Lettera a una professoressa

della Scuola di Barbiana

Cara signora,
lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti.
Io invece ho ripensato spesso a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che “respingete”.
Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate.

la timidezza
Due anni fa, in prima magistrale, lei mi intimidiva.
Del resto la timidezza ha accompagnato tutta la mia vita. Da ragazzo non alzavo gli occhi da terra. Strisciavo alle pareti per non esser visto.
Sul principio pensavo che fosse una malattia mia o al massimo della mia famiglia. La mamma è di quelle che si intimidiscono davanti a un modulo di telegramma. Il babbo osserva e ascolta, ma non parla.
Più tardi ho creduto che la timidezza fosse il male dei montanari. I contadini del piano mi parevano sicuri di sè. Gli operai poi non se ne parla.
Ora ho visto che gli operai lasciano ai figli di papà tutti i posti di responsabilità nei partiti e tutti i seggi in parlamento.
Dunque son come noi. E la timidezza dei poveri è un mistero più antico. Non glielo so spiegare io che ci son dentro.
Forse non è nè viltà nè eroismo. È solo mancanza di prepotenza.

I montanari

la pluriclasse
Alle elementari lo Stato mi offrì una scuola di seconda categoria. Cinque classi in un’aula sola. Un quinto della scuola cui avevo diritto.
È il sistema che adoprano in America per creare le differenze tra bianchi e neri. Scuola peggiore ai poveri fin da piccini.

scuola dell’obbligo
Finite le elementari avevo diritto a altri tre anni di scuola. Anzi la Costituzione dice che avevo l’obbligo di andarci. Ma a Vicchio non c’era ancora scuola media. Andare a Borgo era un’impresa. Chi ci s’era provato aveva speso un monte di soldi e poi era stato respinto come un cane.
Ai miei poi la maestra aveva detto che non sprecassero soldi: “Mandatelo al campo. Non è adatto per studiare”.
Il babbo non le rispose. Dentro di sè pensava: “Se si stesse di casa a Barbiana sarebbe adatto”.

Barbiana
A Barbiana tutti i ragazzi andavano a scuola dal prete. Dalla mattina presto fino a buio, estate e inverno. Nessuno era “negato per gli studi”.
Ma noi eravamo di un altro popolo e lontani. Il babbo stava per arrendersi. Poi seppe che ci andava anche un ragazzo di S. Martino. Allora si fece coraggio e andò a sentire.

il bosco
Quando tornò vidi che mi aveva comprato una pila per la sera, un gavettino per la minestra e gli stivaloni di gomma per la neve.
Il primo giorno mi accompagnò lui. Ci si mise due ore perchè ci facevamo strada col pennato e la falce. Poi imparai a farcela in poco più di un’ora.
Passavo vicino a due case sole. Coi vetri rotti, abbandonate da poco. A tratti mi mettevo a correre per una vipera o per un pazzo che viveva solo alla Rocca e mi gridava da lontano.
Avevo undici anni. Lei sarebbe morta di paura. Vede? Ognuno ha le sue timidezze. Siamo pari dunque.
Ma solo se ognuno sta a casa sua. O se lei avesse bisogno di dar gli esami da noi. Ma lei non ne ha bisogno.

i tavoli
Barbiana, quando arrivai, non mi sembrò una scuola. Nè cattedra, nè lavagna, nè banchi. Solo grandi tavoli intorno a cui si faceva scuola e si mangiava.
D’ogni libro c’era una copia sola. I ragazzi gli si stringevano sopra. Si faceva fatica a accorgersi che uno era un po’ più grande e insegnava.
Il più vecchio di quei maestri aveva sedici anni. Il più piccolo dodici e mi riempiva di ammirazione. Decisi fin dal primo giorno che avrei insegnato anch’io.

il preferito
La vita era dura anche lassù. Disciplina e scenate da far perdere la voglia di tornare.
Però chi era senza basi, lento o svogliato si sentiva il preferito. Veniva accolto come voi accogliete il primo della classe. Sembrava che la scuola fosse tutta solo per lui. Finchè non aveva capitò, gli altri non andavano avanti.

la ricreazione
Non c’era ricreazione. Non era vacanza nemmeno la domenica.
Nessuno di noi se ne dava gran pensiero perché il lavoro è peggio. Ma ogni borghese che veniva a visitarci faceva una polemica su questo punto.
Un professore disse: “Lei reverendo non ha studiato pedagogia. Polianski dice che lo sport è per il ragazzo una necessità fisiopsico…”.
Parlava senza guardarci. Chi insegna pedagogia all’Università, i ragazzi non ha bisogno di guardarli. Li sa tutti a mente come noi si sa le tabellone.
Finalmente andò via e Lucio che aveva 36 mucche nella stalla disse: “La scuola sarà sempre meglio della merda”.

i contadini nel mondo
Questa frase va scolpita sulla porta delle vostre scuole. Milioni di ragazzi contadini son pronti a sottoscriverla.
Che i ragazzi odiano la scuola e amano il gioco lo dite voi. Noi contadini non ci avete interrogati. Ma siamo un miliardo e novecento milioni. Sei ragazzi su dieci la pensano esattamente come Lucio. Degli altri quattro non si sa.
Tutta la vostra cultura è costruita così, come se il mondo foste voi.

ragazzi maestri
L’anno dopo ero maestro. Cioè lo ero tre mezze giornate la settimana. Insegnavo geografia matematica e francese a prima media.
Per scorrere un atlante o spiegare le frazioni non occorre la laurea.
Se sbagliavo qualcosa poco male. Era un sollievo per i ragazzi. Si cercava insieme. Le ore passavano serene senza paura e senza soggezione. Lei non sa fare scuola come me.

politica o avarizia
Poi insegnando imparavo tante cose.
Per esempio ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia.
Dall’avarizia non ero mica vaccinato. Sotto gli esami avevo voglia di mandare al diavolo i piccoli e studiare per me. Ero un ragazzo come i vostri, ma lassù non lo potevo confessare né agli altri né a me stesso. Mi toccava esser generoso anche quando non ero.
A voi vi parrà poco. Ma coi vostri ragazzi fate meno. Non gli chiedete nulla. Li invitate soltanto a farsi strada.

I ragazzi di paese

contorti
Dopo l’istituzione della scuola media a Vicchio arrivarono a Barbiana anche ragazzi di paese. Tutti bocciati, naturalmente.
Apparentemente il problema della timidezza per loro non esisteva. Ma erano contorti in altre cose.
Per esempio consideravano il gioco e le vacanze un diritto, la scuola un sacrificio. Non avevano mai sentito dire che a scuola si va per imparare e che andarci è un privilegio.
Il maestro per loro era dall’altra parte della barricata e conveniva ingannarlo. Cercavano perfino di copiare. Gli ci volle del tempo per capire che non c’era registro.

il galletto
Anche nel sesso gli stessi sotterfugi. Credevano che bisognasse parlarne di nascosto. Se vedevano un galletto su una gallina si davano le gomitate come se avessero visto un adulterio.
Comunque sul principio era l’unica materia scolastica che li svegliasse. Avevamo un libro di anatomia. Si chiudevano a guardarlo in un cantuccio. Due pagine erano tutte consumate.
Più tardi scoprirono che son belline anche le altre. Poi si accorsero che è bella anche la storia.
Qualcuno non s’è più fermato. Ora gli interessa tutto. Fa scuola ai più piccini, è diventato come noi.
Qualcuno invece siete riusciti a ghiacciarlo un altra volta.

le bambine
Delle bambine di paese non ne venne neanche una. Forse era la difficoltà della strada. Forse la mentalità dei genitori. Credono che una donna possa vivere anche con un cervello di gallina. I maschi non le chiedono di essere intelligente.
È razzismo anche questo. Ma su questo punto non abbiamo nulla da rimproverarvi. Le bambine le stimate più voi che i loro genitori.

Sandro e Gianni
Sandro aveva 15 anni. Alto un metro e settanta, umiliato, adulto. I professori l’avevano giudicato un cretino. Volevano che ripetesse la prima per la terza volta.
Gianni aveva 14 anni. Svagato, allergico alla lettura. I professori l’avevano sentenziato un delinquente. E non avevano tutti i torti, ma non è un motivo per levarselo di torno.
Nè l’uno nè l’altro avevano intenzione di ripetere. Erano ridotti a desiderare l’officina. Sono venuti da noi solo perchè noi ignoriamo le vostre bocciature e mettiamo ogni ragazzo nella classe giusta per la sua età.
Si mise Sandro in terza e Gianni in seconda. È stata la prima soddisfazione scolastica della loro povera vita. Sandro se ne ricorderà per sempre. Gianni se ne ricorda un giorno sì e uno no.

la Piccola Fiammiferaia
La seconda soddisfazione fu di cambiare finalmente programma.
Voi li volevate tenere fermi alla ricerca della perfezione. Una perfezione che è assurda perchè il ragazzo sente le stesse cose fino alla noia e intanto cresce. Le cose restano le stesse, ma cambia lui. Gli diventano puerili tra le mani.
Per esempio in prima gli avreste riletto per la seconda o terza volta la Piccola Fiammiferaia e la neve che fiocca fiocca fiocca. Invece in seconda e terza leggete roba scritta per adulti.
Gianni non sapeva mettere l’acca al verbo avere. Ma del mondo dei grandi sapeva tante cose. Del lavoro, delle famiglie, della vita del paese. Qualche sera andava col babbo alla sezione comunista o alle sedute del Consiglio Comunale.
Voi coi greci e coi romani gli avete fatto odiare tutta la storia. Noi sull’ultima guerra si teneva quatt’ore senza respirare.
A geografia gli avreste fatto l’Italia per la seconda volta. Avrebbe lasciato la scuola senza aver sentito rammentare tutto il resto del mondo. Gli avreste fatto un danno grave. Anche solo per leggere il giornale.

non ti sai esprimere
Sandro in poco tempo s’appassionò a tutto. La mattina seguiva il programma di terza. Intanto prendeva nota delle cose che non sapeva e la sera frugava nei libri di seconda e prima. A giugno il “cretino” si presentò alla licenza e vi toccò passarlo.
Gianni fu più difficile. Dalla vostra scuola era uscito analfabeta e con l’odio per i libri.
Noi per lui si fecero acrobazie. Si riuscì a fargli amare non dico tutto, ma almeno qualche materia. Ci occorreva solo che lo riempiste di lodi e lo passaste in terza. Ci avremmo pensato noi in seguito a fargli amare anche il resto.
Ma agli esami una professoressa gli disse: “Perchè vai a una scuola privata? Lo vedi che non ti sai esprimere?” “…..”.
Lo so anch’io che Gianni non si sa esprimere.
Battiamoci il petto tutti quanti. Ma prima voi che l’avete buttato fuori di scuola l’anno prima.
Bella cura la vostra.

senza distinzioni di lingua
Del resto bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all’infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo.
Voi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi. Appartiene alla ditta.
Invece la lingua che parla e scrive Gianni è quella del suo babbo. Quando Gianni era piccino chiamava la radio lalla. E il babbo serio: “Non si dice lalla, si dice aradio”.
Ora, se è possibile, è bene che Gianni impari a dire anche radio. La vostra lingua potrebbe fargli comodo. Ma intanto non potete cacciarlo dalla scuola.
“Tutti i cittadini sono uguali senza distinzioni di lingua”. L’ha detto la Costituzione pensando a lui.

burattino obbediente
Ma voi avete più in onore la grammatica che la Costituzione. E Gianni non è più tornato neanche da noi.
Non non ce ne diamo pace. Lo seguiamo di lontano. S’è saputo che non va più in chiesa, nè alla sezione di nessun partito. Va in officina e spazza. Nelle ore libere segue le mode come un burattino obbediente. Il sabato a ballare, la domenica allo stadio.
Voi di lui non sapete neanche che esiste.

l’ospedale
Così è stato il nostro primo incontro con voi. Attraverso i ragazzi che non volete.
L’abbiamo visto anche noi che con loro la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si perde loro, la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile.
E voi ve la sentite di fare questa parte nel mondo? Allora richiamateli, insistete, ricominciate tutto da capo all’infinito a costo di passar da pazzi.
Meglio passar da pazzi che esser strumento di razzismo.
(Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, pp. 9-20, Libreria editrice fiorentina 1967)

42 pensieri su “Lettera a una professoressa

  1. Leggendo questi testi, si constata come purtroppo non siano lontani dal nostro tempo. Anzi sono molto attuali, perchè i figli delle classi più disagiate, sono quelli che rischiano di restare ai margini della società e questo purtroppo si decide già a scuola.L’esperienza di Barbiana oggi più che mai dovrebbe spingere le istituzioni a mettersi in discussione, perchè ci sono diseguaglianze sociali che nell’età scolare rischiano di confermarsi e accentuarsi di più.

    Mi piace

  2. Antonio, Paola, torno giusto adesso da scuola…

    Qualche settimana fa ho ripreso in mano questo testo e grande è stata la mia emozione nel rileggerlo dopo qualche decennio – e grande la sorpresa nel constatarne l’attualità, nonché l’originalità di alcune intuizioni.

    Pur con le necessarie contestualizzazioni, e pur con qualche cosa certamente datata.

    Tanto che, a ripensarci, mi sembra il documento più importante prodotto sulla scuola in Italia negli ultimi 50 anni.

    Con solo un rammarico: molti problemi sono gli stessi, molte di quelle istanze non sono state accolte dal sistema scolastico, sono sogni ancora adesso.

    Sì, ogni tanto fa bene tornarci.

    Mi piace

  3. Sono d’accordo con Giorgio..eccome se la sono.
    Un altro testo, ma teorico, di quegli anni, sulla descolarizzazione della società,che era di Ivan illich(con dentro però le utopie sud americane di reazione al desarrollo locale..).
    Oggi interrogativi muti anche in tutte le aree di non sviluppo, comprese le italiane.Ma Barbiana poteva esserne la cura, ahi stolti noi, prima dei grandi fratelli e i guasti profetizzati da Pasolini..

    Ma noi dove siamo rimasti, arrivati?
    Maria Pia

    Mi piace

  4. Grazie davvero per aver riproposto queste parole di Don Milani cosi attuali così precise nel dire le cose come stanno, con quella sua tenerezza ruvida
    Il valore della parola come strumento di riscatto e di liberazione:

    “Ogni parola che non conosci, è una pedata in più che avrai nella vita».”

    Mi piace

  5. Ho fatto sia l’anno scorso sia quest’anno delle supplenze nella scuola superiore e sinceramente mi sembra che la situazione non sia la stessa di allora, all’epoca dei miei genitori, l’insegnante era un autorità, temuta e rispettata, che poteva anche “intimidire” gli studenti, meno bravi o provenienti da famiglie povere, oggi spesso, bisogna guadagnarsi, a fatica, prima la stima e poi l’attenzione dei propri studenti. Oggi, quando ci sono studenti stranieri o con situazioni familiari difficili alle spalle, si cerca di tenerne conto, mentre una volta si valutavano solo i risultati, conseguiti dai vari studenti e non ci si chiedeva cosa c’era dietro alle lacune o alle difficoltà dei singoli… certo, quando le classi sono in media di 28-30 persone, seguire tutti, con la stessa attenzione e la stessa sensibilità, diventa difficile, può subentrare un senso di stanchezza e si può avere, a volte, la sensazione di non riuscire a comunicare tutto quello che si vorrebbe, non solo come contenuti, ma anche dal punto di vista umano.
    Ed è anche vero che possono capitare situazioni davvero difficili da affrontare, dal ragazzino dislessico, di cui non si capisce bene come vadano valutate le prove scritte a quello che è arrivato da poco in Italia e che a casa è abituato a parlare nella propria lingua, perciò, fatica in italiano ad esprimersi e non sempre riesce a raggiungere un livello simile a quello dei compagni, nonostante i corsi, organizzati dalle scuole per gli studenti stranieri…
    le differenze di classe non mi sembrano invece più così evidenti, se non forse nel fatto esteriore che qualcuno può essere vestito meglio di altri o può tirare fuori, nonostante i divieti delle circolari ministeriali, un telefonino di ultima generazione di quelli che fanno non solo fotografie, ma persino filmati… tutti mi sembra comunque che parlano un italiano medio, quotidiano direi, con qualche inflessione dialettale, soprattutto nella pronuncia, a cui si aggiunge a volte qualche termine un po’ più ricercato che usa chi per passione legge qualche romanzo, soprattutto di autori contemporanei o magari attraverso la televisione satellitare, a volte, guarda qualche documentario o qualche programma di storia.
    Cristina

    Mi piace

  6. Ho avuto la fortuna di leggere Don Milani due anni fa, grazie al mio insegnante del liceo, una persona meravigliosa che, dalla periferia di Palermo ai licei borghesi delle Marche, non ha smesso di interpretare l’insegnamento come un esercizio quotidiano di condivisione, sensibilità e lotta(non contro gli studenti, ovviamente).

    “Del resto bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all’infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo.”

    Ricordo un’altra frase simile, sempre in Lettera a una Professoressa: anche nella società più egualitaria, sarà inevitabile che ci siano mestieri manuali e mestieri intellettuali. Tuttavia, a questa divisione non deve conseguire per forza di cose uno iato culturale. Così come un medico, grazie allo studio e a un linguaggio corretto, può discettare coerentemente di architettura, poesia o scultura, anche un operaio o un contadino sarebbero capaci di farlo, se solo la nostra costituzione fosse applicata, e il diritto allo studio fosse effettivo.
    La preparazione scientifica che le scuole italiane stanno dando alle nuove generazioni è scandalosa e inadeguata, e correggere questa lacuna è la priorità, non bisogna però dimenticarsi che l’uguaglianza si costruisce, prima di tutto, insegnando alle persone come si parla.

    Michele

    Mi piace

  7. Condivido l’importanza del testo, anche se per troppi ha significato solo l’estensione effettiva della frequenza scolastica senza migliorare la qualità dell’istruzione.
    Lo dirò nel mio post di stasera.

    Mi piace

  8. Valter, uno dei punti forti della “Lettera” mi pare proprio questo: si reclama che la scuola sia formativa, e si dia gli stumenti per esserlo, al di là del formalismo della frequenza obbligatoria. E che la sua azione possa essere efficace proprio nel fornire formazione, affinché non sia “un ospedale che cura i sani e respinge i malati… uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile”.

    Mi piace

  9. Grazie Giorgio, la “Lettera” è uno dei libri fondamentali della mia vita; e, visto che siamo in tema di scuola, una delle letture estive dei miei studenti. Un libro “imprescindibile”, come dice Antonio.

    fm

    Mi piace

  10. Grazie a te, Francesco, e a tutti gli intervenuti.

    Mi sembra bello che degli studenti leggano questo libro, e fra l’altro proponendolo pensavo proprio a loro, ai giovani di oggi, e ai tanti che magari ne hanno sentito parlare ma non l’hanno mai letto.

    Mi piace

  11. L’anno scorso insegnavo italiano e storia al biennio di ragioneria, quest’anno, invece, ho insegnato sempre le stesse materie al triennio di geometri.
    Ogni tanto sento, però, per telefono una poetessa di Rieti che sta facendo supplenza di spagnolo all’alberghiero e, dal confronto con lei, mi sono resa conto che i miei studenti di entrambe le scuole erano in un certo senso in una situazione intermedia tra quelli dei licei e quelli degli istituti professionali, dove studiano soprattutto le materie pratiche, di indirizzo, e studiano poco italiano, storia e le lingue straniere, però, non vorrei generalizzare… per questo, se c’è qualcun altro che insegna a scuola da diversi anni o che fa il supplente come me da un paio d’anni soltanto, mi piacerebbe sentire la sua esperienza.

    Mi piace

  12. Io credo che le differenze sociali non siano tanto evidenti in ambito scolastico, ma, piuttosto, nel momento in cui, terminata la scuola o l’università, bisogna cercare di accedere al mondo del lavoro. Lì la provenienza familiare può essere ancora (secondo me) una discriminante.

    Mi piace

  13. Cristina, la mia esperienza è la seguente.

    Non c’è dubbio che le differenze sociali diventano più macroscopiche nel corso degli anni, quando i destini di bambini che in prima elementare giocavano insieme prendono strade diverse: c’è chi a 18 anni dopo il diploma dispone di un appartamento autonomo fornito da papà e chi fino a 30 anni vive in casa – e non perché attaccato alle sottane di mamma.

    E non c’è dubbio che le differenze possano sembrare meno evidenti, a prima vista, se ci basiamo su dati come il possesso del cellulare o simili.

    Ma esse, le differenze di provenienza sociale, sono evidenti innanzitutto a monte, nella scelta del tipo di scuola da frequentare: un figlio di papà non va sicuramente alla scuola professionale di periferia, così come viceversa chi vive una situazione di emarginazione non frequenta il liceo classico del centro – tenendo presenti, naturalmente, tutte le eccezioni del caso.

    Anche all’interno di ogni classe, in qualsiasi tipo di scuola, le differenze permangono ugualmente evidenti. Io ho insegnato in varie scuole, dal liceo al professionale, e ho visto anch’io, ancora oggi, differenze tra chi nell’ambiente familiare ha già avuto una preparazione che gli permetta di affrontare qualsiasi problema scolastico; o, se non ce l’ha, può comunque permettersi lezioni private che garantiscano il successo; o, male che vada, può iscriversi a una costosa scuola privata… e chi invece non può permettersi queste cose.

    Ma al di là di questo, che è un problema più ampio: il discorso dei ragazzi di Barbiana riguarda soprattutto l’istituzione scuola ed è a questo che mi riferivo quando dicevo che molte di quelle istanze non sono state accolte, sono sogni ancora adesso.

    Non c’è dubbio che ancora adesso la scuola “è un ospedale che cura i sani e respinge i malati”, proprio quelli che più avrebbero bisogno di aiuto. Non c’è dubbio che chi è bocciato rimane a scuola per gli anni della scuola dell’obbligo, ma come per assolvere una formalità. Infatti non gli viene garantito lo svolgimento del programma di tutti interi gli anni dell’obbligo, come reclamavano i ragazzi di Barbiana: ciò vuol dire un tot di istruzione in meno, vuol dire imporre sempre “La piccola fiammiferaia”, dopo due o tre bocciature, quando lo sviluppo del ragazzo richiederebbe altro.

    C’è un altro interlocutore dei ragazzi di Barbiana: l’insegnante. E ancora adesso ci sono insegnanti che si considerano onnipotenti come divinità capricciose non molto dissimili da quelli descritti nella “Lettera”. Naturalmente con tutte le differenze e le eccezioni del caso.

    E un altro discorso ancora riguarda la cultura e la didattica: la “Lettera” manifesta un pieno apprezzamento di una cultura intesa come cosa viva; e mostra una fame di cultura non comune, ancora oggi, anzi soprattutto oggi; e presenta considerazioni didattiche nate dall’esperienza ma molto più pertinenti e acute di trattati pedagogici.

    Ma questo soprattutto più avanti nella “Lettera”, in brani successivi a quelli qui presentati e che magari proporrò in un secondo post.

    Mi piace

  14. Grazie, grazie, grazie. Vengo a vedere il sito quasi tutti i giorni, ma confesso che raramente leggo i post con altrettanta passione ed emozione. Riproporre la Lettera è una boccata d’ossigeno per la mente.

    Non entro nel merito della questione centrale del dibattito, perché non sono insegnante. Ma vi assicuro che molte delle cose scritte nella Lettera potrebbero essere applicate anche ad ambiti non pedagogici. Una per tutte:
    “Che i ragazzi odiano la scuola e amano il gioco lo dite voi. Noi contadini non ci avete interrogati. Ma siamo un miliardo e novecento milioni. Sei ragazzi su dieci la pensano esattamente come Lucio. Degli altri quattro non si sa.
    Tutta la vostra cultura è costruita così, come se il mondo foste voi.”

    Non è forse quello che facciamo costantemente noi occidentali “sviluppati”, dimentichi che l’umanità è composta da 6 miliardi di cittadini la maggioranza dei quali non ha la nostra stessa storia, la nostra stessa cultura, la nostra stessa scala di valori?

    Mi piace

  15. Pensando ai miei ex studenti di ragioneria, chi ha un negozio o una ditta, finita la scuola, ha un posto assicurato, per quanto corre il rischio di rimanere a lavorare in ambito familiare, senza mettersi mai davvero in gioco… le ripetizioni non sono più così costose come una volta, con tutti i neolaureati che, mentre fanno la Siss o il dottorato di ricerca, difficilmente accettano supplenze a scuola, perché sono già abbastanza impegnati e che, quindi, ripegano, per guadagnare qualcosa, sulle ripetizioni, quest’ultime si trovano, ormai, anche a prezzi molto ridotti, e, poi, le ripetizioni erano necessarie, quando esistevano ancora gli esami di riparazione e d’estate gli studenti che erano stati rimandati a settembre, dovevano per forza andarci, quindici anni fa, infatti (all’epoca in cui io frequentavo il liceo), i corsi di recupero, organizzati dalle scuola, ancora non esistevano.
    Il problema oggi non è, per quella che è stata almeno la mia esperienza, l’eccesso di severità che finisce per lasciare indietro chi, per ragioni personali o familiari, rende meno degli altri, ma l’abbassamento del livello complessivo, per es. alle medie, chi è stato già bocciato una volta, difficilmente viene bocciato una seconda volta, per cui, può rischiare di arrivare a prendere la licenza media, per “anzianità di servizio” e non perché sia davvero migliorata la sua preparazione. Alle superiori chi viene bocciato, a volte, si riscrive e recupera, perché facendo, per due anni di seguito, lo stesso programma, rimedia alle lacune dell’anno precedente, altri, invece, pensando di aver scelto una scuola troppo difficile, passano ad una considerata più facile, magari indirizzandosi verso gli istituti professionali e, comunque, una volta fatti i due anni del biennio delle superiori, difficilmente i ragazzi interrompono gli studi e, quindi, ormai arrivano tutti (o quasi)alla maturità.
    Quanto alla cultura, di per sé non è molto valutata, neppure dagli studenti, a me è capitato l’anno scorso che qualcuno dei miei studenti mi abbia chiesto quanto guadagnavo e quando io gli ho risposto che, facendo 14 ore su 18, mi davano 970 euro al mese, in molti hanno concluso che non valeva la pena aver studiato diciotto anni “obbligatori”(mi sono laureata a 24 anni, quindi dalla prima elementare alla laurea sono passati 18 anni) più di 3 anni di dottorato (fatti per passione)per prendere una cifra così bassa.

    Mi piace

  16. Grazie a te del tuo intervento, Sandra, salutare anch’esso.

    Anch’io vedo bambini pieni di curiosità e di voglia di imparare; persone di altre culture idem. L’Italia adulta invece pensa a tutt’altro.

    Mi piace

  17. Cristina, precisazioni andrebbero fatte su molte cose che dici, ma sto per uscire: una cosa sola, voglio precisare, poiché tanti che non vivono all’interno della scuola potrebbero pensare mirabilia della scuola italiana, nel sentire parlare di recupero garantito e inutilità di ripetizioni.

    Nella mia scuola mi sono state assegnate in una mia classe 4 ore di recupero per Italiano e Storia, affinché gli studenti potessero recuperare le insufficienze del primo quadrimestre: le ho utilizzate per fare 3 ore di Italiano e 1 di Storia. Alla fine mi si chiede persino di fare una prova per verificare il superamento delle lacune e di verbalizzare il tutto in un apposito registro: giuro che la compilazione delle carte è stata più lunga dell’ora di recupero di Storia.

    Quello che infatti interessa all’istituzione è che il registro sia stato compilato, non per quante ore e come e con che risultati si sia svolto il recupero.

    Mi piace

  18. I corsi di recupero non dovrebbero essere minimo di 12 ore, di cui almeno 8 obbligatorie per chi deve fare la prova del debito?
    Da me l’anno scorso era così, però, non so se in tutte le scuole sia lo stesso, comunque, 4 ore sono indubbiamente troppo poche e d’altra parte la prova del debito si faceva almeno due volte l’anno, una volta il primo quadrimestre (con corso di recupero a settembre, ora con le nuove leggi andrà però anticipato, perché se, quando inizia la scuola i debiti, devono essere già stati saldati, ci sarà uno slittamento di un mese circa) ed una volta il secondo quadrimestre… d’altra parte, bisogna vedere se si accorpano i studenti di diverse sezioni, ma della stessa classe in un unico corso di recupero di italiano oppure se ognuno fa il corso di recupero per i propri studenti, probabilmente le 12 ore diventano possibili solo grazie all’accorpamento, in una scuola tecnica come ragioneria o geometri più di 4-5 persone per classe con il debito di italiano non ci sono, perciò si possono accorpare in un unico corso di recupero venti-venticinque studenti(di solito, infatti, chi ha 5 viene portato a 6, a meno che non abbia una brutta situazione in più materie e chi ha 4, al di là del numero di materie in cui va male, prende sicuramente il debito). Comunque, quindici anni fa, se al liceo andavi male in latino e greco, l’unica soluzione erano le ripetizioni, oggi almeno non è, per forza, così, poi, ho l’impressione che gli esami di riparazione fossero più temuti da noi di quanto gli studenti attuali non temano la prova del debito, soprattutto quella che si svolge il primo quadrimestre.
    E poi, al di là dei corso di recupero, io avevo a ragioneria colleghi di inglese e di francese, ma anche di economia e di scienze della natura che facevano delle ore chiamate di “scuola continua” che sarebbero ore in più, fatte di pomeriggio, su richiesta degli studenti, quando ci sono almeno 5-6 persone in una classe che hanno lacune pesanti in quella materia.
    Sul resto, però, sono aperta a tutte le precisazioni e i chiarimenti. La mia esperienza a scuola è ancora limitata, perché sono 2 anni soltanto che faccio supplenze, perciò, chi ha più anni di esperienza, conosce, senza dubbio, meglio di me pregi, difetti e problematiche della scuola italiana.

    Mi piace

  19. mi viene da pensare che la scuola, pur con tutti i suoi limiti (struttura – burocrazia -programmi- malesseri sociali che si riflettono) sia ancora un luogo educativo dove si possa elaborare la cultura. Pur con tanta fatica la scuola e gli insegnanti sono ancora in molti casi un riferimento per le famiglie.
    Di alternativamente valido non è che ci sia molto e anche la possibilità di offrire delle basi di sapere (a chi per appartenenza sociale) ne ha molto poche) è pur sempre qualcosa.

    Mi piace

  20. Cristina, scrivo da scuola, in un intervallo.

    Mi sembra che tu minimizzi, e minimizzare serve a poco. E’ quello che succedeva ai ragazzi di Barbiana, sentirsi dire: perché dite questo?, esagerate, non è vero, siete pazzi. E loro mostravano che era vero, con tabelle e statistiche. Si potrebbe fare anche oggi.

    Sì, come dice Paola la scuola è comunque uno dei pochi antidoti all’oppio della tv e delle mode, tant’è vero che pur denigrandola tutti fanno riferimento alla scuola per qualsiasi tipo di problema, dall’educazione sessuale all’educazione stradale, dall’educazione alla legalità all’educazione alla salute. Perché anche chiesa e famiglia non stanno bene, e la scuola, per quanto piena di problemi, rimane il principale riferimento. Ed è per questo che ci appassioniamo a discutere di scuola.

    Se con tutti i recuperi, gli interventi e le migliorie che tu dici la preparazione degli studenti italiani continua a peggiorare e la considerazione della scuola italiana continua a scendere, qualche problema ci deve essere. E se abbiamo il minor numero di diplomati e laureati d’Europa, qualche problema ci sarà (e chi sono quelli che non ce la fanno? quelli che si perdono per strada?). Io ti inviterei a distinguere tra ciò che c’è sulla carta e ciò che c’è nella realtà.

    Ma adesso sta per suonare la campanella, devo andare… a dopo.

    Mi piace

  21. Due anni di esperienza a scuola sono indubbiamente troppo pochi per tracciare un bilancio o per generalizzare, però, dei miei quattro bocciati del primo ragioneria dell’anno passato tre si sono reiscritti ed uno si è ritirato, visto che erano tre anni che rifaceva il primo superiore ed in classe la sua attività principale era dormire… certo, una persona che, non solo durante le ore di italiano e di storia, ma anche durante le ore di altre materie o va in bagno o dorme o fa i dispetti alla compagna di banco, è uno dei ragazzi che purtroppo si perdono, ma, nel momento in cui io segnalo la situazione alla madre e lei mi risponde:”L’estate scorsa, siccome era stato bocciato, l’ho mandato a lavorare in una ditta che fa infissi per finestre, pensavo che gli facesse rivalutare la scuola ed, invece, a fine estate mi ha detto che preferisce il lavoro allo studio.” A quel punto i genitori avrebbero anche potuto mandarlo a lavorare, invece, hanno fatto un ultimo tentativo per fargli almeno completare il biennio delle superiori… è anche vero che i genitori di questo ragazzo erano separati e che lui a volte usava come scusa di aver lasciato i libri a casa dell’uno o dell’altro genitore e di non aver potuto studiare per questo, ed inoltre, spesso, quando doveva essere interrogato, entrava un’ora o due dopo, falsificando la firma della madre che, infatti, ad un certo punto, è stata chiamata dalla segreteria della scuola… Tu, comunque, cosa avresti risposto alla madre di quel ragazzo al posto mio? Lo ritiri da scuola o lo mandi a lavorare? Lo faccia iscrivere ad un corso serale che è più facile? Lo mandi in una scuola pratica come l’alberghiero e non a ragioneria?
    Io ammetto di averle detto tutte e tre le cose, come possibili soluzioni.
    Per cui, purtroppo, qualcuno che si perde per strada c’è, non intendo negarlo e mi dispiace che accada, ma, allora, bisognerebbe farsi un’altra domanda: “Oggi per lavorare basta avere la terza media o bisogna arrivare al diploma? E basta avere il diploma oppure è necessario anche che a quel titolo di studio corrisponda un’effettiva preparazione?”
    E quante volte i genitori degli studenti,invece di preoccuparsi dell’effettiva preparazione dei figli, ai colloqui ti dicono: “Lo tiri su” Oppure “Non gli faccia perdere l’anno.”
    Penso, infine, che ci si appassioni al tema scuola, perché lì si gioca, ancora oggi, come ha ricordato anche Paola, una parte importante del futuro dei giovani.

    Mi piace

  22. Cristina, tu citi un caso, le domande che ti fai su un caso puoi fartele su scala più ampia.

    Per quanto riguarda le scuole medie nel 2006 il dato sugli abbandoni complessivi, nei tre anni di corso, è dello 0,5%: poco, dirai, però è equivalente a circa 8.500 studenti.

    Nelle scuole superiori la percentuale complessiva di studenti che risultano dispersi è del 3,7% corrispondente a 93.747 giovani.

    Complessivamente si tratta di più di 100.000 ragazzi.

    E dopo il diploma? La percentuale dei laureati sempre del 2006 è dell’8,8% (la media dei paesi Ocse è del 15%). Solo due terzi degli iscritti arrivano alla laurea.

    E la qualità dell’apprendimento? Certamente conosci questo rapporto, pare che il livello di preparazione degli studenti italiani sia pessimo.

    Quei 100.000, e poi tutti gli altri che non si laureano, o che rimangono analfabeti o quasi nonostante il diploma o la laurea: in che situazione arrivano a scuola? Vengono “curati” ognuno secondo la sua malattia oppure no? Hanno tutti a disposizione le “medicine” migliori oppure no?

    Mi piace

  23. Grazie Giorgio. E’ bello rileggere ‘la lettera’. E’ stimolante confrontarla con il presente. Ed è interessante constatare a quante diverse valutazioni questo confronto possa portare.

    Per esempio, a te sembra che le cose essenziali di quella esperienza siano ancora attuali. A me impressiona quanto invece lo spirito di quella esperienza e di quel mondo si siano perduti. La ‘lettera’ è una testimoniannza veridica e appassionata di un mondo diverso; dal quale purtroppo ci possono venire poche ricette. Certo, il principio di combattere contro l’esclusione ed il privilegio è valido da sempre e ci convince tutti. Ma cosa significa oggi questo? Che volto hanno oggi il privilegio e l’esclusione?

    La timidezza, caro Giorgio… La timidezza del povero. C’è poca timidezza in giro di questi tempi. Un po’ perché, per fortuna, c’è meno povertà; un po’ perché abbiamo costruito una cultura dei diritti, che ha indebolito in modo drammatico quella dei doveri. Sicché – proprio come per i ragazzi di paese di Don Milani – molti considerano “il gioco e le vacanze un diritto”, pochi considerano che “a scuola si va per imparare e che andarci è un privilegio”.

    Caro Giorgio, purtroppo so poco della scuola. Conosco però l’università. E so quanti rimangono iscritti per anni ad una qualche facoltà senza dare un esame. Ma a questi però non vale ricordare che la scuola è un privilegio. Che alla univesità pubblica uno studente costa mediamente dieci volte quanto lei o lui versa di retta; che la differenza viene dalle tasche di chi paga le tasse senza poterle o volerle evadere; che quei muri, quei docenti, quei proiettori, quei computer, quei bidelli non sono gratis; che farne buon uso è un privilegio da cui scaturisce un dovere.

    Certo molti onorano questo privilegio e questo dovere. Ma la percentuale di quanti non lo fanno è alta. E tra questi non prevale l’immagine evangelica dell’escluso. Sono figli di tutte le classi sociali indifferentemente. Non particolarmente timidi. Semplicemente interessati ad altro. Quanto a quelli che frequentano, beh compilano, da anni ormai, in molte università, moduli di valutazione del docente. E questa mi sembra una grande novità.

    Forse bisognerebbe che lo fosse sino in fondo e che qualche professore impuntuale e svogliato (ce n’è, ce n’è) potesse essere ripreso e sanzionato. Questo però non si fa. La cultura dei diritti a senso unico riguarda anche noi.

    Mi sembra molto carina la lettera di Cristina. Mi pare che parli del mondo di oggi, così incomensurabile a Barbiana (fatta salva la perennità dei precetti evangelici…). Che fare, promuoverli tutti, questi ragazzi? Ora che ormai le scuole e le università non mancano; né, tutto sommato, i docenti? E promuovere tutti questi docenti? Magari non c’è bisogno di mettere troppo in discussione – come invoca qualcuno – né noi stessi né le nostre istituzioni (poverine). Si tratta solo di fare un po’ meglio il nostro mestiere; di promuovere una cultura della ‘responsabilità per davvero’.

    No, più ci penso, più Barbiana è lontana. C’era allora una lingua che i ricchi perpetuavano per escludere i poveri. Chissà se era vero, ma ci abbiamo creduto. Ora non possiamo più farlo. La lingua la difendete in quattro (tu, Cristina, Paola e qualche altro); così come in pochi difendiamo il valore di quelle cose di cui allora immaginavamo che le masse, impazienti, volessero impadronirsi. Le masse, avanzando, le hanno lasciate ai margini del loro radioso cammino. Non è più vero che ogni parola in più è un calcio in culo in meno; semmai ogni libro in più è un quarto di cellulare in meno.

    Che volto hanno oggi il privilegio e l’esclusione fuori e dentro la scuola? Questa Barbiana così seria e severa, così dolcemente umana o così fermamente critica che lezioni ci può dare?

    Caro Giorgio, non sono un pessimista – anzi. Se ci mettiamo davanti ai problemi di oggi con la serietà necessaria (quella che è sempre stata necessaria per risolvere i problemi) possiamo migliorare molto. Ma dobbiamo guardare a quei problemi con gli occhi ben aperti, senza ricorrere a evangeli del passato. Di quelli possiamo salvare lo spirito, non la parola.

    E un’ultima cosa: alla mia età (quasi vicina ai sessanta) io mi sento spesso corresponsabile di come è il mondo e forse per questo tendo a giudicarlo con qualche indulgenza, a fare delle distinzioni, a suggerire cautela nel giudizio. Qualche volta però, parlando con quanti sono più coerentemente e acerbamente critici ho l’impressione che questo mondo, così come è, non l’abbia fatto nessuno, salvo me stesso ed un paio di altri cattivi soggetti (che, per la verità non ho mai conosciuto). Fuori dall’ironia, Giorgio, non è che veramente abbiamo tradito Barbiana (noi, sì, proprio noi), perché non ne abbiamo conservato due lezioni importanti: umiltà e responsabilità?

    Mi piace

  24. Sulla timidezza che è venuta meno o quasi sono d’accordo con Fabio(rimane, almeno per quella che è stata la mia esperienza, nei ragazzi stranieri, soprattutto se è da poco che sono arrivati in Italia e se faticano a comprendere tutto quello che viene detto attorno a loro sia dagli insegnanti sia dai compagni)ed anche qui vi racconto un’esperienza personale. In quarto geometri qualche mese fa hanno fatto quasi una rivolta, perché sul compito di italiano avevo considerato errore e tolto un punto a chi aveva scritto un saggio breve, indicando come destinazione del proprio testo “Il resto del Carlino” che è un quotidiano. Al che, al di là del fatto che mi pare grave non distinguere un articolo di giornale da un saggio breve, visto che per la maturità dovranno aver imparato a distinguere tra le due tipologie, il loro problema, prima è stato quello di difendersi, dicendo: “La differenza tra i due tipi di testo non ce l’ha mai spiegata nessuno prima di lei, quindi, non lo può considerare errore.” Poi, una volta che hanno capito che io potevo essere disposta a togliere meno di un punto, ma non certo a dargli per buona una cosa che era senza ombra di dubbio sbagliata, si sono preoccupati di capire qual era la differenza tra saggio breve ed articolo di giornale, per evitare di rifarla in un compito successivo.
    D’altra parte siamo stati tutti studenti e se siamo onesti con noi stessi, ci ricordiamo che spesso quello che contava era arrivare al sei e non essere rimandati a settembre, poi veniva il desiderio di imparare, di capire, di migliorare e spesso questo desiderio era limitato alle materie, per cui uno provava un certo interesse e non si estendeva a tutte le materie.
    Quando facevo il dottorato, ho seguito due laureande del vecchio ordinamento che avevano più o meno la mia età, visto che una aveva ventisei anni e l’altra ne aveva trenta, per cui capita che le persone passino dentro l’università più tempo di quello necessario.
    D’altra parte, i problemi aperti sono tanti: per evitare il più possibile di avere persone che restano indietro e che non arrivano al diploma, spesso, si tende ad abbassare il livello minimo richiesto, ma non è una buona soluzione, però, per lavorare bene, una classe (secondo me) non dovrebbe essere formata da più di venti persone, mentre spesso, al biennio delle superiori, si arriva ad avere classi di 30-32 persone.
    Se hai 7 ore come le avevo io l’anno scorso, facendo italiano e storia, puoi anche “perdere tempo” con il ragazzino straniero facendogli fare esercizi di grammatica in più e riassunti di storia, ma, se in una classe, al triennio, fai solo storia, hai 2 ore a settimana e ti trovi in media con 26-27 persone di fronte, come fai a quel punto a venire incontro alle necessità di tutti i tuoi studenti?

    Mi piace

  25. sul “gazzettino” di qualche giorno fa è uscito il solito scandaletto sulla preparazione in lingua italiana degli studenti di lettere e filosofia di ca’ foscari. pare ci sia stata una caduta verticale delle conoscenze e delle abilità (bello no il linguaggio docimologico?). in pratica non sanno e non sanno fare, cioè applicare. naturalmente è colpa dei prof., di nessuno escluso, dal momento che anche gli studenti provenienti dal classico hanno dimostrato di avere i loro bei problemi lessicali persino ortografici, nonchè di comprensione di un semplice testo.
    ricordo semplicemente questo:
    “Apparentemente il problema della timidezza per loro non esisteva. Ma erano contorti in altre cose.
    Per esempio consideravano il gioco e le vacanze un diritto, la scuola un sacrificio. Non avevano mai sentito dire che a scuola si va per imparare e che andarci è un privilegio.
    Il maestro per loro era dall’altra parte della barricata e conveniva ingannarlo. Cercavano perfino di copiare. Gli ci volle del tempo per capire che non c’era registro.”
    1. spesso l’insegnante è un nemico a prescindere, oppure è nemico se, non sottraendosi alla sua responsabilità di adulto, mette in gioco una certa, così chiamata, severità
    2. i genitori “coprono” i figli: le regole del gioco, stabilite in buona misura insieme, sono valide finchè la sanzione, nei confronti di chi non le rispetta, non riguarda il loro figlio
    3. gli studenti studiano per il consumo: l’interrogazione, il compito in classe… “se” studiano. a volte non studiano, fanno altro a scuola e a casa, persino durante le ore dedicate al recupero: e sono i primi a stupirsi dei voti negativi
    studiando per il consumo si è destinati a non trattenere nessun concetto e, soprattutto, a non metterlo “in rete”
    4. il peso del coinvolgimento ricade tutto sugli insegnanti: come se dovessero fare i giostrai i saltimbanchi i giocolieri i barzellettieri, come se un pizzico di salutare noia o fatica fosse il nemico numero uno dell’apprendimento: i nemici sono ben altri
    5. a me pare che don milani parlasse di fatica, di studio matto e disperatissimo, di studio “nonostante”:
    io ricordo per parte mia ai miei studenti di liceo, si suppone non in difficoltà di tipo sociale, ma sicuramente in altre serie difficoltà, che la loro scuola la pago anch’io e che vederla sprecata mi fa molto arrabbiare
    6. io di fronte agli studenti mi dichiaro apertamente un adulto che è messo accanto a loro perchè è giusto che il vecchio trasmetta dei saperi al giovane e li trasmetta meglio che può in circostanze possibilmente favorevoli: di concentrazione, di onestà, di limpidezza di rapporti
    7. poi però su tutto cala la scure della burocrazia: tot compiti in classe, pagelline di metà quadrimestre, annotazioni ridicole perchè quello che conta, soprattutto per i presidi, così come in tanti altri ambiti della vita civile, è la carta ben compilata
    posso dire con le parole di catullo?
    cacata carta!

    Mi piace

  26. Caro Fabio, innanzitutto grazie per il lungo e meditato intervento, segno della comune passione per questi argomenti.

    Hai toccato vari temi, in modo organico, io ti risponderò con risposte disorganiche, appigliandomi a questo o quell’argomento.

    Sono d’accordo sulla validità dello spirito della “Lettera a una professoressa”: la “Lettera” nasce da una viva esperienza ed è detta dalla viva voce di chi l’ha vissuta, e questo ne aumenta la bellezza e la verità. (“Pur con le necessarie contestualizzazioni, e pur con qualche cosa certamente datata” dicevo sin dal primo intervento).

    E se è così, è uno spirito che non può restare vuoto e non trasformarsi in lettera.

    Ad esempio: “Che volto hanno oggi il privilegio e l’esclusione?” domandi.

    Non vorrei rispondere per categorie, ho troppo presenti volti e storie per ridurli a categorie, basta entrare in una classe e ti accorgi di chi hai davanti: e questo è già un criterio. Ma per non lasciare inevase le tue domande, proverò a osare qualche generalizzazione: nel 1967 l’esclusione per la scuola di Barbiana aveva il volto dei montanari, oggi spesso è il volto di ragazzi di periferia, degli studenti stranieri, di ragazzi con storie familiari disastrose alle spalle, come il ragazzo ricordato da Cristina. Sono questi quelli che hanno più bisogno di essere accolti.

    Il problema però è sempre quello: a Barbiana “chi era senza basi, lento o svogliato si sentiva il preferito. Veniva accolto come voi accogliete il primo della classe. Sembrava che la scuola fosse tutta solo per lui”: quanti di noi insegnanti possono affermare la stessa cosa degli alunni delle nostre classi sovraffollate? Anche dei più disinteressati, come il famoso Gianni? O dei più violenti? E l’istituzione ci dà, a noi insegnanti, la preparazione per affrontare tante situazioni nuove?

    E ci dà le strutture e gli strumenti affinché anche il più svantaggiato o il più svogliato impari? Nella “Lettera” ad esempio ci sono anche spunti didattici interessanti: d’estate il figlio di papà andava all’estero a imparare le lingue… non è didattica questa? Oggi la situazione è cambiata, questa modalità didattica è garantita per tutti? Allo stesso modo si potrebbero imparare anche geografia, storia, arte… Possono farlo tutti? Ma per restare in Italia: in quante scuole si studiano Fisica, Chimica e Scienze in laboratori ben attrezzati? Unendo teoria e pratica, in modo da venire incontro a diversi stili cognitivi? Chi decide quanto stanziare alle scuole decide anche la didattica: non sono io.

    Il ragazzo di Barbiana aveva “la timidezza del povero”: caro Fabio, sì, oggi è più difficile capire, tutto è più difficile, oggi. A volte il più povero è il più timido, a volte è il più bullo; e magari esprime il suo star male e il suo sentirsi rifiutato con la violenza. Il problema rimane, aggravato, perché quel ragazzo rischia di fare più danni a sé e agli altri.

    Certo, pochi considerano che “a scuola si va per imparare e che andarci è un privilegio”: già la “Lettera” parlava del Gianni che era colonizzato dalla cultura dominante: il sabato a ballare, la domenica allo stadio. Oggi potremmo aggiungere tanto altro, ad esempio rimbecillirsi davanti alla spazzatura televisiva o col cellulare o coi videogiochi o col capo di abbigliamento firmato…

    E allora il problema, nello spirito, è lo stesso: noi che c’entriamo con questo?, dicevano i ragazzi di Barbiana. A chi conviene questo? Anch’io dico: io che c’entro con questo sfascio? Noi che c’entriamo con questo? A chi fa comodo questa spazzatura che colonizza le menti? Chi la propone e la diffonde? Chi ci guadagna? Chi ci ha interesse? Interessi che chi governa potrebbe contrastare (ma non contrasta) sia con legislazioni opportune sia con diverse proposte da parte della televisione pubblica sia con una diversa politica culturale. Ad esempio.

    E allora non minimizzare o non negare i problemi può significare non di voler essere critici acerbi a tutti i costi, ma proprio quell’assunzione di responsabilità che tu auspichi. Una cosa voglio aggiungere: l’esempio della scuola di Barbiana mi sembra sì quello dell’assunzione di responsabilità, ma anche quello di un parlare chiaramente. Anzi, la cosa più importante della “Lettera” forse è proprio questa presa di parola da parte di chi non l’aveva mai avuta.

    Per finire: sull’affermazione di principio della priorità dei doveri sui diritti. Concordo, anzi per non sbagliare io mi regolo in questo modo: parlo di doveri, quando mi riferisco a me; di diritti, quando riguardano gli altri, in modo che la loro difesa non diventi troppo partigiana. Sono convinto che il pieno assolvimento del proprio dovere, da parte di tutti, garantirebbe il pieno godimento dei diritti da parte di tutti.

    Se in un certo senso i diritti vanno superati, Fabio, secondo me non è perché non siano validi, ma in nome di una più ampia cultura della persona, in nome dell’attenzione alla singolarità e alla pluralità, rispondendo alla complessità tipica del mondo di oggi.

    Mi piace

  27. Cristina e Lucy, grazie (e grazie anche a rs per la sua testimonianza!) intanto che rispondevo a Fabio, non avevo visto i vostri interventi… tra poco dovrò uscire, leggerò dopo.

    Mi piace

  28. Cristina, Lucy, la situazione reale è come dite voi anzi peggiore. Oltre al disinteresse da voi descritto nelle scuole c’è anche violenza e vandalismo, e gli insegnanti fanno sicuramente tanto, pur con i loro limiti e con le limitate risorse di cui dispongono: se stessi. Ma ripeto a questo proposito l’affermazione della “Lettera”, un’indicazione di lavoro da tenere presente sempre, anche nei casi più disperati, pur con tutta la nostra difficoltà a rispondervi, per un’interpretazione non ragionieristica dell’insegnamento: “chi era senza basi, lento o svogliato si sentiva il preferito. Veniva accolto come voi accogliete il primo della classe”.

    Continuo a invitare Cristina a distinguere tra la carta e la realtà. Neppure quello che c’è sulla carta, neppure le ultime norme su debiti e recuperi, per quanto in alcuni casi limitato e insufficiente, viene applicato, per mancanza di volontà politica e di investimenti nella scuola. Valga per tutti, su un piano più generale, l’esempio citato dalla “Lettera” della carta costituzionale: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3).

    I problemi della scuola rimandano alla società, pur senza con ciò voler negare le responsabilità individuali che richiama Fabio: anche questo è stato detto con molta forza da questa “Lettera” e vi accennano molti dei commenti. Riporto una frase di Lucy in un commento al post parallelo a questo di Valter Binaghi sul ’68: che chiama in causa “una società che corre, dove nessuno alza un dito per farla finita con trasmissioni devastanti, con la volgarità del “successo” sbattuto in faccia tutti i giorni”.

    Mi piace

  29. Prendendo lo spunto da questa discussione e complice la domenica, ho guardato in rete e ho trovato un testo di Vita Cosentino sulla “Lettera a una professoressa”. Ve ne propongo qualche passaggio che entra nel merito di questioni qui trattate, il testo intero si può leggere qui.

    “Dalla Lettera arriva ai nostri giorni una lezione più profonda da riconsiderare: tutte le invenzioni di don Milani ruotano attorno al perno centrale del simbolico…

    Il grande fascino che la Lettera ancora esercita su di me è un fascino simbolico, perché mostra la presa di coscienza e di parola di un mondo – il mondo dei poveri – che fino a quel momento era muto.

    … la contraddizione linguistica in Italia, forse in tutto l’occidente, è ancora più viva, e si presenta con tutt’altra configurazione… le nuove generazioni danno l’impressione di essere afasiche, ma, detto questo, il problema è sentirsi chiamata(o) dentro la contraddizione. Aprirsi alla questione che pongono. Sono le persone giovani o è la lingua e la comunicazione ad essere inadeguate? E’ una generazione persa alla lingua o mutezza e sordità sono sintomo di qualcosa di più profondo che è andato in crisi, sintomo di un cambiamento che investe anche me in prima persona?

    … la Lettera è rimasta sostanzialmente incompresa e… nella scuola italiana sono entrati principalmente gli aspetti più meccanici e caduchi. Per es., negli anni ’70 il non bocciare, invece di essere una sfida per riuscire ad insegnare agli ultimi, è diventato l’appiattimento del 6 politico

    … l’idea di dare più scuola ai Gianni perché i Pierini ce l’hanno già a casa 24 ore su 24, è diventata un’enfasi sul tempo scuola che in alcuni casi ha creato orari peggiori di quelli delle fabbriche fordiste, oppure ha dato vita a doposcuola oratoriali o di sinistra che non fanno che prolungare l’agonia di una scuola insensata

    Anche l’argomento forte, perché inusitato e trasgressivo, di lavorare su repertori statistici per documentare la “piramide scolastica”, larga alla base (le elementari) e via via più stretta per l’espulsione dei poveri con “la strage dei vecchi”, cioè dei ripetenti che hanno il lavoro minorile in nero a portata di mano, è diventato il prevalere di criteri quantitativi nel ragionare di scuola.

    La lezione da trarne consiste non nel rifare quelle stesse cose, ma nel ricominciare a inventare pratiche… Le pratiche che più mi piacciono nella Lettera hanno tutte a che fare con la sua idea di una cultura viva e che serve alla vita. Per esempio il viaggio all’estero che è l’esame vero… Oppure l’idea, scaturita dalla necessità, di mettere i più grandi a insegnare ai più piccoli”.

    In particolare mi piace questo:

    “La lezione da trarne consiste non nel rifare quelle stesse cose, ma nel ricominciare a inventare pratiche”.

    Mi piace

  30. Grazie molto, Giorgio, di averci fatto riflettere su quaesto testo appassionante. Ha messo a fuoco la mia passione per l’insegnamento che va sempre messo a punto e non è mai scontato..!Ma anche la mia passione per lo sfacelo della scuola al quale assisto e vivo!!
    grazie anche a voi che avete scritto. Purtoppo il mio tempo è brevissimo, avrei tanto da commentare con voi, vi sbriciolo qualche piccola riflessione: mi sembra che uno dei problemi sia l’individualismo bieco che tace di fronte al grande come al piccolo sopruso perpretato, in ogni ambito, perciò mi piace riportare qualche stralcio dalla “Lettera …” ” Insegnado ho imparato tante cose. Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio.
    Sentirne tutti insieme è la politica. Sentirne da soli è l’avarizia

    Mi piace

  31. “Insegnando ho imparato tante cose. Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio.
    Sentirne tutti insieme è la politica. Sentirne da soli è l’avarizia”

    Grazie, Anna Maria, anche questa frase è una di quelle da incorniciare, e anche questo nostro modo di parlare insieme è un tentativo di uscire dall’avarizia.

    Mi piace

  32. Pingback: Vivalascuola. “Chi fa politica lasci la scuola” « La poesia e lo spirito

  33. Pingback: Vivalascuola. Insegnare al principe di Danimarca « La poesia e lo spirito

  34. Pingback: Scuola: necessita una politica dello “stare a cuore” | Informare per Resistere

  35. Pingback: Vivalascuola. Buone feste, buon anno, buone letture! | Poeme Sur Le Web Blog

  36. Pingback: Vivalascuola. Rileggiamo don Milani | Poeme Sur Le Web Blog

  37. Grazie,
    veramente un bello scambio di idee, verrò a visitarvi più spesso… per imparare, e per scambiare con voi le idee interessanti sulla politica ” dello stare a cuore” informare per resistere nella passione senza fine che è l’insegnamento!
    la pazienza che ognuno di noi ci mette per fare di un bambino un uomo!
    Cosa abbiamo in mano! la vita di un ragazzo/a che domani sarà il futuro di questo paese e di questo mondo ormai globalizzato.. senza il minimo metodo politico che affiorava prepotente tanto tempo fa’.

    Grazie a voi.

    Ernestina Scappaticci.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...