Appunti per una performance Amletica

(Genova, Palazzo Reale, 27 febbraio 2008)

di Massimo Sannelli

Amleto è una delle colonne della coscienza occidentale, quasi un luogo comune di questa coscienza – e questa coscienza siamo noi, secondo la lettura di Harold Bloom (*Shakespeare. L’invenzione dell’uomo*, Rizzoli, Milano 2001). L’altro archetipo tragico della nostra storia è Edipo – che uccide il padre, sposa la madre, ne ha dei figli; dunque Edipo è contemporaneamente figlio e sposo della madre, fratello e padre dei figli che nascono dall’incesto [i nomi – parole parole parole – sono stati corrotti e complicati dalla vita e dalle colpe], e in più è parricida.

Amleto definisce così la madre e lo zio: “lo zio che mi fa da padre e la madre che mi fa da zia”. Insomma: i vincoli di quella che anche oggi chiamiamo “famiglia tradizionale fondata sul matrimonio di uomo e donna” si allentano. Nel caso di Edipo, la famiglia è naturale e feconda, ma gli sposi non dovrebbero essere tali, perché sono madre e figlio. Nel caso di Amleto, il matrimonio dei cognati è legittimo, ma deriva da un assassinio e da una mancanza di rispetto (perché la madre di Amleto si è risposata in “un minuscolo mese. E ancora nuove / le scarpette con cui seguì la salma, / come una Nìobe in lacrime!”). I vincoli vengono trasformati e pervertiti, all’interno di famiglie regnanti la cui dignità è anche la dignità dello Stato. Ed ecco la base delle due tragedie dell’Occidente: la crisi della famiglia, che deriva dall’omicidio del padre e dalla sostituzione del padre – e re – *legale* [o *naturale*; o *originale*] con uno sposo illegittimo [o innaturale; o falso], che è anche un re illegittimo. Insomma: nelle pieghe dell’Occidente c’è un’idea: la famiglia (cioè lo Stato) ha un equilibrio delicatissimo, che viene interrotto uccidendo il vertice – il padre: il vecchio re di Tebe, padre di Edipo, e il vecchio re di Danimarca, padre di Amleto.

C’è anche un altro piano, in Occidente. Le “radici cristiane” che rivendichiamo derivano da un Cristo che chiama “Abbà” un Padre celeste. Quando Maria dice al figlio “tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”, il dodicenne Gesù risponde: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose di mio Padre?” (Lc., 2, 48-49). Dunque ci sono un padre in terra e un Padre in cielo – e Gesù onora il secondo, allontanandosi senza permesso dal primo, benché uno dei Comandamenti sia “onora il padre e la madre”. Più volte, nella sua predicazione adulta, Gesù ricorderà che il vincolo della fede è superiore a quello del sangue, per esempio – e con forza – in Mc, 3.31-35. Da parte sua, il mondo continua a chiedersi: “Non è forse il figlio del carpentiere?” (Mt., 13, 55). E di sabato – è lecito guarire i malati? Che cosa è il sabato? Chi è *mio* padre? La Legge precedente non viene abolita, ma il padre e il sabato saranno guardati con libertà, d’ora in poi.

Quindi: la nostra cultura patriarcale si basa, in realtà, su testimoni che mostrano la debolezza o la fragilità o la marginalità – secondo i testi e i punti di vista – dei padri terrestri. Nelle due tragedie laiche, Sofocle e Shakespeare mostrano i danni della morte del padre, “una cosa non buona, / da cui non verrà il bene”; mentre la storia sacra di Gesù indica il superamento del padre terreno e del vincolo naturale, obbedendo alla “volontà di Dio” (Mc., 3, 35). La differenza è proprio Dio: dove c’è Dio, e dove Dio è adorato, la perdita del padre naturale è felice; dove non c’è Dio – e per Amleto non c’è Dio – il padre terreno muore, e nessun Padre celeste lo sostituisce e consola l’orfano. Ora, Amleto ed Edipo sono capi di Stato; e anche Cristo è re, ma il suo regno non è di questo mondo. La crisi della famiglia è bella solo se vi è un altro mondo da sperare e un altro Padre da amare; in mancanza di questo Oltre – che è il Sacro – la crisi della famiglia di sangue (*cioè* dello Stato) è l’inferno. La famiglia elettiva di Gesù siamo noi, secondo Mc., 3, 31-35; dunque non vi è uno Stato politico del re Gesù.

primo monologo: Amleto ha capìto tutto. Il fantasma del padre ha detto la verità. La madre, innamorata del marito, che ne era gelosissimo, è passata in fretta ad altre nozze, con una “fretta ripugnante”. La crisi della famiglia – cioè la tragedia – è avviata: colui che era mio padre è stato ucciso, colei che è mia madre mi diventa zia, assassina, e prostituta. E io, figlio di un assassinato e di un’assassina? Chi sono io? Da questa cosa non buona non verrà niente di buono.

secondo monologo: Amleto è tentato dall’idea del suicidio: essere o non essere, vivere o non vivere. O l’uno o l’altro, e questo è il problema. Ma che cosa c’è dopo la morte? Se ci fosse il nulla, niente ci tratterrebbe dal suicidio. Ma se c’è un’altra vita? Oseremmo? Non oseremmo. E’ per questo – per la nostra ignoranza del dopo, e per il timore dell’oltre – che sopportiamo tanti mali. La coscienza ci rende vili, perché ci trattiene dal compiere gesti, autodistruttivi ed eroici. La coscienza è debole, perché i sensi non possono vedere oltre la carne e oltre il tempo.

terzo monologo: Amleto vorrebbe agire, in qualche modo. Come vendicare il padre? Ne ha tutte le ragioni, in quanto figlio. Non solo: ne ha anche i mezzi, in quanto principe. Eppure si trattiene. Sa di essere uomo, quindi dotato di intelligenza: ma a che cosa serve l’intelligenza, se siamo codardi? Così Amleto si vergogna: si trova all’esterno del castello. Il principe Fortebraccio sta attraversando la Danimarca per raggiungere la Polonia, dove combatterà per recuperare delle terre sterili e inutili. Fortebraccio non fa la guerra per motivi politici o strategici, ma per l’onore. E Amleto si chiede: se si fa una guerra per motivi futili e si mandano a morire 20.000 uomini per niente, che cosa dovrei fare io, che ho un padre assassinato e una madre puttana? Auden si è interrogato e risposto: “Perché un soggetto non agisce? […] Manca ad Amleto la fede in Dio e in se stesso” (*Lezioni su Shakespeare*, Adelphi, Milano 2006, p. 229). Privo di questa fede, Amleto dipende dagli altri. Ma i ruoli degli altri non esistono più: il re è illegittimo, la madre è pericolosa e falsa, il loro matrimonio è una vergogna pubblica. Dunque: io non sono niente, io non posso niente, e chi definisce la mia identità non è più degno di rispetto. Questione di nomi e di aderenza dei nomi alle cose. Modificando i nomi e i ruoli che i nomi indicavano, la fine è certa, la tragedia è *possibile*, Dio è assente, Amleto è carne da macello.

[appunti per introdurre i tre monologhi di Amleto, nella traduzione di Massimo Sannelli, pubblicati in LPELS e letti da Maura Di Antonio al Palazzo Reale di Genova, il 27 febbraio 2008]

6 pensieri su “Appunti per una performance Amletica

  1. infatti è noto che le religioni e le credenze, nonchè la luciferina cosapevolezza della propria identità, sono le principali ragioni per cui si fanno le guerre

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  2. Amleto non potrebbe anche essere interpretato in chiave moderna come una dimostrazione dell’insensatezza e dell’inutilità della vendetta? In fondo, per riuscire ad uccidere una persona (lo zio, colpevole di aver ucciso suo padre), Amleto ne fa morire direttamente o indirettamente (contando anche Ofelia che si suicida) cinque. Un’altra possibile lettura che mi ricordo di aver sentito ad un corso universitario dove si mettevano a confronto Shakespeare e Machiavelli era, invece, la seguente (sperando di non semplificare troppo, perchè sono passati alcuni anni e vado a memoria): Amleto, invece di cercare le prove della colpevolezza dello zio, si fida delle parole di un fantasma, che, però, potrebbe anche essere non qualcosa di reale, ma la semplice proiezione dei suoi sospetti e delle sue paure. Amleto si comporta, inoltre, da personaggio che vive non in uno stato moderno, ma in uno stato ancora “medievale”, in quanto non delega la giustizia a punire il colpevole (non trova, insomma, le prove della colpevolezza dello zio e lo fa finire, di conseguenza, sotto processo), ma lo punisce direttamente, uccidendolo con le proprie mani.

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  3. Amleto è infinito, in tutti i sensi, come Edipo [in campo laico; come Cristo, nel campo della fede]. le parole del fantasma potrebbero essere false e bugiarde ed evanescenti; infatti devono essere *provate*. come? con la performance della piccola troupe di attori [le note di regia di Amleto fanno pensare ad un Amleto innamorato del teatro, competente in questioni di parola, e anche psicologo]. la vendetta è un tema, certo. ma anche la PAROLA lo è, in Amleto. e soprattutto, nella stessa misura, la POSSIBILITA’ di agire. quanto ad un Amleto ‘medievale’ – non credo. quale Medioevo, poi? il Medioevo dura mille anni, contiene Gerolamo e Tommaso, gli Ottoni e Federico II. ma è inutile chiedersi che cosa sia e che cosa *ci sia* in Amleto: ci siamo noi, secondo Harold Bloom, e io gli credo…

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  4. grazie. tieni presente: non è la rivoluzione copernicana su Amleto, ma solo una pagina per parlare in pubblico [non sono in grado di farlo senza appunti]. devo ringraziare, ancora una volta, Fabrizio per aver accettato queste righe, in cui il latino è messo in volgare, alla buona. la bellezza di quel pomeriggio fu nella lettura di Maura – così come doveva essere.

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  5. Questo commento è indirizzato a Paolina Messina: Gradirei una risposta via e-mail per parlare di poesia, sono una piccolo poeta (74anni)
    nato a Messina e domiciliato a Firenze dal lontano 1953! le sue poesie mi hanno colpito e mi piacerebbe leggerne delle altre. La ringrazio
    dell’attenzione e se vuole le invierò l’indirizzo del mio blog. Cordiali saluti Umberto De Vita

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