La teoria della letteratura e la sua storia di Giuseppe Panella

di Giuseppe Panella

A proposito di Giovanni Bottiroli, Che cos’è la teoria della letteratura? Fondamenti e problemi, Torino, Einaudi, 2006, pp. 472

«Dimmi, perché lo stilema / il sintagma e l’idioletto / compaiono col fonema / in ogni tuo articoletto? // Perché ami tanto Jakobson / la metonimia e il significante / Claude Lévi-strauss and Sons, / il diacronico e il commutante? // Perché t’angoscia la differenza / tra fonetica e fonologia / E non puoi vivere senza Barthes e la semiologia?» (Ennio Flaiano, L’uovo di Marx. Epigrammi, satire, occasioni)

E’ certamente molto importante il fatto che ogni tanto, nonostante il proliferare degli studi settoriali di ricerca, almeno qualcuno ci provi: dopo la buona riuscita del grosso volume di Adriano Marino (Teoria della letteratura, Bologna, Il Mulino, 1994) Giovanni Bottiroli si propone di rimettere insieme le molti parti che vanno a ricomporre l’edificio dei suoi diversi momenti di intervento sulla realtà della fabbrica letteraria, convergendo nei “fondamenti” (e nei “problemi” – così recita il titolo) per costruire un edificio nuovo (o almeno parzialmente nuovo). Studioso soprattutto di retorica, teorico dello stile ed assai affilato interprete dell’opera di Jacques Lacan per quanto compete la pratica della letteratura (una dimensione quest’ultima investigata a lungo dallo psicoanalista francese in maniera assai più compatta e significativa di quanto di solito si creda), Bottiroli tenta l’affondo della sintesi in un volume di ampia e rilevante significatività. Ma non vuole che si definisca affatto una “sintesi” il suo libro, bensì ribadisce che il suo intento è stato quello di redarre un’introduzione:

«Ho scritto questo libro perché credo che esista una forte richiesta di teoria, soprattutto presso i giovani: però l’accesso alla teoria non è facile, e non è immediato. I testi divulgativi, almeno a mia conoscenza, commettono l’errore di presentare delle sintesi – e in genere una sintesi, nonostante le buone intenzioni, non rende affatto comprensibile l’autore; ne fornisce solo un’idea, più o meno vaga. A ciò si aggiunge il difetto già segnalato da Hegel relativamente ai manuali di storia della filosofia: senza una prospettiva concettuale, la successione delle teorie appare come una disordinata “filastrocca di opinioni” (G. W. F. Hegel, Lezioni sulla storia della filosofia, Firenze, La Nuova Italia, 1981, p. 20). Perciò ho deciso di scrivere un’introduzione e non una sintesi. Mi è sembrato indispensabile presentare, nella loro problematicità, i concetti che trasformano una visione in un programma di ricerca, e formano il terreno da cui nascono le tecniche. Non sarebbe stato possibile presentare tutte le tecniche, cioè la ‘cassetta degli attrezzi’ della teoria letteraria; e in ogni caso sarebbe stato un errore dare la precedenza alle tecniche rispetto alle prospettive e ai problemi. Nella mia esposizione, ho scelto il tono della lezione universitaria, e ne ho mantenuto le caratteristiche: un filo conduttore sempre riconoscibile, una modularità evidenziata anche dall’indice tematico, il ricorso a schemi, talvolta ripresi e rielaborati, la frequenza degli esempi – non soltanto esempi didascalici, ma abbozzi di una possibile analisi testuale» (pp.XVII-XVIII).

Il libro di Bottiroli vuole essere, quindi, un’introduzione alle teorie sulla letteratura piuttosto che una “nuova” interpretazione della stessa ma non rinuncia a cercare nelle pieghe della cultura novecentesca gli spunti adeguati a fornirla. Non è un caso che il volume si apra sotto il segno di Ferdinand de Saussure le cui teorie linguistiche sono fin troppo note perché sia necessario ripeterle o riassumerle nel contesto di una recensione. Il punto più interessante riguardo questa scelta però è il fatto che le analisi del linguista ginevrino su langue e parole vengano accoppiate non solo alla ricostruzione linguistica dell’inconscio di Freud (e ovviamente di Lacan) ma anche al pensiero estetico e linguistico-filosofico di Heidegger.

In tal modo la questione della lingua, centrale nell’analisi della natura fondamentale dell’esperienza letteraria, viene investita da tutti e tre i possibili punti di vista e di riflessione: il linguaggio viene considerato non solo come modulazione espressiva della voce e della scrittura ma anche come emergenza dal profondo della soggettività eventuale e come rapporto con la rappresentabilità (la “dicibilità”) dell’Essere (secondo le modulazioni tematiche del “secondo” Heidegger).

Al principio, dunque, è il segno assunto nella sua dimensione “materiale” e non “teologica”. Significativa, a questo riguardo, è la presa di distanza di Bottiroli dall’analisi proposta da Jacques Derrida nel suo Della grammatologia:

«[…] l’accento viene posto costantemente sul sistema. Ed è proprio il concetto di ‘sistema’ che avrebbe dovuto rendere impossibile uno dei grandi fraintendimenti di Saussure, quello attuato da Derrida nella Grammatologia. “L’epoca del segno è essenzialmente teologica”, dice Derrida. Un’affermazione perentoria: che cosa la giustifica? Secondo Derrida, le due facce o metà del segno, il significante e il significato, corrispondono perfettamente ai due livelli dell’essere, così come vengono indicati nella metafisica greco-cristiana: il sensibile e l’intelligibile, il corpo e l’anima. Mantenere la struttura del segno equivarrebbe dunque a conservare “tutte le sue radici metafisico-teologiche”. Non ci sarebbe nulla di più ingenuo del credere di aver fondato una nuova scienza, mentre si ripropone una struttura di pensiero metafisica. […] Tuttavia, basta richiamare alla mente il concetto saussuriano di ‘sistema’ per scompaginare questa serie di equivalenze, e indicare il clamoroso equivoco su cui essa si regge. In un sistema, i segni sono elementi definiti relazionalmernte, tramite relazioni negative e differenziali che strutturano il campo dei significanti e quello dei significati. Ebbene, si potrebbe forse sostenere una tesi analoga passando in un contesto metafisico-teologico in cui si considerano i rapporti tra anima e corpo? » (pp. 22-23).

Allo stesso modo, nello sviluppo del suo libro, Bottiroli attaccherà il filosofo francese in qualità di critico dello strutturalismo di Roland Barthes (1) e si proverà a render conto del concetto derridiano di logocentrismo e della successiva teoria della decostruzione che ne consegue (pp.414-417) (2).

Ovviamente Derrida non è l’unico filosofo con il quale Bottiroli si confronta (anche aspramente): nel suo libro gran parte della cultura teorico-letteraria del Novecento si riversa in passerella e mostra le proprie credenziali in vista di un giudizio oggettivo sui meriti maturati.

Così nel secondo dei sei capitoli da cui è composto il volume (e subito dopo la ricostruzione del pensiero di Saussure) vengono passati in rassegna i formalisti russi e da loro viene fatta derivare la moderna teoria della letteratura. Bottiroli si misura soprattutto con Sklovskij (et pour cause), anche se non nasconde il suo interesse e la sua preferenza per Jakobson. La differenziazione, impostata da quest’ultimo, tra poesia e poeticità (e, di conseguenza, tra letteratura e letterarietà) gli sembra tra le soluzioni più efficaci tra l’enorme congerie di risposte alla domanda (tra le più frequenti ad essere poste nell’ambito della teoria della letteratura) sulla natura della poesia. Anche la sezione dedicata all’opera di Propp e quella in cui si analizzano le riflessioni di Tynianov sul rapporto tra letteratura e sistema letterario. Se per Sklovskij l’opera d’arte era una macchina ben costruita e perfettamente oliata in tutti i suoi materiali (quando, ovviamente, ben riuscita) e per Propp, invece, era riconducibile ad un organismo narratologico fatto di funzioni necessitanti alla sua costituzione, la letteratura per Tynjanov è un sistema. Da qui Bottiroli prende le mosse per passare alla ricostruzione dell’annoso dibattito sulla congruenza o meno tra strutturalismo e formalismo. Come è noto, Lévi-Strauss, padre nobile della disciplina, negava tale contatto teorico (e lo ribadì anche nei confronti di Propp) mentre dalle teorie sistemiche di Tynianov sembrerebbe esserci una possibilità di contatto e di collegamento, di una sorta di qual fluttuante consequenzialità tra i pur diversi approcci. Ma anche all’interno dello strutturalismo esistono ben diverse possibilità di verifica della qualità teorica dei concetti esibiti: la esibita rigidità delle strutture in un Lévi-Strauss non concorda con la maggiore flessibilità di un Mukařovský e di un Jakobson (cui è dedicata una sezione anche nell’ambito del capitolo sullo strutturalismo) o, infine, di un Roland Barthes.

E’ alla nozione di Homo significans coniata da quest’ultimo che va l’interesse di Bottiroli.

«L’uomo strutturale (Homo significans) non è un ricercatore o un distributore di “sensi pieni”; non si domanda se il mondo, o la vita, abbiano un senso e non assegna sensi ‘veicolari’. Non si chiede se il reale sia razionale o irrazionale: si serve invece di una nuova categoria, il funzionale. Come gli antichi Greci, i quali porgevano l’orecchio alla natura, ascoltavano le sorgenti, le montagne, le foreste, percepivano nell’ordine vegetale o cosmico un immenso fremito del senso, così l’uomo strutturale porge l’orecchio alla cultura, ma in essa tende a percepire non sensi stabili o pieni, bensì “la fabbricazione del senso”. Questa fabbricazione, aggiunge Barthes, “è più essenziale dei sensi stessi” (Saggi critici, p. 314). Si tratta quindi di indagare in che modo, secondo quali procedimenti, il senso venga fabbricato : com’è fatto il senso, come funziona» (p. 127).

La questione del senso della letteratura (e della scrittura) è ricorrente nelle pagine di questo libro: a partire da de Saussure per arrivare al pensiero heideggeriano è, in fondo, la posta in gioco della teoria della letteratura (non soltanto intesa come disciplina accademicamente articolata da insegnare e da apprendere ma qualificata come la forma di comprensione possibilmente più oggettiva dell’evento poetico e letterario) e, per certi aspetti, la sua ragion d’essere. E’ per questo motivo che (forse) le pagine dedicate a Roland Barthes (e successivamente a Lacan) sono tra le più importanti e significative del saggio qui recensito. Discutendo quell’autentico manifesto programmatico della nouvelle critique che è stata la risposta di Barthes al critico Raymond Picard contenuta in Critica e verità del 1966, Bottiroli scrive:

«Quando afferma che la letteratura è “l’impero trionfale del significante”, Barthes non usa significante nell’accezione tradizionale (l’arbitrarietà-convenzione): non sta indicando una metà del segno! Questa precisazione dovrebbe essere superflua, ma non lo è. L’equivoco è reso possibile, e costantemente favorito, dal fatto che molti lettori di Barthes o di Lacan non sono consapevoli di quanto arretrata, ostinatamente tradizionale, sia la loro concezione del linguaggio. Poiché credono che un segno sia composto di due metà, un significante e un significato (una forma e un contenuto), essi ritengono che gli strutturalisti siano dei formalisti, cioè studiosi che trascurano completamente o quasi la dimensione del significato per concentrarsi su giochi esclusivamente ‘formali’. […] Questo è il primo passo, decisivo: l’identità del segno è relazionale, riferita all’intero sistema. Tale determinazione è fondamentale perché solo a partire dal sistema come tessuto di relazioni ha senso parlare di una logica. Finché pensiamo ai segni come ‘rapporti fissati convenzionalmente tra una lista di significanti e una lista di significati’, ci basta il concetto di convenzione. Di quale logica dovremmo mai avere bisogno? Il secondo passo, altrettanto decisivo, viene compiuto da Lacan che introduce il soggetto nei sistemi linguistici. La celebre (ed enigmatica) formula lacaniana dice: “un significante è ciò che rappresenta il soggetto per un altro significante”. Per comprendere questa formulazione, dovremo introdurre la teoria dei registri, che sono modi di guardare e di pensare: una pluralità di logiche. Dunque, la tesi di Barthes può venir riscritta così: c’è una logica nella letteratura, ed è la logica del significante» (pp. 130-131).

Questo mettere direttamente in collegamento la semiologia di Barthes con la teoria del soggetto di Jacques Lacan è un elemento di originalità della proposta di Bottiroli e apre la strada alla sua successiva analisi del rapporto tra psicoanalisi e letteratura. Dopo un’introduzione non puramente aneddotica (come spesso succede in questi casi) all’ interesse freudiano per l’arte e la scrittura letteraria e con un’incursione, anch’essa non frequente presso gli studiosi dell’estetica di Freud, nel reame delle arti plastiche sotto forma di ricostruzione dell’indagine sull’effetto psicologico del Mosè di Michelangelo per i suoi non prevenuti spettatori, Bottiroli ritorna su Lacan (al seminario sul The Purloined Letter di Poe aveva già dedicato un ampio passaggio nel capitolo precedente destinato agli sviluppi dello strutturalismo). Ciò che gli interessa maggiormente – come si è già detto – è la nozione di significante; pure non può impedirsi dall’analizzare il territorio del linguaggio secondo le coordinate del grande psicoanalista parigino:

«Riprendiamo dunque l’esposizione del pensiero lacaniano, la cui tesi forse più celebre rimane “l’inconscio è strutturato come un linguaggio”. Nella prospettiva lacaniana tutta la psiche può essere studiata come linguaggio, cioè nei suoi differenti linguaggi: assegnando un primato alla metapsicologia, Lacan ha sviluppato e fatto emergere in maniera irreversibile quello che abbiamo chiamato il quarto punto di vista metapsicologico (3). Se gli altri tre risultano meno visibili, è perché il punto di vista logico-linguistico li ha riuniti nel proprio orizzonte, che è la teoria dei registri: Lacan distingue l’Immaginario, il Simbolico, il Reale. Che cos’è un registro? Possiamo descriverlo come un sistema e come un modo (di guardare, di pensare). E’ un sistema, con una relativa autonomia, con un proprio funzionamento specifico, linguistico ed energetico; ed è un modo, perché viene contraddistinto dalle sue operazioni, dal suo stile (o dai suoi stili). Questa descrizione risulta più facilmente applicabile all’Immaginario e al Simbolico, perché il Reale, come vedremo, è piuttosto il non-sistema e il non-modo; e tuttavia l’intreccio dei registri, compreso il Reale, costituisce l’aspetto fondamentale della teoria lacaniana: “Senza questi tre sistemi di riferimento (systèmes de références), è impossibile capir qualcosa dela tecnica e dell’esperienza freudiane” (Scritti, I, p. 91)» (pp. 262-263).

Dalla ricostruzione del pensiero di Lacan e dalla possibilità di utilizzare i diversi registri di emergenza dell’inconscio nella lettura di ciò che è possibile rimandare linguisticamente alla sua dimensione profonda (l’utilizzazione delle teorie jakobsoniane su metafora e metonimia è solo un esempio di essa), Bottiroli passa all’esposizione delle teorie di Bachtin e del suo principio dialogico inteso come forma di non-coincidenza tra le diverse forme espressive polisemiche (a differenza di quanto accade nella conciliazione dialettica preferita dallo storicismo). Alla ricostruzione del complesso pensiero bachtianiano (accompagnata da un più diretto confronto con il suo saggio magistrale dedicato all’opera di Dostoevskij) si intreccia una riflessione sull’analisi dell’ideologia nei e dei testi letterari e una sezione più polemica (4) dedicata a Fredric Jameson e alla sua proposta del pastiche (intesa quale superamento della dimensione parodica tipica della Modernità) che caratterizzerebbe, a suo dire, in maniera peculiare e qualificante, la dimensione della post-modernità nella letteratura e nell’arte.

Infine, nel sesto e ultimo capitolo, Bottiroli affronta il mondo dell’ermeneutica e si confronta con Heidegger. Lo fa riassumendolo e non dando per scontato il suo linguaggio filosofico, la sua logica, la sua analitica esistenziale, la sua fenomenologia delle forme, il suo muoversi tra astrattezza assoluta e prossimità del mondo reale. Si accosta alla riflessione heideggeriana sulla natura dell’opera d’arte, inoltre, solo dopo questi necessari passaggi teoretici e dopo aver discusso il rapporto fondamentale tra pensiero nietzscheano e esistenzialismo per ritornare a discutere della natura del soggetto e della sua crisi radicale:

«In che consiste il carattere scissionale e conflittuale dell’opera d’arte? Nel saggio del 1936, dopo aver indicato le differenze tra l’opera e la cosa (o lo strumento), Heidegger enuncia il problema della verità: “L’arte è il porsi in opera della verità. Che cos’è dunque la verità perché si realizzi temporalmente come arte? Che cos’è questo porsi in opera?”» (p. 380).

E’ a partire dal rapporto tra opera d’arte e suo manifestarsi come verità che può nascere, alla fine, quella concezione dell’opera d’arte come conflitto che Heidegger ha ereditato da Nietzsche e portato a compimento nelle sue opere del secondo periodo (quelle scritte a partire dalla conferenza su Hölderlin del 1933, tanto per intenderci storicamente):

«Heidegger riprende da Nietzsche una concezione conflittuale dell’opera d’arte. Questa concezione si oppone radicalmente a quella che ha dominato la nostra cultura, dai Greci al postmoderno: la concezione veicolare, secondo cui l’opera è una forma a cui corrisponde un contenuto, o un tessuto di significanti che trasmettono un significato. Cambiano le formulazioni, non la tesi di fondo. L’opera d’arte può venir scomposta in parti o livelli, fino ai tratti semantici elementari; rimane un’entità indivisa, omogenea, non conflittuale; per la concezione scissionale l’opera vive grazie alla propria eterogeneità, nel conflitto tra densità e articolazione. E’ questo conflitto che rende possibili interpretazioni sempre nuove, e intellettualmente pregevoli; le opere scarsamente conflittuali hanno minore potenza di generare interpretazioni. Si confrontino le interpretazioni suscitate da Madame Bovary con quelle ricevute dal Conte di Montecristo, un testo di media qualità che continua ad avere dei lettori (e delle trasposizioni televisive); anche chi non conosce nessuno dei due testi può giungere indirettamente alla certezza che soltanto uno di essi è un testo conflittuale, diviso, eterogeneo, pluristilistico, abitato da polemos» (p. 403).

E’ anche vero che a qualcuno potrebbe piacere maggiormente leggere il romanzone di Dumas piuttosto che il capolavoro di Flaubert e dichiarare che, in fondo, è pur sempre tutta questione di gusto ritornando così al passato sette-ottocentesco delle analisi empiristiche del Bello e del Sublime – ma questa sarebbe certo tutta un’altra storia…

In conclusione, invece, va ribadito che il volume di Bottiroli è un tentativo nuovo e originale di affrontare la storia della teoria (e forse delle teorie) della letteratura per giungere dal regno della Storia alla dimensione della ricerca teorica passando attraverso l’estetica e la retorica. Un progetto ricorrente quest’ultimo ma mai compiuto fino in fondo per effetto della natura stessa del suo oggetto. In ogni caso, per esso, vale ancora l’archetipo letterario consegnato ai suoi lettori in apertura di romanzo (Casa Howard) da Edward M. Forster: only connect.

Note(1) «In quegli anni, Derrida accusa lo strutturalismo di essere una teoria delle forme, indifferente alla dinamica delle forze. L’accusa è indubbiamente valida per un certo strutturalismo, grammaticale (o grammaticale-tassonomico), che intende la struttura in senso classificatorio, che si limita cioè a descrivere e a riunire le regolarità del testo; quello di Barthes però è un altro strutturalismo, di tipo trasformazionale, che non sopprime affatto le tensioni e i conflitti grazie a cui esiste l’opera» (pp. 124-125).

(2) «Qui ci interessa però osservare la tecnica argomentativa di Derrida: la decostruzione è un metodo di lettura che tende a ritrovare nei testi oscillazioni e conflitti, e da questo punto di vista non fa che riprendere la concezione freudiana per cui ogni formazione psichica, e culturale, dunque ogni testo, è una formazione di compromesso; e anche l’estetica di Nietzsche e di Heidegger, che mette in rilievo i conflitti di cui è fatta un’opera. Possiamo dunque collocare Derrida accanto a quei pensatori che hanno descritto il testo come un testo diviso? Solo in parte, e solo a condizione di non trascurare le differenze, di enorme importanza. Torniamo alla lettura di Saussure condotta da Derrida; in questo, come in altri casi, egli mette un autore contro se stesso, mostrando come all’interno di un’opera agiscano almeno due posizioni di pensiero in contrasto tra loro: da un lato, le straordinarie novità del Corso, e in particolare la concezione sistemica e relazionale del linguaggio, dall’altro la fedeltà tenace al pregiudizio fonocentrico» (p. 416).

(3) Gli altri tre erano relativi a stile di pensiero, regime di senso e stile di logica. Bottiroli li analizza nel cap. III, par. 12 del suo libro nella parte dedicata alla ricostruzione del seminario sulla Lettera rubata.

(4) Dopo aver citato un passo da Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo (1984) di Jameson, Bottiroli scrive: «Si notino alcuni tratti formali di questo discorso, tipicamente ideologico: è un discorso sintetico, un microuniverso portatile che compendia un più vasto universo; è rotondo come una palla – deve poter rotolare facilmente in tutte le direzioni -, è gonfio, obeso. Per indicarne la povertà costitutiva, dovremo recuperare tutte le distinzioni che esso ‘sintetizza’ come un terminator. La descrizione proposta da Jameson è anche una conferma involontaria di quanto Borges ha detto a proposito della sociologia: che è un settore della fantascienza. Incollata alla realtà effettuale, nella sua presunzione di concretezza la sociologia è – o può essere – assai distante dalla realtà in quanto finisce col selezionarla indiscriminatamente. L’affermazione di Borges può dunque essere ridimensionata – certamente, esiste anche la buona sociologia – senza perdere nulla della sua validità» (p. 324).

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