Altri libertini (Scuola di poesia, 7), di Massimo Sannelli

1. E *ora*, lettore? Tre esempi. Puoi accettarli e rifiutarli. Io non sono né il padrone né il servo di questi esempi: ho solo cercato di ascoltarli, perché hanno [o sono] il quadrato che *amo* [Potenza Inusualità Maestà Furore] e le condizioni necessarie per restare [ritmo coerenza totalità musica leggerezza profondità]. E poi: le proprietà di un suono sono ancora, e sempre, le stesse: altezza durata intensità timbro. Anche la tua voce è suono. E anche la tua voce deve cantare. Dunque *anche* il testo, che – se consideri *magistrale* madonna Dickinson – inizia a vivere quando è detto: il giorno in cui la parola è pronunciata, con un’espirazione [che senti – meraviglia dei miei piccoli a scuola – se poni le dita davanti alla bocca, quando parli]. Senza fiato, nessuna voce. E chi non ha fiato – è *spirato*, e tace.

2. Lettore, anche D’Annunzio deve essere letto, criticamente e ridendo. In primo luogo: *sapeva l’italiano*, e quasi tutta la musica che l’italiano si può permettere è già in D’Annunzio. Pensa: nessun Campana senza D’Annunzio [e Baudelaire e Rimbaud]; nessun Montale senza D’Annunzio [e Dante e l’opera lirica]; nessun ermetismo e nessun realismo senza l’opposizione a D’Annunzio. E tutto questo non è poco, ma moltissimo, per la *storia* della nostra aiuola, che continua [in noi]. Ora, leggi *L’onda* di Gabriele, e trova il suo Nulla: solo *amplificatio* o dilatazione, coordinazione esasperata dei verbi, suoni sonanti e molte azioni. Di che cosa parla *L’onda*? Dell’onda [del nulla]. Solo dell’onda? Anche della «strofe lunga» [del nulla], che Gabriele loda per lodare se stesso. Solo della «strofe lunga»? Lettore, questa poesia è tanto vuota da contenere *tutto*. E qui Gabriele descrive – per gioco, godendo due volte – un amplesso, oceanico e interminabile, ripetuto ripetuto ripetuto: «Palpita, sale, / si gonfia, s’incurva, / s’alluma, propende. / Il dorso ampio splende / come cristallo… / L’onda si spezza, / precipita nel cavo / del solco sonora / spumeggia, biancheggia, / s’infiora, odora, / travolge la cuora, / trae l’alga e l’ulva, / s’allunga… / l’avversa, / l’assalta, la sormonta, / vi si mesce, s’accresce… / gode del suo mistero / fugace… / E anch’ella si gode / come l’onda, l’asciutta / fura, quasi che tutta / la freschezza marina / a nembo / entro le giunga». Sono gocce gocce gocce [biancheggianti] di sublime pornografia – e di dissimulazione.
Gabriele ti ha preso in giro. Diceva *l’onda* e voleva dire *il sesso*. Ora, se l’opera è aperta, tu ne sei il coautore informato, e anche l’attore, se vuoi [questa poesia va letta ad alta voce, e senza enfasi, ma con gioia, osando: non con la gioia di Dioniso, astratta, ma con quella del clown – *mi raccomando*]. A che cosa serve saperlo, *davvero*? Ad ironizzare e semplificare: siamo abituati a dire che la poesia è complessa e con molti sensi e stratificata, ecc. – ed è vero, ma per noi [gli Umanisti, i Grammatici, i Poeti Nuovi] è vero in un senso troppo accademico. Non tutte le buone poesie sono anche poesie serie: l’*Onda* non è una cosa seria, e tutto è ricco e ridente; sublime pornografia, «o sua favella!» atteggiata. Per leggerla, devi essere giullare e performer: credere a tutto e a nulla. La poesia è così [a volte].

3. Le *Ottave* di Mandel’štam, in «Anterem» 74, a cura di Elena Corsino, sono serie e sovrumane. Una forma chiusa, in rima, in pochi versi compatti come una sola costruzione di bambini o un solo (piccolo) mattone. Così: «E Schubert sull’acqua, e Mozart fra stridi d’uccelli, / E Goethe che fischiettava nel viottolo rampicante, / E Amleto, pensieroso a passi timorosi, / Contavano il battito della folla e credevano. / Forse già prima delle labbra nacque il sussurro / E là dove non era legno turbinavano le foglie, / E quelli a cui consacriamo l’esperienza / Prima dell’esperienza assunsero le forme». L’originale è un’ottava con schema ABABCDCD: una vecchia forma chiusa, che non santifica nessuna grande avanguardia coeva. Ma tu, lettore, e io stesso, siamo mai stati tanto liberi? Schubert Goethe Mozart e Amleto – nessuno è russo, nessuno è profeta in patria e nella sua lingua – ascoltavano suoni appena percettibili e non umani, o non distinguibili dal *dopo*. Il meno diventava più, e si adempiva – in modi umani, naturalissimi e *laici* – il desiderio di appartenere all’Eden o all’Empireo, in forma di parole. Oggi il nostro nuovo, che parla in versi liberi, è più vecchio del vecchio Mandel’štam in ottave rimate: Conte Cucchi Damiani Viviani, e infiniti altri – il cui nome è Legione, e sono ancora giovani, e iperrealisti – non scrivono così, benché formalmente *liberi*. Ma Mandel’štam ha il lógos, santamente: «Quando hai distrutto le bozze / E tieni saldo nella mente / Un verso privo di tristi glosse, / Unico nel buio dell’interno, / Che solo per interiore trazione, / Strizzando gli occhi, si regge, / Il verso sta alla carta come / Cupola al cielo deserto». Lo stesso ABABCDCD, in russo, e la forma chiusa. E ancora la perfezione *classica*, in terra. E la musica, anche. E il contenuto, anche. E la potenza, anche. E anche il superamento del formale e dell’informale. Questa poesia è una Cosa enorme. Per noi, è tutto – e quasi *troppo*.

4. Le «piccole cose» richiedono un grande trattamento [non manieristico], magistrale e sacerdotale, ma [anche] ironico. Bisogna essere molto abili per parlare delle «piccole cose» in poesia: per esempio, dobbiamo potenziare il ritmo e il suono, e ingabbiare e *citare* [non solo fotografare in semi-prosa] il nostro piccolo. Ecco Cristina Annino, in una forma sconvolgente: «Di / stare sola bene, ascoltare musica, vivere / degli errori altrui, non imparare, essere / quanto basta a sollevare un armadio, cose / così. Quando sembra / svenire corro lì, che cade manna giù dalle sue / gambe pese nel mondo; un’estasi. Credo / di ricordare si chiami Anna». Lettore, vedi: questa non è la «poesia al femminile», come si dice con un’espressione che sa di salotto e di club dolciastro; questa è grande poesia – cioè poesia e basta. Non la «poesia al femminile», ma una poesia di vere *donne*, signorile e già postuma, deve essere studiata: i suoi Nomi sono, per esempio e urgentemente, Patrizia Vicinelli, Nadia Campana, Anna Malfaiera, Maria Rosaria Madonna, grandi, e – grandissima, uccisa da un tumore «bastardello» – Donata Passanisi.

[27 gennaio 2008]

20 pensieri su “Altri libertini (Scuola di poesia, 7), di Massimo Sannelli

  1. Caro Massimo,
    certo non ignori che L’Onda è stata scritta con il Vocabolario del Guglielmotti in mano. Prendo ora atto che tale vocabolario veniva retto e manovrato dalla sinistra, e questo conferma l’eccezionalità del Vate, se non altro per il peso del volume.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  2. caro Roberto… Gabriele poteva, e poteva questo e altro [con libertà pescina, ascendente sagittario, se non sbaglio]: il frate il nudo l’eroe l'”amante erculeo” l’etero- l’omo il francese l’italiano l’italiano antico, ecc.

    aveva letto tous les livres – e di solito chi li ha letti *tutti* o quasi tutti (da Leopardi a Sanguineti e Arbasino) *non è triste come sembra* o come vuole sembrare, anche se vive tristemente; o lo è ugualmente, ma finge bene di fingere, finge di fingere di fingere, come la (splendida) Penelope di Rosaria Lo Russo.

    e anche Cristina Campo – si legge nella biografia di Cristina De Stefano – faceva follie per “quegli splendidi maglioncini blu”, e andava follemente in macchina… Gabriele rideva, Pier Paolo rideva [rifioriva in terre anti-italiane, lontane dalla madre e dalla lingua e dalla madre-lingua], Cristina rideva, Aldo ride, e un’attrice – da Lo Russo a Daino – governa la finzione. purché quella finzione sia *totale*, come un sacerdozio [“la lucidità deve permettere l’abbandono totale” – ero bambino, ricordo di averlo sentito dalla voce di Mariangela Melato – mai dimenticato]

    ***

    glossa alla danza di Davide.

    in *Lacrime e santi* Cioran esalta la danza di santa Teresa, dopo un’apparizione di Gesù. *non stava nella pelle*, e come starci, di fronte al miglior Amore del mondo?

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  3. Caro Massimo,
    anch’io, si parva licet, scrivendoti il commento #1, ho sorriso… almeno un po’.
    A presto,
    Roberto

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  4. Caro Massimo pensa a che punto di follia sono arrivato che per un attimo ho creduto che quel Gabriele era riferito a me.Ormai deliro e vaneggio a tempo pieno. Eppure in un certo senso è vero che quel Gabriele mi appartiene anzi ci appartiene fosse solo per parlarne male o per distaccarsene. I linguaggi sono come una magia che permea ogni cosa che si affaccia alla nostra coscienza sotto forma di pensiero. Siamo tutti indissolubilmente legati che ci piaccia o no. Non esiste innovazione senza tradizione e questo lo sappiamo tutti anche se a volte è più facile dimenticarcene e far finta che la poesia sia un messaggio divino che l’angelo dell’ispirazione ci conficca nell’anima con i suoi dardi infuocati d’amore. Invece tutto è umano sin troppo umano! Ispirazione e traspirazione, come diceva il saggio, duro lavoro, lima e controlima,studio, conoscenza, capacità di ascolto ecc. Tutte cose ovvie ma che troppo spesso non prendiamo nella giusta considerazione.
    pepe

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  5. Gabriele è morto da 70 anni. dunque non *è* più. se qualcosa ne vive – e ne vive *molto* – è in noi. è il tuo lavoro sulle forme è segno di quel legame. che Gabriele D’Annunzio faccia anche ridere (alcuni), sia innominabile nel giro ‘giusto’ – è un altro discorso. io lo sento vicino e lontanissimo. ma Gabriele è Proteo o Giano (ma ha più di due facce). ognuno può scegliere il suo: il politico (per Raffaele Perrotta il capolavoro di D’Annunzio è la Carta del Carnaro), il religioso, il drammaturgo, il romanzieri, l’eroe (o meglio: il PERFORMER) di guerra. siamo sempre lì. davanti ad una “porta della storia” molto più stretta di noi. umano troppo umano, ma divinamente *profondo*: con la presunzione che un sesso teso e una mente eccitata siano *uguali al mare*. non è l’unica via, è ovvio. è una delle vie possibili.
    massimo

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  6. in sogno appaiono sette o forse otto piccole fotografie, sul comodino della madre. le foto raffigurano esseri deformi, orribilmente, come mummie in cui la cartilagine del viso sia sparita del tutto. il figlio le raccoglie tutte insieme, e le strappa in un colpo. poca fatica, un istante solo. e la madre dice che le sono state donate da altri – un suo figlio le distrugge, un altro figlio se ne dispiace, accorrendo dopo.

    questo sogno familiare – che ha significati privatissimi, da non dire – non e’ lontano da problemi della poesia. il vecchio il morto il deforme l’inutile, sul comodino – dove si terrebbe il classico livre de chevet. la tradizione ricevuta. lingua data e lingua ricevuta, e quando si parla in italiano, che lingua si parla? «c’e’ come un dolore nella stanza, ed e’ superato in parte». i vivi che non seppelliscono quei morti, ma ne fanno la piccola mostra nella camera piu’ privata. si diceva «fare dell’avanguardia un’arte da museo», e altri dicevano che bisognava abbattere distruggere bruciare i musei. inscatolare la merda d’artista era un gesto una provocazione una risata e un concetto, contemplare la morte riflessa nei santini-fotografie e’ solo pena. e strappare le figurine fa bene. e siccome nulla e’ mai chiaro, in poesia e nei sogni, un fratello strappa e chiama sua madre per nome, facendola; un altro fratello, «figlio della stessa madre e del medesimo padre» – Antigone regna e trionfa – non approva lo strappo. tutto si puo’ fare, conservare e distruggere, adorare un idolo o un altro. o giustizia o empieta’, nello stesso gesto nella stessa famiglia nella stessa casa nella stessa *letteratura*. bisogna solo vedere con quali effetti, sui *tempi lunghi* che non abbiamo piu’ l’abitudine di considerare. purche’ i morti non seppelliscano i vivi.

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  7. sta per accadere questo:

    http://moulinrouge.wordpress.com/2008/02/02/superba-antigone/

    dove chi scrive la “scuola di poesia” è andato a scuola, anche lui, per imparare o reimparare a pronunciare labiali e dentali, e a *respirare* [nulla di più automatico, nulla di più complicato, se si tratta di far cantare una voce a dieci metri di distanza]. è stato necessario forzare la natura e la postura, per arrivare ad una ‘naturalezza’ di altro tipo – diversa. e anche questo – come sempre e come tutto – riguarda più che mai la poesia [da cui non si esce, né si vuole]

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  8. caro massimo, grazie per aver recuperato gabriele d’annunzio e tutta la serietà del suo gioco sfacciatamente “incivile”, sessual-anarchico-fiorescente e forse per questo più “civile” di tanta poesia “cosiddetta” (ma – come ricordavi – non si può dire, non è un nome perbene).
    e grazie anche per aver citato Campana e Malfaiera e le altre (che non conoscevo, ma come si fa? non si trovano! sembra quasi che anche solo per scovarle le poesie occorra essere degli iniziati…)
    com’è andata domenica? anzi, come e dove è andato il fiato? 🙂
    un abbraccio
    re

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  9. Malfaiera e Campana e le Altre – si trovano per caso, sulle bancarelle o in costose librerie, che comprano le nostre biblioteche quando i soldi finiscono e *dobbiamo* cedere, per non cedere noi stessi… per trovarle, è meglio il prestito interbibliotecario, e la ricerca parte sempre da

    http://www.sbn.it

    ***

    la domenica: luce. e la voce è venuta, andata, partita – così come mi è stato insegnato (da voce di Donna, ancora). grazie, a te, in attesa di tempi migliori e “iniettando veleni retorici”, come teorizzò un genovese che ora fa altro, felicemente…

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  10. da un saggio, eccezionale, su Mandel’štam lettore-di-Dante [e fedele del fedele d’Amore]

    “Le affermazioni di Mandel’štam possono essere discutibili, possono lasciare incerti lettori che ancora credano che le riflessioni su un’opera letteraria debbano avere come prima caratteristica la chiarezza. Mandel’štam non è chiaro: la lettura del suo scritto sulla Commedia richiede uno sforzo piuttosto creativo che puramente interpretativo”.

    il saggio di Claudio Napoli è qui :

    http://www.humnet.unipi.it/dlfm/fileadmin/template/main/drsu/Claudio_Napoli_settembre.doc

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  11. [frammenti, dal trittico, solo per iniziare a legger*le*…]

    DONATA PASSANISI, da *Uno sguardo caduto*

    **la mutezza**

    l’alberello
    nel tardo campo
    a vento turciniato
    il caso dell’occhio
    – dalla porta di casa
    la sedia rovesciata
    fu morta e sepolta
    per strada –
    l’uomo inghiotte
    l’immoto
    nel moto
    compagno esatto
    del luogo
    processionario
    – è l’impaccio
    del corpo
    di profugo plurimo
    l’ultimo
    allertatore
    all’asfalto –
    pasto il Kosovo
    e l’altro
    il suo doppio
    specchio estraneo
    il millenario opposto
    sacco e passo
    del globo.

    §§§

    ANNA MALFAIERA, da *Il più considerevole*

    Siamo al grado zero di valenze perdute
    un inventario di complicità casuali e no
    di assurdità credibili. Campionario.
    Furbi cretini porci scemi. E l’orco?
    e gli sciacalli? e i coglioni? Ahi!
    Faccia a faccia insultandoci corpo
    a corpo scontrandoci persiste accanita
    la volontà irriducibile del sopraffarci.

    §§§

    PATRIZIA VICINELLI, da *opere*

    In settembre oltre la luce così bassa
    e radente c’è nebbia
    e l’odore di funghi porcini annusati
    a lungo, come nelle cene d’inverno
    dentro le buste di plastica.
    La configurazione del male così conosciuta
    era allora impalpabile, sembrava
    non ci fosse traccia.
    Intanto la luna al primo giorno calante
    porge la notte in adagio,
    la struttura tutto sommato
    è tonda ora, poi cambierà.
    Già pensa che il santo Graal è troppo
    lontano, e il bicchiere si sta offuscando
    di rosso, – qualsiasi cosa signore, ma spingimi
    avanti – nuovamente il bicchiere brilla rosso
    e la luna fra gli alberi cade con la certa nebbia
    fino ai pini e alle acacie, ma non i grilli, non
    i ragni, le libellule fino a ieri poi.
    Non c’è arrivo non c’è sosta non
    c’è partenza, ma il succedersi senza tregua.
    Questo sì, che ad ogni livello ne succeda
    un altro, per generazione spontanea
    l’aveva saputo dalla ruota che girava
    mentre i mondi finivano, a volte.

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  12. oggi, che è anche il 120° anniversario della nascita di Ungaretti [e, se non sbaglio, del folle e depresso e geniale pittore Gino Grimaldi, socialista e teosofo, che Paola Zallio studiò]: il frate asino che scrive questa scuola e una piccola troupe di amici – scenderanno in una piazza genovese, per una piccola performance, da Victor Hugo. assurdo farlo, inutile non farlo. dunque: perché non farlo? si farà. a scuola, ai miei ragazzi, ho parlato della performance, con l’esempio dello schiacciatore di noci (quello che propone il topo-Narratore in Josephine la cantante di Kafka). chiunque può farlo, e Josephine fischia come tutti i topi, e noi topi siamo tanto “immusicali”! che cosa serve? un pubblico e la volontà e la fiducia del pubblico.

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  13. forse bisognerà parlare dell’esperimento in piazza, dopo e oltre questa pagina – perché la piccola troupe e io abbiamo visto cose e persone che ci hanno convinto e commosso. forse in un’altra puntata, che è in fieri. intanto: questa settima lettera non contiene piccoli nomi in senso polemico, come le altre volte, ma grandi Nomi (anche se quelo di Gabriele è indicibile, nel giro ‘alto’ e engagé). dunque nessuna reazione rumorosa, ma la certezza che assente in silenzio (e di fronte a Mandel’stam non può essere altrimenti: è lingua sacra), e in un certo senso è meglio.

    ma non è un buon segno: la poesia deve essere uno scandalo [una pietra d’inciampo, completamente irregolare, anche se basata su una lingua umana, ma non “troppo umana”], non un discorso ‘scandalistico’, per vedere chi c’è, e perché, e chi non c’è, e perché.

    appunti da webpoint, mentre il freddo (il vento) torna (e il rifiuto della seduzione, in forma di richiamo sensuale o di vita più semplice; la seduzione è insopportabile: non è niente, perché non è amore, ma nervi protesi, non importa se “bene” o “male”). [“cerco un paese innocente” è un esergo vero, da 90 anni]

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  14. tornata da oslo (calda e buona – lei), riletto tutte le scuole tue stasera, una vista alle centinaia di commenti e ai pochi qui e un piccolo fremito (dunque ognuno andava a cercarsi? che brutta aria consumata, allora, nella nostra povera ecosfera) – strano, ma all’indietro il comprendonio fila, la tua proverbiale “oscurità” (mica vero) si dipana – leggere tanto e scrivere bene e viverli, ah, che stile – è tardi e ho ancora tanto lavoro da fare, e tanto sonno, ma volevo dirti grazie, per le poesie delle altre, per quando sei spietato (e fa bene) e per la tua carità (fa bene anche lei, e anche a te)
    un abbraccio
    re

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  15. grazie Re – la mancanza di pietà riguarda anche me, sempre più spesso. “uccellare ogni uccello” – ha scritto Chiara Daino. e in parole auliche, di un santo-ebreo-cristiano, e super-engagé: “tra quelli dei nemici scrivi anche il tuo nome”.

    ***

    l’ottava puntata è scritta e affidata a Fabrizio. questi sono appunti, di passaggio:

    …eppure la poesia ha bisogno di “esposizione”, dunque di “esibizione” (non lo dico io, ma Celan: la poesia non si impone, ma si espone). non di esibizionismo, che è altra cosa. e più la poesia diventa prosa più la poesia diventa niente (è una contraddizione: è tanto diffusa – come lo sport e lo spettacolo – ma non rappresenta nulla, non conta nulla). e non conta nulla perché è *ostinazione scrivere versi in versi*, è *superbia* (spesso) limitare la poesia alla versificazione (di cui non importa niente a nessuno, anche perché *versificare è DIFFICILE*). ma la poesia in forma di canzone monologo teatro piace al mondo.

    obiettivamente Benigni non è un lettore straordinario – ma ha molti meriti. è un pazzo di Dio, senza l’autocontrollo e la mente politica di Fo [che studia e imita i pazzi di Dio, come lu jullare Francesco, ma non lo è]. Benigni ha il merito – prima di tutto – di *metterci la faccia*, a costo di *perderla* (perché Dante – nonostante la retorica che c’è su Dante – non è né facile né popolare né intuitivo; portarlo in televisione costa fatica…). la lettura di Bene è infinitamente superiore – ma Bene non era un pazzo di Dio, era forse un pazzo con l’idea fissa di Dio [cioè un mistico]…

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  16. A me la tua mancanza di pietà mette paura, io preferisco chi non scrive versi eccezionali, ma ha sensibilità e capacità di comprensione… a volte mi viene il dubbio di scegliere i poeti, con cui collaborare, più sulla base delle qualità umane che di quelle letterarie, proprio perché apprezzo chi possiede la tolleranza per accettare e capire modi di scrivere diversi dal proprio…
    Cristina

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  17. a me fa paura la *mancanza*, in generale. per questo ho fatto tutto quello che ho provato a fare. quanto alla tolleranza – la si impara in strada, dalla strada, tra le prostitute, e in India, e sulle panchine di Roma. la si impara anche facendo cose assurde e brutte, come accompagnare una tossicodipendente – che ha avuto sfortuna, altrimenti avrebbe fatto un’altra vita – a comprare la dose. inutile fare del moralismo, in quel caso: l’altra persona sa tutto, e sa il male che compie.

    tolleranza è sopportare la violenza distruttiva e autodistruttiva di alcuni allievi e allieve, che urlano contro se stessi e contro un Massimo che ai loro occhi è forse altro, non il frate-asino che io stesso vedo. poi queste persone si calmano e chiedono scusa e scrivono DIVINAMENTE. io sono FIERO dei miei allievi. io vivo anche per loro, nonostante il male che mi hanno fatto o possono fare. (uso un plurale generico, per non indicare nessuno). e quando parlo di poesia ne parlo come della cosa che amo di più al mondo. della cosa che, ancora, NON HO LASCIATO.

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  18. Il mio problema è che posso spiegare ad una persona come si fa un’edizione critica di un epistolario oppure come si fanno le note per i testi di uno scrittore dell’800, ma non so spiegare a qualcuno come si debba scrivere una poesia… ogni volta che qualcuno mi chiede di fargli l’editing, comincio, spiegandogli la metrica, se vedo che fa versi di lunghezza troppo irregolare o sbilanciata, oppure gli spiego che non può mischiare termini da linguaggio parlato e termini della tradizione letteraria, se vedo che ci sono termini che stonano tra loro, a meno che non riesca ad armonizzarli bene, o ancora gli consiglio di provare a leggere i propri testi a voce alta, per sentirne la musicalità e regolare poi, sulla base delle pause che vuole dare,la punteggiatura, ma più di così spesso non riesco a fare, per cui non ho “allievi” e, se anche qualcuno si è sentito in passato o si sente ancora in questa condizione, io da una parte cerco sempre di rispettare e di non stravolgere la misura stilistica di ognuno dall’altra tendo a regolarizzare i testi con i miei “consigli” e comunque lascio sempre tutti liberi di ascoltarli oppure no, di accogliere alcuni suggerimenti e di rifiutarne altri…
    Cristina

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