Per noi spettatori bambini

volo.jpgUn particolare che colpisce, mentre inizia Bianco e Nero, è che non appena compare Fabio Volo, ma proprio alla prima immagine del suo facciotto furbetto-smarrito, le persone iniziano a ridere. E ridono anche durante la proiezione per le sue espressioni, o qualche battuta, per quanto velata di blanda comicità. Accade anche coi film di Aldo Giovanni e Giacomo, addirittura basta un trailer con le loro facce e le persone iniziano a ridere. Non importa che pronuncino battute più o meno ironiche, è sufficiente che Aldo, o Giovanni, o Fabio Volo alzino le sopracciglia per scatenare le risate. Sembriamo un pubblico di spettatori bambini con tanta voglia di concederci risate facili, poco impegnative. Poco importa se la recitazione è improbabile o stentata, se manca di naturalezza. Ci basta il facciotto furbetto-smarrito per essere contenti.
Perché la recitazione di Bianco e nero è piuttosto improbabile. Ambra Angiolini, che interpreta la moglie di Fabio Volo, si impegna ma è tesa, poco naturale. Tutti sono tesi, colti in evidente stato di recitazione forzata, manca la credibilità. Fabio Volo è forse il migliore, ed è pure simpatico, ma la storia d’amore con la ragazza nera (Nadine) è didascalica e, come ha scritto qualcuno, non scatta mai la passione. I due sembrano poco attratti l’uno dall’altra, nonostante i baci che vorrebbero essere appassionati. Belle alcune immagini di Roma, interessanti gli ambienti etnici africani, noiosi gli interni borghesi, patetiche le macchiette (i genitori di Ambra). Il finale, abbastanza coraggioso, salva in parte Bianco e Nero dalla caduta irrimediabile nella mediocrità.
Ma noi spettatori bambini non vogliamo solo ridere. Vogliamo anche stupirci, provare il brivido dello spavento, sentire la tensione della suspence, goderci i fumetti, se li abbiamo letti quando eravamo dei veri bambini. Così riempiamo tutte le sale dove si proietta Io sono leggenda, l’ultimo prodotto vincente di Hollywood. E’ affascinante l’idea di avere una città deserta a propria disposizione, da saccheggiare. Una città inselvatichita dove le impala saltano tra le auto abbandonate, tra l’erba alta che sembra campionata dalla savana africana e spuntano addirittura i leoni. E le immagini di Io sono leggenda danno soddisfazione a noi spettatori bambini, sono sontuose, molto curate, scenari meravigliosi dove agisce l’unico protagonista, Will Smith-Neville, il sopravvissuto a un virus che ha sterminato la razza umana trasformando gli ultimi in vampiri. Anche se nel film non sono veri vampiri, lo sa chi di noi spettatori bambini ha letto il grande libro di Richard Matheson, un classico della fantascienza da cui furono tratti due film leggendari, Occhi bianchi sul pianeta Terra (interpretato da Charlton Heston) e L’ultimo uomo sulla terra (con Vincent Price). Più che vampiri sembrano un incrocio tra gli zombies di Romero, esseri totalmente ottusi e inumani, e le belve di Vampyres di John Carpenter, mentre nel libro sono coscienti e hanno persino un progetto politico. Però noi spettatori bambini non vogliamo appesantirci troppo con raccolte dati o ricerche letterarie o antropologiche o indagini sulle simbologie. Quello che vogliamo è divertirci con quello che abbiamo, e Io sono leggenda il divertimento ce lo regala a piene mani. (MB)

15 pensieri su “Per noi spettatori bambini

  1. Come a Zelig: molti ridono ancora prima che venga fatta la battuta; è una forzatura: “sono qui allo spettacolo e a questo punto mi conviene ridere”. Alcuni ridono per il solito schema della ripetitività del comico.

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  2. Sono assolutamente d’accordo con EK.
    E concordo con te, Mauro: la mediocrità di una risatina imposta non (ci) basta. personalmente non riesco a capire cos’abbia Fabio Volo di tanto “speciale”. A me non piace, non fa ridere, è inutile. È la testimonianza del gusto appiattito che invade la nostra vita.
    A differenza del grande “Io sono leggenda” (bellissimo il film con Heston)!
    Ciao, Mauro!

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  3. forse è proprio perchè la loro ‘facciotta’ non manca di naturalezza che ci scappa da ridere…;-)
    ciao
    C.

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  4. A me fanno ridere da morire Aldo Giovanni & Giacomino, tanto:
    mi fanno scompisciare.
    Io mi scompiscio, e vado matto da sempre per Totò.
    Mi piace ridere, e mi fa bene.
    L’arte comica è grande Arte,
    ed è molto più difficile far ridere ( di gusto) che far piangere, come sanno tutti gli attori.
    Ma l’Italia degli intellettuali ha per troppi anni sputato sulla comicità in genere come cosa plebea.
    Ci voleva Pasolini per fa recitare Totò in una parte “seria”.
    In Inghilterra l’ironia, i libri scherzosi hanno avuto da secoli un pubblico grandissimo di cultori.
    Scrivere un libro comico, bello, è molto, molto difficile.

    Fabio Volo, a momenti, non so chi è.
    L’avrò visto tre volte, non mi va tanto, fa il furbo.

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  5. Baldrus, è telepatia ! (o semplicemente, sincronismo da botteghino) su Io sono leggenda ho scritto queste tre note:

    A caldissimo. Appena finito di vedere in una sala col surround finanziato dalla Maico, (decibel cosi elevati da richiedere apposita visita di controllo all’uscita).

    Che dire ?

    Non ho letto il libro da cui e’ stato tratto. Ho pero’ visto il film, e patito molto come detto sopra, per la violenza dell’audio, delle scene, insomma per il pathos che pervade tutta la pellicola.

    La domanda è: che cosa ci dice un film del genere ?

    Che è bene non scherzare con le manipolazioni genetiche ? Su cosa si basa questa interpretazione ?

    Sul fatto che un po’ furbamente (adesso qualcuno non si alzi a dire…”ma insomma è solo fiction, che diavolo vuoi ?”) viene accostata l’epidemia che desertifica il genere umano (o gran parte di esso) sia in qualche modo riconducibile alla sperimentazione di una cura per debellare il cancro.

    Se cosi fosse, esci dal cinema fortemente orientato a dire….beh, se questi sono gli esiti, meglio continuare a piangere chi, povero lui, incappa in tale sventura e buonanotte.

    Ci sono anche vaghi accenni a Dio. Secondo il protagonista, non c’è, o al peggio, a fronte di cosa è successo, sta giocando a cricket. Anzi, esclude in qualsiasi caso che possa esser stata una distrazione. Non esiste proprio, sempre secondo lui, l’inferno è stato l’uomo a scatenarlo, e a lui tocca, ossessivamente, anche contro ogni logica, trovarne riparo.

    Allora è un film positivista ?

    Perché non ci si rassegna all’idea che, insomma, è solo un film, che c’entra tutta questa dietrologia ?

    E’ che a me piace capire cosa lascia nella testa un film cosi.

    E non è un messaggio troppo chiaro. I pericoli della deriva della sperimentazione genetica esistono. Ma attribuirgli, in modo subdolo, come lascia intendere il film, la causa di un’epidemia tanto violenta quanto incontrollata, via…sembra che sia stato finanziato dal Comitato di Bioetica nostrano. Alla fine, ironia della sorte, è comunque da una provetta che arrivera’ la salvezza, il messaggio positivo, l’happy ending scontato che lo spettatore almeno si aspetta dopo esser stato sapientemente sottoposto ad un ora e mezzo di assoluto terrore.

    Un’ultima considerazione. Trovo inquietante la coincidenza, fra questo film e il romanzo di Mc.Carthy, La strada. Entrambi prendono in cura l’analisi dell’uomo all’indomani di una qualsiasi catastrofe, prossima ventura. E’ il saltare di tutte le coordinate, il festival dello spaesamento. Qui brandelli di civilta’ escono da un dvd di Shrek o da un cd di Bob Marley, o da una scena (fra le più belle, per surrealismo, quella di Will Smith che gioca a golf piazzando la pallina su di un’ala di uno Stealth parcheggiato su una portaerei ormeggiata a Manhattan) , ne La strada, è un carrello da supermercato che fa da veicolo di trasporto delle quattro misere cose di una coppia di padre e figlio e qualche mega cartellone pubblicitario.

    L’America che fa le prove generali di cosa diavolo può accadere se va avanti cosi ?

    Un monito, allora, il cui effetto catartico, per me, e’ stato tornare a casa, e concedere una razione doppia al mio fedele boxer (non senza aver cercato qualcosa di Bob Marley nella collezione di cd).

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  6. Un caro saluto e buone risate a tutti-

    Cletus: le tue osservazioni sono piuttosto pertinenti, anche se il film secondo me non si presta granché a simbologie o metafore, è soprattutto un prodotto di consumo molto ben fatto. Comunque consiglio a tutti il libro, dovrebbe essere stato ripubblicato di recente da Fanucci. Però c’è una che mi interessa che vorrei chiedere a te ed eventualmente a chi ha visto il film: ti sei identificato con Neville (tra l’altro hai un cane – bello il boxer – e se non ho capito male vivi solo)? Perché io mi sono fatto delle fantasie pazzesche, in giro per la città deserta (qualcuno ricorda quello slogan “riprendiamoci la città”?), prendere tutto quello che voglio, una Ferrari, una Guzzi California, scarpe, tutto…

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  7. Yes. Baldrus…ma il riprendiamoci la città per me, si connota con la possibilità di percorrere la strada per tornare a casa in tempi “accettabili”, cosa che pressapoco significa praticarla intorno alle due del mattino (possibilmente mai nel week-end: traffico da esodo al mare, in una qualunque domenica estiva). Piuttosto, da sottolineare la correttezza di Smith, nei confronti della locale “Feltrinelli”: visto come restituiva i dvd e ne prendeva altri in prestito ? mosso unicamente non tanto dalla bramosia di possesso a costo zero, quanto da un effettivo “valore d’uso” (della serie: “solo, messo cosi, come altro potrei occupare il tempo ?”. Ho trovato struggente il tentativo di abbordaggio della bionda-manichino. L’istanza a relazionarsi, costretta ad un simulacro di donna, in assenza di meglio. Quanto al cane, Sam (buffo accorciare cosi il nome Samantha, che più che ad un pastore tedesco vedrei, senza sobbalzare, indossato da una shampista di Harlem), è l’unica co-presenza vivente. Fatale finisca col parlarci. Lo faccio io che vivo in Italia, dove l’unica catastrofe naturale prevedibile è quella di esser sommersi dall’immondizia (e da qualche virus malefico che da essa, prima o poi, fiorirà), vuoi che non lo faccia il TenenteColonnelloMedico Neville ?

    Prenderò il libro, prima o poi.
    Spegni bene le luci, la sera, Baldrus !

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  8. …dimenticavo: visto lo smodato uso della camera a spalla, in molte scene del film, proprio nel solco di quanto dici, il riprendiamoci la città, si sostanzia anche con il prelevamento dal MOMA (questo si, per surrealismo, un vero “colpo”) della tela IL SOGNO di Rousseau, del quale si nota la presenza, nella casa-bunker, inquadrato per alcuni istanti, in background. Ecco, per una tela cosi, per quei colori, ha un senso riprendersi (qualcosa) dalla città, per portarselo a casa.

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  9. Non ho visto nessuno dei due. Il primo sembra appartenere al filone che fa leva sulle quantità minime, piccole dosi di un po’ di tutto per abituare a ridere del niente. Certe sceneggiature sembrano scritte per chi guarda il film e i veri attori diventano gli spettatori i quali si arrangiano come possono, d’altra parte se hanno pagato per veder un film comico almeno qualche risata la vogliono fare.
    Per quanto riguarda “io sono leggenda” secondo me c’è anche un discorso che riguarda il passaggio da libro a film che non sempre riesce,soprattutto s parliamo di romanzi che in qualche modo hanno lasciato un segno. Il più delle volte il risultato è una specie di condensato alla Reader’s Digest supportato: o da scenografie spettacolari, o da una buona fotografia, o da buoni attori, il tutto crea sì lo stupore ma difficilmente riesce a competere con il libro.
    Credo che una delle poche trasposizioni che ho veramente apprezzato è stata “The dead” di J. Houston.
    Ho letto “ La strada” da poco e “io sono leggenda” un po’ di tempo fa , e anch’io come Cletus ho ravvisato qualcosa che li metteva in relazione, anche se la differenza temporale in cui sono stati scritti è evidente proprio nell’atmosfera che, nel primo fa della “catastrofe che colpisce il gnere umano” un’ipotesi non così fantasiosa mentre nel secondo sembra legarlo più al filone fantascientifico.
    Neville è, a leggerlo oggi, un personaggio letterario. Il padre e il figlio di McCarthy potremmo essere noi.
    Non so tra l’altro come nel film è stato rielaborato il romanzo di Matheson ma mi sembra di capire che ci sia un finale diverso perché nel libro non c’è nessuna visione positiva, c’è semplicemente una nuova società che va a sostituirsi alla precedente, un barlume di speranza, una possibile salvezza invece possiamo trovarla nel libro di McCarthy .
    grazie
    lisa

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  10. Sì, Lisa, i due finali non coincidono, quello del film è tipicamente hollywoodiano: il sacrificio dell’eroe prelude a una rinascita, un riscatto. Non svelo quello del libro perché sarebbe indelicato verso chi, eventualmente, volesse leggerlo.
    Grazie a te.

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  11. A me Fabio Volo non fa ridere per niente. Che stia in silenzio o meno, sempre mi fa addormentare. Così anche Ambra. Per non dire di Renga, che mi fa però venire l’orticaria.

    Ma anche “Io sono leggenda” è una cagata pazzesca.

    Due filmacci brutti ma brutti davvero; “Bianco e nero” per l’incapacità palese degli attori; “Io sono leggenda” perché è il solito polpettone corri e fuggi made in USA che con il romanzo origianle di Matheson ha poco o nulla a che fare.

    Voglio indietro il C. Heston dei vecchi tempi andati, non quello di oggi bigotto e brutto.

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