Da: Intermezzo e diario (2004) – di Stelvio di Spigno

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Diario, 2.1.2004.

Andrea è in Francia e io me ne sto qui,
cercando di guarire ma peggioro –
È tremendo
come può avvoltolarsi
la vita intera a un gambo di ortica,
succhiarne tutto il succo,
bollire sulle labbra, morire di bruciore,
credendolo piacere…

Diario II, 12. 1. 2004.

Scrivo le mie prose con tanto
di piacere se qualcuno, nascosto,
le scambia per poesie,
quando anche il fuoco sia spento
e la cenere, fredda, sembra neve:

come stai facendo tu, lettore,
proprio adesso – e stai sicuro
che non sono più veri di me
questi segni su carta.

Tordi

Tordi nell’aria, rimasugli
dell’eccedenza di Dio,
ingannate l’ipocrisia
di chi ha legato alle spalle
già gobbe dell’uomo
il carro da morto del Progresso,
i maledetti, i Voltaire, i Montesquieu –
poveri noi, abitanti del vicolo cieco,
a venire dopo loro.

Volate, volate tordi, per voi
per me, per chi non ha più
fiducia in alcun passo
che avanzi.

La sequoia, 3. 3. 2003.

In quale svallamento o scarpata
finisce l’anima come un’auto senza controllo
insieme a tanta energia sprecata
in salette fumose di locali o bar,
illuminate dalla speranza che qualche
chiacchiera non finisca, come sempre, a vuoto…

Dove si confonde
la pagina del diario
con quella del teatro dell’ambiente,
dove va in scena un percorso ostinato
destinato all’errore,
ogni volta che abbracciamo qualcosa
– un sogno di vittoria o una donna ignorante –
un po’ più grande della nostra paura,
che pure è la metà di noi stessi…

Chiedilo, se vuoi, alla vecchia sequoia,
che qualche amante degli anni che si contano
come anelli di una catena sempreverde
piantò qui, simile a una guglia
nel paesello d’inverno.
Come se la sua enorme fessura
lasciasse liberi di viaggiare attraverso il sonno
i rancori, le risate, le lacrime e i pensieri d’amore,
fino al sonno gemello
di chi ha tradito l’amicizia e trafugato l’amore,
per poi inglobarli e farne succo per le radici
che trafiggono la terra ogni giorno di più.

A galla

Non nuoto, non mi muovo,
perché anche questo corpo è fatto d’acqua,
cerco la posizione
per non affondare
sulla linea del terrore
neanche un raggio mi deve sbilanciare.

Per vivere soltanto.
Per questo preferisco
la notte, il mare.

In giro, 2. 5. 2001.

I

Che cosa è il tempo te lo può quasi gridare
questo scorcio di mare che si inforca
tra le sponde del Tevere:
l’aria ridiventa salina,
lo scioglimento rumoreggia in calce e fumo,
ritorna l’infanzia sotto l’alta
specie dell’allucinazione…
Le mura aureliane hanno l’odore
e il calore
– e Roma la veggente, la millenaria,
lo capisce bene –
della casa delle mie vecchie zie,
o delle stanze dove sono nato,
e dove ora posso rifugiarmi
soltanto nel ricordo… Il ricordo,
unico luogo connesso e sicuro,
unico spazio dal quale
non si fugge. E sopravvive al mondo.

II

Alla fine del tempo,
su una spiaggia che dire lontana è poco,
verranno ad appoggiarsi
i delfini giocosi dei ricordi:
un’ombra, alcune macchie, qualche benda,
e tutte le parole che dicemmo
credendo di amare e di salvarci.
E solo questo verrà giudicato
dall’occhio inutilmente sovrano
di Colui che, lo sappiamo, tutto muove,
poco prima di un giorno senza fine.

La chiave

Vorrei riaprire le ante dei ricordi,
dipanare i lucchetti e ritrovare
le foto delle gite di mia madre,
il mulinello del nonno, il bulino
dei giocattoli e gli infiniti crucci
di quell’età; riaprire e assaporare
le zaffate di noce e melograno,
il tranviere di legno nel trumeau –
Ricordare di essere stato al mondo,
di avere, da bambino, conosciuto
qualcosa simile alla felicità.

Non cerco Paradisi
Perduti, oppure Origini Proibite,
ma quell’Eden dev’essere rimasto
per lunghi anni solitario, attiguo
a un anfratto di casa dove il sole
non è mai giunto; e in quella stanza morta
si trovano le corse giù al Fusaro,
le ginocchia sgranate, poi la vecchia
che filava dai giorni del Borbone,
e il fiato che di colpo mi mancava –

Poiché da allora sono fatto ottuso
che quel tempo ritorni in altra forma,
che rialzando il sudario si ritrovi
quel mondo senza macchia e senza orrore.
E ignoravo che sopra certe falle
di vita, le palpebre si chiudono
come al sole le verande di quel tempo
troppo lontano eppure già scontato.

(Immagine: Neo Rauch – Nexus, 2006)

4 pensieri su “Da: Intermezzo e diario (2004) – di Stelvio di Spigno

  1. Belle,cariche di senso.Versi che oscillano e si flettono nell’ampiezza sicura del ricordo verso un presente in cui “stare a galla” è un gioco d’equilibrismo dell’anima.Complimenti.
    jolanda

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  2. Dopo un pò di apnea a causa dell’avaria del p.c. torno con piavere a planafre sul sito e a vedere le novità. Intanto ringrazio per i commenti. Un caro saluto.

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