Intervista a Placido Di Stefano, autore di Amami ( PeQuod ). di Manuela Anna Greco

Il romanzo si apre con un prigioniero. Un uomo legato ad un letto, incerottato, terrorizzato, nudo. Vulnerabile, solo con se stesso e con il proprio carnefice, nell’opprimente calura estiva di una squallida serata milanese. E’ l’Io che narra. – perché hai scelto di raccontare questa storia in prima persona? Tecnica narrativa o “scrittura di pancia”? – E’ un connubio tra le due cose. Scrivendo in prima persona potevo entrare meglio nella testa del protagonista. Potevo manovrare il suo agire. Conoscere a fondo il suo modo di pensare. La tecnica narrativa c’entra. Ma c’entra anche la scrittura di pancia. Nel senso che mi piace pensare alla scrittura come a una cosa artistica, dove lo scrittore può creare un mondo parallelo, dove può dare sfogo a tutta la sua parte emozionale. Una volta scrivendo a una mia amica poetessa un mio concetto sulla scrittura le dissi che volevo considerare il fatto di creare delle frasi (frasi che poi formano racconti romanzi etc.) che avessero una compiutezza non solo di significato narrativo, ma anche di significato artistico. E’ un romanzo che parla d’amore, ovvero di tutto ciò che non lo è. Racconta dell’amore non vissuto, non provato, non avuto, incapace di trasmettersi, addirittura subito. Dell’amore distratto di una madre costretta a sbarcare il lunario, a sua volta rassegnata in un amore di facciata, che non conosce tenerezze. Dell’amore “di cinghia” di un padre, che conosce il solo linguaggio della violenza. Dell’amore “a minuti”, nell’abbraccio stanco e frettoloso di una prostituta. Dell’amore imposto nella crudele efferatezza di un pedofilo. Da qui l’esigenza di un imperativo “Amami!” – e’ un imperativo o un bisogno? – E’ un bisogno. Sì. Un bisogno oserei dire assoluto. Ossessivo. Di un uomo che non ha mai superato dei traumi e che ha sempre cercato qualcosa che gli sfuggiva. Un uomo che tentando di scrivere pensa di trovare le risposte ai suoi problemi e ai suoi dubbi. Invece l’unica cosa veramente importante nella sua vita è l’amore che ha provato (e che prova) per la ex moglie. Il suo è un disperato bisogno d’amore, tanto per citare il verso di una canzone. Lui nelle sue farneticazioni continua a ripeterle “Amami! Amami! Amami ancora!”. La storia, l’intero romanzo così come è strutturato, nasce da una canzone. Avevo bene o male in testa la storia del protagonista da bambino. E all’inizio pensavo di scrivere solo la storia dell’infanzia. Però mi sembrava banale. E un pomeriggio, mentre mi stavo decidendo sul da farsi, ascoltando “Love me two times” dei Doors ho avuto come un’illuminazione. Le caselle scomposte che avevo nella testa si sono messe in ordine. Ed è nata la storia. Ho provato a pensare alle conseguenze di un particolare trauma. Alla persona adulta che ha subito una violenza da bambino. Alla sua psicologia. Da qui nasce l’intreccio temporale del romanzo. Il presente del protagonista. E il suo passato. “Amami due volte”. Lo vorrebbe dire alla sua ex moglie. Ma anche all’uomo legato nel suo letto. “Provaci adesso. Amami! Amami ancora!” – Che cosa ha voluto dire ai suoi lettori Placido Di Stefano? E’ un romanzo di denuncia o la semplice narrazione di un accadimento? – Volevo raccontare semplicemente cose che accadono tutti i giorni. Spesso si sente parlare di questa o quella violenza. Però tutto passa. Le notizie che leggiamo sui giornali, o quelle che ascoltiamo nei notiziari. Tutto svanisce, rapito dai consigli per gli acquisti. Ti parlano di un fatto di cronaca e subito dopo ti fanno vedere una soubrette che ha sposato un calciatore. Viene tutto messo nel calderone. Così che, quelli che sono i “fatti” di un evento vengono subito dimenticati. Ci si rende conto di determinate tematiche solo se queste avvengono tra le mura domestiche. A me interessano certe storie particolari. Mi piace analizzarle. Scandagliarle. Mettermi nella testa di persone che agiscono o subiscono episodi di violenza. Cercare di capire il perché. Quali sono le conseguenze. Etc. Mi piace raccontare quelle che sono le “storie” di tutti i giorni. Che accadono ovunque. Non amo quegli scrittori che parlano di quanto sono sfigati. Che mi raccontano dei loro esami all’università. O cose del genere. Preferisco narrare. Una parola sulle stile e sull’autore. Placido Di Stefano si è diplomato in scrittura drammaturgica presso la scuola d’arte “Paolo Grassi” di Milano. Ha vinto diversi concorsi letterari e “Amami” è il romanzo finalista del premio Italo Calvino 2004. “Amami” è scritto con uno stile dai ritmi serrati, drammatici, a volte quasi surreali che fanno ben convivere passato e presente e tengono il lettore “avvinghiato” alle pagine del libro. – Quanto ha pesato la tua formazione culturale e quanto c’è dello stile personale di Placido? – Chi è Placido Di Stefano? – Prima c’è lo stile. Poi la formazione culturale. Mi spiego. Quando ho cominciato a scrivere poesie e racconti avevo circa diciassette, diciotto anni. La cosa è nata così. Senza che ci fosse un perché. Un giorno qualcuno/qualcosa dentro di me si è presentato e ha chiesto il permesso di accompagnarmi per il resto della mia vita. Era la scrittura. Io l’ho accolta e ho provato a farla mia. Ho cominciato a scrivere e le cose venivano da sé, con un certo stile, che era diverso da quello che avevo conosciuto nei libri che avevo letto fino a quel momento (che poi erano libri “istituzionali”, quelli che ti fanno leggere alle superiori, per intenderci). Ho cominciato a guardarmi intorno. A cercare di capire cosa fosse quella cosa. E così, quasi per caso, ho iniziato a procurarmi libri di scrittori che avevano uno stile personale, forte, fuori dalle regole della tecnica classica. Bukowski, Henry Miller, Céline, Dostoevskij, Pier Vittorio Tondelli, sono stati il primo gradino della mia formazione culturale. Poi c’è stata la “Paolo Grassi”. E lì mi sono confrontato con i classici. E nel frattempo c’era la vita di tutti i giorni. Il lavoro. Le donne. I vizi. Placido Di Stefano è uno che si è adattato a fare di tutto. Dal magazziniere, allo scaricatore di casse, dal muratore, all’antennista, dal venditore, all’impiegato. E’ uno che, nonostante provi a fare lo scrittore e viva spesso in mondi irreali, è fortemente ancorato alla realtà di tutti i giorni. Placido Di Stefano cerca di mettere nei suoi libri la vita che viviamo tutti. La cosiddetta vita vissuta. Placido Di Stefano è un trentasettenne con le parole che gli frullano nella testa. Coi personaggi che gli danzano davanti agli occhi. Placido Di Stefano, per quanto può, cerca di destreggiarsi tra i vari mondi in cui vive. Hai descritto un particolare tipo di umanità. Quella che io definisco l’umanità scalza, dei bassifondi, con molti sogni e poche possibilità di realizzarli. – Hai scelto di parlare di questa umanità perché credi che “certe cose” accadano solo in quella parte di mondo, dove miseria e ignoranza la fanno da padrone, oppure per una sorta di tenero affetto verso chi vive, ancora nel terzo millennio, ai limiti della civiltà? – Il quartiere descritto in “Amami” è lo stesso quartiere dove sono cresciuto io. Ho abitato (dai quattro ai quattordici anni), in un posto che si chiama “Quartiere Quadrifoglio”. Era una sorta di complesso popolare. Ci ho vissuto dal 1974 al 1984. Era un posto pieno di strana gente. Per lo più del sud. Non tutti lavoravano. C’erano malavitosi. Tossici. Ubriaconi. Mentre giocavi a nascondino magari ti capitava di finire in una scala dove in un angolo c’era un tipo che si faceva. Spesso sentivi donne urlare per diversi motivi. Vuoi che venivano picchiate dai mariti. O violentate dallo stupratore di turno. Vedevi di tutto. Io nei cosiddetti bassifondi ci sono cresciuto e in un certo qual modo ci sono pure affezionato. La vita vera, quella difficile, quella coi problemi quotidiani, quella coi soldi che finiscono prima della fine del mese, quella che non puoi nemmeno permetterti il dentista, quella dove gli esseri umani sono più spontanei: tutto questo si vive nei bassifondi. E mi sembra un mondo interessante da raccontare.

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