Essere o non essere?

de-andre.jpg

La memoria, in certi casi, mi fa difetto.
Ma è un problema di disattenzione, nel senso che bado al sodo, sbadatamente.
Così quando anni fa lessi (in rete, ma non ricordo dove) che Patrizia Valduga, poetessa che mi piace leggere, sosteneva che “De Gregori, sì, forse” ma Fabrizio De André no, non poteva essere considerato un poeta, sbadatamente mi soffermai solo su questa affermazione.

Volammo davvero sopra le case,
oltre i cancelli, gli orti le strade,
poi scivolammo tra valli fiorite
dove all’ulivo si abbraccia la vite…

E’ poesia, questa?
Io so che c’è un problema: sento anche una musica, nella mia testa, mentre ri-leggo (pensando che sì, è poesia) Il sogno di Maria.
Chiedo agli esperti, insomma.
E mi spiace non ricordare le argomentazioni della Valduga.
(Ricordo cosa raccontò Paolo Villaggio, quando De André morì. Che una volta, mi pare fossero in barca, Faber, timidamente, gli chiese: Secondo te, sono un poeta, io?).

31 pensieri su “Essere o non essere?

  1. Per come la vedo io, si.
    Io detestavo la poesia di scuola, alla medie.
    Poi una prof ci fece ascoltare “Via del campo” e altre cose.
    E ho cominciato a leggere anche i poeti.

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  2. Io sono della generazione che ha imparato ad affrontare la vita sui testi di De Andrè, che ha confrontato la filosofia che studiava a scuola con le parole di De Andrè e che sceglieva di essere come quelle parole, di credere fermamente che “dai diamanti non nasce niente”, o che “quando si muore si muore soli”.

    E nella Buona Novella c’è poesia pura, più poesia che nei tormenti della Valduga (che oltretutto è una poetessa i cui libri per molti anni ho tenuto al capezzale).
    Forse non sono poi l’esperta che si augura Remo, ma di poesia ho lastricata l’anima e De Andrè è poesia in molteplici frammenti di canzone.

    P.S. ma forse Valduga voleva, come suo solito, provocare? (non mi resta che sperare questo)

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  3. ciao

    da in-esperto, io sento la musica in questi endecasillabi. L’ultimo verso mi piace molto. Tuttavia, la poesia non è solo musica (accenti, sillabe e pause), ma è l’indescrivibile piacere che si prova nella comprensione e nell’amore delle parole. Amore per le parole… vorrei poter dire amore per gli uomini, ma non c’è nulla di più pericoloso che amare gli uomini.

    ” Secondo te, sono un poeta, io?”. Mi vien voglia di rispondere: ringrazia gli dei se non “sei poeta”, oppure se non “sei scrittore”. Il poeta non è. Il poeta vive. Il poeta non ha cause, il poeta non chiede scusa a nessuno, non spiega nulla a nessuno, non gliene frega un bel niente di cosa pensi o dica la gente, non ha preoccupazioni, non è felice; è bimbo e uomo allo stesso tempo. Al più, soffre con tutte le forze della sua anima, e scrive e riflette come nessun altro, poiché la poesia del pensiero è la poesia che nessun’altra arte può esprimere.

    Scusa l’improvvisazione, ridicola, ma m’è scappata.

    f.s.

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  4. ma il problema è di lana caprina. perché non ci chiediamo piuttosto: quanto sono efficaci i testi di de andré? e – perché no – senza necessità di staccarli dalla musica. con tutta la musica che li porta: quanto sono efficaci? e come? non perdiamo di vista l’essenziale: quanto è forte quest’opera d’arte? qual è la sua identità? qual è il suo profilo caratteristico? fin dove arriva? quanto smuove? non vedo perché il titolo di poeta dovrebbe essere tanto ambìto, se già qui dentro, di poeti, magari perché fanno solo poesia o fanno palesemente poesia, ce ne saranno almeno una quarantina!

    lorenzo

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  5. “non vedo perché il titolo di poeta dovrebbe essere tanto ambìto, se già qui dentro, di poeti, magari perché fanno solo poesia o fanno palesemente poesia, ce ne saranno almeno una quarantina! ”

    Infatti, e ognuno ha una sua idea dell’essere poeta e della poesia, quindi si ritornerebbe alla solita domanda: cosa è poesia?

    lisa

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  6. in effetti, per molto tempo ho sentito più poesia in De Gregori. De André mi sembrava pesante, quei ritmi sincopati, i versi un po’ troppo quotidiani. poi ho ascoltato e visto il Faber dal vivo: la sigaretta all’angolo della bocca, il ciuffo sugli occhi, la testa reclinata, la voce inconfondibile. la poesia era lui. cuspide della sensibilità, come Chopin.

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  7. ho ritrovato l’intervista e mi sono accorto d’essermi sbagliato (su de gregori)

    alla Valduga chiesero
    “Fernanda Pivano sostiene però che Bob Dylan e Fabrizio De Andrè siano dei poeti…”

    e lei rispose

    “Che Dylan fosse un poeta l’ho detto prima io in un elzeviro per il Corriere quando ha compiuto 55 anni …(ride) è un cantautore che amo enormemente, ho detto che è un poeta ma non lo so… perché io sono legata alla musica delle sue canzoni. Una volta comunque esistevano i parolieri e i poeti…e si andava d’accordo; adesso il voler dare del poeta a tutti (…Bartali è il poeta della bicicletta… ) è il solito stile iperbolico dei giornali. Io continuo a considerare la canzonetta tale, anche se stupenda e può essa confinare con la poesia. I testi di Dylan confinano con la poesia… è un genio. De Andrè no. Certo le sue opere sono imparagonabili a quelle di Jovanotti e Vecchioni o del ‘tenerello’ (come l’ho definito su Sette) De Gregori. De Andrè è sicuramente il migliore ma è più vicino a scrivere delle filastrocche. La poesia dice molto di più”

    vorrei ricordare che nei giorni successivi alla morte di De Andrè il dibattito, sarà stato di lana caprina, fu serrato.

    e comunque.
    io sono cresciuto ascoltandolo. In via del campo ho recuperato tre cd che non si trovano in commercio (con un’altra versione, per esempio, de La canzone del maggio, o la versione originale de La città vecchia), e mi capita spesso di parlare, anche ore, con Pier Michelatti, che fu suo bassista (L’ave Maria è in pratica la voce di Faber e il basso di Pier) e che spesso, siamo conterranei, vieni a trovami.
    bene,
    pier ha creato un gruppo (faber per sempre) e quando va in giro a fare concerti lo dice a destra e manca che De André, secondo lui (che è stato bassista di tanti) è un poeta.
    lo disse anche di fronte a dori ghezzi, la prima sera, quando presentò il gruppo.
    la sente come un sorta di missione.

    a me interessava capire se c’è qualcuno in sintonia con la Valduga.
    buone cose

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  8. maurizio cucchi invece dice

    Molti si sono risentiti per i miei giudizi su De André. Ma forse non mi sono spiegato bene o non mi hanno capito. Il succo, comunque, è questo, ed è molto semplice. La poesia c’è, ed è a disposizione di tutti. Non solo: ma è varia, e dunque si può scegliere ciò che si preferisce.
    La canzone c’è, ed è un’altra cosa, lo capisce chiunque. Dunque, non confondiamo, perché confondere, qui, significa mistificare. Non nego che le parole di alcune o di molte canzoni possano essere buone. In ogni caso non sono parole scritte per essere lette, ma per essere cantate. Dunque, lasciamole alla loro destinazione, lasciamole a casa loro. Se ci capita per sbaglio o per curiosità di leggerle, dobbiamo farlo come se fossero testi autonomi. In tal caso, con eccezioni così rare da risultare irrilevanti, non funzionano. Oppure funzionano per chi non abbia consuetudine con la parola scritta, e con la parola scritta in poesia contemporanea. Insomma, chi vuole giudicare e capire un linguaggio, cerchi di farsene esperto, lo frequenti, cerchi di esserne padrone. Solo allora potrà esprimere un parere sensato. In genere chi dice che la canzone è poesia non legge la poesia. Purtroppo c’è qualcos’altro da aggiungere, e non è poco: le canzonette dei cantautori, sono quasi sempre musicalmente povere, poverissime, rudimentali. E possono dunque piacere sul serio soprattutto a chi non è abituato all’ascolto di vera musica. De André era un bravo cantautore, e per questo anch’io lo apprezzo. Aveva una voce piacevole e suadente. Ma non era un poeta. Quanto alla musica, lascio il giudizio agli esperti di musica.
    In ogni caso, attenzione: la canzone è una gran bella cosa, ma oggi è diventata la funzione espressiva della società spettacolo. Comunque, padronissimi di preferire De André a Zanzotto o Guccini a Raboni.

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  9. Dire che De André è un poeta, non significa preferirlo a Zanzotto o a Raboni.
    E poi, chi ha deciso che solo Zanzotto e Raboni, tanto per restare ai citati, siano i depositari delle “parole buone”? E cosa saranno mai, le “parole buone”? Come si distinguono da quelle “non buone”? Quali manuali consultano, il signor Cucchi e la signora Valduga per operare le loro selezioni lessicali?

    “Chi vuole giudicare e capire un linguaggio, cerchi di farsene esperto”, perché “solo allora potrà esprimere un parere sensato”. Cos’è, solo ai poeti è dato di esprimersi su un testo poetico? E questo, per decreto o per titolo di studio?

    Ma forse è solo la fottutissima paura che “Il suonatore Jones” o “Amico fragile” o… valgano da soli più di quintalate di libri di poeti laureati & premiati dai cenacoli della “casta”: con la loro capacità di racchiudere vite, storie, sangue, idee, carne, spirito, emozione, denuncia e utopia in quattro parole messe in croce.

    Chi sa cosa direbbero i “poeti laureati” leggendo Luigi Di Ruscio…
    Ma chi se ne frega: con Fabrizio e Luigi vedremo sempre, “in un vortice di polvere”, “la gonna di Jenny”: “la siccità” è tutta nelle sillabe smorte e artefatte di chi costruisce versi “fatti della stessa materia di cui son fatti i sogni” tenendo in una mano la penna (o le pene, o il pene) e nell’altra il manuale di metrica, retorica e stilistica.

    p.s.

    Non mi si dica che i versi citati erano di Masters (sarebbe ridicolo).

    p.s.s.

    Remo, De André non era “un poeta”: era “un grande poeta”.

    fm

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  10. c’è un vizio di fondo, ed è quello che quasi sempre non si riesce a scindere il testo di una canzone dal fatto che sia un testo di una canzone. Probabilmente se De Andrè, e con lui molti cantautori italiani e non, non avesse scritto canzoni il Cucchi parlerebbe di lui come poeta e probabilmente lo conoscerebbero in pochi, solo quelli che possono e hanno le carte in regola,…e la poesia se ne starebbe al sicuro nel silenzio dell’Olimpo dei Poeti.
    Io sinceramente non capisco perchè ci si ostina a voler tenere questo atteggiamento verso la poesia senza capire che in questo modo si continua a tenere la poesia lontana dai lettori…. ma forse è proprio questo quello che si vuole
    lisa

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  11. lo penso anche io e mi piace sentirlo dire da chi, di poesia, ne sa più di me
    grazie francesco

    ps
    (magari non siamo immuni da certi condizionamenti “affettivi”; io mi inalbero anche quando leggo che Salgari era uno scrittoruccolo. Anque qui, per me lo era, e grande pure).

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  12. Prima del sonno – che a quest’ora giustamente avanza le sue pretese – mi imbatto in questa pagina, e dunque prima di andare, voglio lasciarvi il conforto e la compagnia delle parole di un grande poeta. Un ragazzo scomparso troppo giovane. Sergio Corazzini.

    Desolazione del povero poeta sentimentale

    I.

    Perché tu mi dici: poeta?
    Io non sono un poeta.
    Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
    Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
    Perché tu mi dici: poeta?

    II.

    Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
    Le mie gioie furono semplici,
    semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.

    Oggi io penso a morire.

    III.

    Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;
    solamente perché i grandi angioli
    su le vetrate delle cattedrali
    mi fanno tremare d’amore e di angoscia;
    solamente perché, io sono, oramai,
    rassegnato come uno specchio,
    come un povero specchio melanconico.
    Vedi che io non sono un poeta:
    sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.

    IV.

    Oh, non maravigliarti della mia tristezza!
    E non domandarmi;
    io non saprei dirti che parole così vane,
    Dio mio, così vane,
    che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire.
    Le mie lagrime avrebbero l’aria
    di sgranare un rosario di tristezza
    davanti alla mia anima sette volte dolente,
    ma io non sarei un poeta;
    sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo
    cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme.

    V.

    Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù.
    E i sacerdoti del silenzio sono i romori,
    poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio.

    VI.

    Questa notte ho dormito con le mani in croce.
    Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo
    dimenticato da tutti gli umani,
    povera tenera preda del primo venuto;
    e desiderai di essere venduto,
    di essere battuto
    di essere costretto a digiunare
    per potermi mettere a piangere tutto solo,
    disperatamente triste,
    in un angolo oscuro.

    VII.

    Io amo la vita semplice delle cose.
    Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,
    per ogni cosa che se ne andava!
    Ma tu non mi comprendi e sorridi.
    E pensi che io sia malato.

    VIII.

    Oh, io sono, veramente malato!
    E muoio, un poco, ogni giorno.
    Vedi: come le cose.
    Non sono, dunque, un poeta:
    io so che per esser detto: poeta, conviene
    viver ben altra vita!
    Io non so, Dio mio, che morire.
    Amen.

    Da Libro per la sera della domenica (1906)
    Roma, tipografia cooperativa operaia romana.

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  13. Terro’ un seminario a marzo, all’Universita’ di Coimbra, proprio sul rapporto tra poesia e canzone d’autore. Tendo a condividere la tesi di De Gregori, secondo il quale la canzone d’autore non e’ poesia, ma e’ un genere letterario. Il che non significa che sia piu’ o meno valido, piu’ o meno “alto” della poesia stessa. E’ innegabile che nella canzone d’autore vi siano degli elementi di genuina poeticita’, ma si tratta di una forma di espressione altra, e diversa, che con la poesia convide in primo luogo l’importanza fondante del ritmo (oltre all’uso di strumenti “tecnici”quali le figure retoriche).
    Ma nella canzone d’autore l’elemento musicale fa parte integrante dell’opera nel suo complesso: scindere il testo dalla musica (come accade per i testi di De Andre’ pubblicati nella antologie di poesia) non rende giustizia alla complessita’ della forma-canzone.
    Anche per questo gli stessi cantautori non ci tengono affatto ad essere definiti “poeti”: tengono semmai ad essere definiti cantautori.

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  14. [con la deformazione genovese, e come evitarla? ancora ieri, in Via del Campo, davanti al negozio di Gianni Tassio, andato anche lui… sì, è poesia: né più né meno; ma con modestia, con una moderazione che i poeti dimenticano. Hotel Supramonte, Rimini, tutta Creuza de Mâ, il Cantico dei Drogati, la Buona Novella – sono poesie. e queste poesie si aggiunge la MUSICA. e con questa aggiunta ENORME e magnetica, e con il CARISMA di Faber o di Patti Smith o di Cobain – la poesia diventa qualcosa di *più*, credo…: dal vivo, poi – lo spettacolo diventa performance, la performance di Faber di Cobain di Patti diventa liturgia]
    massimo

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  15. A Cucchi ed altri poeti rode sempre il fegato che cantautori (quelli veri..) abbiano più presa e più seguito tra la gente dei loro quattro versi. Fra cento anni De Andrè sarà ancora letto ed ascoltato Cucchi ed altri faranno la fine di Pastonchi: chi si ricorda chi è costui? Eppure ebbe discreto credito tra i contemporanei.
    Concordo comunque con De Gregori e Babino: sono due generi diversi. Ciò non toglie che molta poesia italiana contemporanea è nata già morta.
    Di Ruscio è un poeta vero, uno di quelli così rari oggi…

    Un caro saluto

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  16. La poesia frequenta posti strani. Le canzoni di Dylan e Faber, per esempio. Se avessi una monetina da infilare nel juke-box, ti farei sentire “volare” di Modugno, e poi anche “è arrivata la bufera” di Rascel, e poi anche “vedrai vedrai” di Tenco. C’è una poesia orale e c’è una poesia scritta. La prima grida sempre troppo forte e la seconda sbaglia sempre l’indirizzo di casa mia. E poi c’è anche tutta quell’altra poesia che non è raggiungibile, che non risponde alle chiamate, eccetera, eccetera.

    “Air du poète” parole di Léon-Paul Fargue, musica di Erik Satie.

    Au pays de Papouasie
    j’ai caressé la Pouasie…
    La grace que je vous souhaite
    c’est de n’etre pas Papouète.

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  17. Io non me ne intendo di poesia, mi scuso se intervengo con poca competenza in merito. Ma con il senso che comunemente si dà, il popolo dà, a questa parola, mi sento di poter dire che fra i cantautori e i parolieri di canzoni ci sono dei poeti. Oltre a De Andrè e De Gregori penso a Gino Paoli, Mogol, Bruno Lauzi. E tanti altri.
    Se la poesia, in senso lato, provoca emozione e commozione e immedesimazione, allora la poesia si ritrova anche in una canzone.
    E’ un mio modesto parere, ripeto, da incompetente.
    Grazie per questa bella discussione.

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  18. sono quasi sempre le parole ad aggiungersi alla musica, nel processo di composizione (per stessa ammissione degli autori), e non viceversa….questo e’ un aspetto importante, e fa della canzone d’autore qualcosa d’altro rispetto alla poesia scritta per la pagina. Sono due forme espressive che hanno molte affinita’ (e un’origine comune), ma non sono esattamente sovrapponibili.

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  19. Il “poiein” da millenni si manifesta in modi e forme diversificate che cercano, partendo dall’esistente e dall’immaginario che esso sedimenta nel suo trascorrere, di strappare al reale lampi di visioni “altre”, nuovi squarci e possibilità di senso: in sostanza, di allargare, di spostare sempre oltre l’orizzonte entro il quale l’umano consuma la sua vicenda. Il fatto che una cultura abbia canonizzato, museificando in regole e dettami, nelle strutture rigide di una “sintassi” e di un “alfabeto” invalicabili, solo una di queste forme e di questi modi, non significa affatto che tutte le altre non possano più utilizzare una terminologia del genere.

    A chi legge, e a chi ascolta, interessa poco sapere se i testi omerici sono stati composti prima o dopo la musica che li accompagnava (e che noi non ascolteremo mai); se un poeta ha prima messo sulla carta un pensiero e poi gli ha dato una particolare struttura ritmica per mezzo dei versi, della disposizione degli accenti e delle pause. Sarebbe un esercizio filologico abbastanza sterile, e che, comunque, non ha nessuna incidenza sulla fruizione. Ciò che conta, e rimane, è l’impatto di questo “oggetto” (sia pagina, parola detta o cantata), quando varca la soglia e si immette del perimetro esperienziale ed esistenziale (con tutto ciò, senza esclusione di niente, che i due aggettivi contengono) di chi lo utilizza. E allora è veramente difficile scindere i due ambiti, e vedere se da soli reggono, nell’insieme delle strutture che utilizzano per “essere”: si tratta di un corpo “nuovo”, di un essere che è lì nella sua singolarità ibrida e meticcia, e che chiede, unicamente, di essere accolto per quello che è.

    Il purismo persistente di cui siamo tutti, a vari livelli e in vari modi, imbevuti, retaggio di una scuola che crede di avvicinare i giovani alla poesia proprio nel momento in cui, sotto i suoi occhi ciechi, questi se ne allontanano irrimediabilmente, è ciò che fa ostacolo alla nostra comprensione degli infiniti volti in cui ciò che chiamiamo poesia (e che continuiamo a tramandare nella gabbia museificata di un solo profilo, ormai simulacro di se stesso) si declina e si distende: fa ostacolo alla percezione della sua elementare, “essenziale” natura metamorfica. Ed è questa natura che sgomenta, perché ci costringe a un lavoro a cui da secoli non siamo più abituati: a ridefinirci in quanto “volti”, a considerare la natura puramente erratica dei nostri lineamenti e delle nostre produzioni. Tornando all’oggetto del post: ci costringe a pensare, con sottile sgomento (ma io personalmente non lo provo, anzi, sono felice di ciò) che, forse (e anche senza forse), il *disco* “Anime salve” è uno dei più bei *libri* di poesia pubblicati in Italia negli ultimi trent’anni.

    fm

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  20. Pur con tutti i distinguo portati giustamente da Marotta, inforcando le lenti miopissime del lettore/studentello di testi scritti, De Gregori (inizi smaccatamente ermetici a parte) mi pare quello che piu’ si avvicini, in numerosi esempi, al campo specifico. Varca la linea? A mio parere si’ e ho gia’ preso impegno su un altro blog in un’altra discussione a cercare di argomentarlo in maniera piu’ solida. Piuttosto… Cristina, renderai pubblico il tuo testo seminariale? Sarei molto interessato a riceverlo. Grazie e in bocca al lupo. —GiusCo—

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  21. Grazie Giuseppe… il seminario (in inglese) lo sto organnizando come una ricognizione storico-sociologica della forma-canzone in Italia (dallo strambotto, al melodramma, alla canzone all’taliana, alla canzone d’autore), seguito da un workshop nel quale confronto prima un testo poetico e una canzone sullo stesso tema, poi due canzoni sullo stesso tema. Si scoprono cose molto interessanti, analogie, differenze, varianti, mettendo i testi a confronto. Se qualcosa di cartaceo ne uscira’, te lo faccio sapere! Ciao cri

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  22. Giuseppe, faccio mia la tua “lettura” di De Gregori: in lui l’autonomia del “testo” e la sua capacità di incidere, indipendentemente dalla musica, ha sempre relegato “ai margini”, in molti casi in funzione di cornice, la partitura sonora. Solo negli ultimi tempi, anche sotto l’influsso del fratello e degli ottimi musicisti di cui si circonda, gli arrangiamenti hanno assunto un ruolo ben definito, essenziale, nell’economia dei pezzi. Molti di quei testi, dunque, “varcano la linea”, anche perché, probabilmente (piacciano o meno è un altro discorso), a quella linea miravano e ad essa erano fin dal principio finalizzati.

    In De André il presupposto è, secondo me, diverso: nel senso che testo e musica sono inscindibili, formano un “corpo poetico” affatto nuovo, che come tale vuole essere “letto”. Il fatto poi che raramente abbia lasciato delle partiture scritte, dice molto su quanto, e come, quelle note fossero interne alla parola, che la parola, “quella” parola, non avrebbe mai potuto averne altre.

    p.s. / O.T.

    Ciao Cristina, I’m waiting for…

    fm

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  23. Posso affermare che in linea di principio sono d’accordo con Cristina, anzi..dirò di più!! Ogni volta che in tv o in giro sentivo attribuire con tanta leggerezza l’appellativo di poeta a cantautori più o meno meritevoli, peggio se osannati da folle di ragazzine in delirio, sentivo il sangue ribollire. Sono sempre stata un’accanita sostenitrice della differenza tra un testo scritto per una canzone e un testo poetico (credo, inoltre, che non serva assimilare una canzone ad una poesia per definirne il valore artistico), tuttavia, perdonatemi, quando si parla di De Andrè non riesco ad essere obbiettiva..ogni canone, ogni struttura crolla davanti alla sua strordinaria abilità di intrecciare parole e musica. Parole e musica sono in lui una cosa sola, creano una sinergia profonda, si completano a vicenda. Non bisogna dimenticare, inoltre, che molte delle forme poetiche tradizionali prevedono l’utilizzo di parole e musica. Serena

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