FERRARA, MOZZI E LE MUTANDE ARCOBALENO di V. Binaghi

mozzi giulio

Al voto! Al voto! Le sirene cercano di ringalluzzire il cadavere del corpo elettorale come una cocotte da trivio ottocentesco si dà da fare intorno al mollusco del vecchio nobiluomo, ma non incantano più nessuno, perchè quello che ci aspetta in cabina elettorale, è fin troppo chiaro. Sbobba bicolore di centro, sostanziale adesione alle necessità del capitalismo avanzato con un paio di eccezioni: a destra quelli che sono ancora al saluto romano, a sinistra quelli che hanno lasciato la stinta camicia garibaldina per indossare mutande arcobaleno.
Ma – direte – c’è Ferrara con la moratoria sull’aborto, e quella lista (si farà non si farà) che sembra movimentare la campagna elettorale. Eh, già.
Mentre le donne giustamente s’indignano per chi vuole portare il corpo femminile ad essere luogo di contrattazione e scontro politico, un po’ meno giustamente si cade nel trappolone teo-con accusando di questa offensiva la Chiesa o i cattolici in quanto tali. E allora ecco che su Nazione Indiana (che non è ancora una riserva delle mutande arcobaleno, ma è un buon punto di osservazione) Andrea Inglese sfodera l’ennesimo sermone da seminarista dell’ateismo militante, mentre Sparzani ridisotterra la mummia di Giordano Bruno.
Qualcuno però fa osservare che tra queste strumentalizzazioni politiche e l’essere credenti ci passa notevole differenza. Giulio Mozzi, per esempio, scrive in un commento su NI:

Poiché sono stufo di vedermi attribuite opinioni e posizioni che non ho e che non ho mai avute, e che sono il contrario di quelle che più o meno da sempre dichiaro e sostengo, preciso:
– che sono intensamente favorevole alla separazione tra Stato e Chiese;
– che sono intensamente favorevole alla ridiscussione del concordato tra Stato e chiesa cattolica (e sarei ben felice se non vi fosse alcun concordato);
– che quando sento il presidente della repubblica italiana che nomina il papa chiamandolo “Santo Padre”, provo fastidio;
– che sono intensamente favorevole alla completa separazione tra la materia matrimoniale civile e quella religiosa;
– che mi sono scelto Giuliano Ferrara come nemico personale.
E dico questo non “benché” io sia credente, ma “proprio perché” lo sono.

Che lo si creda o no, sono in realtà molti i cattolici che condividono quei punti stilati da Giulio. Personalmente, mi ci aggiungo volentieri (Nemico personale Ferrara no, non è ancora Satana).
Il punto è che, una volta assodato questo, si tratta di dare un contenuto a quella che dovrebbe essere una sorta di “religione civile”, una serie di principi di senso comune che permettano di difendere un ordine sociale senza il ricorso a ingerenze confessionali di sorta.
Innanzitutto occorre ricordare che il vero ostacolo a una “religione civile” non è dato dal pensiero cattolico. Tommaso d’Aquino, che resta il teologo di riferimento, aveva già teorizzato che la ragione naturale basta a fondare la convivenza civile e il potere temporale. Lo stesso i giusnaturalisti dell’età moderna (Althusio, Grozio ecc). E allora, perchè siamo ancora qui a difenderci dall’usurpazione filo-clericale, dopo Cavour e Porta Pia?
Non sarà che il clericalismo è l’ultima chance di una cultura laica che letteralmente non sa più a che santo votarsi? E’ possibile che in un paese cattolico fin che si vuole, ma dove anche i cattolici hanno votato per il divorzio e l’aborto, non sia disponibile uno straccio di civismo capace di fondare laicamente la promozione di un ordine sociale?
Da questo punto di vista, è evidente che qualcosa è franato negli ultimi trent’anni, e propongo di segnare come spartiacque culturale proprio il celebrato decennio ’68-’78, che ha trasformato profondamente le rappresentazioni collettive del soggetto di diritto e della stessa società.
Dopo il diluvio anti-autoritario del decennio in questione, la cultura laica contemporanea ( di cui la sinistra arcobaleno si ritiene la punta di diamante, la meno disposta ad accettare compromessi con la morale cristiana) rifiuta un concetto normativo di “natura” e di “costume”, identificando l’unico fondamento del diritto nell’individuo in quanto tale, emancipato da vincoli non solo di natura religiosa, ma anche comunitaria. In questo modo si taglia letteralmente il ramo su cui si è seduti e si colloca il fondamento della democrazia nella pura e semplice maggioranza numerica. Ecco perchè chi si accorge degli effetti nichilistici di questa situazione (atei conservatori e atei progressisti) ripiega sulla religione come “instrumentum regni”.
Il clericalismo s’insedia nella politica per supplenza, un po’ come la magistratura all’epoca di Mani Pulite: ridate al senso comune la sua autorità, e nessun tipo di settarismo potrà pretendere di sostituirvisi. Lo spazio autenticamente civile non è fatto per crociate teistiche nè atee, ma per quello che un tempo si chiamava lo “ius naturalis”. A occuparlo militarmente è stato l’ego ipertrofico, dal ‘68 in poi: il consumismo del desiderio e della licenza, che è il correlativo soggettivo della società dello spettacolo e della merce. Alla sinistra arcobaleno (dove nonostante tutto sta la maggioranza dei miei vecchi amici), vorrei dire quello che già diceva Pasolini trent’anni fa: non potete combattere Moloch continuando a nutrirlo.
Sotto quelle mutande arcobaleno, chiedo, ce la mettiamo un’idea di ordine sociale che sia una?
Ma basta frequentare certi thread di Nazione Indiana e, più in generale, intervistare su temi sociali l’intelligentja di sinistra per accorgersi che questo è impossibile.
La dialettica del soggettivismo post-moderno che vi domina, resta puramente negativa, cioè rifiuta di definirsi se non come negazione di tutto ciò che pretenda limitare lo spazio del desiderio individuale, e di assumere qualsiasi nozione di “ordine” o “norma” dal senso comune. Questo perchè ci si è ridotti non solo a una rivendicazione (spesso sacrosanta) dei diritti individuali, ma all’esclusione di ogni principio normativo (comunitario o più largamente sociale) che non coincida con quello. L’intellettuale arcobaleno in fondo disprezza il senso comune (1), e vorrebbe sostituirlo con una concezione della vita meno familistica e più disinvoltamente libertaria: sempre ai giacobini torniamo.
Un esempio? Non solo dare i pieni diritti civili a una coppia omosessuale, ma equipararla a una famiglia naturale nell’adozione di un figlio. Questo è un punto su cui il senso comune non seguirà mai certo soggettivismo, ed è la ragione per cui la sinistra, mettendo una cosa come questa in agenda prioritaria per sei mesi, mentre sul lavoro e i salari (e le famiglie) succede quel che succede, si gioca una possibilità di governo.
Oppure reclamare la massima liberalizzazione tecnologica (con eugenetica disinvoltura) per le procreazioni assistite, mentre prestazioni sanitarie schifose ed economicamente insostenibili strozzano chi i figli non sa più come mantenerli.
Altra cosa che il senso comune non capisce è perchè ci si debba stracciare le vesti sui reati sessuali, mentre dall’altra parte s’inneggia alla deregulation della figa, cioè alla pornografizzazione della pubblicistica e dello spettacolo (compresi gli editori di sinistra di Pornoromantica e i cabarettisti di Zelig, slabbrata linea maginot del marxismo italiano).
Poi non capisce nemmeno perchè si devono ostacolare i termovalorizzatori ed essere sommersi di spazzatura, o escludere il nucleare in italia e comprarlo dai Francesi, ma questo ci porterebbe fuori tema: restiamo sul sociale.
Il senso comune, che secondo me non ha più grosse simpatie per le ingerenze del clero cattolico nella vita pubblica, è costretto a riammetterne la voce, perchè è l’unica che accetti di indicare un ordine, nel disordine stabilito. Pura supplenza, ma forse un po’ meglio di chi viaggia tra le rovine col gelato in mano parlando di nomadismo intellettuale, dif-ferenza, de-territorializzazione a gente che vuole un tetto sulla testa, uno stipendio che sia tale, un futuro per i figli.
La dialettica negativa fa storcere il naso non ai benpensanti, ma semplicemente agli adulti: è l’equivalente ideologico di Peter Pan. Roba per gente che ha paura di crescere.

Addenda.
Cari arcobaleni, alla fine degli anni settanta l’area della sinistra “radicale” (che capitalizzava al massimo l’onda lunga del 68′) godeva in questo paese di un consenso (elettorale ma anche culturale) tra il 6 e l’8 per cento. Trent’anni dopo, le condizioni dei lavoratori e delle famiglie sono peggiorate, e quindi aumentate le condizioni per un eventuale consenso a politiche di sinistra. Ma le proporzioni sono immutate.
1) Chiedersi perchè, urgentemente.
2) Smettere di dar la colpa ai preti (se non ci fossero dovreste inventarli)
3) Un po’ di autocritica no, eh?

Nota
1) Tra le fortunate eccezioni Bruno Arpaia, Per una sinistra reazionaria, Guanda.
Un libro che ho già recensito qui.

26 pensieri su “FERRARA, MOZZI E LE MUTANDE ARCOBALENO di V. Binaghi

  1. per poveretti come lei binaghi per i quali Giordano Bruno è una mummia non spreco un’altra riga di inchiostro (virtuale), se non per chiederle di tener cortesemente il mio nome fuori dalle sue illeggibili emorragie declamatorie.

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  2. Ma per la miseria, Binaghi, gli accenti li sai usare in maniera corretta?

    perchè —> perché

    Andrea Inglese sfodera l’ennesimo sermone da seminarista dell’ateismo militante, mentre Sparzani ridisotterra la mummia di Giordano Bruno.

    Pensieri così, sappi che io li trovo ben più che pericolosi: tipici del fondamentalismo, di un fondamentalismo non meno pericoloso e trucolento di quello islamico. Una battuta di pessimo spirito. :-(((

    Ed impara a mettere gli accenti, una volta per tutte. Incredibile ma neanche poi tanto. :-(((

    Ed ancora: disotterra e non ridisotterra.

    Vergognoso questo pezzo, in tutti i sensi.

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  3. Non so dire se i laicisti individualisti non sappiano più a che santo votarsi: sono portato a ritenere che l’individualismo capitalista sia messo benino nel mondo, a meno di non ritenere una seria minaccia per la sua sopravvivenza il fondamentalismo islamico.

    Di certo l’idea che vi sia un problema di coesione sociale (che bisognerebbe dimostrare attraverso prove super partes, non attraverso le lamentazioni sui mala tempora che oltre che non nuove possono facilmente essere proiezioni personali) e che questo problema possa essere risolto attraverso normazioni (leggi divieti) – alla fecondazione artificiale, alle famiglie post-nucleari, persino alla pornografia vista, con dubbia penetrazione psicologica, come istigazione allo stupro (versione aggiornata del noto: se vai in giro così è ovvio che gli uomini ti salano addosso), esprime un’idea non calzante di cosa significhi coesione sociale. Non che le norme non servano, ovviamente, solo che non servono a quello.

    (parlo di coesione sociale, e non di “fondamento della democrazia”, cioè di una questione reale e non fantasmatica, perché solo una visione iperideologica può ritenere che quello che è un problema per una ristrettissima élite intellettuale politicamente orientata, per un qualche effetto “da prova ontologica” si debba attualizzare nell’oggetto delle proprie elucubrazioni diventando così reale. Senza dire del fatto che il fondamento della dinamica procedurale di gestione comune del potere pare, a livello delle idee, così ben saldamente ancorato nei principi di libertà individuale di opinione, di voto, di scelta della propria rappresentanza e così via che davvero non si sente il bisogno di rinforzarlo – semmai aggiornarlo, come vedremo dopo – se non presso minoranze che già ne disconoscono i vantaggi, che siano i suddetti fondamentalisti o chi per loro)

    In generale, è un’osservazione banale notare che i “vincoli comunitari” non solo non mancano, ma sono strutturati in modo oggi più elaborato che mai, e il fatto che certe leggi permettano cose che all’articolista possono non piacere non esprime affatto una carenza di vincolo, dato che al contrario è proprio il vincolo a permettere o proibire.
    Né è sensato ritenere che se il fondamento di tali vincoli viene individuato in qualche principio veritativo che trascende il gruppo che si accorda su di essi, ciò costituisca una garanzia maggiore alla sua introiezione da parte di quel gruppo che non l’accordo comune in se stesso. Vien da pensare anzi che democrazia significhi proprio il secondo caso, non il primo, dato che per il primo non serve alcun accordo di gruppo ma basta l’adesione a un’autorità esterna che fa discendere i vincoli dal principio.

    Poi appare ragionevole pensare che un eventuale deficit di coesione sociale vada risolto, ammesso che lo possa, in termini positivi attraverso investimenti di senso, fondazioni, costruzioni di nuovi processi, non in termini di un ritorno, nel migliore dei casi del tutto ininfluente se non a livello di autorappresentazione ideologica, a quello che appare un conservatorismo paesano del buon senso andato nei confronti del quale persino i teocon appaiono al passo coi tempi.

    In realtà un’analisi un po’ più attenta può facilmente portare alla luce che il problema delle società attuali non è affatto l’anomia e l’atomizzazione con conseguente nichilismo consumistico e perdita di senso (versione trash dell’esistenzialismo nelle forme del piagnisteo houllebecchiano).
    Al contrario, si assiste a un’esplosione di neo-comunitarismo di ogni tipo, alla costruzione di miriadi di nuovi vincoli di gruppo a tutti i livelli della costituzione dell’individuo sociale, al massificarsi delle forme avanzate dell’inforelazione che permettono un susseguirsi continuo di neo-costituzioni in divenire (che solo un pregiudizio privo di sostanza può ritenere peggiori o migliori di altre appartenenze). Semmai il punto è che tali vincoli non sono più incardinati per via del paternalismo del “buon senso” intorno a un solo mozzo e ai suoi progressivi cerchi (religione, famiglia, classi sociali, stato), ma si sviluppano in modo onnidirezionale, verso una molteplicità di appartenenze difficilmente riassumibile – la progressiva decadenza degli istituti della reductio ad unum, che siano il parlamento o i media che operano in regime di scarsità è un ovvio effetto di tutto ciò.

    Il primo problema oggi è allora l’effetto di reazione e rimbalzo che questa situazione, che si sviluppa impetuosamente e dal basso, provoca presso le fasce meno preparate della società – paradossalmente a volte proprio le stesse che sono investite da quei mutamenti – che tendono a non saper gestire la vertigine della molteplicità e a desiderare qualche forma di identità riparativa e univoca, anche pescata con atteggiamento di modernariato “postmoderno” tra quelle non più effettivamente funzionanti (caso tipico: l’invenzione ex-nihilo e successiva proiezione nel passato di un’identità “padana” mai esistita prima, di fronte alla concorrenza esercitata sulla popolazione autoctona delle varie ondate migratorie in termini identitari ed economici). La molteplicità può essere difficile da molti punti di vista, occorre imparare a gestirla, ed è un processo caotico di apprendimento collettivo non privo di rischi.

    Il secondo punto è se e come le forme dell’appartenenza molteplice possono, attraverso la loro connessione, superare la loro relativa impotenza e subordinazione nei confronti delle forme preesistenti ed esercitare, in forma non concorrenziale ma convergente con quelle, il potere che di fatto già incarnano nella forma di emergente organizzazione sociale.

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  4. Sparzani, questione di opinioni.
    Per me un poveretto è uno che per portare argomenti contro il cattolicesimo rispolvera roba di quattrocento anni prima.
    Come le hanno fatto notare su NI, neanche i Wahabiti.

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  5. Una qualità, se così posso definirla, che va riconosciuta a Binaghi è la capacità di mescolare i propri fantasmi interiori, le proprie ossessioni, con considerazioni di carattere generale, pescando con una certa astuzia – secondo me inconscia – nelle notizie, nelle speranze o proteste di un “senso comune” che Binaghi cita in continuazione. Binaghi si è specializzato in questa attività, e ha, per così dire, elaborato una tecnica. E’ la base della demagogia, usare pezzi di verità riconosciute con insinuazioni, e/o elementi di disinformazione. Il vero motivo che lo spinge a queste operazioni mi sfugge totalmente, se non, forse, qualche sofferenza psicologica la cui natura mi è ignota (d’altra parte non sta certo a me indagare in questa direzione). Posso intuire qualcosa, forse: per esempio l’ossessione del ’68: è un tormento, un Grande Satana che il nostro autore sbatte ovunque come cornucopia di tutti i mali di questo secolo. E’ chiaramente un’ossessione privata che Binaghi usa in maniera pubblica, disinformando, falsificando, ma non consapevolmente credo, perché secondo me non è di animo cattivo: forse è un tentativo – violento – di liberarsi di un certo passato (che non conosco certo nei dettagli né intendo conoscerlo) demonizzandolo. Certo, eticamente è un’operazione disdicevole, come lo è, per esempio, il continuo discredito che Pansa getta sulla Resistenza utilizzando episodi realmente accaduti, e credo che la salvezza della sua anima – perché di un fervente credente stiamo parlando – stia nel riconoscerlo, un giorno, ma anche qui non è compito mio indagare. Vi è una certa finezza nell’elaborazione di questa tecnica, per cui mi stupisce la confusione che Binaghi fa attribuendo il “soggettivismo post-moderno negativo” a quella che, in altri scritti, chiama “intellighenzia progressista”, mentre questi sono caratteri tipici nei neoliberismi, come espressioni dei sentimenti bassi dell’uomo, il rifiuto delle regole, delle tasse, dei doveri, del senso civico, della morale, in nome di egoismi privati immediati (in realtà sono istinti suicidi che vanno in senso esattamente opposto a quello voluto, come per esempio il nascente nazionalsocialismo tedesco che introduceva elementi di anticapitalismo romantico mentre agiva per conto del grande capitalismo imperialista); ci sarebbe altro da dire, però mi fermo qui. In questo mio commento non vi è alcun istinto aggressivo, ma, non da ultimo, il gusto gratuito che ho provato a scriverlo, oltre al fatto che, cercando di capire la complessa aggressività e le ossessioni di Binaghi, oltreché una richiesta molto pressante di attenzioni, di essere notato, ascoltato, forse capisco qualcosa anche di me stesso.

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  6. colgo nel post di binaghi il tono un po’ dell’uomo qualunque, almeno sul piano della forma. non è operazione granché onorevole dal punto di vista intellettuale assumere le parti e i modi dell’uomo della strada, ma lo sbuffo insofferente che vi si avverte fa riflettere. soprattutto quando le risposte sono del tenore di quelle che mi precedono: esattamente della tonalità (o della spocchia) che marca la siderale distanza tra la gente alle prese con la pagnotta e coloro che politicamente dovrebbero rappresentarla. credo di aver capito da binaghi che l’ora incalza ed “è ora” di smettere l’abito dei bei principi libertari per indossare la tuta dei pochi operai superstiti (molti ne muoiono davvero, nonostante le erre mosce spese a blaterare sulla sicurezza), o il cappottino sdrucito delle signore maria che devono affrontare non la quarta, ma la terza settimana, o il completino lucido del ceto medio avviato a diventare mignolo. in mancanza di risposte a misura di quotidianità il primo orco barbuto di passaggio, ex sessantottino lottacontinua, ex tutto e ben collocato, se la papperà la povera gente. basta solleticarne le corde parareligiose: quando la divinità tramonta sull’orizzonte umano è perché sorge l’astro dell’umanesimo, quando questo, come ora, traballa per una sorta di neo-feudalesimo, torna in auge la divinità con annessi e connessi e pure a sproposito. scendete dai troni, o dai seggioloni, forse più questi che quelli, e occupatevi dei milioni di italiani già oltre la soglia di povertà (12% delle famiglie) e degli altri milioni in lista d’attesa per entrarvi. non lasciateli ai grandi fratelli o agli orchi barbuti. e piantàtela di parlare come parlate e di parlarvi addosso: dico agli arcobalenanti.
    l.

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  7. @Baldrati
    Grazie dell’amorevole tentativo psicoanalitico, ma ti devo smentire. Questa interpretazione del ’68 è piuttosto diffusa, se leggi libri e giornali, ed è per esempio alla base di uno dei maggiori filosofi italiani del XX secolo, cioè Augusto Del Noce (presto recensirò un’ottima introduzione al suo pensiero di Carlo Gambescia, così potrai eventualmente psicanalizzare anche lui)

    @Lucy
    In effetti: non solo questo, ma anche questo.

    @Mosca
    Contrapponi a una mitologia del sociale (Monocentrica, paternalistica, gerarchica) un’altra mitologia (policentrica, reticolare ecc) e in base a quella interpreti i concetti di comunità e senso comune, ai quali io do un significato differente. Quello che per te è aurora, per me è declino, ma io ho la storia dalla mia parte: un modello funziona se interpreta i fenomeni, e a me pare che la storia, dall’ellenismo in poi, dimostri che l’eclisse del codice paterno precede la frantumazione. Comunque, per non annoiare e restare al presente, visto che mi hai onorato di un commento così circostanziato, prova anche a rispondere alla domanda finale?
    Perchè le masse si ostinano a snobbare chi dovrebbe rappresentarne le istanze di autentica liberazione?

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  8. seguo da tempo il dibattito sul presunto fronte laico e sull’altrettanto presunto fronte clericale, sia qui che su NI.
    Mi spiace davvero che Sparzani abbia liquidato questo post di Binaghi, che mi sembra il suo più compiuto fino ad ora.
    Questa frase di VB non è certo da liquidare con un commentino risentito:
    Il senso comune, che secondo me non ha più grosse simpatie per le ingerenze del clero cattolico nella vita pubblica, è costretto a riammetterne la voce, perchè è l’unica che accetti di indicare un ordine, nel disordine stabilito. Pura supplenza, ma forse un po’ meglio di chi viaggia tra le rovine col gelato in mano parlando di nomadismo intellettuale, dif-ferenza, de-territorializzazione a gente che vuole un tetto sulla testa, uno stipendio che sia tale, un futuro per i figli.

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  9. Io riconosco a Binaghi solamente la pericolosità dei suoi fantasmi: null’altro. Non vale la pena neanche perderci tempo dietro a uno così. Simili affermazioni, pericolose e invase di razzismo culturale, non dovrebbero neanche esser pensate; ed invece vengono addirittura pubblicate, errori grammaticali compresi.

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  10. @Baldrati – O dell’argomentare sovietico.

    Il ’68 è stato un dono del cielo.
    Solo un matto può non accorgersene.
    Ergo: Binaghi è pronto per l’elettroshock

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  11. Non conosco Valter Binaghi. Non ho mai letto un suo libro e tutto ciò che so di lui l’ho cercato di apprendere dalla lettura dei suoi post su questo sito. Fatta questa doverosa precisazione (ah, dimenticavo, sempre a mio avviso, ho definito “discutibile” il suo modo di cantare il blues, ma è altra faccenda -rido!-), devo dare atto che è una delle poche teste pensanti che (menomale) se ne fotte delle confortanti certezze dell’ideologia, e viceversa sperimenta, mette in gioco, provoca, proprio partendo da questa glassa mentale, per esplorare nuove strade. Che poi nel post possa dire cose che non incontrino il favore dei più, pazienza. Credo che si tratti di un prezzo che ha già messo in conto, al momento in cui le posta, di pagare. Non ci trovo facili esibizionismi, ne vuota ossessione allo stupire.

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  12. @Iannozzi
    “Non vale la pena neanche perderci tempo dietro a uno così”

    Ma allora perchè mi hai recensito il libro, mi hai chiesto un’intervista, e poi riempi il Web di post deliranti che dileggiano il sottoscritto? C’è qualcuno che ti dà (con l’accento) uno stipendio?

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  13. Ciao Valter e ciao a tutti.
    Le forme di “appartenenza molteplice” nascono dalla crescente disgregazione di una società fondata sul contratto. Pertanto il “vincolo comunitario”, così come viene inteso oggi, rinvia in termini pre-assuntivi, a un’antropologia individualistica. Per il neo-comunitarismo attuale, parlerei perciò di forme di individualismo assistito, su base volontaria riguardo all’appartenenza del singolo. Che definirei comunità post-contrattualistica.
    Ben diverso dal comunitarismo pre-moderno, studiato da Toennies e da altri, da ultimo il Dumont, che aveva invece sullo sfondo una società non ancora basata sul contratto. E dipendente dunque da un’antropologia olistica, su base non volontaria riguardo all’appartenenza del singolo. Che definirei comunità gerarchica.
    Ovviamente, oggi, non si può riproporre (e imporre) il comunitarismo gerarchico, ma non si deve neppure gioire dei progressi dell’individualismo assistito, come forma di comunitarismo post-contrattualistico.
    Sempre che non si sia rimasti seguaci del Dottor Pangloss.
    Carlo Gambescia

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  14. Elettroshock Binaghi? Certo che hai dei gusti hard-core, eh?

    Comunque qui sopra ho elogiato la tua tecnica psico-demagogica, e adesso mi fai fare brutta figura. Questa frase qua: “Questa interpretazione del ‘68 è piuttosto diffusa, se leggi libri e giornali”, sembra di essere al Bar Sport di Alfonsine (RA), quando Marione l’elettrauto diceva “l’ha detto la televisione”, oppure alle riunioni del P.C.I. anni Settanta quando Lorenzone il muratore faceva “l’ha scritto l’Unità”. Quali libri, quali giornali? I tuoi, dove vi sono attacchi a senso unico contro il ’68? Io conosco altri libri, dove quel movimento è letto e ricostruito in maniera critica, e inquadrato nel decennio, quando è stato preceduto da movimenti per i diritti civili, la liberazione dell’uomo ecc: L’Orda D’oro di Nanni Balestrini e Primo Moroni, una ricostruzione molto accurata anche filogica e non celebrativa; La cultura underground di Mario Maffi, due volumi Laterza, Storia delle nuove sinistre europee (e anche La nuova sinistra americana) di Massimo Teodori (al di sopra di ogni sospetto, è finito addirittura in Forza Italia). Niente anatemi, niente paure, nessun alibi, niente coscienza sporca né riduzioni comiche ma onestà intellettuale e voglia di capire (e di imparare).

    Poi anche questa frase qua, Binaghi, porca miseria: “Mentre le donne giustamente s’indignano per chi vuole portare il corpo femminile ad essere luogo di contrattazione e scontro politico” ma che vuol dire? Chi sono “le donne”? Tu hai definito l’aborto “un omicidio”, e le donne che hanno manifestato per la difesa della 194 non rientrano nella tua categoria di “donne”? Insomma, capisci Binaghi, non devi generalizzare così o fare battute da P.C.I. anni ’70, sennò neppure Cletus riuscirà più a declamare il tuo genio.

    Saluti de-territorializzati (ti piace la parolina magica eh?)

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  15. “a me pare che la storia, dall’ellenismo in poi, dimostri che l’eclisse del codice paterno precede la frantumazione.”
    a parte che esistono nobili e vetusti filoni di ricerca addirittura ottocenteschi che semmai rivendicano la primazia matriarcale; o altri che individuano nel nazismo la quintessenza del codice paterno; ma in realtà il fatto è che l’interpretazione in chiave psico-antropologica della storia è un’esercizio dillettevole di rilevanza non superiore alla costruzione di acquiloni di balsa o all’erotismo amatoriale, con cui condivide il carattere dilettantesco. una volta lo storicismo si preoccupava di mostrare fondamenti nello spirito o nell’economia più motivati. oggi è un fiorire di esercizi a volte raffinati a volte francamente imbarazzanti di ampie cavalcate nei millenni a cavallo di un esile concetto che sta ahimé tutto nella testa del severino, dello zolla, del girard e del pincopallo qualunque, tutti egualmente sogetti alle mode culturali che ne fanno eroi della cultura un giorno e monumenti all’idiozia il giorno dopo.

    “Perchè le masse si ostinano a snobbare chi dovrebbe rappresentarne le istanze di autentica liberazione?”
    e chi sarebbero, i rifondanti arcobaleni? non mi risulta di averli in qualche modo appoggiati nel mio commento. penso che siano ferrivecchi, anche se per motivi diversi dai tuoi. a parte il fatto che “le masse” non esistono da un pezzo, e “autentica liberazione” è una nozione ideologica e sospetto anche autocontraddittoria. I fenomeni di investimento del desiderio nelle forme della relazione e rappresentazione sociale sono un filino più complessi di così, per fortuna.

    quanto ai concetti di coesione sociale e comunità, ne do l’iterpretazione nota a qualsiasi studente di scienze sociali, né mi è chiaro perché per parlare di fenomeni sociali dovrei usarne accezioni parziali o idiosincratiche proprie di qualche ideologia o mattana personale

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  16. Comunque non voglio solo criticare, c’è anche un passaggio ok: “Alla sinistra arcobaleno vorrei dire quello che già diceva Pasolini trent’anni fa: non potete combattere Moloch continuando a nutrirlo”. Mi ricorda una delle principali riflessioni del movimento culturale-politico che faceva capo ai Quaderni Rossi (siamo nei primi anni ’60, Panzieri, Tronti, Cacciari, Asor Rosa): la classe operaia, si diceva, assume gli stessi comportamenti e gli stessi bisogni della borghesia. Come può combatterla se ne assume i falsi valori? Queste istanze furono poi riprese con forza estrema dai Situazionisti e attraversarono il 68.

    Giacomo Mosca: quelli della sinistra arcobaleno saranno anche dei “ferri vecchi”, però in questa epoca scellerata neoliberista dove tutti fanno a gara a chi regala più soldi agli imprenditori, sono gli unici a parlare di precariato, di salari, di diritti del lavoro.

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  17. Gambescia, mi perdoni, eccerto che col rispetto degli astanti, allo sfoderare di termini come “olistici” garantito che lasci metà della platea a bocca asciutta, e nella migliore dell’ipotesi, incapace di profferire o controbbattere alcunchè. Il tono della discussione, al di la dei toni da grand-guignol…a volte va inteso per quanto di più comprensibile riesce a generare. Lo spunto del post è un intervento di Giulio Mozzi su NI e a ruota con un paio d’altri usciti su vibrisse. Perchè Baldrati e Binaghi ne possano discettare è d’uopo (visto…? conosco anch’io qualche termine fico…ma niente paura…solo perchè ho letto qualche libro, fra una canna e l’altra…) tenere il codice del linguaggio ad un livello comprensibile ai più. Credo sia alla radice del post, del marketing in generale, e di qualsiasi relazione che non abbia come scopo che lo sterile sfoggio di capacità linguistiche, altrimenti solipsistiche e vacue. Ben venga il sangue, quindi, che almeno ha insito il connotato della relazione.

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  18. @Mosca
    Le interpretazioni psico-antropologiche della storia sono esercizi dilettanteschi? Bene: prendiamo Vico, Herder, Nietzsche, Spengler e Girard e buttiamoli via, in funzione della pura e semplice ratifica dell’esistente, che lei ammanta di sociologismi più o meno raffinati, ma che a me somiglia tanto all’idolatria del fatto bruto. Siamo daccordo sul carattere residuale degli arcobaleni.
    Sono i freaks della politica: sanno parlare ai marginali, ma non più a lavoratori e famiglie.

    @Baldrati
    Sei un bel tipo, però: quel passaggio, che tu dici di approvare, è il senso ultimo di tutto il mio intervento, che è comunque rivolto a un ambiente in cui ho molti amici.

    @Gambescia
    Altrove idee come queste sarebbero accolte ben diversamente ma, che vuoi, a me piace il contraddittorio pesante, se no mi addormento. Grazie della visita.

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  19. Baldrati, facciamo un discorso (serio ?). Che facciamo di tutta la genia di capo-popolo che si affannava nel movimento a digrignare i denti a perorare cause con la passione dell’ultimo degli avvocati d’ufficio ? Qualcuno ha citato la erre moscia, ma c’era anche il cachemire, e fortuna non esistevano ancora i cellulari, che oggi conosco gente che si incazza perchè lo stato non passa i libri gratis ai propri pargoli, ma guai a non mandarli a scuola con le nike da 200 euro ai piedi o l’ultimo cellulare nello zaino.
    Che cosa ne è stato di quel sano ribellarsi ? Che riottoli carsici ha imboccato ? Vedo un grande bluff, ma non ho la presunzione di trovare il colpevole, come molti si dicono certi. Prendo atto. Prendo atto che in questa soap-opera (andata a male) la mania di protagonismo giustifica le peggiori nefandezze. Tommasi di Lampedusa, in questo senso, è stato un genio precursore. Si strilla che tutto cambi, che debba cambiare, per lasciare le cose sostanzialmente cosi come sono. L’offensiva sui temi etici, in presenza di dati non allarmanti sul ricorso alla 194, non si giustifica da sola. E’ una variante del gioco, o come lascia suggerire il post (se ne ho ben percepito il senso) ha il sapore di un intervallo fra i due tempi. A fronte dei guasti della politica, della crisi della “delega”, in assenza di una credibile capacità di educare lo spirito critico (e dire che la “fabbrica” di cultura, intendo mass-media e scuola non è ascrivibile alla destra) questo è il teatro che ci aspetta. Non è il caso di rallegrarsi, ma chiedersi, si come farebbe Marione al bar sport…”che succede adesso ?”.

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  20. @ VALTER

    Appunto: “hai recensito il libro, mi hai chiesto un’intervista”.
    Ho recensito il libro. Se domani Valter Binaghi scrivesse un buon libro, non avrei nessun problema a dirne bene.
    Però se spari stronzate senza senso come hai fatto qui dicendo del Nolano mummia rinsecchita, il minimo che puoi aspettarti da me è una sonora tirata d’orecchi.

    Da sempre sostengo che l’opera di un artista è spesse volte migliore di chi l’ha creata/prodotta: ciò vale anche per te, Valter. Il tuo romanzo è bello. Mi ha divertito, in senso positivo, l’ho detto quando è uscito, lo ripeto ancora adesso. Ma un conto è parlare del libro, un altro dell’uomo Valter Binaghi e un altro conto ancora sarebbe parlare di Binaghi lo scrittore.

    Il tuo problema è che non sai essere critico: hai i tuoi fantasmi a cui pensare. Ma se mi parli di Giordano Bruno il Nolano mi aspetto che tu parli del Nolano e non di te stesso, quindi dell’uomo, incorniciandoti in un ritratto pienamente solipsista. Per questo motivo ritengo che questo pezzullo vale niente.

    Sei una persona preparata, che sa, che ha studiato: perché allora non parli del soggetto invece di usarlo in luogo di scusa per parlare di tutt’altro?

    A suo tempo ti posi una domanda sul Diavolo, sulla sua presunta identità, domanda alla quale tu rispondesti così:

    E’ chi vuole acquisire un potere assoluto sull’essere umano. Quindi per prima cosa lo priva del suo nutrimento vitale, ciò da cui può attingere da solo: la protezione di una comunità familiare e la saggezza di una tradizione, l’identità con un paesaggio, l’autonomia produttiva e creativa, sostituendo tutte queste cose con un benessere “somministrato” dalla tecnica, dalla burocrazia, dal flusso spettacolare di immagini mediatiche. L’effetto è si, come dici, l’omologazione del pensiero, ma anche e soprattutto la crescente dipendenza.

    Mi piacque quella risposta.
    Peccato che nella pratica, caro Valter, ti applichi per il contrario, forse in maniera inconsapevole. In breve: non ce l’ho su con te, tranne quando spari stronzate.

    L’uomo libero è solo colui che guarda al mondo intero senza pregiudizi. Questa è una mia perla di saggezza iannozziana. 🙂

    Ciao

    g.

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  21. Cletus, scusa ma non sicuro di aver capito tutto quello che vuoi dire. Sull’involuzione siamo d’accordo, ma non è questo il punto. E’ una marea nera che viene da lontano. Ma se vi sono stati dei valori, delle speranze, degli esperimenti sociali nel nostro passato si tratta di non sperperare questo patrimonio, per noi stessi dico, per la nostra crescita, poi che mi frega a me del cachemire di Bertinotti. I nostri sono tempi di emergenza assoluta. C’è una ultradestra eversiva piena di delinquenti comuni che scalpita per riprendere il potere, ho paura non tanto per me, ma per il futuro di mia figlia. E’ un’emergenza molto seria, auspico mille anni di Prodi e Veltroni e persino di Rosa Bianca pur di fermare questa orribile deriva.

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  22. Baldrus, be quite…chiediti come mai questa ciurma che hai descritto conta su cosi tanto seguito.
    Lo capisci che c’e’ qualcosa che non funziona ? Poi ne riparliamo.

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  23. siamo all’implosione. il senso e la colpa di tutto questo non è “da qualche parte” ma è dentro le cose stesse che ne sono l’espressione. causa ed effetto collimano. bisognerebbe distinguere e distinguere e distinguere. e invece nel “fregaammè” generale s’è perso il valore delle appartenenze e delle somiglianze, delle diversità e degli antagonismi: fa bene mozzi a scegliersi un “nemico”. tutto spinge al vulemmose bbene: vulemmose bbene un corno! e non voglio bene neanche al patrimonio della sinistra quando alle parole non segue il gesto o segue un gesto cotraddittorio. non può bertinotti parlare di operai che non arrivano alla fine del mese etc. col fare salottiero che conosciamo, indossando abiti di cui ogni singolo pezzo vale uno stipendio di quegli stessi operai! non può. almeno ORA non più. non può assomigliare ai “padroni”. il cinismo dei nostri tempi fa apparire ingenue affermazioni come quelle che ho fatto destinate a suscitare immediatamente il riso: “dovrebbe per caso indossare l’eskimo?”. ripeto, vadano questi signori dai “poveri”, che brutta parola, ad esporre i loro proclami e si sentiranno rispondere “grazie, ma è già passato un tale che mi ha promesso un milione di posti di lavoro, l’abbattimento delle tasse, la sparizione di tutti gli extracomunitari (salvo che nelle fabbrichette, ben si sa), la promozione facile a scuola, programmi televisivi interessanti come GF, amici etc. così non devo fare la fatica di farmi i c….del mio vicino di casa…” qualcosa non ha funzionato: perchè tutta la società è un grande omogeneizzato in cui le passioni umane, a cominciare dall’odio e dall’amore sono esorcizzate invece che interpretate, perchè tutta la società guarda ai risultati ma non ha più fini. e la politica, che non è solo economia, accidenti, ha come unico scopo la riproposta dei politici e non l’interesse della comunità, le poltrone e non il “senso” dello stare insieme di quella comunità.
    nel nostro paese forse non c’è mai stato un “senso” politico. nell’emergenza è ora di darselo e di impedire al mercato di essere l’unico orizzonte possibile. cominciando col lasciare il cachemire nel cassetto per i giorni di festa.

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  24. Caro Cletus 1,
    Mi scuso per il sociologhese. Chi mi conosce, sa che non amo assolutamente mettermi in mostra… Per giunta la chiarezza, soprattutto sotto l’aspetto giornalistico (e bloggeristico), deve essere la regola. Purtroppo, stimolato dal (sociologicamente) ricco intervento di Giacomo Mosca, mi sono lasciato andare :-). Probabilmente anche nella replica. Forse dopo Pangloss avrei dovuto aggiungere, per evitare equivoci, un piccolo “smile”.
    Un cordiale saluto,
    Carlo Gambescia

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