Savina Dolores MASSA – Poesie

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Nome proprio: Nubenda

Nel vespro
carezza la carne
sfiorando il riflesso
sullo specchio
scalfito
da unghie laccate
di vergini umori
e cronici
pudìchi tremori.
Domani ti sposi:
glielo mente una vita
quel perfido specchio
ammuffito
in cornice tarlata.
Eterna ingannata
lei
sorride sdentata
e ballano allegri
i seni di pera bacata
dai vermi del velo
in attesa
sul letto
a una piazza.

Nonna

Deu mi croccu in su lettu miu
con un angelu froriu
con un angelu cantèndi
Gesù Cristu è predichendi

e ho paura dei muri bagnati
di schizzi d’urina e pianti di bambini morti bambini
ricordàti stampati in veste di battesimo
e copertina d’innocenza di gigli
occhi spenti prima di vedere niente
la voce ancora non formata
quattro volte inchiodata.

Le piccole mani obbligate giunte.

Nonna chiede perdono dei suoi peccati
ai grassi gechi del soffitto
io sveglia le annuso la carne
che di tutto sa
meno che di inferno e fiamme.
Invece santa è la carne del drago
di Giorgio assassino incorniciato,
cappello al mio cuscino di crine e scapolario
dal troppo baciarlo consumato.
Nonna scricchiola nel letto bacia rosari
e ogni grano è un nome di figlio
già morto
o già grande e sbagliato
o trafitto non nato
da un ferro da calza mal purificato.
E se piove
Barbara la santa obbligata a bestemmiare
più forte del suono del tuono
beve pioggia lasciandola in gola a gorgogliare
il suo terrore per ogni temporale.

Prega mi dice nonna
prega la piccola madonna che non si spegne nella notte
e arriva dalla Francia
ma io non so dov’è la Francia con un’acqua di fiume
che lascia accese solo al buio le madonne.
Le civette occhi rotondi
mi mostrano i denti dal lucernaio
ad ogni lampo e schianto
nonna russa come i treni che in giovinezza
l’hanno attratta non per fuggire
ma per farla in mille pezzi finire.

Il letto è alto per salirvi e per scendervi
sotto sul pavimento di fango battuto
sonnecchiano le anime degli scampati alla vita:
figli di nonna e
con beneficio di dubbio
quelli che io non avrei avuto.

Da un’antica preghiera in lingua sarda: Mi corico nel mio letto/con un angelo fiorito/con un angelo che canta/ Gesù Cristo sta predicando.

Ritorno alla madre

Allattami ancora
madre
ora che sto morendo
e sento dietro la porta
l’amarume dell’acqua santa.
Illudimi
che siano ancora belli
i miei occhi d’albume
e dolce
l’agrore dell’alito
che provo a risparmiare ai sordi
di questo gerocomio.
Lavami di latte
le radici cariate
la lingua di muffa
lo stantìo del già detto.
Misto
a schegge di marmo
fallo giungere
e attecchire
con l’albume fatto glassa
nel concime solido
delle mie frattaglie
e fiorire
attorno a me
come insperato
sperma di ragazzo.

Parole da poco

Vi concedo le mie natiche impudìche
le cosce scarne
le posture maschili e
quelle di grazie ruffiane
di femmina che non è madre
e vale meno delle altre
io
mi umilio in libidini immacolate
dubbi fecondi
che tengo in grembo
feti
a morire di cancrena imporporata
e niente è indolore
non la mia disperata virilità
che celo sotto tre palmi di polvere
e la mediocrità
di quando mi accontento
e la superbia
di quando odio davvero
e il sangue
che sgrida le ossa per il chiasso
io
mostro il sesso
ai ciechi che hanno paura di toccarlo
ma accendo
labirinti di immaginazioni
senza uscite
e senza ansie d’amore
vendo i succhi del mio corpo
a creature simili ad un quarto di luna
come chi
ha una vecchiaia di vent’anni
o un’allegria di antica quercia
io
mangio pane e zucchero
accanto a morti di cirrosi
e che non mi si biasimino le passioni
io
sono una
che ama le parole barocche
con la crudezza giusta
per assassinarvi.

L’inizio dei commiati

Di mestruo in mestruo mi accomiato dalla carne
preziosa quanto quella macellata
appesa per costati tra ghiacci mortuari
e poi prezzata.
Nell’accavallare le gambe muro la vergogna
di una memoria spurgata puntualmente,
ammirata per gusto di commiserazione
nel tamponato dondolio rosso, passione?
Si gettano alle fogne le memorie
si lasciano sull’ombra
della schiena
collezioni accumulate
di acquasantiere
cavalli legnosi
o copule di buone annate.
Inizio a tacere
il desiderio di peccare in gola,

bruciarla in olio fritto e piccante
ubriacarla di novello di novembre,

arrochirmi ogni pensiero
abituandomi al fiato dell’inverno.
Nebbie in cornice sui mobili
polvere sulla scala dei libri
penne senza inchiostro
bianco eterno di pagina.
Non è virtù impavida la resa
ma può essere
una degna conclusione.

Savina Dolores Massa è nata e risiede in Oristano. Autrice di romanzi, racconti, poesie, testi di canzoni e adattamenti teatrali.
Si è classificata al secondo posto al Premio Letterario Antonio Gramsci, edizione 2006, organizzato dal comune di Ales, con la silloge di racconti Isolamatara; analogo piazzamento, nella sezione poesia tema libero al Concorso nazionale La città dei sassi organizzato dal Comune di Matera, edizione 2006, con la silloge Piccoli tuoni dietro la ginestra bianca.
Nel 2007, si è posizionata tra i primi otto finalisti nella ventesima edizione del Premio Letterario Italo Calvino dedicato alle opere di narrativa inedita, con il romanzo Undici (in fase di pubblicazione con la casa editrice Il Maestrale). E’ tra le promotrici, nella sua città, di eventi culturali che, tra le altre cose, la vedono protagonista in letture di poesie e brani letterari in collaborazione con il musicista jazz Gianfranco Fedele e con lo scrittore attore Alessandro Melis, con i quali ha recentemente fondato la compagnia di spettacolo Hanife Ana.

9 pensieri su “Savina Dolores MASSA – Poesie

  1. Durissima Savina, neoscapigliata. Una poesia che sembra un emporio di scampoli di ricordi precisissimi, di brandelli di pensiero, di oggetti fuori produzione, di nomenclature desuete. Ritmo incalzante ma senza rotta, se non verso il vago centro di se stessi, di chi scrive e di chi legge.
    Giusta proposta a tutti gli amici di LPELS
    Cari saluti
    Antonio

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  2. Sono passata per caso di qui e ci trovo, in bellissima mostra, un’autrice che ammiro molto per la grande forza evocativa dei suoi verbi, e per toccare temi a me molto cari.
    Molto bella la selezione qui proposta. Un miscuglio di ricordi, fede quasi profana e materia, amalgamati con grande sensibilita’ creativa.
    Un grande applauso a Savina con tanti auguri per il suo libro e un saluto a Gianni.
    Daniela

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  3. Parole come macigni! Con un dettato e un ritmo incantatorio. Grazie di questa proposta, Giovanni, sono poesie che non conoscevo.

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  4. Ringrazio e saluto con affetto Antonio, Daniela e Giorgio e, naturalmente, Savina, per essere qui.

    Giovanni

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  5. I nomi che la Pizia sceglie per battezzare l’orrore hanno il suono duro di chi la pietra l’ha vista e ha scelto di portarla, con disincanto maturato in legno di pregio, come il vino buono. Suoni di terra e di zolfo, in solchi d’unghia di smalto affilato, materna e tragica insieme, come la terra se trema. Parole che nascono da una sincera facilità nella buona menzogna dell’espressione, e da uno sguardo attento nel riconoscere gli interstizi di mondo in cui l’assurdo rivela il nostro complicato nulla.

    Impossibile dirla a chi non ne conosca le mani, i capelli, la voce, i gatti, i cani, la tartaruga, le cataste di libri, i fantasmi di cavalli e balene che si aggirano per la sua casa/cosmo. Perciò solo si provi a immaginarla, se si riesce, imprevedibile e policroma come i suoi versi.

    Stima e affetto per Gianni, sempre.

    Alessandro

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  6. non me ne voglia la Dolores, ma ad una prima lettura, ho l’impressione che questi duri lapilli scagliati per mezzo di una leva potente come in effetti è la sua scrittura, abbiano bisogno di un maggiore lavoro di filtri e modulazioni.A volte sordine e mezzevoci sono più penetranti di qualsiasi oggetto-parola contundente.Questo commento, sia chiaro, riflette i miei limiti e i miei gusti,
    vuole essere solo un’impressione soggettiva di un lettore forse ancora non in intimità con questa pur valida autrice.

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  7. Giuste osservazioni, Alessandro e Antonio. Grazie.

    Di rado, come per Savina, ho sentito recitare poesie con tanta forza. Il pubblico ne viene come calamitato.
    Le sue parole sono per davvero “suoni di terra e di zolfo”, e “contundenti”, per demolire e ridefinire, con nuovo patto di voce e di ascolto.

    Giovanni

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  8. Raramente la poesia letta riesce a penetrare e rapire la mia mente al primo incontro anche a causa della musicalità della lirica che non sempre riesco a percepire di primo acchito a differenza della poesia recitata che te la offre in maniera palese. E’ una poesia che evoca immagini continue scolpisce, scalfisce, graffia mai lascia indifferente già dalla prima lettura.

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  9. Ho trovato una obliqua parentela tra Savina ed Erica Jong, che consiglio di andare ad acoltare direttamente dalla voce di Rosaria Lo Russo(nella traduzione) e dalla stessa, nel cd della Bompiani.Savina però possiede una carica decisamente più espressionista.

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