La prima persona

di Ezio Tarantino

[La prima persona] è un modo furbo per sottrarsi alle proprie responsabilità. Ci si nasconde dietro una maschera e tutte le banalità che vengono fuori sui scaricano sul personaggio. Questo equilibrismo fra autore e personaggio non mi piace. Non si capisce se sei bravo oppure no. Scrivere in prima persona è terribilmente facile, chi non scrive non può capire” (Ian McEwan)

Mettendo a posto i ritagli di giornale giudiziosamente messi da parte e accatastati in un cesto nato per contenere deliziose prelibatezze natalizie e poi abbandonato in un angolo del soggiorno, mi sono imbattuto in una intervista rilasciata da Ian McEwan al Venerdì di Repubblica del novembre dello scorso autunno, nella quale dice alcune cose interessanti (come ad esempio questa), e altre come questa, sull’uso delle prima persona, sulla quale non sono per niente d’accordo.

Ho riletto quanto aveva scritto qui e poi qui su LPELS, nelle sue lezioni di scrittura creativa Emanuele Giordano, sull’uso della prima persona:
L’uso di questa modalità sintattica richiede un’attenzione estrema alla narrazione, al fine di consentire all’autore stesso l’allontanamento mentre scrive dal suo personaggio, in caso contrario l’insidia è che qualcuno può pensare che voi non state scrivendo un romanzo ma una piatta cronaca della vostra vita. L’insidia è maggiore quindi per chi esordisce nella scrittura, per mancanza di esperienza, si rischia di non essere in grado di riuscire a tirare a sé il lettore lungo la strada che il narratore vuole mostrarci.

In questo caso invece condivido pienamente.

Tecnicamente scrivere in prima persone presenta almeno due difficoltà in più del semplice scrivere in terza persona.


Dal punto di vista stilistico: il tono, la competenza linguistica e letteraria non può essere quella dello scrittore, ma del personaggio.

In effetti spesso lo scrittore corre in ogni momento il rischio di lasciarsi prendere la mano e far diventare il personaggio più intelligente di quanto non abbia previsto che fosse. E’ un errore tipico della scrittura in prima persona.

E’ possibile per esempio riscontrare ne Labirinto delle passioni perdute di Romolo Bugaro. Il libro è scritto sia in prima sia in terza sia, in certi brani, in seconda persona. Le parti in prima persona sono “affidate” alla penna di una ragazza francese, Eliane, non precisamente una cima in fatto di intelligenza e di sensibilità. La sua principale caratteristica, come personaggio, è quella di indovinare la griffe dei vestiti delle ragazze che incontra sul suo cammino, e resistere alla noia aumentando in modo esponenziale la sua presenza nella palestra più in o al club più esclusivo. Eppure questa tipica ragazza del bel mondo milanese anni novanta ha una capacità di descrivere le situazioni, le persone e i colori del tramonto smaltato della campagna toscana da consumata scrittrice!

E’ chiaro che questo errore può essere commesso anche utilizzando la terza persona, ma in questo modo è più palese (si tratta del resto di un errore abbastanza tipico di certi romanzi di giovani o ex-giovani scrittori americani di stretta osservanza salingeriana, che molto spesso raccontano – anche in terza persona – di personaggi apparentemente semisquilibrati e privi di qualsiasi capacità intellettuale, ma dotati di una incredibile autoconsapevolezza e di una sensibilità ironica nel descrivere quello che gli capita, divertente magari, ma francamente inverosimile: Eggers, Scharpe…).
L’altra difficoltà, più tecnica, è quella di trovarsi obbligati a raccontare solo ciò che il personaggio cui si vicaria il peso della narrazione può sapere per certo o perché lo ha visto o perché lo ha sentito raccontato. Non può permettersi di analizzare stati d’animo e pensieri degli altri personaggi a meno che non siano frutto della sua riflessione. Per non pesare sulla pazienza del lettore questo limite strutturale deve essere porto con il massimo della fluidità e della naturalezza, evitando pesantezze giustificative.

Questo rende la narrazione in prima persona assolutamente più difficile.

Su un piano ontologico, conseguenza, o causa di questo è la apparente perdita, da parte dello scrittore, del suo potere onnisciente che nel mondo narrativo lo apparenta a Dio.

Lo scrittore infatti, come tutti sappiamo, conosce tutto, sa tutto: il passato il presente e futuro dei suoi personaggi, ne conosce i più reconditi pensieri e il destino.
Scegliendo di raccontare in prima persona in qualche misura il narratore sceglie di rinunciare a una parte del suo potere, di limitare la propria onniscenza.

Ma è proprio così? Oppure finge di farlo?
Il punto sta proprio qui: finge. Giocare con la prima persona significa per lo scrittore scegliere i panni di un personaggio, non a danno di tutti gli altri. Infatti questo non gli fa perdere le proprie prerogative di dominus. Giocare con l’identità porta lo scrittore a confondere le acque e spesso anche le idee al lettore.

Il caso forse più noto è quello di Walter Siti, che scrive un libro in prima persona, chiamando l’io narrante Walter Siti senza per questo scrivere un’autobiografia (e cominciando il libro prendendo ironicamente le distanze non tanto dal personaggio, quanto dall’idea stessa di identità: “Mi chiamo Walter Siti, come tutti”. Incipit folgorante,peraltro copiato – e il lettore che non lo sa come può difendersi? – da una celebre identica frase di Eric Satie: ” Je m’appelle Erik Satie, comme tout le monde”).
Rischio altissimo quello del para-autobiografismo. La lettura di uno scritto in prima persona, e la presenza di elementi obiettivamente orientati verso questa interpretazione, come nel libro di Siti, induce automaticamente – o quasi – a ritenere veritiero quello che si sta leggendo, a sovrapporre l’esperienza fittizia con quella dell’autore. E’ vero o non è vero? Il lettore dovrebbe avere il buon senso se non il dovere di arrestarsi un attimo prima di emettere il responso perché non c’è alcun responso da dare, non serve sapere se Walter Siti è Walter Siti e nessuno dovrebbe star lì a misurare le percentuali di verità inserite nel racconto.

Utilizzare la prima persona è dunque un atto di falsa umiltà. Che però richiede una padronanza del mezzo molto sofisticata.
O se si trattasse del supremo atto di delirio di onnipotenza dello scrittore, che insoddisfatto della propria banale onniscienza, decide di imitare il Modello fino in fondo? Il dio onnisciente, pur rimanendo tale, sceglie una persona e si fa persona. Si mette in gioco, scende nel fango delle sue creature per condividerne la fatica.

29 pensieri su “La prima persona

  1. c’è un’altra storia, in prima persona, che intriga, lungi dall’essere una forma semplificata. è “l’oro del mondo” di sebastiano vassalli in cui il protagonista dice di sè chiamandosi sebastiano, ma al lettore, almeno a me, diede l’impressione di non essere un io del tutto veritiero. o, quanto meno: può essere letterale, ma la bravura dello scrittore risiede nell’indurmi a credere che non lo sia. questo è un uso non ingenuo della prima persona. va da sè che altri usi
    invece lo siano: in ciò ha ragione mcewan, uno scrittore che mi fa dire che ancora esistono romanzieri capaci di scrivere delle storie veritiere pur nella loro eccezionalità.
    rovesciando i termini: quale uso della terza persona e dell’onniscienza? si è scritto molto sull’onniscienza come strumento “primitivo” nelle mani dello scrittore demiurgo. come se il suo ricorso oggi fosse stonato, fuori tempo. credo che, e mcewan lo dimostra, non si possa mai, nemmeno per il passato, stabilire delle categorie così nette. ci sono scrittori che “sbagliano” con terze persone ipertrofiche o, al contrario, anemiche.
    alla terza persona onnisciente rinuncia persino manzoni! senza la rinuncia al sapere tutto e da una posizione di equidistanza, avremo un risultato probabilmente poco accattivante. e senza attrattive un romanzo potrà anche “esistere”, ma se nessuno lo legge… conciossiacosaché se lo leggono in molti…non è detto…

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  2. Ciao Ezio, quante cose interessanti in questo post!
    Tra l’altro dici:
    “In effetti spesso lo scrittore corre in ogni momento il rischio di lasciarsi prendere la mano e far diventare il personaggio più intelligente di quanto non abbia previsto che fosse. E’ un errore tipico della scrittura in prima persona.”
    Hai considerato anche l’ipotesi inversa, che il personaggio sia più intelligente del suo autore?
    Esempi ce ne sarebbero, ma non li dico manco sotto tortura….

    p.

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  3. mi sembra una semplificazione eccessiva, quella di mcewan, scrittore a cui peraltro va riconosciuto un dominio del mezzo “terza persona-onniscienza” notevole perché sfumato.
    certo: se l’uso della prima persona cade nel diarismo giovanilista, sul com’ero-com’eravamo, allora siamo di fronte ad un impiego ingenuo. così come facile e primitivo è, ed è sicuramente stato, il ricorso all’onniscienza. il valore di un romanzo non credo possa (più) passare per queste categorie narratologiche su cui si sono spesi fiumi di inchiostro.
    ricordo qui un’altra storia in una prima persona forse veritiera, forse no: “l’oro del mondo” di sebastiano vassalli. documento sul suo apprendistato di scrittore e su un’adolescenza, poi maturità, che hanno dell’epico e dell’incredibile per le miserie che vi si narrano, in cui parla del protagonista chiamandolo sebastiano. in questo caso non potrei dire che si tratti di una prima persona comoda: l’arte dello scrittore risiede nel dire “io” e farti sospettare che sia “lui” oppure “noi”.
    ci sono prime persone ipertrofiche o anemiche: lo stesso vale per le terze persone. così come il ricorso dell’uno o dell’altro punto di vista può risultare centrato e insostituibile.

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  4. Sono d’accordo con Lucy. Tra l’altro non credo a regole cosi’ drastiche. A volte lo scrivere in prima persona ,ma entrando in un altro personaggio, significa mettersi nella pelle di altri. E questo esercizio istrionico qualche volta puo’ anche essere una sofferenza.
    In questi giorni ho letto Le radici del tempo, di Giuseppe Bonura. La sua storia personale che si sviluppa nella vicenda italiana. Se non lo avesse scritto usando la prima persona non sarebbe stato credibile, forse neanche onesto.
    Grazie Ezio.
    Stefania

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  5. Abbiamo affrontato parecchie volte – inter nos – questo discorso con Ezio.
    Il punto, secondo me, è che una prima persona gestita da chiunque abbia velleità di scrittore risulta problematica. Il motivo è che si corre il rischio di cadere nell’autobiografismo e nei racconti ombelicali, a discapito del fatto che quel che serve a un romanzo – a mio avviso, ma so di sfondare una porta aperta con Ezio sotto questo punto di vista – è la storia, la trama, i personaggi. Personaggi solidi, a tutto tondo, non esili e smorzati, non piatti, non appena accennati. La tridimensionalità dei personaggi è fondamentale per un romanzo.
    Ora, è evidente che la prima persona può naturalmente essere usata da uno scrittore di talento, che attraverso essa renderà la propria esperienza “altro da sé”, distaccandola dalla propria vita e dandole valore paradigmatico.
    È altrettanto vero che ho letto testi in cui si faceva uso di una terza persona “anemica”, come dice Lulù, (anzi Lucy, qui ;-)) che – anche quella – non andava oltre l’ombelico dello scrittore. È che spesso mancano le storie, i personaggi, le trame.
    Anche a me questo argomento appassiona molto, Lulù!
    Bene ha fatto Ezio a sollevarlo.
    abbracci.

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  6. Racconta Joe R. Lansdale che dopo avere terminato “Una stagione selvaggia”, coi due eroi Hap e Leonard, iniziò la stesura di “Mucho Mojo”, ma non era contento. Gli sembrava di scrivere schifezze. “E’ che avevo ancora in testa Hap e Leonard, e uno dei motivi principali di mandare avanti la mia prima versione di Mucho Mojo era proprio che la voce di Hap continuava a fare capolino in quel romanzo”. Poi, un giorno si arrese. Buttò via il romanzo e attaccò di nuovo il libro da zero, narrato in prima persona da Hap. “Figuratevi se lui non era pronto. Il difficile fu farlo star zitto”. E’ il libro che abbiamo, “Mucho Mojo”, quello che molti considerano il suo migliore in assoluto.

    Io credo che questo sia il punto. Non servono le regole nella scrittura. Prima persona meglio della terza o della seconda. Uno può creare un personaggio, e costui continua a vivere nella testa dell’autore; per dargli voce usa la prima persona. Ma potrebbe anche usare la terza.

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  7. Infatti: se chi scrive ha il talento per farlo, può usare sia la prima che la terza. Lo saprà lui quale delle due è funzionale alla storia.
    L’importante è saper scrivere storie, far parlare i personaggi (come dice Lansdale).

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  8. penso che decidere di usare la prima o la terza persona sia una scelta in un certo senso obbligata dalla storia stessa che si vuole raccontare. La qualità del testo non sarà di certo legata all’uso dell’una o dell’altra forma ma dalla bravura dello scrittore. Ciao Lucia

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  9. “Aujourd’hui maman est morte. Ou peut-être hier, je ne sais pas…” Come si potrebbe raccontare in terza persona?
    Sua madre è morta oggi, o forse ieri, ma lui non lo sapeva.
    Bleah.
    Ogni libro, sono d’accordo con Mauro Baldrati e Gaja, richiede la sua forma espressiva. E non ce ne può essere un’altra.

    Quanto a Paolo. Beh. Se il personaggio è più intelligente del suo autore forse questi un merito ce lo avrà, non credi? (anche se in effetti qualcosa vorrà pur dire…)
    Ciao a tutti
    ezio

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  10. avevo letto anch’io quell’intervista che mcewan aveva concesso alla schisa, e anche a me era rimasta impressa proprio quella parte (secondo me la schisa ha calcato in quanto sostenitrice della terza persona…).
    secondo me è difficilissimo tutto, scrivere in terza, scrivere in prima, in seconda, in prima plurale… il problema è essere credibile, ed essere dentro il personaggio, e nello stesso tempo essere accattivante e attrarre il lettore, e tenere a bada la propria passione per la lingua, anche, perché no? a me i romanzi dove il personaggio e voce narrante è un giovane d’oggi che scrive cazzo ogni due righe mi annoiano subito, però magari sono dentro il personaggio, che ne so.
    io ci penso spessissimo a qst cosa. a quello che si fa dire ai personaggi. nei film, anche. secondo me i bambini sono sempre troppo intelligenti. hanno sempre troppa padronanza del linguaggio.
    ma se pensate a un capolavoro come “l’urlo e il furore” di faulkner, e al primo monologo, be’, ragazzi, io non credo proprio che un ritardato si esprimerebbe come lo fa esprimere lui. però il libro è lo stesso bellissimo…
    la scrittura è un dilemma che non si risolve. pensarlo a volte (non) mi consola.

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  11. Si può dire in sintesi che i rischi della prima persona sono due.
    Il debordare dell’io autoriale sull’io narratore (in vari modi, soprattutto trasmettendogli le proprie preoccupazioni. ambizioni, pressioni ideologiche)
    Il trasformare il romanzo in una seduta spiritica, perchè tutto ciò che accade deve essere percepito in qualche modo dall’io narrante.
    In compenso, è il miglior modo per dare vita a un protagonista. L’ho usata liberamente solo in un romanzo su quattro ma per me, adesso, è il modo di raccontare più facile.

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  12. Sono d’accordo sul fatto che ogni racconto voglia la sua forma e nessun’altra. Prima, seconda, terza persona… dipende dal personaggio e dalla storia.
    Personalmente ho spesso usato la prima persona, non per autobiografismo, ma perchè ho il difetto di calarmi nella pelle altrui (anche nella vita, ahimè!!)in una sorta di legame telepatico con “L’altro”, con il personaggio, che pure vive di vita propria. La prima persona è anche quella che coinvolge di più nella lettura, permettendo l’identificazione di chi legge con le emozioni della voce narrante. Come fosse un altro se stesso. Perchè un po’ di noi c’è in ogni altro, e quindi non è difficile ritrovarsi nella stessa pelle.

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  13. Sono d’accordo con Valter e Ramona: cosa sarebbe “Chiedi alla polvere” scritto in terza persona?

    Ottimo post proprio per l’opinabilità delle diverse posizioni.

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  14. però la prima persona di “chiedi alla polvere” è davvero più facile. fante non doveva mettersi nei panni di nessuno se non di se stesso. e il suo personaggio gli assomigliava alla perfezione.
    sarebbe stato assurdo usare un’altra persona. però lì siamo nel caso di un’autobiografia (o al massimo di un’autofiction).
    e qui entra in gioco un altro problema. scrivere solo di cose che si conoscono? (e cosa si conosce meglio di sé, o della propria famiglia, per es., a cui fante ha dedicato diversi libri? il trucco è una questione di sguardo. di distacco che consente la narrazione. la capacità di rendere quella famiglia non la sua, ma la famiglia bandini, con il suo codice comportamentale e le sue meccaniche, che narrativamente funzionano in modo più che efficace).
    io credo che quando scrivi di cose che conosci c’è un surplus di contenuto, una forza che viene fuori dalla pagina senza che nemmeno tu lo sappia, senza che nemmeno tu possa controllarlo. è da quel surplus che si genera davvero il senso del romanzo, che spesso non è chiaro nemmeno a te: tu avevi in mente una storia, poi hai detto altre cose, molte cose, e a tanti.
    scrivere di cose che si conoscono è più onesto, più facile, e forse più utile. ma scrivere di quello che non si conosce è una sfida molto molto più coraggiosa, e un grande rischio.
    fante non se l’è preso qst rischio, mi sembra. ma il lavoro che ha fatto sulla sua vita, sul personaggio di suo padre (il lavoro vero è far diventare il suo stesso padre un personaggio,appunto, detestabile a dorabile nello stesso tempo – commovente: pensate al racconto di lui come un cucciolo nella neve, solo e povero perché i muratori nel colorado d’inverno fanno la fame), sul personaggio di sua madre (col suo cattolicesimo da beghina e nello stesso tempo la sua furia passionale: lo riempie di graffi in faccia quel marito traditore), sulle dinamiche di una famiglia di emigrati italiani in america in quell’epoca, ha una forza e una potenza che lo rendono non solo una lettura impressionante, ma davvero qcs di universale.

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  15. Sembra che abbia scritto un libro solo, e invece ci si innamora della sua voce narrante, e non lo si molla più.
    Perchè la voce è una sola, ma può sorvolare il mondo intero, e fartelo vedere senza fingere di conoscerlo e capirlo tutto.
    E’l’autenticità che rende attraente la prima persona, non la sua cultura, che può essere ininfluente o addirittura detestabile, come nelle “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij.

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  16. Non vorrei aprire ora un dibattito su McEwan, però io penso che abbia scritto dei bei libri molti anni fa (Cortesie per gli ospiti, Il giardino di cemento, Bambini nel tempo), alcuni piacevoli libri più di recente (Espiazione), e molti libri dimenticabili.
    Ciao.
    Ezio

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  17. di mcewan sono indimenticabili i racconti, per me. e ha scritto libri molto belli, è vero. ma qst chesil beach ha una voce da professorino, qcs di fastidioso, non mi piace proprio.

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  18. “Il trasformare il romanzo in una seduta spiritica, perchè tutto ciò che accade deve essere percepito in qualche modo dall’io narrante”, ha detto valter sui problemi della prima persona. è vero, è proprio così!
    tra l’altro l’io narrante e protagonista spesso vede le cose a modo suo, e a metà, capisce dei personaggi solo cose parziali, potrebbero essere false, persino. ma, ragazzi, a volte i lettori se ne lamentano. a volte loro ne fanno una questione di giudizio di valore. extra-diegetico, non so se mi spiego bene…
    vabbe’, non c’entra tanto, ma mi è venuto in mente: a me addirittura è capitato che una mi dicesse (e frequentava un corso di editoria, una insomma che vorrebbe approcciarsi ai libri in modo tecnico – tenetevi forte!): “a me del tuo romanzo non è piaciuto che la protagonista portasse gli anfibi”.
    e io ho chiesto: “ma in che senso? perché ti sembrava un segnale ideologico o cosa?” (non voleva esserlo, il libro era solo ambientato negli anni novanta, e tutti i ragazzi portavano anfibi in quegli anni).
    sopravvalutavo.
    “no, è che a me non mi piacciono gli anfibi”.
    era una questione di moda, di gusto, semplicemente.

    scusate, come sempre sono andata fuori tema.
    ciao, torno al lavoro.

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