La cosa A e la cosa B: dialogo di Fiorina con Arlotto, con domanda finale

di Antonio Sparzani
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Arlotto Mainardi, detto il Piovano o Pievano Arlotto (Firenze 1426-1468) fu un sacerdote fiorentino, famoso per il suo spirito e le sue burle diventate proverbiali, grazie ad una letteratura popolare fiorita per tutto il Rinascimento. Un suo lontano discendente, che porta il suo stesso nome, è invece un introverso giovanetto grande amico mio. Mi accadde un giorno di ascoltare per caso questo suo singolare dialogo con una sua assai cara amica. S’intende che le parti che non ho ben intese, le ho integrate a modo mio. a.s.

F. Siamo alla frutta, mio caro.
A. Nel senso…
F. Eh, nel senso, vuoi quelle stupende pere cioccolatose che sono nel forno, o salti?
A. Ah, credevo, come, vuoi che resista alle pere?
F. Certo che no. Ecco qua. Che facciamo poi?
A. Stasera?
F. Sì, adesso, finita la cena
A. Mah, s’era detto di andare al cinema…
F. Ma non ne hai voglia, giusto?
A. Più che altro, non saprei cosa andare a vedere
F. Preferisci che stiamo qui a casa mia a chiacchierarcela e a leggere
A. Sì, dài, è un po’ che non parliamo bene
F. Ma va’, cosa dici?
A. Fiorina, non mi dire «ma va’» lo sai che non lo sopporto
F. Va bene, scusa, però abbiamo parlato anche l’altra sera
A. È vero, sì, è che parlare con te mi dà molta pace
F. Allora metto su un po’ di musica
A. Ravel, ti prego, siamo nella fase decadente.
F. Perché dici che Ravel è decadente?
A. Beh, era l’epoca, no?
F. Arlotto, attento ai luoghi comuni. Per esempio il bolero…
A. Mi piacerebbe accarezzarti Fiorina.

F. Ma davvero voi uomini non pensate ad altro?
A. Ad altro che, cosa vai pensando?
F. Arlotto, non mi fare l’ingenuo, cosa credi che si capisca da una frase così?
A. Certo, perché voi donne avete l’idea fissa che l’uomo voglia fare solo quello, sempre e solo quello, qualche preliminare per essere gentile e poi, subito dopo, la cosa A nella cosa B.
F. Arlotto, gli organi genitali hanno un nome, che stenti sempre a pronunciare, tra parentesi.
A. Sì certo, ma non mi interessa il nome, né di quali organi si stia parlando, mi interessa quest’idea, che tutto debba finire lì, o meglio che si creda che per qualsiasi uomo quello sia l’unico epilogo concepibile. Diceva un mio caro amico, come mangiare la mela.
F. La mela, quella di Eva?
A. Ma no, il mio amico intendeva, un gesto come un altro, uno mangia la mela e poi finisce la mela.
F. Proprio una metafora biblica, comunque. Ma, invece non è così?
A. No, non è così. Io non ti ho mai sfiorata, Fiorina….
F. Eh, dài, quella volta alla stazione…
A. Ma figurati, fantasie, eran saluti….. . Comunque, non ti ho mai sfiorata, perché fin’adesso mi è sempre parso giusto così, non che non l’abbia desiderato, ovviamente, ma insomma non mi è mai sembrato il momento giusto – e direi neanche a te, mi sbaglio? – ma se ora dico accarezzarti, intendo accarezzarti, una parola bellissima che può avvolgere un’emozione per me molto superiore a quella di qualsiasi cosa A. Io non so cosa facciano gli altri quando fanno l’amore, ma sono piuttosto propenso a credere che altri la pensino come me, che non è necessario quel procedimento standard, che se avviene allora va tutto bene e si può chiedere, ti è piaciuto cara, o caro, e se invece non avviene allora insomma sì, è stato bello magari, però di fondo si avverte che qualcosa mancava, e allora diventa quanto mai necessaria la regolamentare sigaretta nella quale nascondersi.
F. La sigaretta, certo, o magari una canna; ma tra maschi ve le confidate queste cose?
A. Te le raccomando le conversazioni tra maschi sull’argomento – ma, allora – quelli più eleganti, s’intende – è andata proprio bene? Sei arrivato fino in fondo? Ha un bel corpo? – e via crescendo, penso che tu abbia abbastanza immaginazione per proseguire da sola. E invece. Invece.
Perché non dirsi, contro ogni convenzione metropolitana, che far l’amore è un atteggiamento dello spirito verso l’altra persona; dello spirito e quindi del corpo e di tutto quel che uno è insieme, può bastare un gesto, uno sguardo, una parola, una carezza, appunto, tutte queste cose assieme, che possono durare un minuto o tante ore. Io la chiamo tra di me complicità, che può costituire un’intimità fragorosa. Una passeggiata sulle rive della Senna con te per mano a guardare i bouquinistes non credi che sarebbe un gesto d’amore splendido, proprio un coito, dico io, così più ricco della cosa A nella cosa B, un orgasmo di quelli seri?
F. Sì, Arlotto, capisco cosa vuoi dire, ma proviamo a pensarci davvero, per l’esperienza che ormai ognuno di noi ha, non credi di farti qualche illusione, cioè, come dire, un quadro idealizzato della faccenda, perché poi, quando arriva il calore del corpo, o, con quella così letterariamente abusata metafora, “l’urto del sangue”, e tutto quanto comincia a galleggiare come un po’ nell’aria….
A. Ah, anche tu pensi che sia come un galleggiare, è vero, anch’io l’ho provato; ma sì, certo che c’è anche quello, quel che voglio dire io è che non bisogna per forza star dentro quegli schemi lì, sempre uguale sempre uguale, eh che palle.
F. Ma, ma aspetta, Arlotto, la natura, quella della memoria della specie, quella del dna e che vuole riprodursi, non pensi che faccia comunque il suo corso, che credi, anche per la donna arriva un momento in cui si stabilisce un desiderio molto concentrato.
A. Oh, Fiorina, proprio tu me lo dici, ma lo sai benissimo quanto sia importante per la donna tutto il contorno, che anzi può diventare il contorno di se stesso e dare da solo quel piacere straordinario. E anche questa faccenda della natura secondo me la esageriamo un po’. Guarda che la natura è varia molto, non c’è mica solo il “procedimento diretto”, la natura è più ricca di così, io credo proprio che un’acquisizione – vuoi chiamarla una perversione, inutile alla specie? Va bene, ma c’è, si è instaurata – dell’homo sapiens sia che il piacere della mente possa essere almeno uguale a quello del corpo.
F. Quante volte ti devo ricordare che la mente è il corpo, non un’altra cosa?
A. Son ben convinto di questo, come sai, ma i piaceri, o, per spostare la metafora, le erezioni della mente non coincidono sempre con quelli della cosa A.
F. Sì, questo mi sembra un buon punto, a parte il tuo buffo linguaggio, ma, secondo te, dev’essere una mente allenata?
A. Fiorina, forse sì, ma è un allenamento che abbiamo tutti noi che facciamo un mestiere in cui per forza si legge e si studia, forse semplicemente il pensare troppo genera questa accresciuta importanza, che dici?

4 pensieri su “La cosa A e la cosa B: dialogo di Fiorina con Arlotto, con domanda finale

  1. Letto così, in piena notte, prima di affrontare il freddo e il lavoro… mi è piaciuto molto e rileggerò.

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  2. Bellissimo, Sparz. Peccato che la realtà non arrivi mai in cima all’Everest ma giri più spesso dalle parti di Krzystak e Petrektek!

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  3. Mirabile pezzo che riassume perché le donne, per divertirsi, preferiscono chi non pensa e cercano chi pensa per metter su famiglia: il dna 🙂

    Blackjack.

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