Hegel

Ci sono momenti della vita in cui si rilegge un libro perché all’improvviso ci sembra che abbia significato qualcosa di importante per noi, che lo abbiamo perso di vista ma non vogliamo dimenticarlo, e allora lo riprendiamo in mano con la voglia inconfessata di lasciarci andare alla nostalgia. Per certi libri capita più di una volta, in epoche differenti, e con qualcuno l’operazione-nostalgia funziona. Con altri no, e sono i libri più validi: quelli che, invece di farci riassaporare le stesse sensazioni, ci fanno scoprire qualcosa di nuovo, che ricordiamo di aver letto ma non avevamo capito, o non l’avevamo capito in quel modo lì.


Sulla testata del mio letto tengo molti libri. C’è la Divina Commedia che rileggo più o meno una volta all’anno, da cima a fondo, come se fosse un romanzo (e lo è: il più bel viaggio iniziatico che sia mai stato scritto). Ci sono un Pirandello e un Thomas Mann che ho cominciato a leggere, li ho piantati dopo una trentina di pagine e non li ho più riaperti, ma sono ancora lì perché non si sa mai. Ci sono altri libri di vario genere. E poi c’è la Fenomenologia dello Spirito.
Credo che si tratti del libro più difficile che sia mai stato scritto. Garantisco a tutti coloro che hanno studiato Hegel al liceo che le pagine sulle quali ci siamo spaccati la testa a diciott’anni sono zucchero filato in confronto a ciò che il Giorgio Guglielmo Federico ha scritto di suo pugno nel 1807 con la penna d’oca. Ciò non toglie che al liceo, quando leggevo e credevo di capire il testo di storia della filosofia, tutto ciò che ottenevo era la soddisfazione di sentirmi pronto per l’interrogazione; invece adesso, quando leggo il Giorgio eccetera con tanto di testo originale a fronte, se nelle più profonde latebre cerebrali mi si accende un facsimile di scintilla, mi pare di arrivare in cima all’Everest e ho quasi paura a guardar giù. (Ho sempre patito l’acrofobia).
Certo che è difficile farci il callo. Si legge e si rilegge, lo si lascia lì e lo si riprende in mano, si fa passare qualche anno e poi lo si riapre: non è mai definitivamente acquisito; ogni volta che ci ritorni sopra, il Giorgio eccetera torna a stupirti; ogni volta si offre da un angolo diverso, e ogni volta ti sembra che solo quello, solo l’ultimo, sia l’angolo giusto. È un fenomeno che si verifica con tutti i classici, che diventano tali proprio perché sembrano sempre diversi: dipende dalle età della vita in cui li leggi e li rileggi.
Sto rileggendo la Fenomenologia per la nonsopiùquantesima volta e la chiave di lettura è diventata teologica. Razionalmente, so di non aver mai trascurato questo aspetto; ma non mi ero mai reso conto della sofferenza con cui Hegel lo viveva (semplicemente perché, non avendola ancora sofferto io, non potevo sentire nella mia carne la sofferenza altrui).
La vita dello Spirito non è quella che si riempie d’orrore dinanzi alla morte…, ma è quella vita che sopporta la morte e si mantiene in essa… Lo Spirito è questa potenza solo quando guarda in faccia il negativo e permane in esso. Questo permanere è la magia che converte il negativo nell’Essere. Chissà perché non avevo mai fatto caso che queste parole di Hegel sono da lui stesso riferite al mistero della morte di Dio sulla croce.
Al dolore infinito contenuto nella frase “Gott gestorben ist” il Concetto puro deve conferire l’idea della libertà assoluta, e quindi la Passione assoluta, il Venerdì Santo speculativo, che fu un fatto storico, … in tutta la verità e con tutta la durezza dell’assenza di Dio. Rileggo e sento sulla pelle, sotto la pelle, la fatica immensa del mondo nel suo divenire conflittuale, nel suo svolgersi obbligato in perenni antitesi che affondano nella negatività, nella morte di Dio. Leggo, e mi sembra di ascoltare le rocce, i pianeti, le sfere celesti che gridano: “Dio, perché mi hai abbandonato?”. Leggo, e sento soffrire Hegel come Leopardi, come Kafka; lo sento dibattersi e lottare mentre si domanda: perché mi hai condannato a una realtà senza scampo, che non è soltanto morte, ma dolore apparentemente senza fine e senza scopo?
Non avevo mai sentito un filosofo così vicino, e umano, e disperato. Non mi ero mai accorto di quanto abbia sofferto quest’uomo tutto cervello nel definire il suo sistema rivoluzionario. Sì, siamo condannati a vivere in un mondo antipode, negativo, dove tutto è il contrario di come vorremmo; siamo chiusi in un inferno in cui tutti, dinosauri, mammiferi, uomini, sono costretti a sbranarsi l’un l’altro e l’evoluzione mette in scena il cannibalismo della vita che divora se stessa.
Eppure questo conflitto infinito, questi orrori incessanti, porteranno alla generazione dello Spirito assoluto così come il Venerdì santo, dalla morte di Dio, porta alla risurrezione e all’avvento dello Spirito Santo. Certo, è paradossale che la Ragione si sviluppi attraverso il dolore e che una serie infinita di sofferenze la porti a diventare Spirito, libertà, gioia assoluta. Eppure, come si potrebbe spiegare il dato oggettivo dell’evoluzione se il dolore del mondo fosse l’unica realtà, se lo scontro di tesi e antitesi non avesse altro scopo che la sofferenza? Se questo mondo pieno di morte non avesse altro scopo che perpetuare il dolore universale, la vita sarebbe una colpa, un peccato originale. E una volta presa coscienza di un verdetto così orribile, la vita dovrebbe estinguersi, prima per cannibalismo, poi per suicidio.
Ma se questo non è successo, se la vita non si è estinta, pur con tutti i suoi orrori, pur intrisa com’è di morte, vuol dire che non possiede soltanto la capacità di animare organismi complessi e scagliarli uno contro l’altro, ma contiene in sé anche la speranza di qualcosa che la morte non riesce a distruggere. E se è così, allora la vita non è un peccato originale che prima o poi bisogna inesorabilmente scontare: la morte non è una punizione, e vivere non è una colpa.

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