Tutta mia la città.

E’ tempo di revival. O di cover. Qualcuno potrebbe malignare che è un segno dei tempi, che l’inventiva sta a zero, che “non ci sono più le canzoni di una volta…”.Da qualche giorno, sulle radio nazionali (e loro addentellato, MTV) impazza una versione riveduta e corretta del famoso hit dell’Equipe84. Chi non li ricorda ? Tracciarono un solco, con il loro sound accattivante, con la portata innovativa dei loro testi, con la capacità di saper interpretare, in chiave italiana, la musica che arrivava dal regno unito e dagli states, in quella manciata di anni a cavallo del 68. Ho conosciuto una volta, in un bar non ricordo neanche più dove, presentato da un amico, Maurizio Vandelli . Se non avesse avuta la voce che ha, avrebbe avuto un futuro nel mondo del basket, altissimo. Come alto è il livello dei suoi testi (ricordo, a braccio, Applausi e l’ancora più bella Angelo Blu, (versione italiana di Can’t Maggie go, di non ricordo più quale gruppo straniero). Tutta mia la città, tuttavia, per il suo testo, per la semplicità delle parole, che sembrano magicamente disporsi in un ordine felice, autorizza ad una lettura semiseria che qui propongo.
No, non verrai:
l’orologio nella piazza ormai corre troppo per noi
So dove sei: tu non stai correndo qui da me, sei rimasta con lui

Le luci bianche nella notte sembrano accese per me

È tutta mia la città
Tutta mia la città,
un deserto che conoscoTutta mia la città,
questa notte un uomo piangerà
No, non verrai: fumo un’altra sigaretta e poi
me ne andrò senza te
Porto con me un’immagine che non vedrò:
tu che corri da me

Da un’automobile che passa
qualcuno grida “Va a casa”

È tutta mia la città
Tutta mia la città,
un deserto che conoscoTutta mia la città,
questa notte un uomo piangerà
Tu non ci sei:
io mi sono rassegnato ormai,
tu non eri per meTu sei con lui?
Cosa importa, io non soffro più:
forse è meglio così

Tutta mia la città,
un deserto che conoscoTutta mia la città,
questa notte un uomo piangerà

Chi non ha avuto un appuntamento “bucato” ? Questi versi semplificano, con leggerezza, lo stato d’animo composto dal mix di emozioni contrastanti. C’è, in ogni caso, lampante, una composta rassegnazione. Lui sa benissimo perché lei non verrà: è rimasta con lui ! Quindi un amore disatteso, o quanto meno combattuto.Oggi sembra una cosa da niente. Ma per quegli anni, ammettere pubblicamente la possibilità di un doppio amore, di una storia parallela, era quanto di più dirompente potesse esistere.Lei non verrà. Punto. Ne ha e ne abbiamo la certezza. Una certa serenità che scaccia il dubbio dell’attesa. Qui siamo già oltre. E’ finito il dubbio arrovellante dell’aspettare. Sappiamo, per certo, perché ce lo dice il protagonista, perché è un po’ come quei film, o quei libri, di cui intuisci già il finale, alle prime strofe, o a scelta, ai primi capitoli, che ci troviamo di fronte ad una (come si chiama ad Oxford) “sòla”, una buca. E’ il presupposto di una nuova condizione. Quella della solitudine, dell’amore non ricambiato.Che ci scaraventa nel vuoto, nell’amara condizione di chi vede infranti i suoi sogni d’armonia con la lei di turno. Ora il protagonista è solo. E’ da solo lui, e a rendere più evidente questa solitudine, per contrasto, c’è, a fare da sfondo, il teatro della città. Pur non dicendocelo, siamo portati a pensare si tratti di una metropoli. Quel magmatico, caotico, pullulare di cemento e speculazione che ha fatto da leit-motiv all’espandersi urbanistico di quegli anni (i prati della via Gluck, che spariscono, incalzati dal cemento, cantati da Celentano, ad esempio). Ma è sera, almeno cosi viene da pensare, e la città, sopita dai suoi affanni, è vuota. Le luci, segno di modernità, un succedaneo dell’occhio di bue teatrale. Servono a illuminare la scena di quest’uomo che fumando, mesto, se ne torna a casa, dopo un appuntamento mancato. Di raggiungere le mura domestiche, come in un connotato carveriano, glielo suggeriscono anche gli occupanti di un’autovettura che transita, solitaria anche lei, nei pressi, nella strada vuota. Ecco allora che la disperazione si fa poesia. L’uomo accetta di essere un tutt’uno con il deserto urbano, che qui è riduttivo ricondurre all’orario. C’e’ dietro lo sgomento per l’estraneità della città. La sua indifferenza, che fa da corollario a quella della donna che non ha ritenuto onorare l’impegno.Il nostro fuma, e del resto, come un Humphrey Bogart qualsiasi, si consola con la compagnia del fumo. Facile qui associarlo all’inconsistenza, alla presa d’atto che è vacuo tutto, tanto di più un sentimento non ricambiato. Cosi, l’amica-nemica città, l’entità evocata, il teatro involontario di questo dramma diventa una sorta di telefono amico. Un qualcuno cui raccontare la propria amarezza, pur composta, ma non per questo meno densa di poesia. Ecco, la scelta del ritmo, storicizzato nella versione originale, e reso oggi più ska dalla versione di Giuliano Palma, fa da contrasto a questi versi, rendendoli agrodolci, depotenziati dal loro portato melodrammatico, e che ci fanno intravedere, al di la di una delusione, un day after meno triste.

Domani è un altro giorno, è il portato sottaciuto dalla canzone.
Dov’è che l’ho già sentita, questa frase ?

risorse: link al video originale, link alla cover attuale.

3 pensieri su “Tutta mia la città.

  1. Sì, era, è, molto bella questa canzone,
    una volta sentita Equipe84 dal vivo,
    forse settecentoanni fa,
    quando la luna si specchiava nelle pozzanghere
    s’un pilastro in cemento non finito
    e sulla testa di un gatto sinistrato
    e camminavo tutta la notte
    magari cantando,
    ma mica tanto

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  2. Non provocatemi con queste rievocazioni, altrimenti quando ci si incontra inizio a cantare e non mi fermo più, e saranno “orecchie vostre”.
    (Altan direbbe che erano “i caldi anni di m.”, eppure nel confronto il presente non ci guadagna. Ma forse più ancora che invecchiando sto rincoglionendo, abbiate pazienza.)
    Un caro saluto,
    Roberto

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