Il derubato che ride (Scuola di poesia, 9), di Massimo Sannelli

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Lettore, perché i poeti si vergognano della loro poesia? Perché sono così attenti a ripetere ripetere ripetere che *amano la vita*? Perché si vergognano? Anche se pagano [caro] per pubblicare. Anche se hanno studiato per pubblicare. Anche se dedicano il loro miglior tempo a pubblicare. Anche l’Italianista che mi chiese di fargli da ghost writer, per una Grande Impresa Editoriale che avrebbe firmato da solo – al mio rifiuto per “frivolo egocentrismo”, disse: “Torno ora da una lezione, in cui ho insegnato ai miei allievi ad amare la poesia e la vita”. Traduzione: Massimo, tu non vivi.

Ma – che cosa c’entrava la *vita* [e l’egocentrismo? e la frivolezza]? Quale *vita*? Lettore, non si trattava del problema di *Presso il Bisenzio* di Luzi: “redimersi” lottando o passare “da altre parti”, senza compagni. No. Si trattava solo di accettare o rifiutare una truffa, pubblicata da un Grande Editore, con Denaro Pubblico: per povertà, dissi di sì, prima; per dignità, dissi di no, dopo. E poi lasciai il campo degli Italianisti, le sue redazioni e le sue relazioni. Lettore, ti prego: ama la vita, con tutte le tue forze – ma non farne un idolo. Non usare il nome santissimo della vita per parlare d’altro. Non usarla per coprire i tuoi possibilissimi – e umanissimi – fallimenti letterari [e allo stesso modo, non coprirti di carta stampata per negare la vita]. I ladri sono entrati 4 (quattro) volte in casa mia. E ricordi il Doge in Otello? Ricordi Modugno? [le parole sono le stesse]: “Il derubato che ride / ruba qualcosa al ladro”. Benché un furto sia un furto – chi lo nega? Ridi, e avviti di nuovo la serratura distrutta, caduta a terra.

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Ad esempio: Saveria Costantino – calabrese, emigrata e maestra d’asilo – ha scritto molto e ha molto vissuto. Dunque: benedetto chi può dire di avere ben vissuto e ben scritto. E benedetto anche chi non ha scritto sempre poesie altissime [quelle di Saveria sono spesso ingenue, spesso belle, spesso popolari, spesso imperfette, spesso straordinarie]. Esempio nell’esempio: una poesia di Saveria è un omaggio ad Enrica Salvaneschi, nella lingua di Enrica; ma Saveria non è Enrica, e dove Enrica scrive che “fin che c’è vita c’è disperazione” (e finché c’è vita c’è una retorica illeggibile, secondo me, in Enrica, “buona esecutrice”, come disse una sua allieva) – Saveria ha vissuto, ha insegnato, ha avuto figli, ha perso un figlio, ha scritto. E se Saveria tenta di scrivere come Enrica, io credo che non funzioni: perché in nessun modo Saveria può essere ciò che non è. L’effetto-parodia era immediato, perché lo stesso stile di Enrica è stridente. A maggior ragione, lo è il suo rifacimento. Lettore, vedi: le parole sono il tuo materiale, che ha effetti spontanei: lo stesso Luzi cade, quando scrive “sconcia stiva” [è solo: il bagagliaio della Renault 4] o “lussurioso appuntamento” [è solo: Marilyn che fa l’amore con il Presidente]

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Ci sono poesie che vivono di dissonanze, come nel primo Montale: “cocci aguzzi di bottiglia”, “arremba sulla strinata proda”, “upupa, ilare uccello”. Altre poesie ci colpiscono per il loro contenuto, espresso in alto stile, con accenti che sembrano martelli: “Bisògna fermàre una dònna, e parlàrle, e convìncerla a vìvere insième” [questo è Pavese; ma la scansione è potente anche in Ceriani e in Frasca]. Altre poesie ci toccano ancora per musica ritmo e contenuto, come quelle di Saveria o di Ettore Baraldi o di Vincenzo D’Alessio o di Alda Merini [*l’ho nominata!* Finalmente. Ho nominato Alda, *che appare* e che l’ambiente poetico ignora o tollera – e ora, che cosa mi accadrà? Il derubato ride, *de lonh*]; ma soprattutto: sentiamo che non c’è niente di non vissuto, niente di costruito e niente di contrario alla dignità, anche se sono poesie meno levigate. Tu vi incontri l’umanesimo, né più né meno. E stiamo parlando di donne e uomini, pura realtà, che vivono la vita attiva in un mondo reale (e questo mondo corrisponde ad una lingua non scolastica: per esempio, l’uomo Baraldi è stato operaio e contadino, in una comunità dove l’italiano era solo lingua scritta, da imparare ex novo; e poi – paradosso dei paradossi – Ettore ha voluto imparare a *scrivere* il dialetto di Fòssoli, che prima era solo lingua orale, per lui). Allora Saveria [Alda] [Ettore] [Vincenzo] ha scritto per non negare niente di ciò che le [gli] è accaduto; e per tenerne memoria e per urlare e pregare. “Maratona di parole”, per Saveria; “metri di maratona”, per Ettore; centinaia di libri, per Alda, con pregi [moltissimi] e difetti [moltissimi].

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In vita, siamo responsabili di qualcun altro, dei nostri figli e dei nostri allievi, e in generale dei più deboli – ogni madre lo sa, ogni vero maestro lo sperimenta *tutti i giorni*. Ma tu non sarai mai abbastanza responsabile di qualcuno da non essere giudicato empio da un altro – accadrà comunque, e l’accusa tra i poeti è sempre questa: empietà, non imperizia [il discorso sulle forme è finito; “il testo ha importanza” è solo un aforisma sentimentale, ormai]. Ora, nella realtà dei responsabili, una Saveria che perde il secondogenito, Davide, avrebbe tutto il diritto di scriverne un Lamento, persino retorico. Nessuno oserebbe contraddire la madre che ha perso un occhio, amatissimo, su due. Invece *Posto vuoto* è un documentario: contiene le lettere ai medici e dei medici, la relazione per il Tribunale, l’elenco dei programmi preferiti di Davide e quello delle parole che riusciva a dire, le lettere di Saveria alle maestre [“mettetegli i sandaletti, altrimenti gli si deforma l’alluce”], ecc. Tutto è autentico e niente è in versi. E questo libro di documenti può essere letto da tutti, dal medico e dal poeta che si illude di essere un professionista, dall’insegnante e dalla madre; e questo libro è un *poema*, benché non sia *apparentemente* poesia. Benché tra Saveria Costantino e Laura Pugno [è un nome a caso] – ci sia, veramente, un abisso che solo “il punto di vista di Dio” riesce a colmare.

[26 febbraio 2008]

41 pensieri su “Il derubato che ride (Scuola di poesia, 9), di Massimo Sannelli

  1. Una volta tanto, la facilità e la velocità con cui si scrive subito un commento sono legittime, per ringraziare.

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  2. @ Paolo – grazie.

    e a Paolo, e a tutti i lettori: questa lettera, più delle altre, è *parlata*. non per trovata retorica, ma per una condizione reale: eriva, tranne l’incipit, dagli appunti per una conferenza genovese, in cui parlavo di Saveria, davanti a Saveria [e al piccolo editore Mario, e a Patrizia Bianchi : la piccolo troupe scalmanata; e davanti ad altri, nessuno dei quali era un professionista della poesia; solo Claudio Pozzani è arrivato, dopo]. dunque: nessun monumento [benché si tratti di una madre infelice, che ha chiesto solo Giustizia e Medicina, e ne ha ottenuto solo un figlio morto a 9 anni]. certo, è il sottobosco, agli occhi di chi può. ma perché non parlarne? perché negarsi un po’ di agápe? e perché negarla?

    Mesa rimane Mesa per sempre, e ha gli estimatori che merita; e con Mesa altri (alla fine ho nominato Laura Pugno, che ha il suo pubblico e il suo séguito, meritati, anche se io non la amo – lo ammetto) – ma ci sono cose fra cielo e terra di cui non ci si accorge molto o abbastanza [tante cose di Merini sono discutibilissime, è vero; la sua trasformazione in icona è pesante; ma io non liquiderei così *tutta* l’Alda e *tutto* dell’Alda].

    e – per esempio – Ettore Baraldi è un poeta, né più né meno che un poeta (infatti ha avuto i suoi Lettori Forti: Giorgio Luzzi e David Maria Turoldo). e noi – sapremmo riconoscere amare difendere la poesia di un Contadino o di un Muratore? Turoldo ha saputo farlo.

    alcuni dei Grandi Minori che ho nominato potrebbero dirci quello che disse un Uomo Senza Memoria, anni fa: “È con infinita agape, molto più che schopenhaueriana, che ho compreso, senza per questo immedesimarmi, di essere di fronte a una platea di morti”.

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  3. da Brevi lettere n. 67

    non penso a te, mia cara, non penso al lavoro
    (come dovrei, come devo, per garantirmi
    per garantirti…)
    penso al legno dei miei zoccoli
    a come è cresciuto, come l’hanno tagliato, levigato
    così conforta i miei piedi nudi, troppo delicati, no
    non sto diventando matto, vedo
    quello che vivo, per mezzo delle cose, ne vedo
    ne vivo, temo, troppe e il metro, lo sguardo
    si allunga all’infinito, ho paura che sia
    una fune per appendermi, dondolarmi
    dentro un buco del cielo, uno strappo
    ma tu lo sai
    preferisco vivere, perfino guardarmi guardare,
    adesso esco, sta suonando l’ora d’aria
    e il danzatore disegnato sul piatto
    muove i primi passi…

    Orvieto, 28 – 31.12.1981

    Antonio Porta (da L’Aria della fine, Lunarionuovo, Catania,1982)

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  4. Mi ha cancellato il post!
    Dicevo quanto moralismo inutile nello stigmatizzare vita contro a poesia, match crudelmente adatto a post dannunziani impenitenti, che non vedo decisamente in questa periodo storico..
    Ricordavo anche il verso rosselliano da me letto ieri durante la giornata ad Amelia dedicata: “mi truccai a prete della poesia/ma ero morta alla vita”, che risponde molto bene al dispiacere vero del poeta, che paga prezzi molto alti per “quella” “altra” vita.
    Un grazie a Rosemary che posta qui l’amatissimo Porta, ieri ricordato(tutti gli affini ritornano )e un grazie a Massimo per abituarci a parlare di poesia proprio parlandone..

    Maria Pia Q.

    Maria Pia Q.

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  5. Massimo, mi sa che non ho mai commentato gli altri post, probabilmente per pudore, ma non ne ho perso uno e, quando avrai completato (il più tardi possibile) la tua ‘Scuola di Poesia’, me li copierò tutti e ne farò un volumetto, da rileggere alla bisogna.

    Complimenti!!!

    Blackjack.

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  6. Anche un avvocato, un commercialista, un professore universitario, etc. che si dedica solo al proprio lavoro e trascura tutto il resto “non vive” (almeno credo), quindi, il problema non è dei poeti, il problema è di chi si concentra su un solo aspetto della vita, tagliando fuori tutti gli altri aspetti. Nei poeti questa concentrazione viene criticata ancora di di più, perché la poesia non realizza risultati visbili e dimostrabili come quelli che ottiene che si dedica con un eccesso di tempo e di impegno ad una qualsiasi professione…

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  7. Alda era grande quando era pazza o è più grande ora che fa la pazza? E chi può dirlo. Io non mi azzardo solo che le ultime sue cose mi suonano false anche se capisco benissimo che vista l’inaspettata, credo, improvvisa popolarità ne abbia un po’ approfittato per pura sopravvivenza. Io la capisco. La rispetto e dico pure che fa bene. Ma quel che è perso è perso. Inutile tentare di rianimare una morte sociale. Al massimo si indossa la sua maschera bianca.
    Io scrivo quel che sono e sono quel che scrivo. Ma sarà vero? Non è per caso che io cerchi invece un riscatto, un perdono, una ricomposizione etica che non merito? Quel che è stato è stato quel che è fatto è fatto e nulla può cambiare tutto questo. E allora di cosa dovrei scrivere? Del mio cumulo di sterco? Dei miei occhi feriti? Del mio passo lento? Del mondo che non comprendo? Della vita che non ho?
    Eppure sono onesto fino all’osso quando scrivo. Metto in scena un dramma, una commedia e spero ardentemente che qualcuno comprenda anche in minima parte. Ecco tutto.
    pepe

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  8. Ciao Massimo,

    provo a spostare l’attenzione su un altro punto di vista riguardo ciò che dici qui(che per me è assai condivisibile).

    Il binomio vita/scrittura (che può essere anche vita/arte), è spesso inteso in termini di opposizione. “Scrivi, quindi non vivi”.
    Anche io vedo spesso come i due termini non comunichino, però non perché si escludono: piuttosto direi perché c’è una certa miopia invasiva, per cui non si riconosce la vita che è nella scrittura. Questo di volta in volta possono farlo i poeti stessi, i lettori, i critici, l’accademia, l’editore e via dicendo. E quando dico vita nella scrittura, intendo qualsiasi tipo di vita, dato che non mi permetterei mai di considerare un vissuto (onesto) migliore di un altro, sia che si passi 50 anni dietro la famosa finestra, sia che si salti sui treni verso l’ovest. Scrivere è un gesto totale, innanzi tutto perché è gratuito (ma si paga caro) – e solo ciò che è gratuito e “inutile”, ha questa assolutezza. Il dramma spesso è proprio quello dell’indipendenza necessaria della vitalità dell’opera dall’autobiografia dell’autore, anche se versi, pagine, parole ne sono intrisi. Ma questa è un’altra questione… piuttosto ciò che trovo sconcertante è il non riconoscimento della materia viva, o a volte il travestirsi da quello che non si è, mentre si scrive. Mi trovo spesso a leggere una critica di cui a) non capisco quasi nulla; b) non vedo il fine. Nel senso che c’è questa incapacità di cogliere il tema (e di conseguenza le ascendenze, le influenze, etc etc), di cogliere un tema, in ciò che si legge, così da trasformarlo in un esercizio virtuoso, dove il linguaggio viene snaturato – risponde (nella lettura) ad una tecnica, ad una scuola, a pinco pallino, ma non ad un “dire”.
    Non so se mi sto spiegando. Per me è fondamentale vedere la vita in ciò che si legge, che essa mi somigli o sia quanto di più distante c’è da me. E’ questa la vita che va recuperata e che spesso, nella corsa per l’editore, il parere critico e via dicendo si perde… ora mi fermo, ma spero di tornarci!

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  9. grazie – a tutti… a mia madre fu detto, intorno al 30 marzo 2004: “massimo vive come un sessantenne”. e ora, se Daino mi definisce (e io ne sono felice) “un freak” – che cosa si dirà di me? le parole sono legate a momenti che vanno e vengono. ho scritto e fatto cose che appartengono ad un freak e ad un sessantenne – i due tempi sono un tempo.

    caro Gabriele, molto in fretta: non so risponderti bene ; ti ho letto, nei tuoi libri; io non sono né giudice né padre né maestro – ti poni delle domande, questo è l’umanesimo; tento di comprendere, anche se non so distinguere la destra dalla sinistra (non è politica, ma antica dislessia; e un orecchio sente poco).

    domani sarò a Macerata. Rosaria Lo Russo interpreterà il teatro che ho tentato – i monologhi che Lpels ha ospitato [grazie, Fabrizio, e grazie, redattori; e grazie alla Red-Attrice], Saffo (blesa) e Antigone, e altro – e io leggerò cose di Rosaria. due giorni di assenza. vi chiedo perdono. le cose che dico e scrivo – male e oralmente e in fretta – possono essere sbagliate; non lo so; ma sono le cose a cui credo. se inganno qualcuno, ho ingannato me stesso prima di tutto – è la cosa che ho sempre detto ai miei bambini. grazie. e vi abbraccio, a domenica
    massimo

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  10. Caro Massimo,
    la tua scuola di poesia mi piace molto ma non ho “le armi” per commentarti per cui il mio commento sarà più personale e confesso che copio Blackjack.
    a me piace scrivere, scrivo per me, poco purtroppo per mancanza di tempo. Mi piacerebbe avere uno di quei chip che registrano gli impulsi celebrali e li trasformano in scritti ma sebbene creati non sono a me accessibili.
    questo tuo post di oggi mi ha colpito profondamente e mi fa tanto riflettere. io vivo ogni giorno intensamente perchè credo che nel bene e nel male la vita è un’esperienza meravigliosa e vuole essere vissuta, anche perchè un giorno a Lui che gli racconto? visto che mi ha dotata di un cervello pensante e non di una scatola vuota?
    da ragazzina ho vinto un paio di concorsi nazionali di poesia eppure oggi mi tengo tutto gelosamente stretto e invece mi congratulo con tutti voi che mostrate al pubblico l’anima senza temere la critica. non sono timida anzi sono un’amazzone ma ….
    ti scrivo una mia poesia o qualcosa di simile scritta circa 2 anni fa qui: http://www.nutrireilcorpoelanima.wordpress.com quando avrai tempo mi dici senza mezzi termini cosa ne pensi? lì non pretendo qui
    Grazie
    Stella

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  11. Caro Massimo
    il mio intervento non era mirato a costringere te o altri lettori a esprimere giudizi di merito sul mio lavoro, se ho ben capito il senso della tua risposta. la mia era solo una riflessione su ciò che si intende quando si parla di vita e poesia. Se invece il tuo era un modo elegante per dirmi che non comprendi la mia particola re commedia o dramma di cui parlavo nel messaggio va bene non ci sono problemi il difetto è il mio. Ma la questione che volevo porre era un’altra: è davvero possibile separare la vita dalla poesia? Io penso di no se si è profondamente onesti con se stessi e con il lettore, ipotetico, a cui ci si rivolge. Tutto qui.
    pepe

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  12. cara Stella – torno ora da Macerata, con la bocca in fiamme. non è una metafora, ma una condizione che non riesco a capire – qualcuno mi ha detto che la sofferenza dei denti nei denti ai denti rappresenta: i cari, i rapporti. ti leggerò, è certo, spero domani.

    caro Gabriele – scrivevo molto in fretta, e con la stessa bocca in fiamme. no: pooesia e vita non si separano. tu lo sai. non sono fatti per questo. non siamo fatti per questo. e io non sono nessuno – ma, per quello che vale la mia parola, ho stima di te. che cosa ce ne facciamo di una poesia non vissuta, di un corpo scollato, di una parola ben detta e di una voce che dice altro? alla lunga non reggono. e io – bocca in fiamme – vivo di queste cose… e a te – davvero, grazie
    massimo

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  13. di passaggio, in un intervallo in cui la bocca non è *in fiamme*, questi appunti già inseriti qualche settimana fa, e legàti al resto:

    …ho anche scritto su autori che non consideravo fondamentali – e perché? perché li riconoscevo come scrittori o testi o individui almeno *fraterni* [altre scritture non lo sono: quando mi fu offerta una copia dell’*Esperienza della pioggia* risposi solo questo: “non sarebbe una lettura fraterna”, e Lorefice capì e scomparve]. Oppure: ho scritto, e non poco, su (e ad) autori di quello che il Gotha grande o piccolo chiama “sottobosco”. Per esempio, presenterò a Genova il lavoro di Saveria Costantino. Saveria non è certo il miglior poeta italiano, alcune sue scritture sono francamente disinteressate a qualsiasi ricerca, non accampa gioielli di famiglia e grandi titoli di studio, ecc. – *eppure* me ne occupo. in primo luogo, perché la sua storia di vita è troppo dolorosa per non abbellirla e alleviarla. in secondo luogo, perché ho visto la sua umiltà. in terzo luogo, perché anche Saveria ha scritto cose buone, almeno due volte. prima di tutto: dopo aver perso suo figlio non ha scritto un libro di miele e di ricordi dolciamari [e sia chiaro: *ne avrebbe avuto tutto il diritto*], ma un documentario. Cioè ha raccolto documenti – cartelle cliniche, lettere dei medici, elenchi di dati anche minuti – sul suo bambino. ora Davide è morto da anni, e ciò che pubblicamente lo fa ricordare all’esterno della famiglia non è una retorica pietosa, ma un libro che può stare in mano al cultore di poesia al medico all’educatore all’insegnante. Il secondo buon libro di Saveria è una serie di dialoghi con bambini piccolissimi di un asilo genovese. Insomma: dove una cultura anche selvatica – in ogni caso, i titoli di studio *non contano più niente* – accetta di *lasciar parlare gli altri* (i bambini le cartelle cliniche i documenti) i risultati sono *validi*. E perché non occuparsene? per non scandalizzare Mesa o Cortellessa o Buffoni? dunque me ne occupo.

    quanto ai testi, non dimentico mai che sono *anche* forme – quindi hanno lunghezza e durata; perciò sono osservabili; in quanto osservabili, possono essere giudicati; non solo: sono anche pubblicati, non anonimamente ma con il nome dell’autore in bella vista (chi di noi avrebbe il coraggio di pubblicare senza nome? eppure Alessandro Ansuini l’ha fatto): ciò che è pubblicato – per statuto e definizione – appartiene ai lettori, e lo scrittore ha DECISO di pubblicare [quasi sempre ha anche PAGATO per questo – dunque *tiene molto* a rendersi visibile]. e i lettori non sono dei marci buonisti – anzi – o degli ignoranti felici di esserlo, ma gente onesta e seria, oppure acerbamente empia (dis-umanisti). e i testi – che sono oggetti misurabili e visibili – devono essere giudicati, onestamente e seriamente (con l’occhio del futuro).

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  14. ludovic[appunti scritti off-line, negli intervalli della “bocca in fiamme”; tanto lunghi da essere quasi una decima puntata]

    lettore, io credo più all’amore che all’amicizia. Pecco? La differenza tra i due sentimenti non è tanto nell’intensità – Davide “ama” Gionata o ne “è amico”? Leggi 2Sam., 2, 26 e i capitoli 34 e 36 del *Davide* di Carlo Coccioli– quanto nell’idea del tempo: l’amore è un progetto, per quanto precario [oggi più che mai], che si orienta al “vivere insieme” [Pavese urla questo] e al temere la morte, dal momento che c’è “un amore come questo” [Sanguineti lo sussurra, e aggiunge: “noi dobbiamo morire”, *nonostante* questo amore]. Per “vivere insieme” è necessario che due esseri umani credano al futuro, e che questo futuro sia comune. I due tre quattro amici faranno anche progetti, ma con un’altra confidenza, e con un altro sentimento del tempo; allora quei progetti saranno diversi da una famiglia [dove ci sono amore convivenza focolare, lì c’è famiglia, per quanto trasversale come la casa comune di Leopardi e Ranieri e quella di Susanna Tamaro e della sua amica; il sesso dei partners non c’entra: è l’intimità il privato il piacere di peni ani vagine; quello che mi importa, e che mi ossessiona, è la durata delle opere/azioni dei cuori e la sfida delle *menti moriture* al futuro, “con un amore come questo”].

    quando scrivo, *amo* un Lettore ignoto: sei tu. un Lettore non irreale, ma presente [e soprattutto futuro: dove futuro non vuol dire assente]; ma ancora sconosciuto a me, *fisicamente*: invisibile, oggi. Conseguenza pratica: buona parte di quello che scrivo e ho scritto è [o è vissuto come] un’abiura dalle amicizie reali, cioè dal presente e dall’ambiente. Questa scuola di poesia è un banco di prova dei miei stessi sentimenti [e/o fallimenti]; e, da quando esiste, molti rapporti si sono allentati o sono finiti. Perché sono finiti? Per mio disinteresse. Per mia [rinnovata, ritrovata] franchezza. Per le ambiguità umanissime delle relazioni tra poeta e poeta. Su queste relazioni – quantità e qualità – leggi una lettera di Pasolini a Ferretti, anno 1959: “…mandami dei buoni versi e delle lettere da amico, e piantala con queste patetiche letteresse vertenti la mia inversione e la tua pietà”. Pietà per la sessualità mal protesa di Pier Paolo o per il Calvario a cui Massimo si starebbe dedicando, rispondendo al sottobosco antileopardiano antisperimentale superbo, ecc. – no, bastano le tue buone lettere e i tuoi buoni versi. al resto penserò – quindi *non ci penserò mai* – io.

    E parole dei rapporti. Se tu dici “noi” e non viviamo insieme, né lo faremo – tu mi fai soffrire, anche non volendo. Se mi parli di progetti, ma non entri *mai* nella mia vita o non sali questi duecento metri in salita, fino alla casa che ho chiamato “bambina” – io non posso crederti. E se sono o sono stato il tuo editor o il tuo insegnante, e vedo che hai ancora bisogno di aiuto per correggere il testo – quel “noi” [parlo da *insegnante*] mi sembra fuori luogo; ed è fuori luogo perché dici “noi” in faccia a *loro*, meno bravi di *noi*. Sei in una condizione ambigua: ti consideri mio allievo *e* mio pari, in opposizione agli *altri*, che giudichi idioti. Dov’è finito il tuo amore?

    e il mio amore? il mio amore è diventato generico o astratto, rivolto più al “popolo futuro” [da cui saremo maledetti] che all’amico Marco, all’amica Chiara, all’amica Mariella, all’amico Nanni, all’amico Nicola, ecc. Ma “i veleni retorici” – come teorizzò Berisso nel 1993, altezza del Gruppo 93 – li ho iniettati, quietamente: non veleni, ma virus vivi, cioè persone. Come Bianchi e Daino, e prima Zallio: e ora l’ambiente poetico ha due autrici in più, due pietre dello scandalo, di cui dovrà tenere conto, a costo di lasciarsi avvelenare [per potenza, per altezza d’ingegno]. I miei rapporti umani con i miei allievi non contano nulla; né esistono liaisons sentimentali [detesto la seduzione, attiva e passiva]. Dunque: nessuno scambio sessuale, ma solo mia fede – giusta o sbagliata che sia – nei miei allievi. L’ambiente terrà conto dei suoi virus e veleni, anche se io guarderò da un’altra parte [posso farlo] o mi allontano [posso farlo] o preparo altre persone [posso farlo] o mi dedico ad altro [voglio farlo] o se dico un addio [devo farlo]

    Patrizia Bianchi mi ha scritto: “In fondo tu non ami nessuno”, ma pratichi solo una forma di giustizia, che *in fondo* è solitudine, monastica e freak. Posso ancora dire che “vivo d’amore”? Non lo so. Ma i testi rimangono tali; anzi: la fine di rapporti umani stretti li mostra nella loro potenza *vera*, se sono potenti. E allora – che cosa importano i miei e i tuoi scatti (o: gli scazzi)? In generale, sarà bene sostituire la presenza del pudore con la mancanza di silenzio: se c’è da dire, che sia detto. Se c’è da dire, nel nostro campo, che è un campo pubblico – che sia detto, all’interno dello stesso campo. “La poesia è una stretta di mano” fu detto da una vittima non tedesca nella lingua tedesca dei suoi carnefici tedeschi. per noi è solo un aforisma; e si può dirlo forte e più volte, e poi bruciare gli e-books del tuo nemico o ex-amico [e anche – scandalo – cancellare il suo link nel tuo blog; è stato fatto a me, io l’ho fatto ad altri, quando ero blogger; ora ho vergogna di me: sono cose puerili]

    ora è tempo di “imitare il frate scalzo”, secondo il verso di Marina Pizzi, o di inventare una dimensione pubblica dignitosa [anche pop, avendone i mezzi: perché no? se *il tuo lavoro è buono*, anche se ti chiami Tiziano Ferro o Nelly Furtado o Robbie Williams e qualche Gotha ti considera impresentabile, chi può dirti una parola in contrario, nel 2008? purché *il tuo lavoro sia buono* ed *esprima una comunità*] In un caso e nell’altro, monaco/a o prostituto/a, è tempo di comportarsi più agilmente e con più dignità, *se il tuo lavoro è buono*

    [in margine: l’Occidente – di volta in volta romano carolingio fridericiano absburgico nazista – è già caduto altre volte. solo il *nostro* Occidente attuale deve essere eterno? ma il problema non è questo: il problema è che anche la natura, in Oriente e in Occidente, ci sta sfuggendo di mano: nel frattempo facciamo molti debiti e un brutto uso delle parole – cioè del tempo e del mondo. più il mondo si globalizza e si autodistrugge più le menti si restringono. quest’ultima cosa è detta da Franco Buffoni a se stesso, con coraggio, attraverso una lettera attribuita al nipote Piero: “Sai che, più ci penso, più mi sembra che la tua utopia assomigli *proprio* ad un campus nordamericano politicamente corretto? […] La verità è che a te e ai milioni di coloro che vivono negli ‘stati di diritto’, dei minorenni cinesi non importa nulla nel profondo; così come non importa nulla delle migliaia di donne musulmane violentate e impiccate a Srebrenica… […] Tu vivi come in un sogno e scrivi le tue poesie, e sei contento che sia così. Perché solo la logica onirica può giustificare il tuo modo di pensare […] Cerca di decostruire anche te stesso: fra quelli dei nemici metti anche il tuo nome!”: *Più luce, padre*, Sossella, Roma 2007, pp. 194, 195]

    [intanto arrivano libri buoni e buonissimi: Amabili, Camporesi, Guerini, Mori, Giovenale, Pepe, Palmigiano – “vetri di paradiso, vetri che fanno sembrare bella la vita”. da quando ho chiuso i due blog, arrivano solo libri buoni; prima, arrivava *qualunque cosa*, alla posta della casa-bambina]

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  15. Caro Massimo,
    non sapendo se tornerai su nutrire il corpo e l’anima ti voglio
    dire GRAZIE qui, ma se vuoi, senza rompere e rubare tempo puoi andare anche lì, anche perchè ho scritto cose diverse.
    Quella che hai letto non è la migliore e grazie per avermi dato delle spiegazioni dove altri si sono limitati solo a stroncare, in passato. Non voglio approfittare di te e so scrivere di molto meglio soprattutto in “prosa” ma rimane la mia volontà di un mio diario personale e già mi ci è voluto molto per pubblicare quelle poche cose che ho scritto per Sante e qualche commento su questo blog. Certo non ti nego che il tuo commento mi fa venir voglia di chiederti un indirizzo mail e farti leggere solo le poche cose dell’ultimo anno ma sei molto impegnato e non oso approfittare.
    Spero di conoscerti in uno dei raduni che organizza Fabrizio per ringraziarti personalmente per il commento sincero e il tempo dedicatomi. Comunque seguirò i tuoi buoni consigli e ci proverò, chissà, un domani i miei figli potrebbero ricevere un’eredità spirituale che li faccia anche diventar ricchi oltre che sapere qualcosa in più della mamma.
    GRAZIE ANCORA
    Stella

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  16. E’ vero Massimo. Ma a Oriente e a Occidente la natura non ci sta sfuggendo di mano per il semplice motivo che la natura non appartiene a nessuno e nessuno può controllarla (tranne un Dio per chi ci crede) al massimo ci si può dolcemente accostare alla sua fonte alle volte benefica ed alle volte terribile.
    Katrina è opera della natura le sue conseguenze opera nostra.
    L’ispirazione forse è opera della natura ma la scrittura che ne consegue, nel bene e nel male, è sempre e solo opera nostra.
    Troppi poeti sacerdoti, troppi poeti “divini”, troppi poeti santi, troppi poeti sublimi, rovinano la poesia. Uomini di sangue, ossa, viscere, cuore, cervello, anima. Uomini di sogni, utopie, lotta, amore, odio, rabbia, pietas, empatia. Uomini sconfitti, arresi, barboni, malati, pazzi. Uomini che forse nel testardamente cercarla alla fine almeno un verso di poesia riescono a donarlo all’umanità. Forse.
    pepe

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  17. stella maria venga sul mio sito a leggere i miei aforismi di buona educazione, per lei e tutta la famiglia.

    massimo è il reuccio (il claudio villa) della poesia.

    e saluti,

    rs (l’unico, l’inimitabile)

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  18. Caro RS
    va bene che fra un po’ compirò 40 anni e quando i ragazzi per strada mi chiamano signora e danno del lei mi sento male però possiamo darci del tu? in fondo sono giovane dentro e poi me li porto molto bene ma anche se ne avessi 100 ti chiederei la stessa cosa. il lei mette distanze ma se vuoi? anche il galateo lo ha abolito ma con questo non voglio mancare di rispetto a nessuno accorciando le distanze
    sul tuo sito ci vengo volentieri ma perdona la mia ignoranza nel senso che ignoro quale sia, sarà sicuramente colpa mia che ultimamente ho triplicato gli impegni e vi leggo un po’ di fretta.
    Se mi dai l’indirizzo non potrò farne a meno “drogata” di poesia e prosa vado facilemnte in astinenza.
    RS sta per?
    un abbraccio
    Stella

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  19. @ Stella
    buon giorno… la mia email è questa, per tutti: sannelli@interfree.it

    sulla poesia, ancora. ci pensavo stanotte e all’alba. come si esprime un sentimento? non lo so. ma so un’altra cosa, e l’idea me l’hai data parlando dei tuoi figli. io non sono padre, ma figlio, e se mia madre mi lasciasse delle poesie, io vorrei trovarci dentro LEI, le SUE parole, la SUA vita. se non fosse così, capirei di avere davanti i suoi sentimenti veri, ma – come dire? – nascosti in una forma che non è di Michela, ma generica. si capirebbe che parla una donna, che ha un sentimento, che ha avuto una certa vita *privata* [nel senso che ne è stata privata: padri padroni, ecc.] – e poi? ecco, dalle poesie che mia madre non scriverà – ed è *per questo* che io scrivo – vorrei questo: poterle leggere e dire: ecco Michela, ecco una persona, non un individuo generico, ma la donna che si chiama Michela.
    spesso, ho l’impressione che quando una donna scrive, sia *un’altra* a parlare. parla un io generico, non *lei*. parla una lingua quasi codificata, non la *sua* lingua. in questo modo, gli uomini sono avvantaggiati: arrivo io con il mio naso lungo e dico: “ah sì, poveretta, un’altra che scrive! le solite cose da donna…”. ecco cosa dice il maschio, e che cosa dirà sempre un Sanguineti dietro il sorriso con cui pronuncia la condanna: “poesia ingenua”. Appena una donna si libera da questi condizionamenti e *parla con la SUA voce*, nasce qualcosa di grande: la Non-Lingua di Chiara Daino (domani 5 marzo è il suo compleanno), la lingua secca/precisa di Elisa Biagini, la lingua corporale e satira/tragica di Rosaria Lo Russo, la lingua sapienziale/magica di Marina Pizzi, la lingua colloquiale/aforistica/tecnica di Alessandra Palmigiano…

    voglio leggerti, Stella. cioè voglio leggere la VOCE DI STELLA. credimi, è quello che si aspettano anche i tuoi bambini: non un io generico, ma la loro mamma. e sii felice, perché hai un cuore grande che ama. il mio amore non so dove sia finito – è rimasto l’impegno, spero.

    ***

    Claudio Villa? il primo pensiero che mi viene è quello di un uomo che sfrecciava in motocicletta… perché no? meditazioni sapienziali a 200 all’ora, ugola aperta, una famiglia a cui tornare – perché no?

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  20. carissima, diamoci del YOU!

    il sito dell’underwritten (sottoscritto, nevero) lo trovi clikkando sulle mie rosseamericane – o amerikanerosse – iniziali RS che stanno per RAMINGO SERENO, per RINGHIANTE SALVIFICO, ma soprattutto, nevero, per RUGGERO SOLMI.
    ruggero solmi è un nome, una garanzia, una pazzia, un’inconscienza e fantasia. ecco. 40 anni? io ne ho quasi 50 ma ne dimostro 26, 5. l’età non conta nulla.
    http://www.solmi.wordpress.com

    lascia stare gli impegni e vieni a trovarmi.

    e saluti,

    rs

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  21. Caro Massimo,
    ci sto pensando e devo scegliere ma intanto puoi leggere “giulia”, una conchiglia e un bacio, una lettera, sono sul blog nell’archivio Stella se non vuoi cercare.
    per altre cose ci penso e ora ti confesso sono commossa dal tuo voler leggere la VOCE DI STELLA, un perfetto sconosciuto … e chiudo qui non rivolgendomi naturalmente a chi ho commentato o mi ha chiesto di farlo perchè non vorrei ferire o far dispiacere a nessuno in fondo ho sempre dichiarato pubblicamente che scrivo solo per me e tale deve rimanere, ma ci penserò, non è detto che lo faccia ma nel frattemo ci penso e ho preso nota del tuo indirizzo mail
    grazie
    Stella

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  22. @ 5 marzo

    oggi è il compleanno di Pier Paolo Pasolini, di Lucio Battisti, di Karl Rahner – e di Chiara Daino.

    e vigliaccamente, da parte mia [non voglio più stare in me, in un intimo prezioso, non voglio più avere un cuore segreto che pulsa segretamente e manda troppi biglietti]: non auguri in privato, ma in pubblico. perché si tratta di persone pubbliche; e Chiara stessa lo è, per vocazione e per talento. ora, il mio còmpito si esaurisce, rispetto alle persone che ho aiutato o amato [è la stessa cosa]

    la FAME porta il nome di una FAMIGLIA, qualunque sia e sarà. io, per anni, ho considerato i miei allievi una famiglia allargata: ma questo non può essere. gli amici sono importanti, ma non posso chiedere loro di vivere con me, di essere quello che non possono essere fare dire, e di stare nelle “piuccheperfette Stanze” della casa-bambina. dunque: non ho una moglie né un figlio, tra i miei ragazzi. così: il “noi” che viene detto da uno o una di loro, coinvolgendomi, è sensibile, ma manca l’*amore* che porta a “vivere insieme”. “altrimenti” – dice Pavese perduto nella pioggia – “uno parla da solo” [l’ho fatto, lo faccio]. un giorno non parlerò più da solo.

    rispetto a Chiara, adesso tocca al mondo. qui starà la sapienza. una volta ho scritto: “che Chiara viva, vi prego”. e ora, a questo voi generico che è il mondo, ripeto: fate vivere Chiara, leggetela [nata in prosa, si evolverà in poesia – vedrete], studiatela, interpretate la non-lingua enigmistica [non: enigmatica], interpretate e traducete la provocazione [perché non tutti sono nati provocatori; e i provocatori devono essere tradotti nella lingua volgare di tutti]

    così: mentre massimo si allunga e deforma come la gomma – tra scuole di teatro e diaframmi e Macbeth da tradurre (a Dio piacendo) e diffrazioni e infrazioni [le regole sono fatte *apposta*] – ci sono esperienze acerbe ma sicure; sulle quali il mondo deve aprire gli occhi. gli conviene, tra l’altro. così: mentre massimo tira fuori la lingua e fa esercizi attoriali-demenziali (ma utili: solo un neonato sa di avere un diaframma, e una partoriente lo deve reimparare), e si allontana da una parte del suo passato [perché *anche lui* ha “il diritto di essere sereno*, se non felice, come ha detto Michela sua madre] – lettori, mondo, leggete Chiara.

    poi un sorriso a PPP, che ha molto peccato molto amato molto dato molto speso molto aiutato molto fatto molto insegnato [il Gotha ne ride? ridi del Gotha: digli che è morto, e il suo sepolcro è evangelicamente imbiancato]

    per esempio, puoi cominciare, mondo, da qui:

    “Quando si scrive/parla/discute del rapporto giovani – poesia: chi dice a chi? Chi dice di chi? E perché – fuori dalla cerchia colta, la folta schiera di brutte sembianze [vedi alla voce: luogo comune] si forma al fuoco di Blake? Si forgia sotto i ferri dell’epica? Nell’epoca che lamenta la morte della poesia, si cementa il muro che divide musica e poesia? Se la poesia è [anche] musica e la musica è [anche] poesia – chi decide: il cantautore poeta?” [CD]

    *Abbiamo detto tutto* e *tutto è in tutto*. per cui l’eccellenza sarà più nel far conoscere che nel produrre cose veramente nuove. chi dice a chi? e in tempi di emergenze gravi – di ignoranze abissali? di piccole cose in piccola lingua, di liquida forma in libero stato?

    http://www.romanzieri.com/2007/08/10/supani-a-mia-madre/

    ***

    e in accompagnamento, questo :

    http://asmarmoosavinia.blogspot.com/2008/02/disegno-di-patrizia-bianchi.html

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  23. E – pubblica mente – ringrazio.

    Massimo, credi – non so l’evoluzione/esplosione della mia non-lingua quale *esito* avrà…[Né se sarà misura poetica o netta *muta*, lasciando sia il corpo dell’attore a farne le veci/voci].
    L’unica certezza per il domani – è: la messa in atto, con rabbia o-stile, di quel qualcosa che deve DEVE accadere.

    [fosse anche dispensare testate – purché si cambi *la rotta*. per la tempesta che]

    Y SUERTE!

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  24. Se la forza è molta, il ferro non resiste. Il chiodo non regge più la parte che pesa, le cose fatte e rifatte perdono la prima forma.
    Patrizia

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  25. @ Chiara, ma non solo (sola)

    accade. è proprio per farlo accadere che entro in uno spazio più silenzioso [senza esclusioni, ma non senza forza: Patrizia Bianchi, che ha scritto sopra, sa di che cosa parla, e sa che cosa dice quando scrive “ho aspettato fino a 40 anni per prendermi il mio meritato BRAVA, ma ora non so che farmene” – cito a memoria dalla sua Murata].

    altrimenti, io divento – e NON VOGLIO – quasi un papà tollerante che dice “bravo, piccolo” “brava, piccola” [e poi potrei dire, caso per caso: “oh povera donna!” – tu sai quanta violenza ci sia nel pietismo che dice “è solo per il tuo bene!”]; quel papà tollerante presta le cassette di legno per fare una vendita di giornalini usati in strada, e poi scende e finge di comprarne uno. ma proprio perché CI HO CREDUTO, e CI CREDO, bisogna sganciarsi dal palo (è un’altra espressione di Patrizia). e questo vale anche per me (sai quanto l’ho pagato).

    perché la maturazione (tua) è arrivata. a questo punto, il tuo lavoro deve apparire senza stampelle amicali, perché *può* farlo e può essere (così come io non devo più illudermi che gli amici siano la famiglia). non che tu non debba avere amici che ti sostengono – ma bisogna evitare un’atmosfera troppo ridotta, in cui io piaccio a te, tu a me, noi a uno, quello ad altri due, all’infinito. non stiamo lavorando per questo.

    perché *questo* sarebbe bello e buono se vivessimo nelle catacombe o come i Carbonari. tre amici sarebbero moltissimo e moltissimi. ma non siamo *ancora* nelle catacombe e non tocca a noi, *per ora*, una resistenza partigiana. e ciò che è valido deve uscire: come “vola un attore senza ali”, ricordi? fu una delle ultime “scuole di poesia” del primo ciclo, che citava Pippo Delbono. l’attore invalido vola davanti ad un pubblico, *evocando*; vola utilizzando la sua debolezza, non una forza che non ha (e così trionfa) – come sempre: perché farlo? ma soprattutto: perché non farlo? e ora tocca al mondo. quindi: mondo, sii, e buono, esisti buonamente!

    quindi: dopo la formazione, l’azione [questa sarà consolante, in mancanza di altro]. e coraggio e luce, sempre
    massimo

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  26. intanto: raccolgo appunti per la decima lettera. intanto: leggo la recensione di Massimo Gezzi alla Casa esposta di Marco Giovenale e penso che il problema *non* sia poesia “ostica” vs poesia facile [mi chiedo sempre: chi trova “ostico” Giovenale -come troverebbe Raffaele Perrotta ed Emilio Villa]?

    il Medioevo – tutto nasce lì, perché le nostre radici sono più medievali che classiche [dal mondo classico prendiamo solo gli archetipi: Edipo Odisseo, ecc.] – non avrebbe ridotto il campo a due *sole* cose: delegando tutto ad un’ispirazione *esterna* [il dio Amore] il poeta era ‘irresponsabile’, e poteva scrivere testi giocosi e testi seri, testi politici e testi erotici – lo fa Guittone, lo fa Cavalcanti, lo fa Dante, lo fa Petrarca. il fatto, forse, è questo: Marco è ostico solo se si ritiene la sua poesia un prodotto-da-tavolino (infatti Gezzi cita le teorizzazioni di Giovenale e i critici del suo lavoro); ma se la Casa esposta nascesse per necessità interiore (è un termine di Kandinsky)? se la questione fosse più corporale che laica? perché tanta paura – sì, paura – di una sintassi non comune? (e – ripeto – le difficoltà della sintassi di Marco *non sono* quelle di Perrotta, né di un certo Zanzotto, né del primo Viviani). la coscienza ci rende vili, dice Amleto: con le parole si parla, si costruisce il mondo-che-appare (in mente), e se io modifico le parole e come si legano? ripeto: il nostro mondo è complicatissimo, in tutto [ho due telefonini di cui non conosco *io stesso* tutte le funzioni, e li ho in mano da due anni]; solo la poesia deve essere *ridotta*? ma una cosa è ovvia: non è che il chiaro sia un valore contro lo scuro, e viceversa. Whitman non è *superiore* a Dickinson, e anche tra gli sperimentatori ci sono cose ancora acerbe (certi testi di Padua, certi testi di Fichera, per esempio). così tra i tradizionali. ma, Lettore: non vedi come SUONA MALE questa divisione *stilistica*, parlando di poeti che non hanno ancora quarant’anni, che non ne hanno ancora 35? “è tempo di imitare il frate scalzo”: e Marina Pizzi, per esempio: è chiara o ostica? è ENTRAMBE LE COSE.

    una prossima scuola ne parlerà, spero. sento che la questione NON è chiuso/aperto facile/difficile [a parte il fatto che NIENTE è facile: per esempio: perché l’Infinito di Leopardi contiene solo monosillabi e bisillabi nei primi due versi e poi allunga la misura? e l’effetto è *lirico* o *prosastico*? non avrà avuto ragione Cardarelli, quando teorizzò che i nostri grandi poeti *discorrono*, invece di *cantare*? e Giovenale non porta avanti un suo *discorso* – tragico, potente, e anche musicale, ma la musica non è la prima cosa?]. ESISTONO FORME, perché le parole sono PAROLE SCRITTE che formano una GEOMETRIA LINEARE DI VERSI E STROFE: occupiamoci di testi [e della pienezza anche religiosa, ma anche semplicemente corporea e respiratoria, che ci chiedono]

    altrimenti si scambia per un muro insormontabile ciò che è semplicemente un DISCORSO UMANO (al quale non manca l’altezza d’ingegno e il senso del ritmo – senza la prima, niente; e senza il secondo, ancora meno). altrimenti nemmeno Wallace Stevens sarebbe leggibile e sarebbe ostico: il fatto è che si può leggerlo, e leggere Stevens è un *piacere*. ecco appunto Stevens, in una traduzione del frate asino:

    Prima l’accappatoio compiacente,
    poi caffè e arance, tardi, su una sedia
    al sole, e il verde della libertà
    di un cacatua sul tappeto, insieme
    disperdono la fine dell’antico
    sacrificio. Lei sogna un poco e sente
    il peso nero di quella catastrofe
    vecchia, come la calma è nera tra
    luci in acqua. Le arance agre e le ali
    lucide e verdi assomigliano a cose
    in un corteo di morti, su acque aperte.
    Silenzio. Il giorno è aperto come l’acqua.
    Silenzio. E l’acqua è calma perché lei
    vi passi in sogno: il piede sopra l’acqua
    tende a una Palestina silenziosa,
    organizzata da sangue e sepolcro.

    ***

    [scrivo e trascrivo queste cose in un webpoint. battitura veloce: alla mia destra una signora slava sfoglia le pagine gialle – nel frattempo è uscita – , dietro di me si gioca alla slot machine. se tutto è stato scritto, tutto è in tutto; prega e lavora, coerentemente, ridi degli istituti e degli idoli e di te e di me]

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  27. Ed io che non sono un intellettuale, che sono ignorante come pochi, che vengo dalla strada, sbatto sempre contro chi mi dice “troppo barocco” “troppo difficile e oscuro” “non posso ogni volta leggere con il dizionario in mano” e via così. Ma come è possibile? Ma che vuol dire essere semplici? Io penso di essere candido addirittura e fin troppo leggibile. Sinceramente non capisco perché un Damiani è meglio di un pepe qualunque?
    Scusate l’ardire.
    pepe

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  28. …infatti Damiani o Ruffilli *non sono meglio*. la chiarezza è difficile da gestire – quella *vera*, di Saba di Pasolini di Levi di Neri di Raboni di Buffoni è su un altro piano, anche *biologico* e *biografico* [e si dimentica sempre che chiarezza dei temi non è chiarezza dei versi. e i versi sono GEOMETRIE LINEARI, non elementi ritagliabili a caso]. ne scriverò meglio, perché è un discorso scivoloso, in cui – paura delle sintassi – si scivola sempre. e *La ragazza Carla* – è chiara? e Antonio Porta – è mai stato semplice? [Porta insegna molto: la sua opera è una “scuola di poesia” in nuce e già pronta; tutto quello che posso ‘insegnare’ qui è nella sua opera e in quella di Rosselli]. e le sonate-interludi di Cage per pianoforte preparato sono difficili? non sono anche *divertenti*? e nell’arietta della sonata 32 di Beethoven non c’è anche una variazione che sembra jazz?

    voglio dire: una cosa BELLA non è mai UNA COSA SOLA. troppe poesie sono una cosa sola, e questo le livella, sperimentali o tradizionali che siano. [teorie-impromptus, al webpoint prima della scuola di teatro, con desiderio di dire e paura di andare: che cosa mi succederà stasera? temo e spero]
    massimo

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  29. la scuola 10 è quasi pronta. intanto arriva il marzo pazzo, da giorni: così l’esperimento non è finito a gennaio, grazie a Dio. queste sono tre poesie di una signora anziana, Riri Negri, artista, che sta per pubblicare nella collana QP di Cantarena.

    le incollo qui senza permesso – approfittando della libertà con cui Riri mi ha affidato i suoi inediti per comporre il libro. per dire: la questione delle piccole cose con un trattamento *virtuoso* (cioè completo, complesso o solenne); la vita di chi vive e sta sul chi vive (altrimenti la mente – la corda pazza – esplode: te la fanno esplodere, anche per amore, anche con amore). ecco:

    dritte le due aste verso il cielo verticali vicine
    sopra il tetto della casa di fronte come fili d’erba fermi
    trampolino l’asse di legno sporge dal terrazzo accanto
    e la bandiera di ferro segna il tempo

    ***

    queste verdi foglie che spuntano dalla mia finestra
    questa mattina ancora ferma
    di questa ora non di giorno
    sono verdi le foglie e fanno bello
    al di là ci sono quei comignoli
    un po’ brutti troppo alti e sempre fermi
    ma ci sono queste belle foglie verdi quasi trasparenti
    si muovono appena ogni tanto qualcuna
    sono la cima di un albero ancora giovane
    cresce
    lentamente

    ***

    la palla rimbalza sul selciato col tonfo opaco
    e si rialza sempre più in basso
    cade rotola pigra assente abbandonata
    non sa
    che la mano di prima la richiama
    riprende a respirare

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  30. domani uscirà la scuola numero 10. questo frammento di Brecht, da *Efficacia mediata del teatro epico* – che forse era conosciuto da Rosselli nel “largo esperimento” [il copyright Einaudi sulla traduzione è del 1962] – serve per il passaggio :

    Ma perché
    temere ciò che è nuovo? E’ difficile da farsi?
    Ma perché temere ciò che è nuovo e difficile da farsi?
    Per colui che viene sfruttato e sempre ingannato
    anche la vita è un continuo esperimento;
    il guadagnar qualche soldo
    un’impresa mal sicura che in nessun luogo viene insegnata.
    Perché dovrebbe temere il nuovo invece del vecchio?

    ***

    fin qui Brecht. e copio incollo correggo un commento alla discussione di Riccardo Ferrazzi de vulgari eloquentia : [nel commento che lo precedeva si parlava del pastiche occitanico di Dante per far parlare Arnaut Daniel]

    in realtà quelle frasi in provenzale, da “Tan m’abellis” in poi sono citazioni. Dante copia e ricuce i frammenti che ha e che ricorda, come nell’episodio di Francesca. una Commedia provenzale avrebbe avuto una risonanza ‘europea’, forse – il fatto è che Dante *volle*, se non essere fiorentino, SCRIVERE in fiorentino. e questo non legittimava la città – Dante è “florentinus natione non moribus” – ma lo stesso Dante.

    nemmeno Dante è facile e popolare. nemmeno Dante può fare a meno di commenti: nemmeno tra i suoi contemporanei. nemmeno Dante può fare a meno della prosa, come nella Vita Nova e nel Convivio (e probabilmente l’ep. a Cangrande è sua: dunque anche la Comedìa aveva la *sua* prosa-stampella-accessus). Dante può essere detto, ed è detto da 700 anni; ma sono 700 anni che deve essere commentato. Dante fa finta di credere che noi sappiamo cose impossibili: per esempio, se non avessimo un commento, come faremmo a sapere che l’anima che dice “Guido mio” è l’anima di Cavalcante Cavalcanti? come facciamo a sapere chi è Gentucca? come facciamo a sapere chi è Matelda? [secondo me è Mandetta, l’amica-amore di Cavalcanti a Tolosa: la giovane donna di Tolosa]. e perché Dante dà per scontate queste cose?

    questo strano poema metafisico in lingua locale ha bisogno di commenti, fin dall’inizio: sia per spiegarne le asperità teologiche e filosofiche (chi è “in piccioletta barca” non può capirle) sia per arginare la nostra inevitabile ignoranza delle cose locali: per esempio, Belacqua. perché Belacqua? chi è Belacqua?

    Boccaccio e Benigni devono spiegare Dante, ieri e oggi. niente è cambiato. e la Comedìa ha *ancora* bisogno di chiavi, per capire i sublimi pettegolezzi locali che *nessuno* capirebbe, ieri e oggi. niente è facile per statuto, tranne le cose banali; e tutto può essere utile: la Comedia è utile. in più è di una bellezza *sovrumana*. dopo Dante, solo Tasso e Leopardi – se quello che ci interessa è l’oltreuomo oltrescrittore, lo Zarathustra che decide di *scendere tra i mortali*, mortale egli stesso.

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  31. per inciso: avrei voluto conoscere Matelda, o Primavera, avrei voluto vederla nel Paradiso terrestre. nel stanza viola Dino Campana udiva “canzoni bronzee”. a Milano, fuori dalla Stazione Centrale, nel solito webpoint – tutto il mondo è paese – la folla fa paura e si ha paura [anche se il cielo è azzurro]. come compagni, alcuni corrispondenti dall’Italia e dal mondo, che si affacciano su questo schermo [non è un caso che si chiami *lo schermo*]; e Hillman e Macbeth; anche Elisabetta Sgarbi, regista (!); tutto nella cartella. in che lingua ho scritto, ora? piana o no? non-lingua o neo-lingua? senza “bisogno di consolazione” – l’antico Dagermann – nessuna lingua. tutti sono e tutti siamo molto stanchi, a ragione. domani esce la scuola di poesia, a 4 ore di volo da qui c’è la Mesopotamia. a 8 ore, l’India. basterebbe avere i soldi, e domani un frate asino sarebbe dall’altra parte del mondo… con la stessa demofobia? con lo stesso bisogno di dire? a costo di dichiarare la *debolezza travestita da forza*? e se una forza è contestatrice – va bene, anche in letteratura; ma DI CHE COSA è contestatrice? ripeto: DI CHE COSA? Guido Cavalcanti saltava oltre le tombe – è un esempio.

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  32. Caro Massimo,

    leggo solo ora la tua Scuola di poesia e il discorso che fai intorno alla mia recensione.
    Puntualizzo, perché le tue abili righe rischiano di farmi dire cose che nella recensione non ci sono, e questo non è mai un bene, specie quando non si riporta il testo che si discute.

    — “infatti Gezzi cita le teorizzazioni di Giovenale e i critici del suo lavoro”.

    Cito le teorizzazioni di Giovenale soltanto dopo aver parlato della sua poesia. All’inizio della recensione sostengo che le ragioni del *trobar clus* di Giovenale (definizione sua, non mia) sono due. Una interna (di poesia, o di “necessità interiore”, se preferisci) e una esterna (di poetica). In Giovenale questi due livelli convivono. Non è vero che nella recensione io mi soffermi solo sulle ragioni esterne, di poetica. Farmi dire questo significa farmi dire che il poeta Giovenale tiene solo in forza delle sue teorizzazioni. Mai scritto e mai pensato. Credo che Giovenale tenga perché la sua poesia ha quella “necessità interiore” di cui tu parli. Non faccio mistero di apprezzare di più il (cosiddetto da lui, e anche da te) *trobar leu*, ma quando incontro un poeta che mi convince, indipendentemente dal suo stile, lo leggo, lo rileggo, lo interrogo. Paul Celan è uno dei poeti più importanti, per la mia esperienza.
    Naturalmente vale anche il contrario: e cioè se incontro un poeta che non mi sembra avere quella “necessità interiore” di cui parli, non mi basta affatto che quel poeta abbia optato per una qualsiasi opzione stilistica o di *linguaggio*, magari teorizzandola finemente e/o in modo militante, per farmelo apprezzare.
    Non ambisco a elaborare un’estetica né a formulare leggi generali: parlo della mia esperienza di lettore, anzi di lettore-che-scrive, perché è impossibile e anche sbagliato, in questi casi, nascondere la mano.

    In più, Giovenale si dimostra assolutamente consapevole di quello che fa e della lingua che sua (“parola-caos” è una definizione sua; e anche il discorso sull’enigmaticità dell’oggetto estetico è una tesi che Marco ha lucidamente difeso più volte, come ben sai). Quindi non vedo perché si dovrebbe far finta che le teorizzazioni non esistano, *una volta che* si è apprezzata la poesia.

    Quanto al discorso su poesia ostica, poesia oscura, poesia difficile, poesia facile… Lo so che Sereni – per esempio – è maledettamente difficile, e anche Penna. Ma quando si parla della poesia (non quando la si scrive), si può tentare una descrizione di quello che abbiamo di fronte, o già questo è sbagliato e tendenzioso? Sono ben consapevole del fatto che scrivere che quello di Giovenale è un “libro difficile” sia una semplificazione. Ma se poi tento di spiegare *perché*, *in che senso* e *in rapporto a che* è difficile (sintassi, struttura, doxa…), tentando di non perdere mai di vista i testi, sbaglio? Spero che non basti scrivere la parola “clus” al posto della parola “difficile” per diventare ‘innocenti’…

    Battute della recensione: 3500. Da non dimenticare mai.

    Con un caro saluto,

    Massimo G.

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  33. caro Massimo, è un bene che tu sia venuto qui. ogni discorso è una semplificazione, lo sai – soprattutto nella rete, che vive in un interregno tra voce e scritto. sai che credo di aver rilanciato io stesso il termine “trobar clus” [avrei potuto dire anche “caras rimas”, o “parlar scuro”]? forse l’ho fatto parlando di Ermanno Guantini, per Variazioni e per Aperto a inverni.

    eppure: ora il termine non mi convince più e mi dispiace di averlo usato. quindi: lo s-termino, e non lo userò più. sovrapponevo una categoria medievale ad un mondo quasi-medievale come il nostro (per la sua irrazionalità: non lo dico io, lo dice Claudio Leonardi); ma il medioevo tardo poteva far convivere nello stesso autore chiusura e apertura, facilità e difficoltà (Cavalcanti è l’autore di Donna me prega e della ballata-pastorella). oggi si tende a creare una divaricazione. il fatto è che la realtà è superiore alle nostre parole: e Sereni è facile? no. Pasolini è facile, dal punto di vista del lessico, almeno: ma ci sono testi impenetrabili e a prima vista chiarissimi: chi è l’Orso nelle poesie scritte al tempo di Medea? chi è “Egli” – “non si tratta di Dio”, commenta Pasolini – in *Trasumanar e organizzar*? e se il trobar clus fosse la chiusura di un senso preciso esistente nascosto e NON FOSSE la torsione sintattica di per sé?

    e poi c’è una facilità sintattica a cui non corrisponde una facilità semantica. il mio esempio preferito è la frase di Pasolini “il mondo non mi vuole più e non lo sa”. facile da capire, perché MONDO VOLERE SAPERE sono parole comuni. ma *che cosa significa veramente* questa frase? [a parte il fatto che ha un certo sapore di citazione]

    non so dire meglio. e non sono più contento dei ‘termini’: il cui nome li condanna, in effetti. grazie, davvero
    massimo

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  34. cari massimi, mi permetto di postare qui sotto qualche considerazione che ho scritto come commento a “variazioni meridiano” di giovenale (apparso su nazioneindiana, qui http://www.nazioneindiana.com/2008/03/10/variazioni-meridiano-5-marco-giovenale/), e che toccano il tema del manicheismo “oscurità/chiarezza”. mi permetto di postarlo perché là non ha avuto risposta alcuna, *forse* perché inserito dopo che il post era fuori homepage. o forse perché ho detto cazzate. magari a voi interessano!

    ciao,
    lorenzo

    Su Variazioni Meridiano di M. Giovenale:

    a me non sembra che giovenale qui si nasconda. s’avverte un tono vagamente difensivo, ma questa è un’altra faccenda. ciò che dovrebbe sempre, credo, interessarci è quello che il poeta non sa di sé (”non sa l’uomo la sua via”), l’indicazione che l’ombra gettata dalle sue parole di consapevolezza (di poetica) ci offre verso lo spiraglio d’accesso al campo – tanto più umano e vivo e fragile – dell’ignoranza di sé. dell’ignoranza di sé e delle proprie cause senza la quale nessun poeta scriverebbe. proprio come la meridiana, che getta l’ombra all’interno di un cerchio di raggio finito ma è capace di indicarci tutte le direzioni. e questo testo qui su di giovenale mi sembra rivelare, come rivela un indice, almeno un fondamento del suo fare poesia: una agnizione della passività radicale dell’individuo umano verso il dato, in particolare verso i propri prodotti (”industria”, “prodotti”, “shoah”). “in ogni caso: non ci si “misura” con tutto questo. si viene semmai misurati, inchiodati.” e ancora: “è difficile avere altro sfondo che questo”. è proprio questo fondamento etico e gnoseologico (qui sopra presentato con connotazione psicologica ed autobiografica, ma ovviamente ricco di venature anche ideologiche), e non la “qualità di buio” del prodotto che ne risulta, a rendere per me aliena e quasi indecifrabile la poesia di giovenale. quasi che questa si rivolgesse esclusivamente non tanto a chi si è trovato a passare (magari per poco, e non per l’ultima volta) in quella “estesissima fascia di crisi” ma soltanto per chi in essa perennemente dimora, senza alcuna speranza – e dunque senza desiderio e volontà – di uscirne.

    oltre a ciò, mi sento di fare un’altra riflessione rapsodica. nel testo qui sopra ci sono spie che sembrano dirci chiaramente che l’autore ragiona in termini classicamente “mimetici” (come hanno fatto quasi tutte le avanguardie). o, se non ragione, ha almeno riflessi “mimetici”: *la qualità del buio è nel testo perché è nelle cose* ecco cosa ci dice il poeta, descrivendosi come “l’autore di testi in cui il buio viene affrontato col buio”. ma è davvero così? se leggiamo meglio forse possiamo trovare un accenno ad una direzione ben più feconda, e sulla quale credo sarebbe necessario riflettere, e che, superando lo sterile dualismo di “segno oscuro e difratto” vs “trasparenza del segno” (e in altri campi tra “scienza” e “arte”) va nella direzione di un processo che – per mancanza di termini migliori – chiamo ora di naturalizzazione dell’arte mutuando il termine dalla naturalizzazione della semantica in filosofia del linguaggio. è un processo che mi sembra riguardare tutte le arti forse da una ventina d’anni a questa parte. è un piano sul quale possono essere avvicinate insieme (i.e. con le medesime categorie) la poesia “oscura” e la poesia “chiara”. è forse quello che ci suggerisce qui lo stesso giovenale, insistendo, se leggo bene, sulla non arbitrarietà del segno (e dunque sulla “naturalezza” dei significati), quando accenna ad una genesi quasi causale (e di certo informata da un processo trascendentale) del segno dalla cosa: “il segno non nasce senza le cose, ma con queste: al loro interno: nella percezione”. è qui il terreno fertile, non tanto nel riconoscimento astratto della pari dignità delle diverse poetiche, né tanto nell’accento posto su una urgenza individuale e ineluttabilità psicologica e biografica di certe “decisioni e predilezioni parziali”. è forse questa la direzione più promettente che il testo qui sopra ci indica, come sua ombra, lo spiraglio che apre.

    saluti,
    lorenzo carlucci

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  35. con il buio e con la cenere – simboli/metafore/correlativi oggettivi della mancanza (ciò che manca ci fu, ora no).

    si può dire, e dico, che è questione di aghi e di dolore. “non si libera dagli aghi, se ne veste”, scrive Marco. allora: o si tacciono con riserbo o si espongono; ma la poesia di Giovenale è forse una forma parallela e alternativa: gli aghi ci sono e il dolore anche, ma più presentati che esposti, più diretti che ostentati. e se Marco fosse un poeta *difficile*, certo, ma *non oscuro*?

    il vero problema è un altro, ed è quello che mi colpisce di più, *ora*. quale comunità c’è dietro intorno a fianco? ci siamo solo noi. e questo toglie non solo visibilità – che non ha importanza – ma anche (come dire?) *sacralità*. Joe Bousquet è impensabile *senza* le relazioni che aveva (con Weil, con Béguin, con Paulhan), *durante* le terribili sofferenza della sua infermità. Bousquet, in vita, è paragonato da Simone Weil al “re pescatore”. che è come dire: io mi inchino, tu sei superiore, io percepisco qualcosa di oltre-uomo in te (e, veramente, Bousquet è qualcosa di inquietante, mistico e demone nello stesso tempo).

    e Marco – come Mesa, come Frasca – è superiore. ma ora si vive in un altro modo e mondo (oltretutto – l’ha detto stamattina Gianni De Michelis alla 7 – “siamo sull’orlo di un burrone”, e credere che la poesia sia vergine e intatta rispetto al crollo è ingenuo). dunque cenere e buio e aghi. e strategie per parlarne. e luoghi in cui, ecc.

    Lorenzo, una domanda banale, ma *essenziale* : a te PIACE questa poesia?

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  36. @ Lorenzo, ancora

    “aliena e quasi indecifrabile la poesia di giovenale”. quindi la mia domanda “ti piace ecc.” non avrebbe ragion d’essere. ma te la propongo apposta: proprio per sapere se riconosci un magistero stilistico in questa poesia, per esempio. [così, per esempio, sono INDECIFRABILI, per me, “Il rosa testimone di guerra” e “Insignia” di Raffaele Perrotta, ma sono testi quasi GIOIOSI, e terribili, e *magistrali*…]

    ***

    ma al cospetto di un imperativo che dice DO NOT LOOK FOR ME

    http://slowforward.wordpress.com/2008/03/16/cant/

    – come reagire? come non essere empi? come rispondere *degnamente*? e qual è il pubblico che non deve cercare chi tace? e se tu dicessi DO NOT LOOK FOR ME in un blog – tuo e personale – i destinatari sarebbero gli stessi? vorresti NON essere cercato dalle stesse persone che NON devono cercare Giovenale? sembrano domande retoriche, non lo sono. non mi chiedo queste cose per una generica pietà umana, ma perché – l’ho detto e lo ripeto – Marco Giovenale è uno dei più grandi poeti italiani. non significativo interessante notevole, ecc. – ma IMPORTANTE [anche – ed è una cosa che mi affascina e turba – come segnale vivente di una crisi che arriva, che destra sinistra centro e Chiesa sentono…] [crisi a cui ognuno reagisce con gli strumenti le teorie gli idoli che conosce; io, per esempio, con l’idea di un’India più *giovane*… e con altri deliri che non dico…]

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  37. ciao massimo, per quanto sia un dialogo tra sordi (ancora e ancora), e solo rendendomi conto che è fatto tutto e soltanto a beneficio di terzi, ti rispondo – pur senza capire bene le tue domande, appunto: mi piace? NO, NO e NO. è “importante”? per me è un ottimo polo dialettico, perché ha il carattere della “coerenza” e dell’onestà intellettuale. ciò detto, ai miei occhi rappresenta un ingranaggio ingolfato, una serie di scelte e soluzioni a mio giudizio sbagliate anche su un piano puramente intellettuale (o filosofico), una persistenza nell’errore. dunque è importante.

    ciao,
    lorenzo

    p.s. sulla “crisi” etc.: oltre ad esser preda del mito e dei deliri, cercare di rispondere alla domanda: questa idea di crisi, per cosa è utile? perché la mia mente la propone come forma/soluzione del problema? che tipo di strumento è? e realizzare anche che non è una domanda nuova, ma è la stessa dall’inizio della filosofia greca, la stessa posta dai medievali (nella specie della teologia razionale) la stessa riproposta dagli illuministi etc. etc. etc. ma qui parliamo di poesia. alla domanda sugli interlocutori: “di chi ci sarà dolce l’assenso?” rispondi, massimo, non continuare a chiedere. e sii convinto della tua risposta (come lo è giovenale).

    p.p.s. sul non cercarmi etc. l’uomo dice sempre “non mi guardare”, perché “i tuoi occhi mi eccitano” (hirhivuni).

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  38. @ Lorenzo

    la crisi non è “utile”. se è crisi, rimane crisi. crisi utile sarebbe un ossimoro o un osso duro. poi: bisogna vedere se quella crisi è reale (cioè esiste all’esterno della mente) o no (interna alla mente). io credo che sia esterna e che sia in modi diversi (da te da me da Marco) introiettata, ecc. Psicologia spicciola. quel NO non l’avevi mai detto chiaramente, e sono felice di averlo sentito. non è peccato disprezzare questa poesia; peccato è intrecciare i livelli personali culturali ecc. [anche se io stesso non faccio altro; ma devo creare sproni, altrimenti che scuola è?].

    e la mia reazione [naturale] è un SI’: e questo non ha niente a che vedere con cose personali amicizie inimicie ecc. (perché – lo ripeto – la poesia avrebbe *bisogno* di più impersonalità; oso dire: meno relazioni, meno intrecci pubblico-privato). nel suo ultimo libro, Marzio Pieri contesta amichevolmente Mesa: secondo Mesa, è impossibile leggere D’Annunzio dopo aver letto Kafka; secondo Pieri, semplicemente, la doppia lettura è possibile e praticabile (anche perché – dico io – D’A. è un mare magnum, in cui troveresti anche pagine kafkiane).

    ci sono irrigidimenti, ci sono nodi… e non si tratta di dialogo tra sordi. il problema è che simpatie e antipatie umane troppo umane infettano un campo che per me è sacro (vedi: Bousquet)…

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  39. e aggiungo, copiando dalla scuola 10:

    “…un pubblico non specializzato, che non sa né di lpels né di absolute né di nazioneindiana, e non ha mai comprato “Stilos”…”.

    questa frase è fastidiosa? come ci rapportiamo a tutta quella parte di umanità che NON ha fatto l’università, NON scrive nei blog, NON insegna, NON va ai festival e quando scrive fa poesie romantiche sul papa sulla figgetta e sulla luna? volevo dire solo questo: che forse abbiamo escluso tutti i rapporti con queste persone. che sono gli ALTRI. e noi sorridiamo di loro, e loro non ci conoscono, e se ci conoscessero non capirebbero. “io non sono come voi, io sono bianca e nera!”, urlò P.Z. anni fa [in quegli anni traducevo per il melangolo: il “voi” rappresentava una casta, in un certo senso, e a Genova era molto]. è evidente che Mesa e Buffoni sono su piani diversi, anche di eccellenza; ma è altrettanto evidente che il “popolo con i suoi occhi rurali” – Neruda – non ne sa niente, e che se ne sapesse qualcosa non coglierebbe le differenze.

    e il poeta del sottobosco ne sarebbe intimidito; oppure si avvicinerebbe con il suo blocco di fogli e direbbe “queste sono le mie poesie…”. nessun buonismo, ma realtà. e a queste persone – e chi va a dire loro, adesso, che il loro lavoro non serve a niente? che quando si svenano per pubblicare a pagamento hanno fallito in parenza [intendiamoci: ci sono i superbi, ovunque; ma anche persone oneste, che meriterebbero più della semplice educata degnazione]. ma davvero: il loro lavoro non serve? e noi: non a che cosa, ma A CHI, serviamo?

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  40. [mio pessimo italiano con echi e ritorni di parole – scritto in fretta, quando una parola genera un’altra parola, e così via: loro loro, loro lavoro…]

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