Parlare per figure – di Nadia Agustoni

[ L’articolo è un estratto da un lavoro tuttora in corso su alcuni scrittori contemporanei. La rilettura di David Grossman riguarda la sua novella o romanzo breve Col corpo capisco edito da Mondadori nel 2003. N.d.A.] (1)

David Grossman è spesso riuscito a creare personaggi femminili molto belli. Valga per tutti la piccola suora ortodossa di Qualcuno con cui correre, uno dei suoi libri di più ampio respiro. Nel romanzo breve Col corpo capisco, Rotem torna dalla madre morente per assisterla e leggerle un racconto che ha scritto e con cui cerca di spiegarsi un fatto cruciale del loro passato che lei figlia ha vissuto come fatto imperdonabile. Rotem è lesbica e Melany l’amante londinese con cui vive lontano da Israele è stata prima ancora che un’amante la donna che l’ha salvata da un lento disfacimento morale e fisico. Il passato è un peso per Rotem. Le pesa il non amore o meglio l’amore imperfetto di Nili, madre tesa a cercare troppa salvezza e per troppe persone.
Quando Kobi, l’adolescente che le è stato affidato perché ne faccia un uomo, improvvisamente sparisce ( fuga, suicidio, incidente non si saprà mai) Nili, insegnante di yoga, abbandona tutto e tutti per cercarlo in preda ad un rimorso mai detto e anche perché non può spiegarsi l’accaduto. Rotem che assiste bambina ai fatti non perdona la madre per quello che le appare come un aver provocato gli eventi. Rotem guarda impotente l’impotenza della madre che cura il male altrui ma non può totalmente sconfiggere il proprio male dentro, quel male sordo o dolore personale che rimbomba in Rotem bambina che lo ascolta e che la porterà a scappare, a non voler somigliare, a cercare prima nel disfacimento poi in un fortunoso ma autentico amore, la sua autenticità.
Il mistero della scomparsa di Kobi diventa il viaggio di Rotem verso la parola . Con la parola, con tutte le parole che tradiscono ma dicono, Rotem imbastisce per Nili una narrazione del passato, dove Kobi e Rotem cercano un futuro e lo fanno urtando contro l’incomprensione di un padre lui, di sua madre lei. Kobi è la figura del discorso di Rotem a Nili, ma è figura che trasfigura e diventa altro. Nili che sorride misteriosamente alla figlia dal suo letto di morte rileva qua e là le fantasie o invenzioni del racconto, ma solo per capire qualcosa a sua volta o forse solo per dire che così è ugualmente bello.

Nili seguace di filosofie orientali e che usa le tecniche yoga e reiki per curare e dare sicurezza a chi si rivolge a lei, non pare in sintonia con le scelte sentimentali della figlia che pure è lontana e scrive e fa ciò che vuole della propria vita senza più parlarne. Il disordine sentimentale di Nili è pur sempre eterosessuale, l’ordine monogamo di Rotem è pur sempre altro.
Cosa capisce Nili di questo altro? Perché, anche non dicendolo del tutto apertamente, Rotem teme il giudizio di Nili e i suoi occhi sulla sua persona?
Cosa è rimasto in Rotem che è ancora attesa e che diventa voce per confortare a sua volta una donna che non l’ha mai saputa confortare?

Alla fine del suo racconto Rotem avrà indietro le parole di Nili: “ tu e Melany, dice a sorpresa … state bene insieme. … Tu e lei vi fate del bene a vicenda”.(2) Sono però i gesti a ricondurre Rotem all’amore che non aveva avuto o che pensava di non avere avuto e che per molto tempo da adulta non aveva più voluto. Sono le mani di Nili che sciolgono il mal di testa della figlia e il peso che ha dentro il corpo, dentro il cervello: “ Poi, per un tempo infinito, più o meno tutta la mia infanzia, resto china, aspiro quel contatto. Il suo dito si muove con angelica delicatezza, passeggia negli anfratti della mia mente, nei punti freddi e tristi, nei luoghi in cui le è sempre stato negato l’accesso e dove lei Nili l’ha sempre saputo – veniva tradita . Sono così felice sussurra, che finalmente abbiamo parlato “. (3)
La parola quindi è inserita in una trama dove gesto e voce annullano l’incomunicabilità e quell’eccesso di silenzio che non è più ascoltare. Nessun ritorno alla madre ma un a parte, una narrazione cui si partecipa in due e in cui il futuro è, per entrambe, il senso di sé.

Ma una nota sul tradimento di quella che è la madre, dura madre verrebbe da dire, può aiutare a precisare quello che nei due soggetti, Nili e Rotem, è il bisogno di una propria unica e irrevocabile interezza. Non le leggo come specchio una dell’altra, ma come amore una dell’altra. Forma d’amore che libera quindi e non vincola a somigliare né a dissomigliare. Se il conflitto ha una sua funzione è quella di farci scoprire un fondo di inviolabilità negli altri. Inviolabilità tanto più necessaria quando il legame è parentale.

Emily Bronte inizia in modo misterioso una sua poesia “I tuoi custodi dormono/ io vengo a ridestarti” e non si sa di cosa e a chi parli se non a una Mary mai identificata e il cui amore per un giovane sembra suggerire, nella voce di Emily, il volere affrancarsi dalla passione per un affetto che si fa radice e si unisce a una memoria più difficile da rappresentare ma che colma il presente con il passato, con l’impronta di una felicità che riempie il verso “ Né l’inferno né il cielo/ se ci fossero entrambi avversi/ possono togliere la felicità quando è stata data-/ possono privarci del passato. (4)
Emily scriveva forte di una personalità che le ha permesso di sovrastare i tempi avversi. Tempi avari con una donna che voleva vivere quanto darsi parola e le cui parole rapportate alla nostra modernità, rapida e che non sa capire le passioni e gli affetti se non superficialmente, prendono forma forse al di là delle sue intenzioni. O forse no. Doveva aver compreso qualcosa per compiere nella propria opera quello che la rende un autore letto a distanza di tempo e su cui non si smette di interrogarci. Sappiamo che teneva segreti i suoi versi, ne fece una forma di diario privato “ Se il mio cuore avesse conosciuto la falsità/ non una spina avrebbe turbato la mia strada/ il mio spirito non avrebbe perduto il riposo/ non avrei versato queste lacrime. (5) Qui, il nostro funambolismo di atleti della precarietà, trova conferma. La sofferenza è una mappa in cui si iscrive il reticolo di radici che ci porta agli altri e di nuovo a noi come bambini che hanno visto e la cui visione può librarsi. Non ci si libra staccandosi semplicemente. O almeno io non ho saputo farlo. Il lavoro preparatorio è simile a quello descritto da Philippe Petit nel suo Trattato di funambolismo “ Non sperate nulla da un lavoro serio di poche ore. Date alla pelle il tempo di comprenderlo. Ma giuro che quando i piedi scivoleranno da soli verso il letto di un cavo, vi sorprenderete a sorridere colti da una pesante stanchezza. Guardate: sulla pianta c’è quella che il mio amico Fouad chiama la Linea del Riso. Corrisponde al segno del filo”. (6)

Dalla terra al cielo, quindi, con il segno del filo che diventiamo a nostra volta . Un filo che è mestiere “ sobrio, rude, scoraggiante” e il cui studio “ non è rigoroso, è inutile” (7) come ci avverte il funambolo Petit. Se, come scrive Werner Herzog nella quarta di copertina, questo Trattato “ mostra l’arte di colmare e illuminare il vuoto”, mostra altresì che è un’arte che ripete se stessa. Siamo sempre filo o se preferiamo “cavo” , la cui interiorità è singolare come per tutte le cose: “ non far male al cavo, la sua anima è tenera”. (8) Il funambolo conosce la pazienza. E conosce l’ora del suo vento. Qualunque cosa sia quella che chiamiamo anima il nostro equilibrio dipende dal non rinunciare a noi stessi. Detto con le parole di Nicholas Boyle il biografo di Goethe “Ma la rinuncia alla speranza di possedere l’oggetto è, al contempo, rinuncia a quell’io che spera di possederlo”. (9) E allora che ogni parola contenga un silenzio non mutilato. E la pelle su cui il dolore è segno, sia la traccia del mutarsi e il cardine sulla morte, sul tempo e sull’ideale tradito. Ideale che tuttavia può infondere in noi l’incandescenza.

Note

1) David Grossman; Col corpo capisco; Mondadori 2003
2) David Grossman; Col corpo capisco, pag. 300, Mondadori 2003
3) Ibidem; pag. 301
4) Emily Bronte; in Anne, Charlotte, Emily Bronte, Poesie; pag. 693
5)Ibidem; pag. 695
6) Philippe Petit; Trattato di funambolismo, pag. 50 edizioni Ponte alle Grazie 1999
7) Ibidem; pag. 51

otto) Le parole sono di un indigeno senza nome di una tribù della foresta amazzonica e sono riportate da Herzog in quarta di copertina.
9) In Harold Bloom; La saggezza dei libri, pag. 187; Bur exploit 2007.

5 pensieri su “Parlare per figure – di Nadia Agustoni

  1. Ringrazio Nadia Augustoni, per le bellissime osservazioni su testi, e autori a me così cari.
    In particolare, quelle su “Col corpo capisco” di Grossman, di cui avrei voluto postare qui, anch’io tempo fa.. ne riconosco sintonie sia sullo scrittore che su temi così centrali, almeno per me: sull’inviolabilità(dell’altro), sulle radici future del passato, sulla linea che unisce affetti ad amore alla precarietà del presente ed al volo..
    Maria Pia

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  2. leggo con grande commozione e ringrazio nadia che è capace di una densità di pensiero che fa lavorare l’anima (o qualsiasi cosa sia!) con gusto e speranza.
    a me ha colpito molto questo passo: “Se il conflitto ha una sua funzione è quella di farci scoprire un fondo di inviolabilità negli altri. Inviolabilità tanto più necessaria quando il legame è parentale.” mi ricorda che quanto suggeriva Agostino, “amore è voler conoscere l’altro”, va saggiamente chiosato con Simone Weil: “senza volerlo mangiare”. in questo amore che rispetta le opacità e le distanze, e anzi se ne serve creativamente (come il funambolo del vuoto), trovo una grande lezione di “resistenza” (e non solo spirituale).
    grazie
    re

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  3. @ Mariapia

    Grazie, il tema dell’inviolabilità mi sta molto a cuore. E anche restituire alla figura della madre la sua integrità.

    @Renata

    So che ami molto questo testo. Grazie di averlo detto con questo commento.

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  4. “col corpo capisco”. non lo conoscevo.

    nadia, si sente bene “come” hai letto questo libro…e fai venire voglia di fare altrettanto.

    thanks!
    s.

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  5. E’ un articolo, questo di Nadia Agustoni, che prescinde dal notevole interesse dei riferimenti letterari e si allarga in infiniti pensieri morali sull’esistenza ovunque e dovunque e su “come” noi ci stiamo dentro. Merita di essere visto come un Trattato sulle modalità di “colmare il vuoto”. Fargli cioè la grazia di sparire nel riempimento, giacchè il vuoto, non esistendo di per sè neppure come struttura di pensiero autonomo, è solo servile. Ed è pericoloso quanto un abbaglio.
    Un articolo di notevolissima scrittura e di grande coscienza.

    Cristina Annino

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