Come si diventa (a volte) scrittori

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Probabilmente non ve ne fregherà niente, ma lo racconto lo stesso, ho tempo da perdere. Sono diventato scrittore perché non avevo più niente da fare, e soprattutto da perdere. Prima avevo fatto di tutto, o quasi. Intanto scrivevo ma credendoci fino a un certo punto, anzi non credendoci per niente, spinto solamente da una passione pura. Poi, dopo aver mandato a fare in culo tre principali in tre anni per la famosa incompatibilità di carattere, ho deciso che non sarei più stato alla stanga. Quando ero uno schiavo di lusso che viaggiava sugli aerei in executive e per un periodo scorrazzava per le strade su una macchina americana marca Chrysler, non ero felice per niente. Si, c’era che non avevo una famiglia da mantenere e nemmeno la poderosa autovettura (pagava la ditta, benzina compresa), e quindi potevo spendere i miei soldi in divertimenti e cazzate varie. Me ne ero andato pure fuori di casa, avevo preso in affitto un appartamento e facevo vita da scapolo come se piovesse. Le signore mi vedevano di buon occhio più del solito, la grana piace a tutti. Naturalmente c’era un caro prezzo da pagare. Spesso stavo fuori intere settimane, a vendere. Giravo per l’Europa come una trottola, poi giravo per il Medio Oriente. Posto di lusso infame. L’Arabia Saudita è roba da ricchi, ma per noi occidentali quasi tutto era off limits. Se putacaso ti capitava di incontrare una occidentale (le uniche donne ammesse in quel buco extralusso di fogna erano le hostess delle compagnie aeree occidentali) in uno di quei smisurati alberghi di Riad pieni di schiavi dalla pelle scura regolamentare che a vederli così servili con i loro padroni arabi ti veniva la pena per la condizione umana, dovevi far finta di niente, o quasi. Perché se qualche figlio di puttana ti beccava in camera con una donna (mica una delle loro, impossibile!) – dico con una occidentale, sangue del tuo sangue, in un certo senso, ti facevano entrare nella “black list”. E tu a fare affari da loro non ci potevi più andare. Favolosa prospettiva se avevi altre entrate. Ma se la maggior parte del tuo lavoro lo svolgevi con loro, con i beduini del petrolio, erano proprio cazzi arabi. Con gli arabi, checché se ne dica (ovviamente male) io però mi sono sempre trovato bene, a cavallo d’un caval. Forse perché ho frequentato (tolto qualche cafone impossibile da non incontrare a tutte le latitudini) quasi soltanto veri signori, gente che aveva studiato a Londra o negli Stati Uniti, che passavano dal loro costume caratteristico bianco da beduino a vestiti di buon taglio cuciti nelle migliori sartorie londinesi. E per niente snob. Veri signori sul serio. Che spandevano con classe. Gente seria. Ogni volta che andavo da un cliente dovevo accettare il loro ottimo tè. Dopo 6 tè consecutivi in una giornata ero sclerato come un romano a Milano, diciamo. A cena a volte erano stracazzi, perché ti servivano grasso di montone (per loro una prelibatezza) e tu dovevi mangiare con tanto di apprezzamenti, sennò se ne avevano a male. Una volta sono stato da un cliente, a Dubai City, che si chiamava Al-Merdah. Mi veniva da ridere, ma apposta (con me stesso) continuavo a chiamarlo col suo bel cognome. “Mister Al-Merdah, listen…”, eccetera. Un caldo paradossale. A settembre 50 gradi all’ombra. Aria condizionata dappettutto, anche per strada, nei sukh. Bel periodo di merda. Una volta, a Riad, uno stronzo di Brescia mi portò a vedere un’esecuzione capitale. Fu lo spettacolo più orrendo della mia vita. Un vecchio vestito di una tunica bordata d’oro stava su una pedana nella piazza principale, in mano una lunga spada. Davanti a lui un pakistano, incaprettato. Reo di violenza carnale. Un brevissimo colpo di polso, un minimo movimento, e la testa del reo partì. La gente non stava più nella pelle. Scappai a gambe levate, mi veniva da vomitare, e in albergo, chino sulla tazza del cesso di lusso, vomitai davvero. Non riuscii a chiudere occhio per tre giorni. Per fortuna il quarto giorno tornavo a casa. Non volli più mettere piede in quel posto.

Nel 97 (dopo aver lavorato per svizzeri arcigni, tedeschi sornioni, arabi di buon taglio ma terribilmente diffidenti, ebrei ottimi sotto quasi tutti i punti di vista – si, perché erano poco ottimi quando si trattava di pagare, tali e quali ai francesi) mandai a fare in culo pure l’ultimo, il gran capo di una cartotecnica. Mi ricordo che il giorno prima il loro consulente aziendale, N., (uno che prendeva un sacco di soldi per motivare la forza vendita- cioè per far finta di lavorare- e a me, poi, mi demotivava del tutto, quel bastardo) dopo l’ultima battuta sarcastica mi venne a dire: “Mi stia a sentire, Krauspenhaar…” Lo interruppi subito: “Mi stia a sentire lei. Io di lei ne ho pieni i coglioni. Senza offesa, naturalmente.” E lui, come se nulla fosse: “Lei si mette in una brutta china, caro mio”. E io: “Non lo metto in dubbio. A non rivederla”. Sapevo benissimo di essere in una posizione pericolante, in azienda, per cui mi presi la soddisfazione di lasciarmi andare. Non fruttavo abbastanza. Infatti il giorno dopo mi diedero il benservito. Non è carino, quando hai appena avuto un grave lutto in famiglia. Ma questo alle aziende interessa poco. Feci il signore. Non per altro: non volevo farmi vedere piegato, questione d’orgoglio. Solo alla fine, quando il grande capo mi congedò con una stronzata classica, vale a dire con la frase seguente: “Ci siamo conosciuti, abbiamo fatto un tratto di strada insieme e ora ci lasciamo”, io non potei non rispondergli: “Meno male che esiste il divorzio”. Ero divorato dal dolore e dalla rabbia. Fuori, nel bugigattolo della portineria, salutai la coppia dei portinai, gran brave persone. Ci baciammo sulle guance. Erano esterrefatti per il trattamento che mi era stato riservato, come tutti lì. Ma nessuno se la sentì di accennare la minima protesta. Perché le aziende sono imprese dittatoriali. Dissi fra e me e me: “Sono piegato ma libero, ora”. Per giorni e giorni meditai una vendetta. Era il minimo, per me, nello stato d’animo in cui mi trovavo. Meditavo di fargli bruciare la fabbrica. Nel 2001, invece, cominciai a scrivere Cattivo Sangue. Decisi di vendicarmi con le parole scritte. Credo nel potere vendicativo della letteratura. Alcuni pensano che sia catarsi, io non ci credo. Ci si vendica sulla vita scrivendo, il più delle volte. Altrimenti si fa soltanto esercizio di stile. Il protagonista Bruno Bruide sono un io più sfigato ma anche molto più violento. N, lo stronzo fottuto, è diventato Jean-Claude Sebastiani nella finzione letteraria. Il resto è finzione letteraria al 100%– a parte la rabbia che continuai a provare per mesi. Ora mi sento un uomo libero. Guadagno un decimo o forse di meno di quanto percepivo allora, devo tirare la cinghia, ma adesso mi sento me stesso. Mi ha aiutato Henry Miller, il mio vero maestro ideale. Anche lui alla stanga, e fino ai 40 anni (io soltanto fino ai 37) e poi scrittore per evasione. Un evaso dal carcere del mondocane del lavoro tramite il mitragliatore della scrittura. Henry è come un padre, mi ha aperto la testa in molti sensi leggerlo. Un uomo libero, senza moralismi inutili, vitale e generoso, disperato e gaudente.

Nel 98 mi misi a bere e contemporaneamente a dipingere. Dipinsi furiosamente qualcosa come un centinaio di acquerelli, tecniche miste, acrilici, anche olii. Mi ispiravo a Otto Dix, a Grosz, i miei pittori preferiti. Scaricavo la mia rabbia immensa sulla carta e sulla tela. Dopo tre mesi smisi di bere, per fortuna. Nel maggio del 99, in 10 giorni piuttosto impegnativi, scrissi Le cose come stanno. Ero diventato uno scrittore sul serio.

Franz Krauspenhaar

(Già pubblicato su Markelo Uffenwanken Gmbh&Co.KG e su Vibrissebollettino. Immagine: Alberto Sughi – Capitano d’industria, 1969)

32 pensieri su “Come si diventa (a volte) scrittori

  1. E meno male Franz che hai mandato tutti a…. e meno male che la tua passione per la scrittura ti ha portato dove ora sei. E’ molto importante,qualora ci siano i presupposti,poter fare ciò per cui ci si sente più portati. A te è accaduto e giorni migliori ci saranno con i tuoi libri e,perchè no,anche con le tue poesie. Grazie per la generosità con la quale ci hai regalato queste pagine della tua vita.Ne ho sentiti scrittori che raccontavano,raccontavano,raccontavano i loro esordi,ma trovo il tuo racconto molto vero,doloroso e quindi credibile.
    carissimi saluti
    jolanda

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  2. “Erano esterrefatti per il trattamento che mi era stato riservato, come tutti lì. Ma nessuno se la sentì di accennare la minima protesta. Perché le aziende sono imprese dittatoriali. Dissi fra e me e me: “Sono piegato ma libero, ora”. Per giorni e giorni meditai una vendetta. Era il minimo, per me, nello stato d’animo in cui mi trovavo. Meditavo di fargli bruciare la fabbrica. Nel 2001, invece, cominciai a scrivere Cattivo Sangue. Decisi di vendicarmi con le parole scritte. Credo nel potere vendicativo della letteratura. Alcuni pensano che sia catarsi, io non ci credo. Ci si vendica sulla vita scrivendo, il più delle volte.”

    ASSOLUTAMENTE! ASSOLUTAMENTE!!!
    Franz, sottoscrivo anche le virgole, anche quello che non hai detto e solo pensato. Ho avuto un’esperienza praticamente identica, con la differenza che il capo dell’azienda in questione (un “editore”) aveva anche tentato di picchiarmi. Mi sto vendicando con la tua stessa vendetta, avendo la medesima concezione della scrittura. Le parole scritte vendicano, sanano, aiutano a crescere, a guardare la vita con distacco e a prendersi delle salutari rivincite. Come dire: “Brutte merde, noi siamo qui, siamo sopravvissuti, siamo addirittura riusciti a far di voi qualcosa di “positivo”, di costruttivo. E voi? Merde siete e merde rimarrete!”.
    Ah, Franz, che GRANDISSIMO pezzo! Che MERAVIGLIA leggere queste parole: sono davvero felice di sapere che non sono sola in certi pensieri, in certe riflessioni. (e sapevo di non esserlo, conoscendoti un pochino.)
    grazie davvero, e grazie di essere COME SEI e di scrivere quel che scrivi e con le motivazioni con cui lo scrivi!

    (ah, che sfogo, ragazzi! ;-))

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  3. Libertà e senso di libertà.
    Sottesa allo scrivere c’è quasi sempre una rottura o una ferita, o un ustionato contatto col mondo e le sue regole spesso opprimenti; la fuga o una più ampia prossemica si fanno allora inevitabili.
    Grazie, Franz

    Giovanni

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  4. mi trovi d’accordo, Franz. liberi, o niente.
    poi da lì si ricomincia a costruire sul serio.
    grande, general.
    fabry

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  5. E io proporrei anche di friggere in olio d’oliva nepalese chi reagisce con tracotanza alla rabbia in letteratura: mi è successo più volte, soprattutto negli ambienti accademici o con scrittori “divanati”. Senza rabbia(e senza la volontà di vendetta “ideale” di cui hai parlato) non avrei mai incominciato a scrivere. E certe personcine, con le loro stigmatizzazioni, forse hanno solo paura della concorrenza…!

    Michele(ex NightSwimmer)

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  6. la voglia c’era, ma la forza di scrivere “davvero” è giunta come un “calling” a cui non si poteva dire di no, pena la dannazione eterna, in terra e nei secoli dei secoli. credo che sia storia che si ripete e, pur nella sua “ingenuità”, non possiamo non intuire che a scrivere si deve giungere per rottura con il mondo e le sue regole. attenti però a non erigere un muro di diversità stizzosa: il rischio del “birignao” è sempre lì che aspetta che la vanità dello scrittore si faccia strada in mezzo ai buoni propositi. non si spiegherebbe altrimenti perchè i poveri mortali che sono i lettori provino un senso di estraneità, a volte di lontananza abissale, nel conoscere di persona, vedendolo in tv o ad una tavola rotonda, uno scrittore che pure hanno amato nell’intimo della loro cameretta. il divano e il ruolo del maitre à penser. certuni ci si fiondano e non sono quasi mai i migliori: ma stanno sugli scaffali dei librai, accanto, per contiguità alfabetica, a mostri che spesso sono morti senza aver avuto il piacere di sapere di esserlo. a scittori veri, quelli che quando li leggi dici “questo, intanto, m’ha portato in giro dove voleva lui, poi mi ha fatto vedere cose che sapevo già ma che non avevo mai preso in considerazione, e altre che non immaginavo per niente; questo mi ha fatto piangere, mi ha fatto ridere, mi ha fatto arrabbiare”.
    il mercato impedisce da un po’ di separare il grano dal loglio. almeno il loglio fosse meno snob.

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  7. credo che uno scrittore sia in lotta innanzitutto col linguaggio del suo tempo, l’ordine del discorso che è anche potere. poi si può lottare con rabbia o con calma, è secondario.

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  8. Letto e apprezzato, Franz. Quando si comincia a scrivere, “mandare a fare in culo…”… il potere, l’opportunismo, le convenzioni…

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  9. egoisticamente parlando hai fatto bene altrimenti come avrei fatto a leggerti?
    magari avessimo in tanti, ad iniziare da me, il tuo coraggio.
    ti leggo sempre con piacere e sembra che presto avrò anche il piacere di conoscerti
    un abbraccio
    Stella

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  10. bel pezzo Kaiser Franz, ti si sente in ogni parola, “Un evaso dal carcere del mondocane del lavoro tramite il mitragliatore della scrittura”, raramente vidi una descrizione più incisiva. Ed è bello che per te la scrittura carichi un mitragliatore, così come è bello che per altri invece sia un arcobaleno di margherite. Va bene così.

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  11. “Nel maggio del 99, in 10 giorni piuttosto impegnativi, scrissi Le cose come stanno.”

    Nel maggio del 99, in 10 giorni piuttosto impegnativi, scrisse uno dei libri più belli che abbia letto negli ultimi dieci anni.

    Evviva maggio e il gonfalone amico.

    fm

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  12. Grazie a tutti, sono felice che vi sia piaciuto questo spaccato di vita vissuta. (Un grazie particolare a Francesco Marotta, il mio fratellone di poesia).

    Io penso che a un certo punto un uomo (o una donna) hanno il dovere di incazzarsi.

    Come il personaggio di Quinto potere di Sidney Lumet, impersonato da Peter Finch; come in Glengarry Glen Ross (grande commedia e film sul mondo del lavoro di David Mamet) dove il manager dice ai venditori: “Incazzatevi, figli di puttana!”. Bene, a me piacciono i paradossi; quell’ “incazzatevi” viene urlato a degli “schiavi”, per demolirne l’identità e svilupparne l’orgoglio per una reazione; è vero invece che bisognerebbe incazzarsi per ribellarsi. Pensiamo a Spartaco, che da schiavo e gladiatore si trasforma in rivoluzionario contro lo strapotere di Roma. Finirà crocifisso come Gesù Cristo, ma sarà stato lo stesso libero.
    fk

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  13. Non tutti gli scrittori sono quello che scrivono, anche se tutti per crudele e giusta ironia poi ci scompaiono, se la scrittura è forte, autentica.

    Franz è uno di quelli che scrive esattamente per come è: imperfetto, impuro, caotico, esagerato (nel bene e nel male), rabbioso, generosamente innamorato sia dell’attimo seguente che dello squallore da dire, perché anche quello è vita, e soprattutto non arreso.

    Trovo difficile dividere l’uomo Franz dalla sua scrittura, anche quando non sono d’accordo con lui (!). Per questo credo,gli si vuole anche più bene.

    Su LE COSE COME STANNO concordo con Francesco Marotta e rincaro se possibile. E’ un concentrato fortissimo di “umanità”, uno di quegli eventi rari di crudele grazia letteraria.

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  14. reduce da una sana incazzatura nei confronti di una collega scorretta (alla quale gliele ho cantate per iscritto, in modo che durino) non posso che riconoscermi molto in quello che racconta Franz. Scrittura come vendetta, la frustrazione come fertile terreno per la creatività. Ma nei suoi romanzi (e nelle sue poesie) non c’è solo quello, c’è molto di più: una forza narrativa schiacciante, uno stile adrenalinico e surreale e poetico e libero, la voce del profondo, l’ironia della vita, i contrasti, le verità contraddittorie e contemporanee che attraversano i gesti quotidiani, una sincera meditazione sullo scrivere e sul senso della cultura (il protagonista di “Cattivo sangue” inizia a scrivere in carcere!) e sulla realtà dei rapporti umani d’amore e d’amicizia. E qui mi fermo solo perché devo andare a cucinare…

    grande Wolf! Felice di continuare a leggerti

    fem

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  15. Molto bello, Franz, scritto anche con la pancia, come il vecchio Henry. Ho qualche dubbio sulla scrittura per vendetta. Credo che la partenza – la vendetta – sia in certi casi inevitabile, ma secondo me tu in Cattivo Sangue la vendetta l’hai superata, cioè l’hai superata come sentimento secondario, trasfigurandola nella scrittura.

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  16. Il pezzo di Krauspenhaar mi ha fatto ripensare a quanto incazzato sono stato io. A quanto sono stato schiacciato, a quanto sono stato dolente.
    Mi correggo: a quanto ho sentito di essere incazzato, schiacciato e dolente. Perché invece l’immagine che altri, quasi tutti gli altri, vedevano era diversa. Non vedevano i motivi per cui avrei dovuto star male. Vivevo nello stesso loro mondo, no? Di che potevo lamentarmi?
    La rabbia, con il passare del tempo, si è trasformata in una forma di sguardo. Sguardo lucido, mi pare, perché lucido come di pianto era l’occhio con cui mi sono abituato a guardare. Ma guardando in quel modo ho visto che dovevo venir via, semplicemente. Era il solo modo che avevo per restare vivo.

    Non ho perdonato, mi pare, anche se un certo mio atteggiamento distaccato può farlo pensare. Mi sono allontanato perché la distanza permette di tirare il fiato.
    Più che perdonare ho tentato di capire. Ho tentato di immedesimarmi nel sistema di valori di chi mi ha fatto male, pur senza arrivare al punto da farmene insozzare. Capire, allo scopo di non ripetere gli errori che ho fatto. Il che non mi garantisce sul fatto che in futuro, ritrovandomi in situazioni simili, io non sbaglierò ancora. Però, se ho capito bene, non sbaglierò alla stessa maniera. Forse.

    Vedere che tra coloro che scrivono in tanti hanno fatto un percorso così, di straniamento dal senso comune, mi conferma nell’idea che è venuto il tempo di un cambio di paradigma riguardo l’immagine che abbiamo di noi stessi in quanto esseri umani. Da qualche secolo l’homo è inteso come «faber», sembra che non possa esistere se non in quanto produttore e lavoratore. L’homo inteso come «sapiens» è soltanto un complimento che facciamo a noi stessi, senza praticare veramente la sapienza.
    Se essere «sapiens» fosse sentito dal senso comune come un valore, non verrebbero fatte così tante difficoltà a chi vuol provare a vivere in una certa maniera. Lo si capisce da tante cose, da tanti piccoli particolari all’apparenza insignificanti ma presi tutti insieme letali come tante gocce d’acqua cheta. Come, per esempio, le persone che dopo 12 anni che pratico il mestiere dello scrivere mi domandano ancora: «Sì, ma… che lavoro fai?».

    Perdonare… no, non ha senso. Soprattutto se lascia le cose come stanno.
    Scrivere meglio, invece. Sempre meglio e con argomenti sempre più efficaci in modo da cambiare la testa della gente. Non ho voglia di star lontano solo perché non capiscono.

    Guido Tedoldi

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  17. Caro Franz,
    dalla stanga alle stringhe.
    Ma sei bravo davvero, scommetto anche come pittore, visto il gusto sicuro con cui scegli le immagini d’accompagnamento ai pezzi.
    E’ vero, ma non andrebbe detto in giro, che l’arte è un regolamento di conti con chi ti fotte (oh, scusate!) con altri metodi.
    Se non scrivessimo saremmo in galera, almeno tu ed io, ma non è detto che staremmo peggio di quanto stiamo adesso.
    Un abbraccio,
    Roberto
    P.S. Per questa ed altre sviolinate Franz non mi ha pagato, mi dice solo la sua su come abbracciare Angina, Pavorella e Cardiopalmo.

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  18. Ringrazio Francesca Matteoni, che è sempre prodiga di consigli e mi fa felice della sua amicizia. E Fem, che sembra avermi capito pur conoscendomi poco.

    A Mauro dico che ha ragione, la vendetta è superata, io scrivo anche con molta meno rabbia rispetto a prima, anche se voglio tenerne in serbo ancora per gli anni a venire; dunque spero di vivere una vita migliore (e dunque meno rabbiosa) ma voglio conservarne una dose pregressa per usarla come combustibile. Se sei pacificato smetti di scrivere, se sei “a posto” fai cose da persona “a posto”, di certo non scrivi. Scrivere è tentare di colmare una lacuna, un gap. Si scrive per nevrosi conclamata, l’arte è accompagnamento della nevrosi, come se essa fosse la “badante” d’un vivere emotivamente in sedia a rotelle.

    Valter: Era mio padre esce a inizio aprile, sto finendo l’editing, ormai sono a buonissimo punto, vedo la luce in fondo al tunnel; è stata una grande fatica, questo è il mio libro più impegnativo a tutti i livelli, ci ho speso tutta la benzina d’ora, ci ho messo la mia vita in primo piano.

    Grazie caro Remo, la ribellione è lì, sempre in prima linea, compagna fedele dei sogni e della realtà.

    Un grazie alla lucida – e dolente – riflessione di Guido Tedoldi, che attendo presto per belle prove narrative.

    Infine il mio amico Robb, un poeta che mi ha conquistato col suo “Sere”, che pubblicai su Nazione Indiana. Ora lo attendo col suo prossimo libro in uscita, anch’esso, in aprile.

    Un abbraccio e un grazie di cuore a tutti.
    Franz

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  19. La libertà per chi è ammalato d’arte è preziosa come l’aria che respira. Io iniziai a imbrattare di inchiostro le mie pagine al terzo anno di politecnico. Stavo preparando l’esame di campi elettromagnetici. “In questo corso vedrete migliaia di formule” disse il prof, un tipo che in tutto il semestre non ha mai accennato un ghigno, una smorfia, qualcosa che somigliasse lontanamente a un sorriso. Però all’esame se la rideva, di gusto se la rideva sotto quei baffetti color pece mentre ti sbatteva il libretto in faccia… Andai a guardare le statistiche degli appelli, imparai a farlo presto per questione di sopravvivenza: la media dei promossi dell’anno precedente non superava il 5%: neanche le stragi al primo anno di analisi e geometria erano così efferate… Bene – dissi fra me – qui mi conviene bigiare un po’ di lezioni, tanto alla fine qualche secchione che mi passa gli appunti lo trovo. Così, il più delle volte, anziché sclerare davanti alle lavagne piene di conti – ché il prof ti doveva mostrare come si risolvono le equazioni di Maxwell in tutte le salse possibili e immaginabili e te ne tornavi a casa che sembravi uno zombi – un mio amico e io ce ne andavamo a respirare un po’ l’aria di Palazzo Nuovo, a un tiro di schioppo dalla Mole Antonelliana. Una volta provammo a chiedere a una ragazza se ci prestava gli appunti di filosofia: fummo sgamati in un microattimo: ce lo avevamo scritto in faccia che eravamo ingegneri affamati… Alla fine del corso che non avevo seguito riuscii a trovare degli ottimi appunti sbobinati. Mi sembra assurdo se ci penso adesso, ma c’era un vero e proprio mercato nero che ti dava la certezza quasi matematica di passare l’esame, insomma ci trovavi tutto ciò che serviva per andare dal barone di turno e farlo fesso e contento. Nessuno ha mai saputo chi fosse l’autore, ma quegli appunti circolavano liberamente, bastava trovare la persona giusta… Certo, per l’esame di campi la probabilità di successo scendeva da far paura, a ogni modo sono sicuro che se nessuno li avesse inventati il tasso di mortalità sarebbe stato ancora più alto. Per quanto mi riguarda riuscii a vincere la mia battaglia contro quel mostro al primo tentativo: incassai il mio ventidue e me ne tornai a casa felice come una pasqua. Archiviai con soddisfazione il mattone, diedi un’occhiata per l’ultima volta ai quaderni delle esercitazioni, mi resi conto che in quel labirinto di formule astruse avevo scritto delle pagine di prosa e perfino qualche verso. Quel giorno avevo capito due cose: sarei riuscito a laurearmi e forse a trovare un lavoro; la mia vocazione non aveva niente a che fare con i conti e l’ingegneria.

    Oggi è tempo di bilanci. Lavoro da otto anni presso organizzazioni gigantesche, dove ti ripetono fino alla nausea che i margini raggiunti sono buoni ma non abbastanza e che la mission è diventare i primi nel mercato globale. Non ho fatto carriera, ma non è questo il punto. Il motivo per cui non riesco a dormire più di quattro-cinque ore per notte ormai da mesi non c’entra un tubo con la carriera. La ragione che mi fa star male è che a me non frega un cazzo di essere il primo. Per cosa poi? Neanche mi nominassero amministratore delegato… Questi non si limitano a chiedermi il culo, questi qua vogliono la mia anima… Vogliono che diventi una macchina da guerra per far salire alle stelle i loro margini del cavolo che non gli bastano mai. Ti avranno promesso qualcosa in cambio, vi chiederete. Un cacchio. Sapete qual è la loro “generosa” ricompensa in cambio di tutto questo? Continuare a darmi quei quattro soldi fitusi nella busta paga. Mi va già bene che non ho familiari a carico e vivo in un buco di quaranta metri quadri in periferia, ché se abitassi in centro non so se arriverei alla fine del mese… Capite ora? Capite perché non dormo più?

    Io non so se avrò mai le palle di mandarli a cacare e vivere finalmente la mia vita. Tu le hai avute Franz. Lasciatelo dire: sei un grande.

    Ciao a tutti.
    Pasquale

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  20. Che bello questo pezzo. E come condivido. La scrittura, come la vedo io, serve a tener buono quel buco che altrimenti divorerebbe te, dall’interno. Come i sacrifici umani agli dei. Non credo che possa nascere e crescere in esseri compiuti e risolti. Le persone felici che scrivono le vedo come una leggenda metropolitana. Senza rabbia, senza dolore, senza nevrosi, senza solitudini la scrittura non vive: in cambio però c’è la felicità, per cui io non mi lamenterei, forse…
    Sono ancora più curiosa di leggerti, Franz. Mi sa che partirò proprio da Le cose come stanno.

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