LA NORMALITA’ DEL MALE

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di Alessandro Seri

– Quei due hanno qualcosa di sinistro – mi ripeto giornalmente e senza una motivazione precisa questa frase, ogni qual volta che appaiono in video i due esseri troppo umani facenti parte di quella coppia che a Erba sembra abbiano ammazzato un bambino di tre anni e altre tre persone. Ammetto che la regola e il politically correct prevede di non esprimere giudizio finché giudizio non è stato pronunciato in tutti i gradi possibili dai vari tribunali ma questa frase tarlo che mi si è insinuata mi mette un po’ a disagio.

In questi giorni mi capita, mangiando a pranzo, di osservarli in vari canali che assistono al processo per il quale sono imputati. Li osservo per i pochi secondi dei servizi e qualcosa di gelido mi filtra nelle ossa. Ipotizzo per prima cosa, per togliermi d’impaccio e lacci al dopo, una loro possibile innocenza. Allora sarebbe un disastro di comunicazione. Per l’ennesima e triste volta avremmo messo in piazza al pubblico ludibrio il mostro che non c’è. Colui che già meglio di tutti Kafka ha descritto e nel caso così fosse i colpevoli superficiali e stronzi saremmo tutti noi perché in fondo in fondo un po’ ci piace vedere i condannati a morte sfilare fino verso la ghigliottina. Bene l’ho scritto, ho anticipato persino il garantismo. Ora però lasciatemi sparlare che quando li vedo insieme oppure soli mi piglia un brivido di quelli che me li sento in corpo fino a notte. Il maschio è bello grosso, pasciuto, occidentale, la riga da una parte, quando cammina lo fa con incedere forzato, barcolla da sinistra a destra, muove la testa e guarda con aria indifferente. Sarà l’indifferenza che m’inquieta? Forse sono quegli occhi spenti e penetranti, l’atteggiamento, mi pare che dica silenzioso e nel silenzio parla qualcosa tipo: – Fatti i cazzi tuoi che io mi faccio i miei. – E’ quasi una minaccia ma non è mai vocale, è tacita come un accordo, poco voluminosa, chiusa. Per la femmina invece le cose sono inverse: è piccola, nervosa, con i capelli corti, ma non è secca. Mi appare piena di rabbia ma nel mondo comune la rabbia si controlla e il pubblico non vede. La rabbia è un sentimento da usare nel privato, per pochi intimi, solo per noi se serve. La femmina è minuziosa, la vedo muoversi veloce, fa gesti ampi, straparla ad alta voce, proclama che non sa niente, che non ha visto niente, che è meglio non vedere perché non c’era niente. Poi dalla porta di casa le esce solo la testa, la vedo che sembra non avere corpo e corpo non ha sotto i vestiti che sono scelti in una studiata arte. La tuta verde sformata per non farsi vedere e giacca a vento blu larga due volte il necessario comprata per celare, per mascherare il nulla. – La faccia ce la metto ma tutto il resto no. – avrà pensato, immagino, quando la intervistavano e lei nulla sapeva. Adesso poi me li rivedo insieme che sembrano attaccati, stanno dentro la cella, dietro le sbarre da animali. Lo zoo della televisione me li riporta a galla e ancora parlano tra loro fitto e silenzioso colloquio di natura. Si tengono la mano come gli innamorati, sorridono alla corte e agli spettatori. Qualcuno scrive che i loro sorrisi sono provocazioni, ma io non vedo questo e penso che così fanno perchè altro non sanno fare. Sorridono per difesa, senza nessun proclama, sorridono perché non hanno altro da fare. M’inquietano i loro occhi che non chiedono mai nulla, non sono tristi, pensano alla dignità scambiandola per superficie. Insieme in quella cella stanno sempre vicini appaiono arrotolati l’uno sull’altra ad unificare una poltiglia priva di saldature. Sembrano materia molle, informe che si muove appena, un unicum destino, la coppia sulla scena. Non ho giudizi oppure non li esprimo per quello che forse hanno compiuto non c’è niente da dire, faccio considerazioni solo sul vestire. Lui porta quel maglione ed anche lei lo indossa, sono di lana spessa, coprono tutto, non lasciano respirare. Di solito per lui è grigio o marrone ma sempre di un colore che non riflette il sole; per lei ci sono invece sempre colori opachi: un rosso triste, un blu che non è notte, nemmeno mare. M’inquietano quei due perché sono normali, mi sembrano i vicini che tutti ce li abbiamo, li incontri sulle scale, per strada, al centro commerciale, comprano la pizza al taglio sabato sera per non cucinare, e poi escono al bar mentre e lui sbircia la partita lei mette lo zucchero sui due caffè. Poi escono salutando buonasera, salgono in macchina e tacciono lungo la strada, alla rotonda imprecano la precedenza, parcheggiano sotto casa, lei cerca le chiavi, lui fa fatica a scendere dal sedile. Armeggiano sulla serratura, gia pensano a dormire, si chiudono dietro il portone, scompaiono nella casa, le scarpe di gomma stridono per le scale, potremmo essere noi, sono la normalità del male.

3 pensieri su “LA NORMALITA’ DEL MALE

  1. Una volta si aveva paura dell’angelo della morte, per la sua bellezza innocente, seducente e criminale.
    Ora invece bisogna quasi aver paura della normalità.

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  2. Sì, la normalità del male fa davvero paura. Lo pensavo anche oggi quando il tg1 ha dedicato quella inutile e penosa pletora di servizi alla vicenda dei due fratellini: non so quanti anni avessero di preciso, ma credo abbastanza per accennare una reazione, per rendersi conto di quanto stesse accadendo. Mi immagino loro due, sui sedili posteriori di un’auto, e il padre affabile, “normale” – come pensare, come prevedere, che un padre possa arrivare ad uccidere te, suo figlio? Il male sa colpire così a fondo proprio perché non ci accorgiamo -statisticamente- della sua normalità.
    Sono fermamente convinto che questo sia un discorso diacronico e non sincronico: è sempre stato così, non è questione di “una volta” e “ora”. Semmai, “ora” i media hanno deciso di dare molto più spazio alla cronaca nera, per coltivare l’insicurezza e la distrazione, permettendo ai partiti di scrivere programmi elettorali convergenti sul problema della sicurezza, e ben più distratti e generici su quelli che, davvero, sono i drammi del nostro paese.

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  3. Direi che entrambi, Missy e Michele avete ben interpretato l’idea di fondo di questo pezzo. A me il male incute timore proprio a causa della sua normalità e penso che nella normalità, anche nella nostra normalità, ci sia un profondo malvagio. Ho terrore del mio. L’unica consapevolezza che mi rende più lieve è che esiste anche la normalità del bene e probabilmente è ancor meno visibile e ancor più potente ma questo lo spero soltanto, non l’ho ancora appurato
    grazie per aver letto
    Alessandro

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