La lettura secondo Marcel Proust

di Mauro Baldrati

proust_gilberte.jpg“Non esistono forse giorni della nostra infanzia che abbiamo vissuto intensamente quanto quelli che crediamo di avere perduto senza viverli, i giorni trascorsi in compagnia di un libro molto caro”.
Sulla lettura nacque come introduzione alla versione francese di Sesame and Lilies di John Ruskin ed è, come tutti i prodotti della sua macchina di scrittura, strettamente legato all’intera opera di Marcel Proust. Quei “giorni che crediamo di avere perduto senza viverli” sono i giorni del narratore ragazzino della Ricerca, quando, a Combray, la macchina fonde immagini, suoni, colori, odori, solitudini, personaggi/maschere che si muovono nello scenario individuale dinamico – dinamico nell’ambiente collettivo bloccato – della casa di campagna. Qui, il narratore ragazzino che segue le scansioni rigide della famiglia ultraborghese, cerca di soddisfare la sua voracità di letture: e in questa prima parte del testo non è tanto importante il chi, ma il come, e il dove: i luoghi di lettura, la sala da pranzo, “su una sedia, accanto al debole fuoco di legna”, mentre arrivano i frequentatori della casa, come attori di una pièce che si esibiscono nelle loro performances: la cuoca, lo zio, la prozia, che il narratore/lettore ci descrive con la consueta ironia.
Arrivano i suoni, i raggi di luce, le ombre, le distrazioni, mentre il narratore/lettore cerca di evocare i personaggi avventurosi e meravigliosi che lo fanno sognare: i grandi di Francia medievali, le mitiche dame del tempo antico, i classici. I libri, gli arredi, i personaggi, tutto si fonde nella macchina di scrittura pluralista. Anche la malattia. Proust, che scrisse la Ricerca nel suo letto di grande malato, traccia la famosa teoria di lettura come forma di terapia: “E’ noto che, in alcuni disturbi del sistema nervoso, il malato, senza che alcuno dei suoi organi sia colpito, si insabbia in una sorta di impossibilità di volere, come in un solco profondo, da cui non può trarsi da solo e in cui finirebbe per deperire se non gli venisse teso il soccorso di una mano forte”. Il soccorso, cioè l’intervento del medico, la terapia, che, come una forza estranea amica, lo aiutano a ritrovare la sua forza: “questo impulso che lo spirito pigro non può trovare in sé stesso, deve venirgli da un altro”. E deve arrivare in perfetta solitudine, perché “al di fuori della solitudine non può avere luogo quella attività creatrice che per l’appunto è necessario risuscitare in lui”. Non una solitudine assoluta però, perché non è la solitudine in sé la funzione oggettivamente favorevole alla rinascita, ma la condizione ideale per accogliere “la sola disciplina che possa esercitare un influsso favorevole su spiriti come questi: la lettura”. La lettura, come la terapia, è un aiuto potente per scendere nelle profondità di quelle zone segrete, altrimenti inaccessibili del nostro animo dove si nasconde “la verità”. Ma attenzione, avverte Proust, la lettura è un impulso, una macchina, non possiamo pretendere di sostituirla alla nostra creatività. La lettura non è la verità. Tutto avviene in noi, tutto è governato dalla nostra forza, la lettura “si limita a restituirci l’uso della nostra attività personale, come lo psicoterapeuta si limita a restituire al malato la volontà di servirsi dello stomaco, delle gambe, del cervello, rimasti intatti”. Diventerebbe pericoloso caricarla di potenzialità che non sono sue, per giustificare il depotenziamento di noi stessi. Proust sembra avvertire i bibliofili, coloro che cercano risposte definitive nei libri, che li adorano come oggetti sacri: la verità non è nei libri come strumenti di devozione, ma unicamente in noi stessi.
La lettura come terapia, ma anche come forma di amicizia. Un’amicizia “pura” in qualche modo. In tutta l’opera di Proust serpeggia un pessimismo atroce nei confronti dei rapporti umani, l’amicizia, l’amore. E’ tutto un dare e un avere, un nascondere, un mimetismo interessato, un’ossessione, una gelosia morbosa, una sfiducia. L’altro, o l’altra, appartiene a un universo sconosciuto, inconoscibile, e ogni tentativo di svelare questo mistero è destinato al fallimento. Per molti la Ricerca è una vera e propria discesa agli inferi, la mortificazione di se stessi nello sforzo estremo, inutile, di amare per essere amati. Ma, se “l’amicizia è una cosa frivola (…) la lettura è quanto meno un’amicizia libera da tutte le caratteristiche che rendono sgradevoli le altre”. Con la lettura possiamo risparmiarci tutti quegli scambi di cortesie, gli ammiccamenti, la deferenza, la gratitudine, “ai quali mescoliamo tante menzogne”. Nella lettura l’amicizia viene restituita alla sua purezza primitiva. “Coi libri, non sono necessarie cortesie (…) tutti i turbamenti dell’amicizia svaniscono sulla soglia di quell’amicizia pura e calma che è la lettura”.
La lettura dunque è un’amicizia immateriale, come la verità di cui favorisce la conoscenza. Ma cos’è la verità? Possiamo definirla? Conosciamo altri elementi, oltre al fatto che si annida nelle profondità segrete nel nostro animo?
Forse, per cercare una spiegazione, possiamo chiedere aiuto a un originale analista della macchina di scrittura pluralista, quel Deleuze autore di un libello del 1964, Marcel Proust e i segni. Da quell’immenso affresco di tempo perduto, cioè tempo perso, sprecato, sospeso nello spazio in/determinato che è La Ricerca, esce una quantità enorme di segni. Deleuze li suddivide in quattro modelli: i segni mondani, che sono vuoti, nulli (le pagine memorabili dei salotti Verdurin e Guermantes sono dense di segni mondani, coi personaggi vuoti, schizzati, sui quali si abbatte l’ironia tagliente – anche se spesso affettuosa – del Narratore); i segni amorosi, che sono ingannevoli, “il loro senso è sottoposto alla contraddizione tra ciò che rivelano e ciò che vorrebbero rivelare”; i segni sensibili, che sono veridici, “ma in essi permane l’opposizione tra la sopravvivenza e il nulla”, mentre il loro senso è ancora materiale, risiedono cioè in quei frequentissimi “spostamenti di senso” di cui la Ricerca è piena; infine i segni dell’arte, dove “il rapporto tra segno e senso diventa sempre più stretto e più intimo”. L’arte come segno finale, come unità perfetta di segno immateriale e segno spirituale. Proprio l’unità tra tempo perduto, tempo sprecato e tempo che ritroviamo è alla base delle continue fotosintesi dell’ultimo volume, Il Tempo ritrovato, dove vi è il tentativo più alto di ricongiungimento coi segni immateriali dell’arte, i segni che si sprigionano, potenti e luminosi, dalla verità.
Dunque abbiamo capito cos’è la verità? E’ una enunciazione o un enunciato? E’ una procedura in fieri perenne o un procedimento compiuto?
Forse è il caso di tornare al punto di partenza: la lettura è una macchina per entrare in noi stessi, nel nostro animo più segreto, dove vi è la forza creatrice pura, che la lettura più aiutare a liberare. Ma nessun contributo esterno – nessuna spiegazione – può sostituirsi ad essa, alla verità, perché nessuno al di fuori di noi stessi può davvero pretendere di svelarcene l’autentica, e unica, natura.

10 pensieri su “La lettura secondo Marcel Proust

  1. “La lettura è una macchina per entrare in noi stessi.”
    Già, il problema poi è uscirne. Liberare quella che Mauro chiama forza creatrice pura.
    Potrebbe essere con lo scrivere, anche se mi ha colpito quello che dice Ornella Vorpsi a proposito della lettura di “Bartleby e compagnia” di E. Vila-Matas.
    “Lo scrittore che non scrive continua a scrivere: è la situazione che Vila-Matas descrive nel suo romanzo. Lo scrittore che non scrive – che egli viva ciò con crudele voluttà, nel terrore o nella follia (Hölderlin, Robert Walser) – scrive in modo più essenziale di colui che traccia delle parole su un quaderno o attraverso la tastiera di un computer: scrive in bianco, afferma che all’inizio e alla fine di ogni esperienza non c’è nulla da dire, confonde il suo gesto con la perpetua cancellazione che è il segno distintivo del presente. Qualcosa giunge, qualcosa senza tregua se ne va. E da questo perpetuo recupero dell’antico attraverso il nuovo, da questa caduta di tutto ciò che viene a essere, nascono la scrittura, la storia, le forme. Lo scrittore che non scrive non possiede questo tempo. Tutto ciò che potrebbe venirgli dalle parole si perde. Egli è da sempre sprofondato nella notte. Scrive, ma ciò che scrive non prende corpo, non giunge alla vita.Bisogna già scrivere per scrivere, bisogna già essere dentro la scrittura senza essere stati invitati, come un ospite che, con grande stupore degli altri commensali, si è introdotto senza attraversare la soglia di casa. Perché uno scrittore dovrebbe essere simile a quell’ospite? Colui che scrive senza aver sentito che stava per compiere un salto nell’impossibile, scrive soltanto qualcosa di precotto, di già detto, di già fatto….Lo scrittore è prima di tutto colui che non scrive. Colui che consustanzialmente non scrive. Egli è colui che non scrive perché possiede una storia intima con il modo in cui il mondo nasce e muore e che talvolta, non sempre, a volte mai (come nei casi estremi descritti da Vila-Matas di scrittori, di veri scrittori, che non hanno lasciato ai posteri neppure una frase), fa l’esperienza miracolosa dell’iscrizione, del movimento della vita che prende corpo, che dura, così come la costa riceve l’onda dal mare, così come prende forma un essere vivente. Questo dare la vita che determina la potenza («potentia») dello scrittore, non è dato a tutti.”
    Ciao Mauro

    "Mi piace"

  2. @ Gena: se non si trova la chiave si fa dell’altro! Non vuole essere una battuta ma un modo per dire che la lettura è una grande passione, si può coltivare ma se non “prende”, non c’è niente da fare. Per fortuna la verità è in noi stessi. Bel post, Mauro, complimenti.

    "Mi piace"

  3. Entrare in noi stessi.Mi riferivo a questo. Anche per me la lettura è una grande passione. E’ sulla verità in noi stessi, che ho qualche dubbio.

    "Mi piace"

  4. @ Paolo
    non so se il riferimento sia allo scrittore che non scrive, vale a dire preso nei momenti di non-scrittura, mentre passeggia, o nuota, oppure a quella condizione di cui proprio Proust parla nella Ricerca: pittori che non dipingono, scultori che non scolpiscono: li chiama “artisti infelici”, cioè persone dotate di grande sensibilità o talento artistico che, per i motivi più svariati, non lavorano, o non riescono più a lavorare. Questi riferimenti mi hanno sempre colpito, forse perché in parte mi ci ritrovo…

    @ Gena e Blackjack
    e se la natura della verità fosse semplicemente la ricerca della stessa?

    Grazie a Lamberti Bocconi 🙂

    "Mi piace"

  5. La verità non è mai stata trovata perché la possediamo già da sempre. Lo dice Emanuele Severino, ora non sono più convinta di tale tesi, ho dei dubbi.

    Il post é sicuramente interessante.

    "Mi piace"

  6. Articolo molto bello Mauro. Condivido molto, soprattutto mi intriga quella domanda sul cercare. Sto leggendo ” Origine ed epilogo della filosofia” di Ortega y Gasset ed è un continuo cofronto tra pagina scritta e quel che ho dentro, quel che penso. Sulla ” Ricerca” che da anni voglio rileggere e poi non trovo il tempo… condivido che è impietoso lo sguardo sui rapporti umani. Grazie per la riflessione a cui mi induci.

    "Mi piace"

  7. caro Mauro:ti devo dire che non ho capito nulla di quello che dici. è come dire che chi parla non parla che chi vive non vive che chi ama non ama perchè non sente il flusso dell’esistenza che gli attraversa l’anima ed il corpo.Allora perchè la riva accoglie il mare?

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.