati.
    E così alla fin fine mi trovo a condividere tutto: che la poesia è una religione e che non lo è, che è storia invece, che ne è corrosa e impregnata fino all’osso, della nostra stasi, della corruzione, del senso di colpa dell’occidente per esempio.
    Condivido quel che dice Alessandro, che è comportamento, che è persona, che è pelle e non ha bisogno di compromettersi con riconoscimenti, visibilità, la targa sulla porta.
    E condivido pure quel che dice Gabriele, che a un dato momento si ha bisogno, voglia, (curiosità? vanità?) di vedere “il libro”, far leggere ad altri, di capire, specchiarsi, che ne so. E infine condivido, ancora, le paranoie di Gabriele: che fare? a cosa serve?
    Mi sento un po’ strabica a volte!
    Mi sento addosso un certo piglio da brava maestrina equidistante che crede nel relativismo culturale, nel lasciare a ognuno le sue modalità di intervento e di parola, nello studiare i “fenomeni”, le “scuole”, i “generi”, ecc. Mi porto in giro da sola adesso ma mi interessa davvero sapere a che punto siamo della “storia”. E capisco pure che in fatto di poesia alla fine la storia è già morta, è già accademia, un tangram che i critici si divertiranno a sistemare e risistemare, una roba da enigmisti, mentre la poesia sembra sempre riguardare il futuro, la possibilità di interrogarlo, di aumentarlo. Scusate se parlo di me, ma era per dire: si può uscire da questa dicotomia?
    Un saluto caro a voi e grazie,
    Renata

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  62. Un caro saluto a Viola (ho avuto i tuoi saluti da Bianca Madeccia l’altra sera) e agli altri amici intervenuti in primis Massimo ovviamente che ci dà l’opportunità di scambiare idee e sentimenti. Che altro aggiungere? Che la poesia nonostante tutto resiste ed esiste. Io spero di lasciare anche una flebile minima traccia. Il solito vecchio sogno di visibilità per convincermi che in fin dei conti esisto e sono esitito davvero, forse.
    pepe

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  63. Il mio rapporto odierno con la poesia è essere servitore. più esattamente “operaio”.
    Mi sembra il massimo che io riesca a fare, senza sentirmi offeso.
    Che bello leggere i vostri commenti con il cuore in mano.
    Perdonatemi, sono ubriaco.

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  64. @ Re [ormai mi sono affezionato al senhal, al nome corto…], e a tutti, sempre

    quell’idioletto critico e giovanile è stato anche mio, e poi l’ho lasciato. ho lasciato felicemente anche altre cose. quello che ho lasciato non era piccolo e positivo (“piccolo è bello”), ma brutto. ora va meglio.

    a che punto è la poesia? al punto in cui può essere in un Paese che invecchia e decade (e ama *ostentare* la sua decadenza: le Stragi del sabato sera, l’Immondizia, la Politica, l’Antipolitica, la Violenza – tutto ciò che diventa video in un telegiornale). ma è un Paese che *deve* accettare gli Altri, come fratelli e sostituti dei nostri corpi [in Camere separate la visione degli extracomunitari era ancora apocalittica e triste: useranno i loro corpi per entrare qui, ecc. – e invece questo ingresso è benedetto, perché farà funzionare un sistema che si interromperebbe]. per esempio: quando si dice “tutti scrivono tutti sono poeti” si allude automaticamente ai Bianchi Italiani Italofoni. non si pensa mai che anche un marocchino scrive, e i romeni, e tutti – *possono* scrivere. Hajdari, per esempio, albanese italofono (perfettamente), è *un autore* vero. E lo è Anila Resuli. Asmar Moosavinia, in Iran, scrive ottima poesia in italiano. e qualcuno, prima o poi, dovrà farsene carico.

    quanto a noi. ricominciare dai comportamenti. e forse: praticare cose trasversali (senza il mito delle “contaminazioni”, che è astratto); allevare allievi [in tutti i sensi: non saprai mai se la prostituta in Via di Francia nella Città Barbara abbia fatto o no il classico, e studiato teatro, e se conosca i film di Pasolini e la poesia di Whitman, che cita in inglese, e bene – non è un caso assurdo, ma vero, visto con i miei occhi: viviamo in un mondo in cui un nostro simile fratello collega ecc. può finire su un marciapiede; quando Pasolini in Empirismo eretico immagina un facchino che dice “tesi e antitesi” ammette che sarebbe un caro raro nella realtà, ma che *potrebbe anche esserci*]; e conservarsi un po’ meno, in generale (e non autodistruggersi – e lo dico anche a me). altrimenti: il cembalo tintinna (e poco, e male). ed è carità, nel nostro campo, riconoscere (per esempio): Nadia Campana fu un grande poeta.

    ieri pensavo: partecipo o no al premio di Anterem? e poi ho avuto pena di me. e mi sono detto: “mancano 60 – sessanta! – giorni alla scadenza e mi creo questo problema? e perché partecipare, se sono già stato finalista 5 o 6 volte? e perché partecipare, se Paola Zallio vinse al primo tentativo, sconosciutissima e neolaureata, ecc.? *ho già avuto un premio* – grazie a Paola, che è stata *più brava di me* e più *evidente*, nel suo FARE, agli occhi di quella Giuria; io sono fiero dei miei allievi).

    e poi? comportamenti: tradire i passi intermedii, “non fare più barriera (è la vita segreta, amore mio)”], masticare le parole per emetterle con la pancia [“devi vomitarle!”], ridere anche della scuola di poesia, perché non sia un idolo ma un luogo [senza dimenticare che “il mondo è pieno di occhi”, in veri luoghi, e che non tutte le cose sono *ugualmente* buone e *ugualmente* ridicole e *ugualmente* gravi]. e poi congedarsi, come chi ha retto bene la sua parte [si è sempre detto: “il teatro del mondo”]

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  65. Massimo, nei prossimi giorni pubblico alcuni estratti di “Lingua acqua” di Paola Zallio.

    Ti abbraccio.

    fm

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  66. caro Francesco… io credevo a Paola, molto. ci credo ancora, nonostante sei anni di silenzio (che ho voluto; il piccolo io è una frusta, fa e disfa, crea e rompe i rapporti; per questo l’io merita parentesi e non piedistalli). Paola – come Patrizia Bianchi – è un *caso* forte e grave.

    il suo (il loro) carattere la tiene (la tengono) fuori scena; e la sua (la loro) spontaneità è impresentabile agli occhi del piccolo Gotha, locale o nazionale. Paola poteva togliere il cappello a Carlo Angelino – il patron del Melangolo – e indossarlo; poteva fare tutto, poteva permettersi tutto, parole vestiti azioni omissioni risate – perché agli occhi del mondo non era *nessuno*. e Bianchi ha letto tutto Kafka tutto Dostoevskij tutto Stendhal tutto Roth (Philip, che io non amo e lei adora), ecc. – ma è *una persona semplice* o un cuore puro; e nessuna cultura ufficiale *sa* prendersi cura di una bambina geniale o di una donna-folletto.

    è un peccato. io devo molto a Paola – da vicino e de lonh. [lei, se lo legge, lo sa]: “di luglio, d’estate, / che *l’estate* trionfa”. sono arrivato solo *dieci anni* dopo ad una libetà simile (allora sono entrato, due settimane fa, nella classe dello stesso Angelino – e ho detto: ragazzi! il 28 gennaio il professore compie 70 anni!). stupido farlo, superbo non farlo. e perché farlo? e perché non farlo? che cosa c’entra questo con la poesia? è esattamente la “festa dei sensi” – che da altre mani (giocose e sapienti), che *sanno e devono* io ho imparato, e che si impara. *prendi l’eloquenza e torcile il collo*!

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  67. “la tengono”, quarta riga: un errore, una concordanza ad sensum, ma sbagliata. semplicemente: “LE TIENE” – chiedo scusa, da frate-asino…
    massimo

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  68. tutto si mescola: Mesa e Dalla, Giovenale e Pasolini, Patrizia e la piccola patria, la Città barbara e l’Armenia che scrive in inglese. detto, fatto. mi interessano i livelli e i nomi; ma essi – i livelli e i nomi – non sono dati una volta per sempre; in parole povere: non mi interessano il sottobosco e il paradiso (o l’Arcadia? e qualcuno ne sente mai la mancanza?); ché sottobosco e paradiso sono ancora troppo *schematici*. qui si parla, con tutti e a tutti. non l’ho detto per far soffrire qualcuno. è semplicemente così, senza stress (senza accenti). *tranqui* – direbbero i miei ragazzi della scuola.

    ***

    “l’amore silenzioso dei pesci che ci aspettano nel mare… se ancora ci vedremo e dentro quale città. sotto un cielo senza pietà” – a mo’ di glossa, a questo e ad altro:

    ***

    Pier Paolo Pasolini, L’hobby del sonetto
    [17]

    Mio Signore scugnizzo, niente al mondo
    assomiglia al riso che vi brilla negli occhi,
    quando volete: tanto che io non rispondo
    più di nulla, né è il caso che lotti

    contro la distruzione che voi operate in fondo
    alla realtà. Ciò libera me e gli altri sciocchi
    umani in grado di capirlo. Ma ora quel giocondo
    vostro screditare tutto, non ha più sbocchi

    liberatori nella mia anima contorta.
    Lo guardo con la malinconia che prova
    Chi sa che non ci sarà ritorno.

    Gli intrattenibili sorrisi sono di persona morta:
    le feste hanno una ragione tristemente nuova.
    La felicità riguarda un altro giorno.

    ***

    questo testo è più e meno di una poesia. ha ragione Alessandro, nel suo ultmo (luminoso) banco: PPP non è o non è solo un poeta, come Isabella Santacroce non è *solo* un romanziere. vi sono urgenze enormi, che riguardano filosofie e filologie più sottili, e insieme – anche – molto pratiche. ma nessun sentimentaliso, mai: Pier Paolo si masturba sotto le lenzuola con il pensiero di Ninetto – lo dice e lo scrive, in forma di sonetto [nulla è senza *cultura*, nemmeno prima diun suicidio nemmeno troppo ipotetico]. niente di allegorico, niente di oltre – tutto qui, sulla terra. e tutto implica, sempre, per vocazione, ALTRO. [non sempre, è chiaro: ma è questo il caso della buona poesia- che, per inciso, non è sempre così tragica e così seria – penso alle ironie sottili di Gabriele sulla sua *oceanica* sensualità…]

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