«La vita è adesso» (Scuola di poesia, 8, di Massimo Sannelli)

1
Lettore, io non ti ho mai nascosto nulla: né della strada (e di quello che succede sulla strada, e che cosa si possa trovare nella spazzatura – *volendo*) né della vita. C’era una volta un bambino (o una bambina) malaticcio e timido (malaticcia e timida: nella versione-femmina è più timida che malata, nel caso maschile la malattia – un problema respiratorio e una lieve dislessia – prevale sulla timidezza e ne è la causa). Nessun pudore, se devo dirti che quel bambino (quella bambina) giurava: non ho la forza per difendermi, mi difenderò *domani*, dicendo i nomi di chi mi insulta, di chi appoggia la mano sul mio sesso per vedere se ne ho uno, di chi e di chi e di chi, ecc. Il pudore dice di non farlo mai.
Ma tu, lettore, sai che la poesia è più il mantello ambiguo di pratiche *demenziali* o *oscene* che «il monumento di granito in onore del granito» [ha parlato Mandel’štam. Dante e Osip erano, entrambi, perfettamente umani, cioè perfettamente soggetti alla *disgrazia* che affina un Cristo dopo l’altro]. Dunque: un poeta scrive che non vuole essere nominato nella scuola di poesia, una poetessa mi maledice perché ho parlato alla compagna di un poeta, un poeta cancella un mio e-book (da lui richiesto, da lui ben impaginato) per punirmi di aver scritto su un giovane poeta («Io non conto un c., ma quando cancello qualcuno se ne accorgono tutti»). Che cosa siamo diventati? Umanisti che a 65 anni fanno i capricci su un link. Umanisti (io stesso) che a 30 anni piangono per un link. Umanisti che comprano droga e rinfacciano ad un depresso (umanista) il «rifiuto della vita». Umanisti che si chiedono in pubblico quali siano le posizioni dentrofuoridentro e se la poetessa sia tanto vergine quanto bella (la carne non vuole sangue, e Pier Paolo si sbagliava: la carne vuole ciance). Adesso un dolore banale ed enfatico accompagna i danni banali ed enfatici che ci imponiamo a vicenda. «Dov’è il tuo amore?». E la giustizia, dove? Rileggi *La Merca* e la Jenny che vi opera: bisogna «uccellare ogni uccello», in tutti i sensi [la traduzione aulica è in *Traducendo Brecht* di Fortini: scrivi il tuo nome tra quello dei nemici, nessuno è senza peccato, nulla è sicuro, scrivi scrivi – *taglia* quello che deve essere tagliato, nel testo *e non solo*]

2
Prendi una poesia contemporanea. Segna la durata delle vocali E ed O e le S aspre e dolci (amico meridionale, non tutte le S sono aspre; amico settentrionale, non tutte le S sono dolci). Leggi secondo questi segni. Dovrai fare una pausa su ogni virgola (riprendi fiato: stai suonando uno strumento, che si chiama *la tua voce*). Pronuncia bene le consonanti geminate, che alcuni settentrionali attenuano, e le sillabe atone, che di solito smorziamo. Carica le parole assolute come MAI e SEMPRE. E ora – che cosa rimane? O un buon testo o il nulla. E mi dirai: perché mi vuoi attore su un testo non teatrale? Io non voglio niente. Lo vuole il testo, che non vuole te come attore ma se stesso come testo. Infatti si legge bene solo ciò che è scritto bene: ogni volta che ti mancherà il fiato, capirai che quel testo è brutto o scritto male (cioè: scritto per un corpo-lettore inesistente, da un corpo-scrittore che ha scritto solo con le dita). Tu batterai i piedi, e mi dirai che la poesia vale per il contenuto, non per il suo canto scritto/orale. Io ti rispondo: se la poesia è solo contenuto, perché i versi non sono prosa? Perché li scegliamo? E perché li scegliamo con tanto orgoglio, se sono pari alla prosa? Le linee dei versi non sono righe di prosa: Dante Tasso Baudelaire Eliot Rosselli lo sapevano, e si dividevano tra le une e le altre. Erano *competenti*, in prosa [che non è poesia] e in poesia [che non è prosa].

3
L’otto febbraio una «piccola troupe» o «compagnia pìcciola» è scesa in strada. Due erano registi tecnici fotografi improvvisati, uno – il frate asino che scrive qui e ora – l’attore o lettore. Un membro del Gotha si è fermato; sentendo Hugo e Luzi ha chinato la testa; una donna – le belle trecce, il sorriso *splendente* – ha amato Caproni [lacrime agli occhi e «seme del piangere», anche per me, anche per me] La strada non è da meno di un grande festival. Tu sai chi sei. Tu sei quello che vuoi. Tu puoi quello che sei. La tua voce non è quella di Buazzelli di Bene di Stratos, e non lo sarà mai – ma è matura. E allora – perché non scendi? E perché non maledici la palude-poesia? Quanti dispiaceri ti ha già dato il suo ambiente? Le sue zanzare i suoi miasmi il suo calore. E hai bisogno di un ambiente *poetico*? Uccella ogni uccello.
La poesia in forma di canzone seduce il mondo, e anche in forma di teatro [l’*Ex Amleto* – nudissimo e difficile – di Roberto Herlitzka costava 15 euro, che per molti è molto, oggi; e almeno 200 giovani lo hanno ascoltato, il 9 febbraio al Teatro della Tosse] E la poesia è poesia anche in forma di romanzo [*Dava fine alla tremenda notte* di Castaldi è *poesia* complessa, e lo pubblica l’industria Feltrinelli, non la piccola editoria a pagamento]. E la poesia è poesia anche in forma di monologo, come in *Pas Moi* di Beckett e in *In exitu* di Testori, e nell’*Ex Amleto*. Lettore, vedi: la poesia *piace e ha successo in tutte le forme, tranne che nella forma del testo lineare* – proprio la forma a cui ci dedichiamo, tu e io, rendendoci bestie invidiose e demoni ostinati, «immusicali» come i topi che ascoltano «Josephine la cantante».

[lettore, ora traduci. perché hai letto, fino a questo punto, una provocazione. Calcutta e l’eremo e la fabbrica in cui i nostri fratelli *bruciano vivi* sono più eroiche e più sante dello studiolo della strada del festival. ma io vorrei solo che l’immusicalità la mancanza di nervi la bruttezza la mediocrità si guardassero allo specchio. «La vita è adesso». quando Baglioni – che non è né Callas né Stratos né Ruggiero – lo canta dal vivo, in quel momento non c’è cuore che non batta, non c’è dracma di sangue che non tremi]

[12 febbraio 2008]

28 pensieri su “«La vita è adesso» (Scuola di poesia, 8, di Massimo Sannelli)

  1. io sono il mio nemico, io ho peccato, io scrivo (almeno spero). Però a volte penso che sarebbe stato meglio non essermi nemico ne’ averne di nemici; che sarebbe stato meglio non commettere peccato (ho avuto che fare, trasgredendoli, con tutti e 10 i comandamenti); poi ti leggo Massimo e così tra una mezzanotte e l’altra mentre Riccardo mi trasforma in tronco per giocarci sopra ti leggo. Ti sono vicino. La vita è adesso la canto tutta quando la ascolto alla radio. Grazie a te.

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  2. la vita è soprattutto affidarsi ai figli – fidarsi di altri, *adesso*. a voi – grazie. e poi questi appunti, in due gruppi, scritti all’alba :

    le mie tolleranze e intolleranze – termini POLITICI ed ALIMENTARI, non a caso (cibarsi non è innocente, soprattutto quando il cibo si chiama “carne”) – fanno parte di un cursus honorum al contrario. io non sono diventato niente. quindi: niente sarà valorizzato dal fatto di piacere a me; niente sarà distrutto dal fatto di dispiacere a me. [solo ciò che dispiace alla storia sarà distrutto; ma io non sono la storia, così come non sono la poesia]. ho anche scritto su autori che non consideravo fondamentali – e perché? perché li riconoscevo come scrittori o testi o individui almeno *fraterni* [altre scritture non lo sono: quando mi fu offerta una copia dell’*Esperienza della pioggia* risposi solo questo: “non sarebbe una lettura fraterna”, e Lorefice capì e scomparve]. Oppure: ho scritto, e non poco, su (e ad) autori di quello che il Gotha grande o piccolo chiama “sottobosco”. Per esempio, presenterò a Genova il lavoro di Saveria Costantino. Saveria non è certo il miglior poeta italiano, alcune sue scritture sono francamente disinteressate a qualsiasi ricerca, non accampa gioielli di famiglia e grandi titoli di studio, ecc. – *eppure* me ne occupo. in primo luogo, perché la sua storia di vita è troppo dolorosa per non abbellirla e alleviarla. in secondo luogo, perché ho visto la sua umiltà. in terzo luogo, perché anche Saveria ha scritto cose buone, almeno due volte. prima di tutto: dopo aver perso suo figlio non ha scritto un libro di miele e di ricordi dolciamari [e sia chiaro: *ne avrebbe avuto tutto il diritto*], ma un documentario. Cioè ha raccolto documenti – cartelle cliniche, lettere dei medici, elenchi di dati anche minuti – sul suo bambino. ora Davide è morto da anni, e ciò che pubblicamente lo fa ricordare all’esterno della famiglia non è una retorica pietosa, ma un libro che può stare in mano al cultore di poesia al medico all’educatore all’insegnante. Il secondo buon libro di Saveria è una serie di dialoghi con bambini piccolissimi di un asilo genovese. Insomma: dove una cultura anche selvatica – in ogni caso, i titoli di studio *non contano più niente* – accetta di *lasciar parlare gli altri* (i bambini le cartelle cliniche i documenti) i risultati sono *validi*. E perché non occuparsene? per non scandalizzare Mesa o Cortellessa o Buffoni? dunque me ne occupo.

    quanto ai testi, non dimentico mai che sono *anche* forme – quindi hanno lunghezza e durata; perciò sono osservabili; in quanto osservabili, possono essere giudicati; non solo: sono anche pubblicati, non anonimamente ma con il nome dell’autore in bella vista (chi di noi avrebbe il coraggio di pubblicare senza nome? eppure Alessandro Ansuini l’ha fatto): ciò che è pubblicato – per statuto e definizione – appartiene ai lettori, e lo scrittore ha DECISO di pubblicare [quasi sempre ha anche PAGATO per questo – dunque *tiene molto* a rendersi visibile]. e i lettori non sono dei marci buonisti – anzi – o degli ignoranti felici di esserlo, ma gente onesta e seria, oppure acerbamente empia (dis-umanisti). e i testi – che sono oggetti misurabili e visibili – devono essere giudicati, onestamente e seriamente (con l’occhio del futuro).

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  3. ma allora: perché “tollero” Saveria Costantino e Vincenzo D’Alessio? [Vincenzo – che non conosco di persona – è, nella mia immaginazione e nella mia stima, un *grande signore* e un *servo fedele* di Dio]. e perché ho tollerato le prime prose ingenue – passaggi necessari, ma da gettare nella spazzatura – di Patrizia Bianchi e di Paola Zallio? [ora Paola e Patrizia sono *autori* rispettabili, a tutti gli effetti: e il Gotha le ignorerà, ma non ne ignora l’esistenza]. e perché “non tollero” altri autori del sottobosco (ma anche del Gotha)? Saveria e Vincenzo sono talmente umili da considerarsi inferiori al mio niente. entrambi hanno considerato come il più grande dono le mie righe sconnesse. e io non posso fare altro che onorarli, in pubblico e in privato. e non solo: alcuni dei loro lavori sono *belli*, in quanto *opere* – dunque non è degradante, ma onorevole e professionale, lodarli e difenderli, e segnalare le cose meno riuscite.

    e ora, lettore, scandalìzzati [non mi importa]: in uno di questi commenti accennavo ad una prostituta che potrebbe avere la maturità classica, essere parente (non troppo alla lontana) di insegnati giornalisti nobili, aver studiato teatro, aver perso tutto per la scelta di una Scimmia-sulla-schiena (“sono una drogata di merda”). e supponi di esserti appartato con lei; supponi di non averlo fatto per un vizio schifoso, o almeno credi che sia così. adesso questa donna si inginocchia davanti a te, per compiere il suo lavoro. e questa donna è semplicemente una tua simile: non solo perché è sorella in umanità, come tutti; ma anche perché ha fatto i tuoi stessi studi, scrive poesia come la scrivi tu, parla l’inglese come lo parli tu, scriveva su un giornale come potresti scriverci tu, era in graduatoria per insegnare come potresti esserci tu. ha perso tutto per una scelta fallimentare, e l’ha pagata anche con il carcere. Questa è l’ultima persona che ti aspetteresti di vedere sul marciapiede. è l’ultima persona che dovrebbe inginocchiarsi davanti a te: è una tua pari, nell’umanità e nella competenza. e tu, lettore: *oseresti* lasciarle finire il suo servizio? *oseresti godere*? non la rialzeresti e non l’abbracceresti? non le chiederesti *perdono*? [è lei che lo deve concedere a te]. dunque: la tolleranza si basa su una reciproca lealtà: l’umile si umilia di fronte a chi è ancora più umile; chi ha ricevuto l’onore – come se fosse re signore maestro, ed è un povero nulla insicuro, con la mente confusa che non distingue [antica dislessia] la destra dalla sinistra – si umilia a sua volta. questa è la tolleranza a cui credo. non è un principio assoluto – e di questo sono consapevole – ma LA RISPOSTA SPONTANEA AD AZIONI E SITUAZIONI reali. Che sono fluttuanti e ambigue, come è fluttuante e ambigua la stessa realtà, in generale (e come è sinuosa complessa indecifrabile – nella sua radice più intima – la stessa poesia che cerchi di scrivere o che hai già scritto).

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  4. La poesie deve essere sponstanea, eppure controllata nella sua struttura. Deve essere sincera, può scandalizzare la gente. La poesia può essere giudicata, pur conservando sempre la propria ambiguità.

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  5. per la suite io passo
    ed è un vero peccato!
    ma non so neppur io da dove venga
    il disagio che mi procurano
    questi ultimi interventi.
    Forse la mancata “passe” del testimone
    l’inutile sputtanamento del segreto
    -se un figlio muore non si deve tacere
    il dolore ma nemmeno rigarlo
    con lo sprezzo della volgare e vana
    gloria poetica-
    strane creature i poeti, davvero strane

    (chi li difenderà dagli amici?)

    effeffe

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  6. maestro frate, io non so “misurare la durata” delle E e delle O, leggere bene dolci aspre, geminate etc. quindi ti prego, oh buon maestro, rabbi, prendi TU due poesie contemporanee, mostrami la misurazione, come si “caricano” SEMPRE e MAI, e dimmi pure, alla fine, quale resta buon testo e quale è nulla.

    ciao,
    lorenzo

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  7. caro Francesco, sai… in fondo si pubblica proprio per sputtanare i [propri, altrui] segreti, anche se sono mediati dai documenti. pubblicare è tutto tranne che innocente e irresponsabile. nessuno di noi ha ancora rinunciato a pubblicare con il proprio nome, visto che – lo diciamo sempre, ed è un luogo comune – “quello che conta è il TESTO”. sarebbe bello, molto zen e molto mistico – ma non ci siamo [ancora] arrivati. Edoardo Sanguineti ci insegnava che essere amici di Dante era un disastro: ti sputtanava anche lui, e in *grande* [e comico] stile!

    non ho violato un segreto. perché chi è in strada non ha segreti, rinuncia ad averli – *purtroppo*. [e l’unico modo per difendersi, quando si hanno pecche colpe svantaggi, ecc. – è *non negarli*, essere i primi a dirlo]. ma è questa, anche, la condizione di chi scrive o vuole scrivere. altrimenti tacerebbe. altrimenti non pubblicherebbe con il nome in evidenza su copertina e frontespizio (e paghiamo per questo).

    ma tutto questo ha e non ha importanza. *sfacciatamente ridere* – dice un poeta sovietico (non ricordo il nome). “bisogna strappare la gioia ai giorni futuri”, un altro russo. “bisogna nuotare nei freddi fiumi”, e questa è Bella (Achmadulina). grazie a te, e scusa il disagio (era voluto, e non voluto)
    massimo

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  8. Massimo,
    se scrivi in versi è perché *ricordi* che al di là delle parole, la musica *non sa mentire*. La faccenda del contenuto lascia *lo spazio* che trova, letteralmente.

    Qualcosa di simile a ciò che hai detto della poesia in forma di romanzo lo hai detto anche del mio testo, che però non è *in prosa*, ti dico, ma che *è prosa*. Se il cuore batte leggendolo dipende proprio dal fatto che la musica non c’è, e vorrebbe, forse, che ci fosse. Non altro che questo. Mi pare che passiamo tutto il tempo a cercare di andare *al di là del bene e del bene mancato*. Il male, che pure si insinua e qualcuno se ne preoccupa, non ha forma oppure si APPOGGIA ad altre forme, del teatro, della canzone… La canzone, Chico Buarque è poeta? Forse. Ma è certamente un cantautore. Gide è poeta? forse. Ma è certamente un prosatore e i nutrimenti sono tanti, vari, e hai addosso una strana ragione a digiunare, ché i nutrimenti sono nel mondo e lì devono stare, sebbene SEMPRE noi mangiamo con le mani.

    In un primo momento volevo scrivere in versi, ma era molto difficile, e anche adesso mi è impossibile, il respiro è affannoso e i versi non lo sono. Ho scritto quindi prosa, ed ecco che l’affanno c’è, e il respiro anche, benché divisi ma (al)meno in tensione tra loro *fedelmente*. Al respiro si può anteporre qualcosa di grande come l’impossibilità, l’incapacità fremente, di *saper dire* e finire per dire.

    Insomma hai lasciato intendere l’urgenza della forma, che è urgente anche – e soprattutto – quando muta in altro, ma io ti dico che torna sui suoi passi e si ridispone nel solco tradizionale che ha lasciato nel tempo, e noi con lei. Quando torna nella sua forma e si impone “così e non altrimenti” è perché così e non altrimenti è il mondo.

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  9. @ Paolo

    purché l’opera arrivi. purché quell’opera sia un’opera e non l’ombra o il simulacro di un vivo. non so dire di più. se soffri per e su una forma – e questa non è già una grazia? su una forma, proprio *oggi*? è una delle cose più inattuali e meno discusse, oggi…

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  10. Caro Massimo,
    benvenuto a te,o moderno Zoroastro.Quale amore per l’uomo ti trovò tra noi,sceso dal monte per insegnar l’umano a farsi puro spirito ,a conquistar vittoria sulla menzogna,che sempre ci scalda-buona tana-ma-così mediocre estemporanea avida di sè come di carne d’uomo?
    Ricorda,o Zarathustra,non insegnar la musica se non dopo aver tolto spessi strati di cerume dall’orecchio umano..tu sai che tale
    intento lo si ottiene con la pratica del fuoco..ma la menzogna è lesta a bruciare il fantoccio..o zarathustra,sbrigati ad appiccare il fuoco a quel cerume..là c’è il deserto..non indugiare.//
    La poesia,come può esser se non musica?Essa è quando ti canta e s’insinua perforante nell’orecchio,e s’insubdola,e tu dovrai cantare lei pena il perire perire;e se canti è un parto,una filiazione,una traduzione.Dicevi, Shakespeare..è vero..io dico pure i canti trobadorici:
    Vicino ai giorni brevi e a larghe notti/
    Quando s’imbruna l’aria trasparente/
    Voglio che sbocci il mio sapere e gemmi/
    Di nuova vita ch’abbia frutti e fiori/
    (Peire d’Alvernha,XIII sec.)
    E’ canto ,è poesia..come non vedere-udire l’inscindibilità,l’insolubilità?Hai ragione ,Massimo.
    Grazie.Scendi dal monte la mattina,quando la menzogna dorme lassa
    e l’orecchio non è già pregno..un abbraccio sensibile
    Sonia da Macerata

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  11. e a Sonia : una risposta sensibile, il poco che posso, in una sera di vento freddo (Genova nome barbaro, sempre). grazie, con l’orecchio alla musica e la mente all’idea del viaggio (tu sai che cosa significhi, non lo dimentico) – “per la stessa ragione del viaggio viaggiare” (e quell’Autore era un poeta, credo)
    massimo

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  12. @ Lorenzo

    non è difficile, anche se non è un gioco. basta prendere un dizionario e vedere la differenza tra vocali aperte e vocali chiuse. ma alla fine chiedevo una TRADUZIONE DELLA PROVOCAZIONE (è il tuo còmpito, rabbi – anche tu): non tutto si riduce a vocali (ma è vero che i testi scritti male rubano il fiato al lettore, lo stancano, nei polmoni e nella mente). allora prendi questo fardello. prendi “due poesie” di Lorefice di Bondi di Sinicco di Margiotta di Pizzi di Calandrone di De Signoribus di Giovenale. c’è qualcosa di *diverso*: l’apparenza è uguale (i versi), ma solo l’apparenza. prendi “Dava fine” di Castaldi. e prendi “Luminal” di Santacroce e “Neuropa” di Gigliozzi. prendi “scusa ma ti chiamo amore” e guarda l’antiritmo con cui inizia. non sono cose strane: è semplicemente *orecchio*; ed è questione di *non accontentarsi*, se possibile.

    ***

    e ancora: a molti di noi piacciono Cobain e Curtis, Vasco e Patti e Bob – e i nostri testi sono quasi *anziani* o *deboli*, o iperletterari o in semiprosa – ma deboli: non disonesti, ma senza ritmo senza forma senza velocità, ecc. [esagero con gli indicativi: anche qui occorrono traduzioni o mediazioni REgali, mani di Dominae gentili]. sui ritmi si gioca la questione della vita *complessa*.

    ***

    l’appiattimento delle forme degli accenti del ritmo del contenuto (le “piccole cose”) – amplia la possibilità di esprimersi o è il buio? c’è chi critica il poetry slam, non so se a torto o a ragione. ma chi lo critica – ha mai scritto un testo che *da solo*, senza performance, non faccia rimpiangere la performance? da un lato l’urlo, dall’altro le piccole cose – per urlare bene serve molto corpo e molta sapienza vitale e teorica (Rosaria Lo Russo, per esempio); per dire bene le piccole cose servono molto stile molto controllo molto rigore (e chi ha queste doti può parlare *divinamente* della mansarda impenetrabile delle conversazioni sfaticate delle mestruazioni, come *fece e fu* Amelia Rosselli) – non c’è niente di facile, mai [e che cos’è facile, ora? in Occidente questo è già l’anno 2008]. insieme alla competenza ci è chiesto il dono di ridere di noi stessi, di abbassare il nostro talento al livello dei bambini, perfetti umanisti/filologi e perfetti giocatori del Gioco Da Ragazzi…

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  13. un’intera giornata su Shakespeare – scuoti-lancia, scuoti-anima – il tentativo di tradurlo in versi per un’attrice – e questo insegna molto, ridurre e prendere, togliere qualche sillaba per un endecasillabo pieno ma colloquiale (l’enfasi no è scritta, e se è scritta si smorza; sarà l’attrice a caricare i toni). quella musica – imbarazzante e psicologica – continua da 400 anni, e non accenna a fermarsi, letto da Herlitzka o da chiunque. la *durata*, accanto all’*intensità* e al *timbro* – e una sera serena
    massimo

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  14. @ [*se ripetuto*]

    conosco bene quella fiaba. è una di quelle che raccontavo a chi mi era caro, per dire: tu sei buono (o buona), tu parli *bene*. mi piaceva quella favola. quindi: dalla nostra bocca può uscire tutto, e di tutto – allora una suora mistica e devota dice “frena la tua lingua, che è un seminario di mali”; oppure un poeta italiano dice: “le parole sono il nostro unico strumento” [e diceva, credo: le parole dette, che iniziano a vivere *allora*, in bocca]. della stessa cosa, si dicono e diranno due tre cinque cose – normalmente, e con la stessa convinzione.

    e poi: il giovane (uomo), che non era vivo, che voleva “scomparire” (convinto), e che ha detto (convinto, coinvolto) “non voglio né essere né apparire” (convinto, troppo) – ora *si vede*, nei due sensi italiani del “si vede”. e Patrizia Bianchi gli dice: tu sei lo stesso, ma prima non eri con noi [ho tremato per questo “non eri con noi”], e non vivevi [il gioco del bambino che *non respira*, per due minuti – conta i secondi, perché i timidi sono sempre precisi, anche nel disintegrarsi – per non disturbare, per non essere notato: chi non si muove è senza odore, invisibile a tutti]. e Patrizia dice: ora hai scelto il contrario, hai scelto di vivere – ecco perché ti guardi, ecco perché sei guardato. chi lo dice è un’artista e fotografa: conosce l’argomento. mi guarda. e io, per mia miseria, quando sento dire “ti voglio bene” – rispondo “grazie” [non capisco come possa essere vero] o “perché?” [non capisco, ecc.]

    anche ai rifiuti conto le sillabe. uno che era più grande di noi, senza limiti – Baudelaire ha scritto: “ho fatto il mio dovere, come perfetto chimico. mi hai dato il tuo fango e io ne ho fatto oro”. sublime alchìmia – dalla disumanità all’umanesimo. ma tutto questo vale o varrebbe in una comunità che si restringe ai due o tre o cinque che parlano di notte, che si riconoscono – non in “pratiche resistenziali” (che tendono all’enfasi), ma nel bere una birra e capire a che punto siano i corpi [io non conosco bene le loro pratiche, sociali e sessuali, se non per un sentito dire che è diventato uno scrivere – ma chi le conosce, per contatto sociale o per mestiere di strada, me ne parla – e sembra che lo smantellamento delle forme, in poesia, assomigli anche alla perdita del ruolo e alla finzione. se fingono i corpi, anche quando godono – quanto fingeranno le menti, quando si organizzano?]

    [al tuo monologo, perfetto, risponde un monologo, scritto meno bene, ma con il cuore in mano – a te, grazie]
    massimo

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  15. a quel Cuore [perenne] – grazie. e a chi ne ha bisogno, come di pane. ancora corse e rumore, e stamattina questo esperimento, *infra*, per una performance genovese. quello che sembrava stabilito,ora non lo è più. il corpo – e come si atteggia si veste si tiene dritto e non curvo – cambia. è da tempo che non scrivo poesie nel senso stretto, ma testi che devono essere letti: un’Antigone, una Saffo, una Jinny (da Woolf), una Lady Anne (da Scuoti-lancia),e ora Amleth, ma per una voce di donna. dunque: scrivo (o traduco) ciò che non avevo mai pensato di scrivere (o di tradurre); scrivo, o traduco, per voci femminili (e anche se “mi donnizzo” – come dice Rosaria Lo Russo – o “divento una troia”, cioè un attore, come dice Chiara Daino, che mi conosce bene e meglio di tutti, dopo mia madre – l’uomo donnizzato e troia non sarà mai una donna, almeno non naturalmente e non di propria mano). dunque: è meglio invocare queste Ninfe,che “io voglio eternare”.

    ***

    alcuni appunti, per la scuola di poesia. a pensarci il bene, il monologo di Amleto potrebbe essere *ridotto* ad una manciata di parole: “mi uccido o non mi uccido? lo farei, ma se esiste una vita dopo la morte, mi conviene uccidermi? se la gente sapesse che dopo c’è il nullae basta, non sopporterebbe la vita e il suo dolore”.ho banalizzato,ma non molto.voglio dire: l’arte non è solo l’espressione di contenuti, perché ilmonologo di Amleto ha un contenuto che potrebbe essere ridotto a due o tre frasi (economia di parole, e quindi di tempo dedicato ad ascoltarle). ma l’arte non è economia di parole,né di tempo. se il testo è buono,il lettore se ne occupa per un tempo superiore all’enunciazione del messaggio ridotto. tra la musica delle parole e il contenutismo della sintassi si pongono due realtà *necessarie*: il TEMPO (che sono disposto a perdere, antieconomicamente) e la FIDUCIA (che concedo ad un testo che mi impegna).

    ***

    AMLETO, da AMLETH, III.1

    Essere. O non essere. O l’uno. O l’altro.
    Che cosa è meglio? Patire gli strali
    e i colpi di balestra di una sorte
    oltraggiosa? Aggredire con le armi
    l’abisso degli affanni, e contrastarli,
    fino in fondo? La morte. Solo il sonno,
    nient’altro. Poi, convincersi che il sonno
    sarà la fine delle fitte al cuore
    e delle malattie che per natura
    colpiscono la carne degli uomini.
    Devotamente, sì, devotamente,
    dobbiamo implorare questa grazia.
    Morte. Sonno. Sonno? Forse sognare.
    Il nodo è questo: quali sogni
    arriveranno a noi, dopo l’uscita
    da tutti i suoni del mondo mortale –
    ecco un’idea che deve trattenerci.
    Ed ecco il dubbio che mantiene in vita
    ogni infelice. Chi sopporterebbe
    lo sputo e lo scudiscio di ogni tempo,
    il muso del tiranno, e le facezie
    dell’orgoglio, e la pena dell’amore
    non amato, e le léggi trascurate,
    l’arroganza dall’alto e poi gli oltraggi
    degli indegni sul degno, che è paziente –
    chi li sopporterebbe, se il pugnale
    ti concede la quiete, con un colpo?
    Chi accetterebbe il peso della vita,
    tra sudore e bestemmie? E la stanchezza.
    E’ solo la paura della cosa
    che seguirà la morte, quella terra
    da cui nessuno torna – è la paura
    che preme sulla nostra volontà
    e ci fa radicare nel presente
    deforme e non volare all’altro tempo
    ignoto? La coscienza, la coscienza
    ci rende tutti vili: tutti. Ecco
    come il colore della volontà
    si stempera e rovina contro il buio,
    e come può arenarsi un gesto audace,
    perdendo il primo nome, che fu “azione”.
    Vedo la bella Ofelia. Quando preghi,
    Ninfa, intercedi per i miei peccati.

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  16. bellisssima “traduzione poetica” del’amleto. mi è venuta voglia di leggerla ad alta voce. Se è vero che potrebbero bastarne due frasi per mostrarne il senso, capisco sempre di più che tutto il bello della poesia è nel superfluo.

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  17. “O l’uno. O l’altro” è l’aut-aut che *si deve*. Nel *sempre* che Mr. “Crollalanza” ben sapeva [inscenare]. E rimane – il più tradotto e tradito, per pagina e palco [nei toni che sono: *Musica*. E segnalo – a Massimo e a tutti – Shadows (For Jimi Hendrix)dei New Trolls
    Always searching, never finding
    Your shadows in the dark
    Always searching, never finding
    My shadows in the dark
    Wishing you to be so near to me
    Finding only my lonelines
    Waiting for the sun to shine again
    Finding that it’s gone to far away
    To die
    To sleep
    My be to dream
    To die
    To sleep
    My be to dream
    My be to dream
    To dream

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  18. e Amleto (o Amlèta) continua… mai come quest’anno (appena iniziato) avevo ripetuto tante volte i piccoli versi di Emily: a word is dead when it is said – ma Emily dice: it just begins to live that day. Chiara segnala, altamente. Alessandro brilla dal suo ultimo banco, e io giro, giro…

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  19. e ancora Amleto o Amleta, da Scuoti-lancia:

    Non c’è niente di grande in una guerra
    che ha un grande motivo. E’ grande chi
    diventa eroe per un filo di paglia,
    se è questione di onore. E io, che ho un padre
    assassinato e una madre puttana,
    quanto basta a eccitare sangue e mente,
    sembro un uomo che dorme, e a mia vergogna
    ventimila soldati sono qui,
    attratti dalla morte, con i sensi
    tesi alla tomba: la credono un letto.

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  20. parlez-moi de Florence… questa non è poesia? io credo di sì:

    http://it.youtube.com/watch?v=mVIFHBCUrbc

    quando Alba Parietti aveva 18 anni era comunista. le fu chiesto: ma se tu dovessi vivere *tutta la vita* in Unione Sovietica o negli Stati Uniti, che cosa sceglieresti?

    ***

    questa è una giornata di ansia, non facile (ieri performance, discours et pamphlets, les nouvelles idées; oggi il crollo). e allora: tra una poesia che rappresenta se stessa [a meno che non sia Eliot Rosselli e PPP, PPP per altri motivi] e questa musica che rappresenta un mondo – io scelgo questa (e in youtube dieci persone, nelle ultime due ore, hanno commentato Smells Like Teen Spirit, che ha superato i 7 milioni di contatti). “cerco un paese innocente”, bisogna pretendere molto dalla poesia, che tocchi così:

    http://it.youtube.com/watch?v=aBXeXBpTVOk

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  21. Massi te faccio na proposta! perchè non fai una de ste scole de poesia do ddici de quanda gliente ce sta che glie pare de esse poeti e de quandi invece lo è veramende? Però deve da esse diretta, pesante. Perchè a me me pare che tutti ssi poeti che se autoproclama poeti edè un brancu de superficialotti. Te lo scrio in dialettu proprio pe ffa capì a quissi che io non me ce voglio mette tra quilli come loro. Me gusta de più a essè Gliacoponicu. te voglio vè
    Ale

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  22. ciao Alessa’! (e poi continuiamo in italiano). in un certo senso, l’ho già fatto. e continuando questa scuola, spes contra spem – forse ho chiuso i miei ultimi rapporti (indiretti) con il Gotha. dunque niente da perdere. ma se faccio quei nomi, essendo io il nulla e non Mengaldo – non servirà a molto. dovrei essere duro anche contro amici. dovrei dirti che nelle tue stesse Rampe alcune cose non funzionano, e sono esattamente le cose italiane – sii Iacopone, intanto, sii quello che puoi essere. e dovrei essere duro contro qualche decina di mie poesie.

    Bene considerava Montale un’anima bella, né più nè meno, di certo non un grande poeta. Busi (domani è il suo compleanno, 60 anni) considerava Montale un pachiderma di gelatina che era stato the right poet at the right place at the right moment. ed era Montale – altri non sono neanche at the right place, e il loro moment non è mai venuto… l’Ode al lexotan di Matteo Fantuzzi, per esempio, è più e meno di una poesia: è il capolavoro di una sociologia, l’autoritratto di un mondo di cui tu io noi voi essi facciamo parte. ma non è una poesia che ascolteremmo leggeremmo tutta la vita… per ora non so dire altro. ascolta appunto Bene quando legge A se stesso (e se vuoi – dico sul serio – occupiamo Recanati e diciamo Leopardi, che in patria non è profeta). sulla seconda sillaba di “tutto” Bene singhiozza. sapeva, per istinto e orecchio, che A se stesso era la lapide autoironica di Giacomo. e dunque: il filo della voce si spezza.. che cosa ho detto, ora? una serie di cose, un’improvvisazione… e tu traduci, che non ce se borta’ in giro, sa? (e ti abbraccio, dal cuore)
    massimo

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  23. [ho scritto in fretta, ex abundantia cordis – e questa fretta, ancora, va tradotta in forme più selvatiche e/o posate: “salvatico è quel che si salva”, diceva un Maestro di molte arti]

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  24. Concordo con te su Rampe. Senza se e senza ma. Credo che non bisogna aver paura delle proprie debolezze, conoscendole si può migliorare. Penso che una larga fascia di persone non smette mai di pensarsi indispensabili alla letteratura contemporanea e ciò li porta a non migliorare mai. Intendiamoci, io spero di migliorare mica è certo che migliorerò come autore. In fondo il bello è essersi icontrati a Firenze quasi sei anni fa. E aver fatto tutte le cose che abbiamo fatto. Vivere è più appagante che scrivere, anche se scrivere esercita un fascino discreto

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  25. @ Alessandro

    credo [o: credo di credere – dunque si tratta di un mio idolo] che la distinzione della scrittura dalla vita sia un altro idolo, e per di più inutile. è vero: Rimbaud ne ha sofferto, e ha preso una decisione; Antonia Pozzi ne ha sofferto, e ha preso la sua strada, ecc. Ma: *oggi*? dopo aver scritto così *poco*? nel tuo caso, se non sbaglio: due libri, che aprono una strada in fieri, non la chiudono. e quindi tu stesso ti sei aperto una strada che ora *devi* continuare. devi anche lottare contro la piccola comunità locale che ad ogni nuovo libro ti chiederà: “e tte bàgano? shpiègate, Alessa’!”.

    non è che vivere sia più appagante della scrittura, e neanche il contrario è *vero* [in proposito, *io ho una MIA opinione*, forse un mio idolo, che non dico, perché è una cosa troppo personale; noi ci conosciamo abbastanza, sai come la penso]. vivere e scrivere sono campi diversi, che *alchemicamente* – e dunque *irrazionalmente* – noi possiamo unire, *volendo*. io ho scritto molti libri e tu sei padre di un figlio. come oserei dire che i miei libri sono migliori di Riccardo? sarebbe una bestemmia. e tu mi potresti dire che tutto il mio lavoro è niente, rispetto alla carne viva? saresti, a tuo modo, un bestemmiatore. e non è questione da discutere, perché ogni scelta comporta esclusioni. e la santità – dico così per dire, impromptu da webpoint, ore 19.40 e “in corpo la lietezza” – è nel non cedere. se questa è fede, per me, [e SI TRATTA DI QUESTO] non posso tralasciarla; ciò che per te è fede, a sua volta, non può essere tralasciato. la risposta migliore è in Pound, canti pisani: “avere fatto in luogo di NON avere fatto, questo non è vanità. getta via, pull down, la vanità”. a te, davvero, il coraggio, una sera serena, ciao
    massimo

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  26. c’è poi, e anche, e forse, un problema di PIENEZZA. “mi baci con i baci della sua bocca! ah, se tu fossi mio fratello, allattato dal seno di mia madre…!”. il Cantico *basta*? o *evoca*? o *sostituisce*? o *consola*? fa venire voglia di baciare? appaga più di un bacio? non lo so: dipende dalle anime che leggono, di volta in volta.

    oppure: “quello che patisco contro ogni giustizia”. Antigone è il fantoccio di idee che non viviamo (che Sofocle non viveva)? o un monito alla pólis? o un’allegoria? gli spettatori potevano dire ad Antigone “ti crediamo”? messi alle strette, avrebero agìto come Antigone? come Ismene? come Creonte? Aver visto e sentito Antigone appagava un bisogno etico? forniva un modello? era spettacolo che viveva e moriva nell’atto della performance? ecc. Come prima: anime diverse leggono interpretano sfruttano consumano il testo. ecco il problema della pienezza. Sofocle ti ispira la giustizia “degli dèi”? o ti distrae per mezza giornata?

    voglio dire, prima di tornare nella turris eburnea (sotto la quale, volendo, si svolge un infinito puttan-tour): la questione arte-vita è definita bene da Busi in *Nudo di madre* e, da un altro punto di vista, da “Silvio Endrighi”, cioè Enrica Salvaneschi, in *Ateismo*. il problema è che nessuna idea deve e dovrebbe diventare un idolo; tanto meno una maschera. basta che sia un’idea.

    ora, la vita ha dei fallimenti – è ovvio. l’arte ne ha anche più della vita – è ovvio. ma l’arte – bene o male riuscita – non deve diventare il paravento orgoglioso dei fallimenti vitali. e io non devo fare della mia vita – bene o male vissuta – l’idolo che oppongo alla mia letteratura *fallimentare*. non c’è una chiave, perché non c’è un unico scrigno o un’unica porta.

    così, in generale, la dicotomia arte-vita deve essere (credo) smorzata – e portata [E NON RISOLTA, E MAI RISOLTA] su un piano *etico* (le azioni) e su un piano formale (fare una cosa bene non è farla male, farla non è disfarla, le tue mani non sono le mie, un bambino non è un uomo, ecc.)

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  27. In fondo, tu non ami nessuno. Sei giusto con tutti, fino all’estrema chiarezza. E così se ne vanno via, indispettiti a rappresentare i loro lavori. Vivono per essere applauditi – elogiati. Un circo, un ballo, un’esposizione di lavori e strumenti. Il chiasso ha vinto. Tu esci in trionfo. Tu senza mestiere, sei libero.

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