Metà guaro metà grappa. di Gessica Franco Carlevero. Fandango Libri.

Quando ho letto questo libro, mi son detto che forse il caribe occorreva scriverlo cosí. Anche altre storie. Non tutto, ma qualcosa sí, si poteva, riuscendoci, a scriverlo cosí. Ma bisognava esercitarcisi. Bisognava decidersi. Bisognava essere capaci a farlo. E non era facile. Bisognava sorvegliare.

Metà guaro metà grappa, di Gessica Franco Carlevero, intanto é un viaggio insolito, in un Costarica distante dalle solite cube dei mandrilli, dalle isole sociali, dal realismo magico alla macombo.
L’io narrante é italiana, iscritta all’università ma studia poco, per motivi che vi dirà, e viene proiettata in Costarica, anzi trattenuta in Costarica.
Tra le tante cose che gli capiteranno, una sarà di conoscere suo padre. L’altra di disconoscerlo.
Questo libro é uscito per Fandango, una collana diretta da Alessandro Baricco e Dario Voltolini. Una collana che si é data delle regole.
Quindici libri e chiuderà. Libri di esordienti o che hanno pubblicato al massimo un libro. Libri che riceveranno solo un minimo di editing.
Del resto la bellezza di questa storia é tale che toccarne la scrittura sarebbe stato farle un torto.
Eccovene dunque un assaggio, che poi é l’incipit.

Ventuno dicembre.
Intanto avevo perso l’ aereo.
Arrivata all’aeroporto, l’aeroporto Juan Santa Maria, avevo fatto la coda, aspettato, alla fine l’aereo non partiva.
Cinque ore di macchina per arrivare. La casa dove stavo era cinque ore dall’aeroporto, e c’erano le buche per terra e bisognava andare piano e fare delle pause perché si attraversavano le montagne e la macchina era vecchia, parecchio vecchia.
Avevamo fatto almeno cinque pause in quel viaggio, in quei chioschi sulla strada, con il cartello cocacola, quei capanni di passaggio, dove si fermano le corriere e l’autista coi baffi sente la partita, gioca a domino e conosce tutti.
Cinque ore che viaggiavamo per raggiungere l’aeroporto. Ma c’erano cose che non funzionavano e alla fine non si andava. Biglietto rimborsato, partenza tre giorni dopo.
Eravamo di nuovo fuori, lui con la mia valigia io col biglietto nuovo, e metterci subito in macchina non avevamo voglia, abbiamo fatto un giro per San Josè.
Era sabato, la gente comprava biglietti della lotteria e mangiava semi. Nella via grande i giovani coi blue jeans stavano sulle panchine e baciavano le femmine. Avevamo comprato pollo fritto, empanadas e eravamo tornati alla macchina.
Viaggiavamo zitti e io guardavo i timbri sul passaporto, ne avevo cinque, era la quinta volta che venivo.
Giravamo coi finestrini giù e mi aveva chiesto se volevo passare al casinò, se c’ero mai stata.
-Dai, vestiti bene che ti porto a fare un giro.
Non avevo ventun anni, non ci potevo entrare, ma non guardavano me, dovevo solo mettermi qualcosa di carino, aveva detto.
In un minuto ero già sul sedile dietro, con la testa nella valigia a trafficare. In ginocchio cercavo tra quei cotoni umidi con la sabbia qualcosa che andasse bene, alla fine ero con gonna chioma sciolta e rossetto, e la mascherata mi divertiva.
Nessuno aveva detto niente, ci avevano neanche visti. Eravamo entrati in un corridoio con le luci di natale attaccate agli specchi, stavo camminando come lui, i piedi in fuori e le mani sui fianchi, avevo tolto le mani dai fianchi.
Al bar lui aveva preso un ron, io un bicchiere di sangria e entravamo nella stanza delle slotmachine. Il rumore era di sala giochi, la gente come al bingo. Non sembrava il casinò. Quello non era d’oro, con le cravatte e lo champagne, c’erano donne grasse con le unghie rosse, uomini in camiciotto che masticavano, croupier stempiati e musichetta.
Abbiamo puntato qualche colòn sul rosso mentre certi annunciavano orfanelli al croupier, e ce ne siamo usciti.
Fuori era diventato buio. Strade larghe, salite e discese, taxi che correvano in mezzo a case senza vetri col soffitto di lamiera, illuminate solo da grandi cartelloni con un uomo cowboy che fumava.
E poi eravamo usciti dalla città, viaggiavamo in una strada senza lampioni, in mezzo alle piante, e ci avvicinavamo ai blocchi neri delle montagne, si vedeva niente.
La strada andava su, la macchina era vecchia, andava piano, tanto piano, e poi c’erano le buche, nessun lampione, solo curve che salivano in mezzo agli alberi neri.
-Se uno finisce giù di qua non lo trovano più.
Era talmente scuro, coi finestrini abbassati i fiori entravano dentro. Le stelle erano grasse e il cielo era pieno.
Mi piaceva esserci anch’io in quel viaggio di ritorno.
La strada continuava a salire e noi andavamo ai quaranta.
Da lontano avevamo visto dei fari, piano piano ci avvicinavamo, erano fermi e facevano luce grossa, salivamo adagio. Saltavano fuori le sirene blu lampeggianti e una pila che girava. Laggiù c’era la polizia, e vedere la polizia in mezzo a quelle montagne, in mezzo a tutto quel nero, non faceva stare tranquilli.
Mancavano pochi metri. Abbassavo la radio e toglievo i piedi dal cruscotto. Non c’era da stare tranquilli, saltavo sul sedile dietro per chiudere i vestiti nella valigia, saltavo davanti per togliere le cartine.
Uno col giubbotto giallo acceso e la bandiera in mano faceva segno di andare avanti, girava il braccio e diceva adelante adelante. Sotto, a qualche metro dalla strada, il braccio meccanico di una gru cercava tra gli alberi, e poi sollevava un camion con disegnata sopra una grande banana, era finito in mezzo alle pietre della montagna con tutte le sue banane.
-Gli è andata bene. Se andava più giù non lo prendevano.
L’avevamo detto cinque minuti prima, cinque minuti prima avevamo detto che se uno finiva giù di lì nessuno lo trovava.
Vedevo cose che se quell’aereo l’avessi preso non mi sarebbe capitato.
Avevamo continuato zitti e lo guardavo guidare, il volante non si vedeva, era troppo buio, c’erano solo il lumino rosso della sigaretta che si muoveva nella macchina e la riga bianca della strada. Spiavo il suo viaggio di ritorno, che ogni anno faceva da solo.
In uno slargo con il distributore di gasolio ci eravamo fermati per far riposare la macchina. C’era il vento delle montagne lassù e io avevo un maglione suo che mi arrivava alle ginocchia.
Eravamo entrati nel chiosco vicino, era pieno di fumo e tutti parlavano fitto. Sembrava il raduno o il bar della piazza. Facevano parole veloci, discutevano, alzavano la voce, i cani si agitavano e una donna bionda parlava sopra gli altri. La bionda sventolava le mani e il suo culo sporgente si muoveva insieme a loro sotto la gonna. Stavano dicendo del camion delle banane e dell’incidente.
La bionda stava raccontando dell’autista, parlava del Flaco, Flaco beveva, tutto il pomeriggio a ingoiare guaro.
Parlavano di quell’uomo incastrato fra le piante, in mezzo alle pietre della montagna e dicevano delle urla che Flaco aveva fatto con Linda, erano rimasti dei pranzi da pagare, aveva perso al domino e non aveva lasciato un soldo, il Flaco prima o poi si sarebbe ammazzato e gli era andata bene di essere rimasto tra gli alberi, dicevano.
Una mulatta, forse era Linda, aveva un fazzoletto rosso al collo. Sputava fuck motherfucker contro il Flaco o contro l’incidente, da un vestito corto senza spalline cholo hijo de puta. Cholo maricon.
In silenzio avevamo preso una coca ed eravamo usciti.

( Si ringrazia l’editore. Fandango Libri, collana Quindicilibri, diretta da Alessandro Baricco e Dario Voltolini. )

6 pensieri su “Metà guaro metà grappa. di Gessica Franco Carlevero. Fandango Libri.

  1. “L’io narrante é italiana” e va bene. “Tra le tante cose che gli capiteranno” e non va bene. E che cavolo, almeno l’italiano!!

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  2. Grazie della lettura luigino, e dell’osservazione. E bravo,
    segui il lavoro del redattore che gli sei di aiuto.

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  3. Il redattore, un po’ piccato, tenta il sarcastico col Luigino: boomerang. Quando il tentativo di “recupero” è più infelice dell’errore.

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  4. “L’io narrante é italiana” (..), i “così” e “Questo libro é uscito per Fandango” .. Abbiamo due accenti – abbiamo noi, ‘Italians’ – due soli: l’acuto e il grave, che continuiamo a non saper usare.

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